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Saggistica

«Pasolini, primo prof di friulano»
di Mario Blasoni
Il Messaggero Veneto - Giornale del Friuli, 10 settembre 2007


«Pasolini ci ha insegnato a parlare e a scrivere nella “lenga furlana di Ciasarsa”, quando a scuola il maestro ci sgridava: “Animali, parlate italiano e non friulano!”. Ed era una lingua che fino allora nessuno aveva mai usato se non in famiglia». Alunno alla scuola privata di Pier Paolo negli anni della guerra 1943-’45, funzionario Zanussi e poi imprenditore in proprio fino agli anni ’80, sindaco di Casarsa dal 1964 al ’74, poeta e scrittore (attualmente cura lo Strolic della Filologica), Ovidio Colussi è il testimone (l’unico rimasto assieme a Nico Naldini) di una stagione irripetibile della cultura friulana: l’Academiuta pasoliniana, costituita il 18 febbraio 1945.

I ragazzi dell'Academiuta

Davanti alla sua villetta di via Piave, appena fuori dal centro, sorge il nuovissimo Teatro Pasolini, che la comunità casarsese ha voluto costruire e dedicare al Maestro di quegli anni lontani. Tra libri, documenti, ritagli e manoscritti che affollano il luminoso studio in mansarda, Colussi privilegia le carte di allora e mostra – con commozione e orgoglio – i quaderni e i fogli con le piccole correzioni a matita fatte dal giovane laureando che gli allievi chiamavano «professore» anche se aveva solo pochi anni più di loro.

«Ci diceva: il friulano è una lingua e non un dialetto e ci faceva scrivere pensierini e poesie. Era educato, comprensivo, mai un rimprovero, mai alzato la voce. E le lezioni ce le faceva pagare pochissimo... Quanto agli scandali, ai processi, a tutto quello che gli è capitato poi, noi l’abbiamo saputo, indirettamente, molto tempo dopo!».

Ovidio è nato nel 1927 in una famiglia contadina, penultimo dei sei figli (di cui cinque maschi) di Sante e Gemma Colussi. «Finite le elementari, a 11 anni ero troppo piccolo per andare nei campi, così ho fatto il ripetente volontario della quinta. Poi mi hanno mandato a bottega dal fabbro Berto Nìcul, ma dopo un anno, grazie a un coadiutore di Casarsa sono finito dai salesiani a Torino. Per poco, perché è cominciata la guerra e i bombardamenti mi hanno costretto a tornare a casa».

Ma anche Casarsa, col ponte e la ferrovia, sarà presa di mira dagli aerei anglo-americani. Nell’ottobre 1943 il giovane Pasolini, sfollato da Bologna e poi dalla stessa Casarsa, apre la sua scuoletta privata nella frazione di San Giovanni, coinvolgendo come insegnanti gli amici, maestri elementari, Bortotto e Castellani e alcuni ufficiali rimasti bloccati in paese dopo l’armistizio e l’occupazione tedesca. E come allievi gli studenti – dalle medie all’avviamento, dal ginnasio al liceo – che, in quella situazione, non potevano andare su e giù a Udine o a Pordenone.

«Mi insegnava italiano. Nel ’44 ho potuto superare l’esame di terza avviamento e poi, finita la guerra, completare gli studi diplomandomi perito meccanico al Malignani». Ma le iniziative di Pasolini per il gruppo dei suoi ragazzi non si limitavano alle lezioni scolastiche. Oltre ai corsi di friulano, la domenica pomeriggio in casa Colussi si ascoltava musica (lui e l’amica Pina Kalz, insegnante al conservatorio di Lubiana, al violino, Castellani alla chitarra). Per recitare e cantare in friulano riuscì a metter su una piccola filodrammatica e un coro, poi addirittura una mini-compagnia di “Arte e spettacoli vari”.

Per riunire e dare corpo a tutte queste attività nacque, appunto, l’Academiuta di lenga furlana. Dieci i fondatori: con Pier Paolo, il cugino Naldini, Bortotto, la Kalz, Ovidio Colussi e suo fratello Ermes (lascerà presto il sodalizio, emigrando in Australia e poi farà l’imprenditore a Casarsa), Bruno Bruni, Fedele Girardi, i pittori Federico De Rocco e Virgilio Tramontin. De Rocco disegnò il logo del sodalizio (un cespo di ardilùt) e precoce fotografo Elio Ciol, allora quattordicenne (diventerà presto quel maestro dell’obiettivo che tutti conoscono!), immortalò il gruppo di fondatori e allievi sul prato di Versuta, davanti alla chiesa di Sant’Antonio Abate, dove il gruppo si dava convegno.

