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Cinema RECENSIONI Bertolucci dà
una sferzata al cinema
Prossimo come vicino, ma anche come colui che, salvificamente, verrà. Giuseppe Bertolucci si defila di qualche spanna, per far posto al personaggio Pasolini Pier Paolo dal set di Salò o le 125 giornate di Sodoma. E quel Pasolini, prossimo nostro è come un invito comune all’attesa, una richiesta cortese e decisa all’ascolto di un pensiero, di un linguaggio, di una personalità come quella di Pasolini e alla visione frammentata e originalmente ricomposta di un film maledetto, odiato, adorato, respinto, censurato. ![]() Salò rimane, infatti, l’exploit poetico/estetico e, contemporaneamente, la summa insuperata di un cinema astratto oltre la barriera dell’osceno, pensato per l’uscita in sala, quando ancora il cinema non era stato soppiantato dal mezzo televisivo. Per chi all’epoca e ancor oggi fatica a cogliere il forte impatto concettuale di un’opera che ha visivamente posto barriere e allontanato, il documentario di Bertolucci ridona una chiara e lapalissiana esposizione di un concetto chiave del pensiero pasoliniano: la metafora del potere che mercifica il corpo umano. «Attorno al ’75, l’anno in cui sono usciti Salò, Novecento, L’albero degli zoccoli, sono stati gli ultimi momenti della centralità del cinema nel dibattito culturale del nostro paese - sostiene Bertolucci -. Ho voluto proporre questo fantasma pasoliniano per incutere un po’ di paura, per fare incazzare, per far riflettere. E questo fantasma continuerà ad affacciarsi finché la politica culturale italiana rimarrà sorda ai grandi contenuti lanciati da Pasolini trent’anni fa». Ed è un fiume in piena, il mite, il malinconico e occhialuto Pasolini sul set al microfono del critico di Sight and Sound, come è assoluta la calma con cui dirige gli attori proprio in quella che sembra la sequenza più violenta e disturbata, quella delle torture esterne alla casa dove si svolge per intero il film. «Ognuno odia il potere che subisce - diceva il regista dal set -. Il potere manipola e trasforma la coscienza con valori alienanti come il consumo. Anch’io tendo ai beni superflui, ma mi salvo con la cultura». Giuseppe Bertolucci sembra aver seguito le sue orme, anche a livello personale, diradando le sue presenze dietro la macchina da presa per quelle fiction come L’amore probabilmente, qui a Venezia nel 2000, che non era stato per niente compreso. «Oggi ho idea che il lavoro del cineasta sia come un lavoro d’altri tempi che sta scomparendo. Godard diceva che da quando il cinema non è più solo, non è più il cinema. Io aggiungo che è un problema di modelli culturali, dove la tv commerciale regna incontrastata. Grazie a questo, ma non solo, il cinema italiano non esiste più come apparato, come sistema industriale. È miracoloso che vengano fuori spontaneamente, come fiori in mezzo al letame, gente, per esempio, come Garrone». * * *
Il risultato è una visione assolutamente inedita di Salò con le immagini fisse al posto delle sequenze cinematografiche. Ad accompagnare le istantanee la voce di Pasolini che nel raccontare il film si lancia anche in uno spietato attacco della società dell'epoca con il tema a lui più caro: «L'ideologia consumistica depaupera l'individuo e lo rende conformista». Aggiungendo un esempio illuminante: «Il contadino tradizionalista e religioso non consumava certe schifezze». Racconta Bertolucci: «Salò l'ho visto tre giorni dopo la morte di Pasolini imbucandomi a una proiezione a cui era stato invitato mio fratello Bernardo. È un film assolutamente unico senza altri esempi nella sua stessa filmografia e in tutta la storia del cinema». Una consuetudine familiare
lega i Bertolucci a Pasolini che visse con la mamma nella loro stessa casa
a Roma. Così Giuseppe ricorda bene la curiosa genesi del film più
sconvolgente e controverso del regista friulano: «È stato
Enrico Lucherini che sulla scia del grande successo del Decameron
di Pasolini pensò a quale altro scrittore erotico ci si poteva ispirare.
