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"Pagine corsare"
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70 anni di Cinecittà
infanzia fascista, futuro "democratico"?
di Pasquale Colizzi, l'Unità, 4 maggio 2007

Guardando le pecore al pascolo intorno alle rovine romane nel prato che fronteggia l’entrata di Cinecittà - a separare i due scenari giusto via Tuscolana affollatissima di auto - non sembra che siano trascorsi settanta anni da quel 28 aprile del ’37. Quando il Duce, sempre in gran forma, inaugurava la città del cinema. Identico l’ingresso a quei 73 edifici e 16 teatri di posa (oggi più di 20), 600mila metri quadri di superficie, 40mila di strade e piazze, 35mila di giardini. Dove una volta si bruciavano i rifiuti della capitale (la località fu battezzata “Cecafumo”) il regime decise che si desse forma ai sogni di celluloide per le masse. Intuizione non peregrina come ci ricordava Lenin. Si iniziò con pompose produzioni: Scipione l'Africano di Carmine Gallone (Scipione parlava come Mussolini) e Luciano Serra pilota di Goffredo Alessandrini, con Amedeo Nazzari pilota nella campagna d’ Etiopia. Si continuò con produzioni talvolta meno manichee, come Il Signor Max di Mario Camerini con Vittorio de Sica in gran forma e via sfornando nuove star nazional-popolari, da Alida Valli a Fosco Giachetti, Assia Noris poi gli attori più strettamente legati al regime: Valenti e la Ferida, Doris Duranti.

Dai 19 film del primo anno si arrivò ai 59 del ‘42. L’anno successivo il crollo: Roma è occupata dai nazisti, che usano la struttura come posto per raccogliere i civili rastrellati mentre il “cinema fascista” si trasferisce a Venezia nei padiglioni della Biennale, ai giardini del Castello. Liberata la capitale Cinecittà diventa poi ricovero per gli sfollati. Intanto Roberto Rossellini con Roma città aperta nel ’45 dimostrava che si poteva girare anche all’aperto e con una freschezza e spontaneità che fece sembrare tutto il cinema precedente impastato e teatrale. 

Certo bastò poco per dimenticare la lezione, a giudicare dalla calata che fecero dall’Impero. I set di Roma erano più economici, pensarono a Hollywood, e quindi Quo vadis? (1949) di Mervyn LeRoy aprì la strada ad una serie di “sandaloni” americani in salsa laziale, che trovarono nel Ben Hur (1958) di William Wyler, con Charlton Heston, il classico dei classici. Intanto si procedeva a vele spiegate nelle coproduzioni, con Ponti-De Laurentis impegnati in quella faraonica di Guerra e pace di King Vidor (1956), con Audrey Hepburn e Herny Fonda. E ancora Cleopatra di Joseph L. Mankiewicz (1963), spettacolare polpettone che mandò in rovina la Fox (costò 45 milioni di dollari, anche per qualche furto dei produttori italiani) e suggellò il drammatico rapporto d’amore tra Elisabeth Taylor e Richard Burton. I due non furono gli unici divi americani che svernavano a Roma, in cerca di glamour e isteria collettiva, dato che lo star system Usa stava tirando le cuoia. E ce ne furono di attori internazionali, di tutte le categorie, che a Cinecittà strapparono ingaggi insperati e rilanciarono carriere europee. 

Per quanto riguarda il cinema italiano, fu il marchio di fabbrica del “Neorealismo”ad accompagnarlo, anche a sproposito, in giro per il mondo. Ma, lo sanno bene gli operatori, fu una leggerezza che serviva a vendere l’idea, il movimento e il prodotto. Presto, passati gli anni della ricostruzione, non sarebbe più servito. Perché cominciava ad emergere prepotente la personalità dei singoli autori. Che a Cinecittà trovarono locations, tecnici e quella sensazione di vitalità spesso anarchica che si insinua nei contesti più creativi. Grandi nomi già in parte affermati come Alessandro Blasetti, Vittorio De Sica, Mario Monicelli, Luchino Visconti, (che in Bellissima mostrerà le aspiranti attrici-bambine accompagnate dalle madri proprio in quegli studios). E ancora Valerio Zurlini, Pietro Germi, Giuliano Montalto, Luigi Comencini, esordienti di lusso, come Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, Elio Petri, Ettore Scola, Marco Ferreri. E poi, happening cinematografico per eccellenza, che del marasma di stili, oggetti e persone che circolavano negli spazi di Cinecittà ha fatto arte, il cinema di Federico Fellini. Che in mezzo a quelle pietre aveva messo casa. Dagli artigiani e dalle maestranze si fece ricostruire in studio tutte le locations dei suoi film, da via Veneto per La dolce vita (identica, non fosse che questa era pianeggiante) a navi, elefanti monumentali, colossi inabissati, città fantasma. 

E che cosa non si trova passeggiando per quegli spazi. Evitando gli studios prestati alla televisione (quello di Amici è chiuso, in quello di C’è posta per te stanno giocando a biliardino, qualcuno con le mani nei capelli sta scrivendo in mezzo alle scenografie di Apocalypse Show, la casa del Grande Fratello è stata smantellata), ci sono magazzini stipati di sculture (di gesso e cartapesta) come fossero musei abbandonati. Montagne che nascono dal cemento, treni parcheggiati nell’erba, un’intera cittadina medioevale, rimasuglio dello splendido lavoro di Dante Ferretti per Il nome della rosa di Jean Jacques Annaud. E poi, ricordi recenti, le costruzioni in legno di Gangs of New York, che Martin Scorsese ha voluto girare qui, con sullo sfondo le palazzine del quartiere.

Involontariamente ironico, riecheggia il celebre motivetto che Nino Rota scrisse per 8emezzo nella tensostruttura di un bianco abbagliante (e di un caldo soffocante) che il 7 maggio ospiterà la festa per i 70 anni di Cinecittà. Allestimento voluto in una specie di foro della Roma antica, ricostruita come set per il serial “Rome”, produzione ad alto budget di Bbc, Hbo e Rai Fiction. Il ministro della cultura Francesco Rutelli infatti, dopo la conferenza stampa che in sostanza racconta del rilancio del cinema italiano (e di Luce e Cinecittà Holding), si muove tra i tavoli del buffet con un codazzo di giornalisti e assistenti, rilasciando interviste e tentando di incontrare le maestranze per esprimere il suo apprezzamento per il loro lavoro. Ma naturalmente il gala per 800 persone, madrine Virna Lisi (neosettantenne) e Sophia Loren, sarà chiuso alla gente comune. Invece di aprire per una volta la città del cinema al pubblico, regalare quei set a chi alimenta in qualche modo l'industria, sarà la solita festa per fotografi, con i soliti noti, vestiti da sera e sfoggio di sorrisi. Un’altra occasione sprecata. 

 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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70 anni di Cinecittà: infanzia fascista, futuro "democratico"?, di Pasquale Colizzi

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