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Teatro
un’idea di Fabrizio Gifuni materiali per una drammaturgia da Pier Paolo Pasolini: Scritti corsari, Lettere luterane, Siamo tutti in pericolo (intervista di Furio Colombo a P.P.P. dell’1/11/1975), La nuova forma della meglio gioventù, Abbozzo di sceneggiatura per un film su San Paolo di Giorgio Somalvico. Il Pecora, con Fabrizio Gifuni. immagini Cesare Accetta montaggio Federica Lang regia Giuseppe Bertolucci collaborazione alla regia Luisa Grosso musiche Giovanna Marini DVD prodotto da Valerio Terenzio e Simona Banchi per Studio Uno srl 'na
specie de cadavere lunghissimo,
monologo ideato e interpretato da Fabrizio Gifuni, è la confluenza
virtuosa di tre qualità: quella attoriale di Fabrizio Gifuni; quella
registica di Giuseppe Bertolucci, fra i pochi che sappiano davvero lavorare
con gli attori; quella linguistico-drammaturgica del poeta Giorgio Somalvico,
autore del testo che costituisce una sorta di terzo tempo di questo spettacolo.
Esito di un progetto che Gifuni ha coltivato a lungo e al quale ha lavorato
con intensità e intelligenza, uno spettacolo in parte fondato sulla
selezione e sul montaggio - assai ben calibrato e strutturato - di testi
del Pasolini più corsaro. Opere in cui forte e dura è la
riflessione sulla nuova barbarie contemporanea, sul nuovo fascismo,
rappresentato, per dirla con Buñuel, da nuovi cavalieri dell'apocalisse:
la pubblicità, il consumismo, la televisione, l'ampia e diffusa
e tollerante omologazione di usi, pensieri e costumi.
Lo spettacolo teatrale (poi realizzato nel 2006 anche in DVD) nasce, come scrive il regista Giuseppe Bertolucci, “dal desiderio di distillare, nell’alambicco del monologo, sostanze linguistiche dai sapori apparentemente opposti”: la prosa politica e polemica del Pasolini luterano e corsaro così come i suoi versi friulani e gli endecasillabi inediti e sorprendenti del poemetto Il Pecora del poeta milanese Giorgio Somalvico che, in un romanesco crepitante e reinventato, costringe in metrica il delirio di Pino Pelosi, detto er rana, nella sua scorribanda notturna alla guida dell’Alfa GT, per le strade di Roma e di Ostia, dopo l’omicidio. Il teorema pasoliniano - genocidio culturale, imbarbarimento consumistico, uso strumentale dei media da parte del nuovo fascismo - si dispiega in tutta la sua lucida disperazione, delineando i connotati dell’assassino, generandone i tratti identitari, le demotivazioni profonde, “pensandolo” quell’assassino prima ancora di incontrarlo, in un vertiginoso processo di invenzione. Una sorta di agone tragico - inteso come scontro, ma anche come agonia - tra un Padre e un Figlio, vissuto da un solo corpo e da una sola voce, l’attore Fabrizio Gifuni - tra l'altro protagonista per la televisione de Le cinque giornate di Milano di Carlo Lizzani, e del film in due parti su Alcide De Gasperi diretto da Liliana Cavani, attore rivelazione europeo al Festival di Berlino nel 2002 e Nastro d’argento nel 2003 per il film La meglio gioventù di Giordana - che degenera, senza soluzione di continuità, da vittima a carnefice, da Dottor Jekyll a Mister Hyde, in una reazione a catena culturale e linguistica tutta da sperimentare. Un monologo, scrive Bertolucci, si presenta come un appuntamento: tra un attore e il suo talento, tra un regista e un attore, tra la teatralità e l’affabulazione, tra lo spettatore pellegrino e l’eremita in preghiera nella grotta. E il luogo dell’appuntamento è, appunto, la grotta del testo, dove trovare un comune riparo alle intemperie e ai disagi del viaggio, ma anche l’unico luogo dove tutti - immobili, in ascolto - paradossalmente viviamo l’esperienza del viaggio. Fabrizio Gifuni. Un
attore e il suo Paese
A giorni l’attore romano inizierà le riprese de ‘Le cinque giornate di Milano’, film in due puntate per la Rai con la regia di Carlo Lizzani che vedrà Giancarlo Giannini nel ruolo di Cattaneo. "Sarò il medico protagonista del film, la storia è ambientata nel 1847 e ’48, prima e durante i moti fino all’Unità d’Italia del 1861". Il cuore di Fabrizio batte ora per uno spettacolo teatrale su Pasolini (con la regia di Giuseppe Bertolucci) nato da una sua idea coltivata da anni: "Il lavoro di drammaturgia si basa sui testi non teatrali di Pasolini, ossia sugli scritti politici – Lettere luterane e Scritti corsari - oltre a materiali tratti dall’ultima edizione del ’74 de ‘La meglio gioventù’ e da un film mai girato su san Paolo. L’ultima parte è incentrata su un poemetto in endecasillabi del contemporaneo Giorgio Somalvico, un monologo di uno degli assassini dello scrittore - afferma Gifuni, fra i tavolini di un bar in