Il cinema
 


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"Pagine corsare"
Cinema

RECENSIONI

Bertolucci dà una sferzata al cinema
Le scene di Salò rimontate con una intervista a
Pier Paolo Pasolini effettuta durante le riprese
D.T., Liberazione, 9 settembre 2006

Prossimo come vicino, ma anche come colui che, salvificamente, verrà. Giuseppe Bertolucci si defila di qualche spanna, per far posto al personaggio Pasolini Pier Paolo dal set di Salò o le 125 giornate di Sodoma. E quel Pasolini, prossimo nostro è come un invito comune all’attesa, una richiesta cortese e decisa all’ascolto di un pensiero, di un linguaggio, di una personalità come quella di Pasolini e alla visione frammentata e originalmente ricomposta di un film maledetto, odiato, adorato, respinto, censurato. 

Tutto parte dal ritrovamento dell’intervista filmata di Gideon Bachmann sul set del film del ’75, di alcune bobine audio da restaurare con un’intervista al regista e a 7200 foto di scena di Deborah Beer. Bertolucci ha così assemblato il materiale facendo scorrere filologicamente il film per fotogrammi, intervallandolo a spezzoni dell’intervista video. Parallelamente la pista audio è diventata un altro meccanismo di sovrapposizione tra l’audio originale di alcune sequenze del film e la voce di Pasolini che risponde alle domande di Bachmann. Sono immagini fisse che scorrono e che come dice lo stesso Bertolucci, hanno una loro intrinseca drammaturgia. 

Salò rimane, infatti, l’exploit poetico/estetico e, contemporaneamente, la summa insuperata di un cinema astratto oltre la barriera dell’osceno, pensato per l’uscita in sala, quando ancora il cinema non era stato soppiantato dal mezzo televisivo. Per chi all’epoca e ancor oggi fatica a cogliere il forte impatto concettuale di un’opera che ha visivamente posto barriere e allontanato, il documentario di Bertolucci ridona una chiara e lapalissiana esposizione di un concetto chiave del pensiero pasoliniano: la metafora del potere che mercifica il corpo umano. 

«Attorno al ’75, l’anno in cui sono usciti Salò, Novecento, L’albero degli zoccoli, sono stati gli ultimi momenti della centralità del cinema nel dibattito culturale del nostro paese - sostiene Bertolucci -. Ho voluto proporre questo fantasma pasoliniano per incutere un po’ di paura, per fare incazzare, per far riflettere. E questo fantasma continuerà ad affacciarsi finché la politica culturale italiana rimarrà sorda ai grandi contenuti lanciati da Pasolini trent’anni fa». 

Ed è un fiume in piena, il mite, il malinconico e occhialuto Pasolini sul set al microfono del critico di Sight and Sound, come è assoluta la calma con cui dirige gli attori proprio in quella che sembra la sequenza più violenta e disturbata, quella delle torture esterne alla casa dove si svolge per intero il film. 

«Ognuno odia il potere che subisce - diceva il regista dal set -. Il potere manipola e trasforma la coscienza con valori alienanti come il consumo. Anch’io tendo ai beni superflui, ma mi salvo con la cultura». Giuseppe Bertolucci sembra aver seguito le sue orme, anche a livello personale, diradando le sue presenze dietro la macchina da presa per quelle fiction come L’amore probabilmente, qui a Venezia nel 2000, che non era stato per niente compreso. «Oggi ho idea che il lavoro del cineasta sia come un lavoro d’altri tempi che sta scomparendo. Godard diceva che da quando il cinema non è più solo, non è più il cinema. Io aggiungo che è un problema di modelli culturali, dove la tv commerciale regna incontrastata. Grazie a questo, ma non solo, il cinema italiano non esiste più come apparato, come sistema industriale. È miracoloso che vengano fuori spontaneamente, come fiori in mezzo al letame, gente, per esempio, come Garrone». 

