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Notizie Roma, la mostra che
strappa la pelle
S'intitola Identificazione la mostra, a cura di Achille Bonito Oliva, che nasce dal ritrovamento, più o meno fortunoso, e dal riciclaggio artistico di circa ottomila foto di questura scattate a Roma negli anni Cinquanta e Sessanta, con propaggini forse anche nei primissimi Settanta. Materiale vario nella sua pur necessitata disponibilità poliziesca: identikit di sicuri colpevoli, di sospetti, di gente scomparsa nel nulla; foto segnaletiche eseguite dopo i fermi, sia del tipo frontale sia di profilo ("le gemelle"); volti e figure di esseri umani che i fotografi di San Vitale, sede della questura, disponevano in posa lungo linee di valutazione antropometrica; immagini di arresti come pure ostensione di arrestati da parte degli stessi poliziotti; ritratti di personaggi da tenere o già tenuti sotto osservazione. Quindi le foto dei corpi di reato, strumenti della violenza, attrezzi del mestiere dei ladri e degli spacciatori di quel tempo, fantastici kit da scassinatori, barattoli di marmellata pieni di cocaina; e infine le refurtive, dalle opere d'arte agli alimentari, ammonticchiati in depositi spogli, autentici magazzini del maltolto. Nella collezione si trovano pezzi di repertorio che stringono il cuore, lampi al magnesio sulla tragedia e la commedia di quell'Italia ormai irriconoscibile, eppure eterna: dall'istantanea del truffatore che "all'interno di una caverna naturale sita nei pressi del lago di Bracciano" illustra e si prepara a vendere al merlo di turno il progetto di costruzione di un rifugio anti-atomico, fino a un sorriso che nulla apparentemente ha a che fare con i ceffi della raccolta questurina, allora giri la foto e: "Bambina sconosciuta di circa dieci mesi trovata il 25 gennaio 1964 nella Chiesa della Consolazione". Non tutte le immagini hanno la loro didascalia, scritta a penna, con nome e cognome del soggetto e a volte i riferimenti al caso giudiziario. Sono quasi tutti ignoti i personaggi ritratti. I travestiti incredibili di quegli anni, una con la fascia, l'abituccio strizzato e la sigaretta accesa, quasi appagata davanti all'obiettivo. Le maitresse dell'arcaica prostituzione romana, le "ricottare", scure, grasse, con folte sopracciglia unite e baffi, addirittura. Un gruppo di banditi che sembrano briganti dell'Ottocento, esposti come un trofeo. Due arabi ripresi in costume da bagno a Ostia, felici e ovviamente ignari del pedinamento ottico. Tra le mille facce ce n'è una, invecchiata ma impassibile, di cui l'autorità di Ps non può fare a meno di segnalare il soprannome, "Il Gallo", ed è impressionante la somiglianza con l'orgoglioso pennuto che dà la sveglia alla campagna. Migliaia di volti si affacciano dal cartellone che Giuseppe Casetti ha appeso nel piccolo spazio espositivo, come officiando un rito di pietas. "I loro sguardi ci confidano un dolore senza redenzione e non ci permettono di soffermarci a guardarli - scrive nel catalogo - possiamo solo sbirciare quei volti per non essere coinvolti nella tragicità dei loro percorsi emotivi". Quello con il cerotto, segno di probabili percosse nelle camere di sicurezza. La ragazza nera e sorridente in abito da sera, il giovane che avrà fatto la classica stupidaggine e ora si trova nei guai, il finto buono con la cravatta, tutto elegante, e quello che non vorresti mai incontrare da solo, di notte, dietro l'angolo: brutta faccia, si diceva un tempo, faccia da galera. Bene, ridotti ormai a carta da parati, tutti potrebbe addirittura salvarli l'arte. Iperrealismo. Nuova oggettività tedesca. Scrive Achille Bonito Oliva: "La galleria di furfanti sembra totalmente impostata sotto l'ottica di un'unica poetica, la stessa adoperata da Warhol e basata sull'impersonalità, sull'oggettività e sulla neutralità". Allo stesso modo si trasfigurano gli utensili del crimine, fotografati "secondo un'ottica duchampiana del ready-made, dell'oggetto bello e fatto che si trova ad avere una funzione diversa rispetto a quella abituale: l'ascia che forse avrà decapitato una persona; il martello che, invece di essere utilizzato per costruire un armadio, avrà fracassato un cranio; il giravite che, invece di compiere un giro virtuoso per sistemare una porta, avrà magari scassinato una banca; il paio di guanti che, invece di proteggere le mani, sarà servito a non lasciare impronte". Per non dire le refurtive: i mucchi di sigarette di contrabbando sequestrate come nelle celebri scatole "Brillo", sempre di Warhol; l'ammasso di televisori trafugati che ricordano all'illustre critico d'arte una video-installazione