una Roma assolata. - Il nostro è un tentativo di raccontare cosa è diventato il nostro Paese oggi, attraverso gli scritti di Pasolini che sono insuperati e di sconvolgente attualità". L’analisi di Gifuni sulla situazione italiana è lucida, obiettiva ed articolata tanto da rubare il mestiere ad un sociologo o politologo: "Nella prima parte, come in un prologo socratico, mettiamo in scena il pensiero dello scrittore sulla trasformazione del Paese, sull’avvento della barbarie consumistica e dell’omologazione, sull’uso strumentale soprattutto della televisione da parte di coloro che individuava come ‘il nuovo fascismo’, fino al prefigurarsi della nuova gioventù che non riconosce. Il secondo movimento è incentrato sul rapporto padre-figlio, nel terzo si consuma tragicamente, con uno scambio di ruoli, la dialettica fra i due". Il riferimento ai fatti e luoghi rappresentati è, in questo caso, realmente voluto, tanto è il desiderio collettivo di interrogarsi e di partecipare alla nuova configurazione politica e sociale che sta assumendo il Paese: "Sento un’adesione emotiva da parte del pubblico e una grande responsabilità nel riferire ogni sera parole così forti. È uno spettacolo con un contenuto forte e vibrante. Bertolucci ha rotto la frontalità fra attore e pubblico, mettendo l’attore al centro vicino agli spettatori, è una contiguità significativa". Pasolini dunque come bussola e faro in un periodo di decadenza. E allo scrittore fra riferimento anche il film di Giordana che ha preso il titolo in prestito dalle prime raccolte di poesie (che a sua volta si rifà ad un verso degli alpini): "La scelta del film è stata di incentrarsi, in questa saga popolare, sulla parte migliore di quella generazione, senza fare sconti. È stato un progetto importante, con una scrittura forte, una regia lucida, la produzione rigorosa di Barbagallo, che ha dimostrato che si può fare bella televisione colmando un vuoto perché la gente ha voglia di rileggere la Storia, è difficile raccontare il presente di un Paese se non c’è condivisione del passato. La proiezione nelle sale di tutto il mondo è il coronamento di questo sforzo". Inevitabile è la riflessione sul nostro presente, su quello che siamo diventati e Gifuni nell’analisi è lucido e spietato come Pasolini: "È un Paese che ha pagato prezzi molto alti, che non ha avuto il tempo di assimilare la crescita economica, di avere una coscienza di quello che stava succedendo, è la differenza che intercorre fra sviluppo e progresso. Lo riscontriamo con la perdita dell’identità, la scomparsa delle classi sociali, l’appiattimento linguistico e culturale nel quale ha avuto molta responsabilità la Tv, usata come strumento di potere, come progetto per obnubilare le menti". Quello del terrorismo non
è un capitolo chiuso: "È un periodo storico che ho sempre
cercato di indagare, molte di quelle istanze che non facevano appello alla
violenza sono state accolte e hanno portato a cambiamenti positivi nella
società, nella famiglia, nel ruolo della donna, nella messa in discussione
del concetto di autorità. Mi stupiscono coloro che si sono poi integrati
nel potere nella sua accezione peggiore, sostituendo stucchevolmente un
potere con un altro. Carlo, l’economista che interpreto ne ‘La Meglio gioventù’,
vive attraverso il suo rapporto con gli altri personaggi, è il ruolo
di un borghese a tutto tondo che è difficile incontrare al cinema,
un personaggio che ha fiducia nel sistema Paese senza sottrarvisi nel momento
del pericolo, un uomo oggettivo, onesto e crudo nelle sue affermazioni.
Mi è piaciuto raccontare la sua evoluzione negli anni, la sua voglia
di fare famiglia anche con gli amici, la sua credibilità. Carlo
ha vissuto più nella famiglia Carati che nella sua, ed è
curioso che nella realtà Lo Cascio, studente fuori sede, ha realmente
vissuto a casa mia ai tempi dell’Accademia. Giordana ha intuito l’intesa,
l’amicizia che c’è nella vita anche con Boni, ciascuno di noi tre
può contare realmente sull’altro. Con Luigi ci accomuna la passione
per il teatro greco, per i classici, per le stesse letture: mi affascina
la sua capacità di coniugare serietà e leggerezza, ironia.
Di Alessio Boni mi piaceva moltissimo la vitalità con cui voleva
apprendere tutto. Ci accomuna la fiducia, lo stesso modo di stare assieme
e di affrontare questo lavoro che è un gioco molto delicato in cui
ci si può fare male. La nostra intesa è una grande forza
che Giordana ha casualmente notato nel corso di una premiazione ed utilizzato
intelligentemente nel film. Noi tre viviamo in maniera inscindibile l’amore
per il teatro e il cinema".
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