La scelta cadde su Sade e la produzione chiamò Pupi Avati a scrivere
la prima sceneggiatura.
* * *
Con Pasolini prossimo nostro evento speciale Orizzonti alla 63a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Giuseppe Bertolucci ha ricostruito in poco più di un'ora, il frutto di 23 mesi di lavoro tra 50 ore di interviste audio, 3.000 metri di negativo e 7.200 fotografie. Un lungo, durissimo sfogo, quello di Pier Paolo Pasolini, scrittore e regista ucciso in circostanze ancora non del tutto chiarite la notte del 2 novembre 1975, pochi giorni prima della presentazione (che fu curata dal fratello di Bertolucci, Bernardo) del suo ultimo provocatorio film, Salò o le 120 giornate di Sodoma. Proprio le immagini di Salò, alcuni spezzoni ma in buona parte scatti in bianco e nero della fotografa inglese Deborah Beer, che lavorò a lungo sul set, fanno da sfondo alle riflessioni di Pasolini, raccolte dal giornalista tedesco Gideon Bachmann. Più che profeta, un Pasolini aruspice, secondo Bertolucci. Un intellettuale capace non di "prevedere" ma di vedere nel presente i segnali che sfuggivano a tutti ma non al suo occhio acuto. Scavando nel reale, proprio come facevano gli indovini dell'antichità scrutando nelle viscere. Il tramonto ineluttabile dell'Italia contadina, l'illusoria libertà promessa da un consumismo che invece impone e massifica, l'impossibilità di comunicare con i più giovani che in quest'Italia cambiata sono nati. Persino l'insensibilità dell'Occidente di fronte a culture e valori del Terzo Mondo. Lavorare su Salò è stato "scoprire come 30 anni fa lo spazio di creatività fosse molto più forte di ora...un film come Salò sarebbe oggi infattibile, inconcepibile", dice a Reuters Giuseppe Bertolucci. "Gli spazi di libertà si sono ristretti", dice il regista, convinto che un film che ispira il dibattito politico, come è stato Salò, non sarebbe oggi possibile, in una scena dominata dalla tv. Ma nel lungo lavoro di realizzazione, a colpirlo maggiormente è stata "la definizione di processo creativo (che Pasolini vedeva) senza una linearità, passando da un'idea all'altra, bensì come interruzione di un flusso, con un'illuminazione". Allo stesso modo, osserva Bertolucci, alla base dei film di Pasolini c'è "un'idea formale impossibile da definire a parole, che contiene tutto quello che farà". Quanto ai contenuti, Bertolucci dice di aver ritrovato nella lunga intervista-confessione il Pasolini raccontato di recente nel suo spettacolo teatrale con Fabrizio Gifuni sugli ultimi due anni del regista. Che insisteva sugli stessi concetti: un futuro in cui la modernità dovrà integrare civiltà moderne ed arcaiche, l'ossessione per la civiltà dei consumi ritenuta più fascista del fascismo storico nel suo imporre un'identità attraverso gusti e bisogni indotti. Osservazioni queste, sottolinea Bertolucci, formulate prima che l'avvento della televisione commerciale imponesse un consumismo ancora più sfrenato. Tutti problemi, quelli posti da Pasolini nel 1975, che secondo Bertolucci oggi in Italia "continuano a non aver risposta... non c'è nell'arco politico italiano qualcuno che risponda". Prodotto da Ripley's Film e Cinemazero, Pasolini prossimo nostro è per Bertolucci una sorta di "foto-romanzo" con una rilettura inedita di Salò, una spietata analisi di una società "sempre in bilico sulla voragine del fascismo". Un grido di allarme ... "che continua ad arrivarci nitido e straziante, a trent'anni di distanza". * * * Pasolini rivive a Venezia
Com'è nata l''idea
di questo film?
Qual è stato l'obiettivo
immediato?
Qual è stato il
suo rapporto personale con Pier Paolo Pasolini?
Qual è l'attualità
del messaggio di Pier Paolo Pasolini?
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Pasolini prossimo nostro |