di Nam June Paik. Chissà come la prenderebbe l'ignoto fotografo della questura. Chissà con quali parole proverebbe a spiegargliela Giuseppe Casetti. Personaggio rimarchevole, senz'altro, molto romano, lunghi e folti capelli grigi, occhio svelto, figlio di artisti e artista anche lui, libraio antiquario eccentrico e raffinato (la libreria Maldoror, l'amicizia e le prime mostre della grande fotografa Francesca Woodman, suicida a ventitré anni), generoso protettore e anfitrione di barboni e diseredati, da sempre al centro di un network di rigattieri, robivecchi, stracciaroli che rifornivano i portieri di scope e varechina, gente che "va pe' cassoni", ora sostituiti da zingari e rumeni con i loro carrelli da supermercato e un lungo ferro con l'uncino. Lui stesso, da giovane, ha frequentato i maceri della carta, posti pazzeschi, sozzeria inimmaginabile, "Bordoni", "Ponte Aniene", "Santa Rita" a Pietralata. È lì che ha intravisto la sua vocazione e in fondo la sua isola del tesoro. Perché la gente butta tutto, di solito terribilmente in fretta, e non sa quel che butta. Ricordi e racconti formidabili di cantine, fabbriche e case da svuotare. La straordinaria collezione di libri di caccia del barone Stacchini; l'archivio de Il Giornale della Sera con disegni di Guttuso, Perilli, Dorazio, Consagra; lo scatolone pieno di biglietti d'auguri e disegnini ricevuti per Natale dalla direttrice della Galleria d'Arte Moderna Palma Bucarelli dagli artisti di tutto il mondo; la primissima edizione (1911) di un libro di Anton Giulio Bragaglia, quando ancora il futurismo non andava di moda; una quantità di disegni erotici di Giovanni Stradone, rabbiosamente gettati via dalla vedova; due sacconi di preziosissima "immondizia" rilevati - il classico colpo di fortuna - nell'abitazione di Gaspero Del Corso, il marito di Irene Brin, nonché fondatore della galleria d'arte "L'obelisco". A Porta Portese, la mattina presto, con la torcia elettrica, Casetti ha trovato un Fontana; e sempre lì, una indimenticabile mattina, un colpo di vento gli ha messo tra i piedi un Galla; mentre un Savinio, beh, gli è capitato di trovarlo nel portabagagli di un'automobile. E però sono le foto la sua vera malattia. Le foto della gente qualunque: dalle fidanzate nude alle ombre che i dilettanti si divertono a riprendere; dalle "acefale", ossia le foto venute male, con le persone tagliate fuori, ai giochi di società, ai balli nelle crociere, ai salti degli sportivi, ai baci, alle trasformazioni della città come sfondo, sposini, parenti, comitive. Fino all'abbondante e straordinario repertorio di personaggi che, naturalmente inviando la propria icona in posa, si offrono di partecipare a Pronto, Raffaella. Album di famiglia, migliaia di immagini di sconosciuti che lui accarezza, spulcia e classifica secondo logiche che ormai rendono Casetti, più che un semplice venditore, un sociologo, un urbanista, un antropologo, uno storico dell'immaginario italiano. L'archivio fotografico criminale gli è arrivato in due classiche buste della spesa in cellophane. Molte immagini umide, alcune rovinate, diversi doppioni. Gli spazi sono sempre tiranni. Anche in quel caso qualcuno aveva fatto pulizia. "La fotografia - scrive Bonito Oliva - è uno strappo della pelle dalla realtà". Il soggetto ripreso, secondo uno scritto di Giorgio Agamben su Mario Dondero (altra passione di Casetti), "esige da noi qualcosa. Anche se la persona fotografata fosse oggi completamente dimenticata, anche se il suo nome fosse cancellato per sempre dalla memoria degli uomini, ebbene malgrado questo - anzi precisamente per questo - quella persona, quel volto esigono il loro nome, esigono di non essere dimenticate". E così è. A parte qualche spia araba, storie di regolamenti di conti tra libici, nella raccolta non ci sono personaggi famosi. O forse la cronaca è troppo lontana per tornare alla memoria. Eppure, sul retro di un'istantanea - anch'essa parecchio duchampiana - di rotoli di stoffa rubati, si trova scritto, per mano di poliziotto: "Cristo 63, teatro laboratorio Roma libera, capocomico Bene Carmelo, accusati atti osceni, spettacolo sospeso in violazione legge tutela della pubblica moralità". Poco avanti, nel mucchietto, ritratto dietro un bancone e alle spalle una sfilata di biscotti Oro Saiwa, compare il ragazzo che nel novembre 1961, al Circeo, subì una pretesa "aggressione" e una "rapina" da parte di Pier Paolo Pasolini. Un caso e un processo di cui allora si parlò a lungo, e che lo stesso poeta ha ricordato cinque anni dopo in una sua autobiografia in versi: "Lì dentro, c'era un ragazzo torvo, / col grembiule credo di