Nell’aprile 1944 uscì il primo Stroligut, con prose e poesie dei ragazzi di Pasolini, «entusiasti» – come ripete oggi Colussi – di questa emozionante esperienza letteraria. L’attività dell’Academiuta proseguì fino al 1947, quando uscì l’ultima pubblicazione, la quinta dopo quattro Stroligut, col titolo di Quaderno romanzo. Memorabile fu la “spedizione” a San Daniele il 21 settembre ’45, al congresso della Filologica, per cercare di vendere il terzo Stroligut della serie, appena uscito. «Pier Paolo, Castellani, Girardi e io partimmo in bicicletta con un pacco di quasi trecento libretti. Al congresso, che delusione!, offrimmo, girando per ore tra i partecipanti, il nostro Stroligut. Qualcuno lo sfogliava, qualcuno chiedeva: Che roba zeela? Cosa costelo? E la conclusione era la stessa: No grassie! A un certo punto, però, uno dei delegati chiamò Pasolini vicino a sé, si alzò, fece fare silenzio e disse: “Vedete questo giovane? Farà molta strada. Tra non molto sentirete parlare di lui. Comperategli lo Stroligut”. Era Chino Ermacora, uno che - oggi lo chiameremmo talent scout - di Pier Paolo aveva capito tutto. Ma, nonostante la “spinta” del noto giornalista, il bilancio... economico della giornata fu comunque negativo: vendemmo appena una trentina di copie».

E nel ’47 l’incanto si ruppe. Nella politica italiana soffiava il vento della “guerra fredda” e anche in piccole realtà come San Giovanni e Casarsa si ersero le barriere ideologiche. «Pasolini si iscrisse al Pci, mentre noi ragazzi gravitavamo intorno agli ambienti cattolici. Io continuavo a portargli a vedere le mie poesie, quando insegnava alle medie di Valvasone, ma non ci si incontrava più». Poi nel 1949 ci fu il noto “scandalo di Ramuscello”, che indusse Pasolini a lasciare il paese, con la madre, e a trasferirsi a Roma.

Colussi nel ’50 si è diplomato al Malignani, poi è entrato alla Rex dove ha lavorato per 13 anni. Ebbe un eccellente rapporto col cavaliere del lavoro Lino Zanussi e divenne prima caporeparto, poi direttore del settore Grandi cucine. «Ti manca solo di fare il paròn» gli disse il grande imprenditore. Detto e fatto. Ovidio si è messo in proprio, come accennato, producendo, a Casarsa attrezzature per sale operatorie e impianti di sterilizzazione («avevo 120 operai»). Un’esperienza che lo ha portato a viaggiare (Europa, Stati Uniti, Sud America) e si è conclusa nel 1983.

Ma ha fatto anche altre attività, tra cui l’amministatore di società. Ed è stato sindaco per un decennio, contribuendo alla ripresa e lo sviluppo di Casarsa dopo le distruzioni della guerra (in uno dei più feroci bombardamenti alleati, il 4 marzo ’45, ha perso il padre e uno zio, uscendone salvo per miracolo). Fu proprio quand’era sindaco che ha rivisto, due volte, Pasolini. Nel 1965, sul treno, mentre andava a Roma, per alcune opere pubbliche: Pier Paolo si preoccupò per la tutela ambientale della “sua” Casarsa. La seconda volta fu nel 1969, quando il poeta-regista girava il film Medea, con la Callas, a Grado e venne a salutare la madre. «C’era una piccola folla in piazza, davanti alla casa Colussi, che lo aspettava. La grande cantante firmava autografi e a mia moglie, che non si trattenne dall’esclamare: «Ma a è tan pi biela di chel ca somea tai cines!», rispose sorridendo: “Oh... grazie signora!”, dimostrando di capire anche il friulano!».
Ovidio Colussi ha compiuto 80 anni lo scorso gennaio. Rimasto vedovo nel ’98, dopo 45 anni di matrimonio con la codroipese Nives Piccini, ha tre figli: Gina che insegna lettere a Roma, Paola medico a Vicenza e Bernardo commercialista a Pordenone. E quattro nipoti. Il suo hobby è curare il giardino (e l’orto) di casa, ma lo chiamano a parlare dell’Academiuta (presto andrà al Fogolar di Roma), vengono a cercarlo gli studenti, persino dagli Stati Uniti, per le tesi pasoliniane.

Dal 1990 dovrebbe fare il pensionato, ma scrive ancora, come ha fatto in tutti questi anni (sempre nel friulano di Casarsa) onorando gli insegnamenti del Maestro. Raccolte di poesie e romanzi, tra i quali vanno citati almeno Il Paròn, un “ritratto” di Lino Zanussi, e Il Pilustrat, sul servizio militare dei friulani sotto l’Austria. Infine, Memorie di un accademico (in italiano e friulano) nel 2003. Ha vinto molti premi (Filologica, Cortina, San Simone). Una laureanda di Latisana, Silvia Bertosso, ha fatto una tesi su di lui, su “il contributo di Ovidio Colussi alla storia del romanzo in friulano”. Tutto all’insegna dell’Academiuta? «Direi di sì, anche se sono passati sessant’anni. Ricordo sempre che Pasolini, quando Bortotto in una lettera gli chiese se l’Academiuta dovesse considerarsi chiusa, finita, gli rispose: fin che resterà attivo anche uno solo dei suoi componenti, vivrà!».

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INVITO ALLA LETTURA:
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