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Pasolini, «Salò» rivisitato da Bertolucci
di Pedro Armocida, "Il Giornale" 9 settembre 2006

È un'operazione molto interessante, sia da un punto di vista formale che di contenuto, quella che Giuseppe Bertolucci ha realizzato con il documentario Pasolini prossimo nostro, prodotto dalla Ripley's Film di Angelo Draicchio e Cinemazero, e presentato come evento speciale nella sezione Orizzonti per poi avere una distribuzione in dvd. Bertolucci ha ripescato una lunghissima intervista-conversazione di Gideon Bachmann della rivista Sight&Sound a Pasolini nel 1975 sul set di Salò o le 120 giornate di Sodoma e l'ha montata utilizzando centinaia di foto di scena scattate da Deborah Beer. 

Il risultato è una visione assolutamente inedita di Salò con le immagini fisse al posto delle sequenze cinematografiche. Ad accompagnare le istantanee la voce di Pasolini che nel raccontare il film si lancia anche in uno spietato attacco della società dell'epoca con il tema a lui più caro: «L'ideologia consumistica depaupera l'individuo e lo rende conformista». Aggiungendo un esempio illuminante: «Il contadino tradizionalista e religioso non consumava certe schifezze». 

Racconta Bertolucci: «Salò l'ho visto tre giorni dopo la morte di Pasolini imbucandomi a una proiezione a cui era stato invitato mio fratello Bernardo. È un film assolutamente unico senza altri esempi nella sua stessa filmografia e in tutta la storia del cinema». 

Una consuetudine familiare lega i Bertolucci a Pasolini che visse con la mamma nella loro stessa casa a Roma. Così Giuseppe ricorda bene la curiosa genesi del film più sconvolgente e controverso del regista friulano: «È stato Enrico Lucherini che sulla scia del grande successo del Decameron di Pasolini pensò a quale altro scrittore erotico ci si poteva ispirare. La scelta cadde su Sade e la produzione chiamò Pupi Avati a scrivere la prima sceneggiatura.
Ne uscì una trasposizione molto fedele, proposta per la regia a Sergio Citti che a sua volta chiese consigli all'amico Pasolini per la realizzazione. Pierpaolo a quel punto s'è innamorato del film riscrivendone la sceneggiatura e Sergio glielo ha volentieri ceduto».

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Giuseppe Bertolucci rievoca
"Pasolini prossimo nostro"
di Roberto Bonzio, today.reuters.it 8 settembre 2006

Un testamento intellettuale impressionante per lucidità e lungimiranza, con sullo sfondo le immagini di un film uscito dopo la morte dell'autore.

Con Pasolini prossimo nostro evento speciale Orizzonti alla 63a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Giuseppe Bertolucci ha ricostruito in poco più di un'ora, il frutto di 23 mesi di lavoro tra 50 ore di interviste audio, 3.000 metri di negativo e 7.200 fotografie.

Un lungo, durissimo sfogo, quello di Pier Paolo Pasolini, scrittore e regista ucciso in circostanze ancora non del tutto chiarite la notte del 2 novembre 1975, pochi giorni prima della presentazione (che fu curata dal fratello di Bertolucci, Bernardo) del suo ultimo provocatorio film, Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Proprio le immagini di Salò, alcuni spezzoni ma in buona parte scatti in bianco e nero della fotografa inglese Deborah Beer, che lavorò a lungo sul set, fanno da sfondo alle riflessioni di Pasolini, raccolte dal giornalista tedesco Gideon Bachmann.

Più che profeta, un Pasolini aruspice, secondo Bertolucci. Un intellettuale capace non di "prevedere" ma di vedere nel presente i segnali che sfuggivano a tutti ma non al suo occhio acuto. Scavando nel reale, proprio come facevano gli indovini dell'antichità scrutando nelle viscere. Il tramonto ineluttabile dell'Italia contadina, l'illusoria libertà promessa da un consumismo che invece impone e massifica, l'impossibilità di comunicare con i più giovani che in quest'Italia cambiata sono nati. Persino l'insensibilità dell'Occidente di fronte a culture e valori del Terzo Mondo.