ricordare, i capelli / fitti da donna, / la pelle pallida e tirata, una certa folle innocenza negli occhi, / di santo ostinato, di figlio che si vuole uguale alla madre". Ed è proprio così, ma sul serio. Anche lui, che pure si presenta come una specie di vittima, invoca indulgenza. La raccolta poliziesca coglie l'Italia ancora lontana dal crinale della grande mutazione antropologica che giusto Pasolini cominciò a profetizzare nei primi anni Settanta. E lo dicono proprio le facce dei ragazzi e delle ragazze di vita, i ciuffi a banana, i fiocchetti, le espressioni spavalde o intimidite, ebeti o volpine, e i baffi, i baffetti, le barbe non fatte, le acconciature trasandate, le donne rigorosamente senza trucco. Torna alla mente tutta una allegra cinematografia che ha il suo caposaldo ne I soliti ignoti, con i loro attrezzi, la loro umanità, la loro fame. Nel complesso una malavita artigianale e che si attacca a tutto e di tutto si accontenta: ciotolette pseudo-etrusche, tappeti, onorificenze, manine d'avorio per grattarsi, animali impagliati, pellicce spelacchiate, registratori Geloso. Quando non è l'economia della sussistenza a prenotarsi un posto in prima fila nella galleria criminale: scatole di tonno, coperte, materassi, pneumatici, cerchioni, una povera sveglia, una paio di occhiali, rotti per giunta. Pare di cogliere ancora l'ombra lunga della guerra. Il consumismo è lontano. La crepa apocalittica non si è ancora aperta. E dunque, e comunque: "A che serve la critica? Perché scrivere?" è la frase di Constantin Brancusi che Casetti ha posto a suggello della sua mostra: "Perché non limitarsi a far vedere delle fotografie?". "Queste foto sono della polizia".
la mostra finisce sotto sequestro
Si sono portati via mostra e catalogo: le ottomila fotografie raccolte ed esposte da Giuseppe Casetti nella mostra "Identificazione", curata da Achille Bonito Oliva, sono tornate da dove provenivano e da dove, forse, non sarebbero mai dovute uscire: dall´archivio delle forze dell´ordine. Ieri mattina i carabinieri del Comando patrimonio culturale sono entrati nella galleria "Museo del Louvre" in via della Reginella e hanno sequestrato tutto: le migliaia di identikit e di immagini dei corpi di reato, ma anche i cataloghi della mostra - recensita da Filippo Ceccarelli sull´ultima edizione di "La domenica di Repubblica" - che sarebbe stata inaugurata ieri sera alle 18. I militari hanno interrogato per ore l´organizzatore della mostra, il libraio e antiquario Casetti, nel tentativo di ricostruire la catena di passaggi che ha portato nelle sue mani quelle immagini evidentemente ancora riservate, nonostante siano trascorsi tanti anni da quando furono scattate. Si tratta infatti di fotografie di questura degli anni Cinquanta e Sessanta, qualcuna forse anche dei primi anni Settanta. A cavallo tra cronaca e storia, dunque, ma anche tra storia e arte nelle intenzioni dei curatori. Su segnalazione della sovrintendenza archivistica di Stato, allarmata dopo aver letto l´articolo pubblicato su Repubblica, ieri mattina è scattato il blitz con il sequestro delle tavole. Tutto il materiale fotografico e documentaristico delle forze dell´ordine giudicato non più rilevante per le indagini - spiegano i carabinieri - viene trasferito all´archivio di Stato che può mandarlo al macero o conservarlo. In nessun caso, però, quelle immagini sarebbero potute finire, com´è accaduto, nelle due buste di cellophane con cui sono arrivate al libraio antiquario. Sono immagini antiche, sì, ma non abbastanza da appartenere alla storia: molte delle persone ritratte sono ancora vive. Così ieri alle 18, alla vernice in vicolo della Reginella, un centinaio di persone hanno potuto ammirare solo un cartello scritto a mano e appeso alla vetrina: «Mostra arrestata». Casetti, arrabbiato ma soprattutto preoccupato, ha preferito non parlare con i giornalisti. Ma lo ha fatto a lungo con tutti gli amici e appassionati venuti per l´inaugurazione, raccontando la sua giornata più nera fatta di «un interrogatorio lunghissimo, durato ore, come se fossi un criminale». «Sono cose da anni ´70, è davvero un´italietta. Siamo in mano agli ignoranti», si sfoga il libraio nel vicolo sempre più affollato per la sorpresa. «Credevo fosse una performance, non ci posso credere che abbiano davvero arrestato la mostra», dice un ragazzo tra un capannello di amici. Nel vicolo arriva anche Bonito Oliva, e anche lui naturalmente offre la sua piena solidarietà: «Hai capito perché lo hanno fatto? È chiaro - dice a Casetti - ma adesso noi dobbiamo rispondere. Scriverò qualcosa io».
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