Lavorare su Salò è stato "scoprire come 30 anni fa lo spazio di creatività fosse molto più forte di ora...un film come Salò sarebbe oggi infattibile, inconcepibile", dice a Reuters Giuseppe Bertolucci.

"Gli spazi di libertà si sono ristretti", dice il regista, convinto che un film che ispira il dibattito politico, come è stato Salò, non sarebbe oggi possibile, in una scena dominata dalla tv.

Ma nel lungo lavoro di realizzazione, a colpirlo maggiormente è stata "la definizione di processo creativo (che Pasolini vedeva) senza una linearità, passando da un'idea all'altra, bensì come interruzione di un flusso, con un'illuminazione".

Allo stesso modo, osserva Bertolucci, alla base dei film di Pasolini c'è "un'idea formale impossibile da definire a parole, che contiene tutto quello che farà".

Quanto ai contenuti, Bertolucci dice di aver ritrovato nella lunga intervista-confessione il Pasolini raccontato di recente nel suo spettacolo teatrale con Fabrizio Gifuni sugli ultimi due anni del regista. Che insisteva sugli stessi concetti: un futuro in cui la modernità dovrà integrare civiltà moderne ed arcaiche, l'ossessione per la civiltà dei consumi ritenuta più fascista del fascismo storico nel suo imporre un'identità attraverso gusti e bisogni indotti.

Osservazioni queste, sottolinea Bertolucci, formulate prima che l'avvento della televisione commerciale imponesse un consumismo ancora più sfrenato.

Tutti problemi, quelli posti da Pasolini nel 1975, che secondo Bertolucci oggi in Italia "continuano a non aver risposta... non c'è nell'arco politico italiano qualcuno che risponda".

Prodotto da Ripley's Film e Cinemazero, Pasolini prossimo nostro è per Bertolucci una sorta di "foto-romanzo" con una rilettura inedita di Salò, una spietata analisi di una società "sempre in bilico sulla voragine del fascismo".

Un grido di allarme ... "che continua ad arrivarci nitido e straziante, a trent'anni di distanza".

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Pasolini rivive a Venezia
in un film di Giuseppe Bertolucci
Intervista di Gianluca D'Agostino, TgCom, 8 settembre 2006

Proiettato a Venezia nella sezione "Orizzonti", "Pasolini prossimo nostro" è un film di Giuseppe Bertolucci dedicato all'autore friulano. Un'opera che trae ispirazione da 50 ore di interviste audio, 3000 metri di negativo cinematografico, 7200 fotografie, centinaia di pagine di trascrizioni audio, 23 mesi di lavoro, tra preparazione, riflessioni, pause, discussioni e ripensamenti. Tgcom ha incontrato il regista Giuseppe Bertolucci.

Com'è nata l''idea di questo film?
Frequentando l'archivio di cinemazero a Pordenone, Angelo Draicchio mi ha proposto di lavorare sul materiale girato da Gideon Bachman e Deborah Beer sul set di Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Qual è stato l'obiettivo immediato?
Creare un monologo attraverso la seduzione della sua voce, del suo sguardo...

Qual è stato il suo rapporto personale con Pier Paolo Pasolini?
È stato un grande amico di famiglia, soprattutto di mio padre; mio fratello è stato il suo aiuto regista nel film Accattone. Insomma, un rapporto molto molto stretto. 

Qual è l'attualità del messaggio di Pier Paolo Pasolini?
Sono i grandi nodi che affronta: la deriva della società dei consumi e la sua anima che è il sistema dei media.

 


Recensioni al film presentato a Venezia da Giuseppe Bertolucci:
Pasolini prossimo nostro
 

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