"Pagine
corsare"
Notizie
A Zurigo, Salò
censurato trent’anni dopo
di Benno Gasser
.
Tages
Anzeiger [quotidiano di Zurigo] 10 febbraio 2007
TSI,
Telegiornale Svizzera Italiana 12 febbraio 2007
.
Con
due interviste su Salò a Pasolini: "Il
sesso come metafora del potere" del 25 marzo 1975 dal “Corriere
della Sera”; De Sade e l'universo dei consumi
di Gideon Bachmann, realizzata a Cavriana (Mantova) il 2 maggio 1975, una
nota su Pasolini prossimo nostro di Giuseppe
Bertolucci e un breve cenno ai processi subiti
dal film nel 1975-76. Inoltre, un commento
dal blog "georgiamada". Nella colonna di destra,
alcuni fotogrammi dal film.
Notizia del 12 febbraio 2007,
aggiornata il 14 febbraio
* * *
Cinema: a Zurigo
polizia ci ripensa,
sì a Salò
di Pasolini
Zurigo, 14 feb. 20:00 - (Adnkronos/ats)
- Alla fine il controverso film del regista italiano Pier Paolo Pasolini
Salo' o le 120 giornate di Sodoma potra' essere proiettato. La polizia
comunale di Zurigo, che ne aveva vietato la proiezione, ha fatto marcia
indietro.
In seguito a numerose reazioni e
colloqui e basandosi sulle sentenze decretate da diversi tribunali dei
paesi confinanti con la Svizzera, la polizia di Zurigo ha deciso di autorizzarne
la visione in virtù del valore artistico dell'opera, indica
un comunicato odierno. Il film potrà così essere visionato
a patto che vengano rispettati i criteri di età previsti dalle disposizioni
per la protezione dei minori.
[...]
|
Nel corso di una retrospettiva
cinematografica in corso a Zurigo nella chiesa riformata di St Jakob, domani
avrebbe dovuto essere presentato al pubblico Salò o le 120 giornate
di Sodoma, l'ultimo film del regista italiano Pier Paolo Pasolini.
La proiezione non vi sarà. Una discussione intervenuta tra gli organizzatori
del Cinema Xenix e la polizia non ha modificato la decisione della polizia,
che ha perseverato nelle sue minacce di denuncia e di confisca del film
nel caso fosse stato proiettato. Il capo programmatore della "Cinema Xenix"
, Beat Schneider, è stato costretto ad annullare la presentazione
del film, che faceva parte della "Retrospettiva Pasolini" in corso.
L’opera di Pasolini del 1975,
con le sue scene di tortura e di sesso, è stata giudicata troppo
"spinta" e violenta. A Zurigo, d’altronde, il film era già uscito
in altre occasioni. Il professore di diritto penale Daniel Jositsch non
riesce a comprendere questo divieto di proiezione. Per l’esperto di diritto,
“il valore culturale del film di Pasolini è indiscusso. Nel film
vi sono scene di violenza e di esibizione di forza bruta. Tuttavia, si
tratta di un'opera di forte valore artistico”. Il professore sostiene anche,
a questo punto, che per coerenza dovrebbero essere sequestrati tutti i
Dvd e Vhs disponibili nei negozi di prodotti multimediali. Il portavoce
della polizia, Mario Cortesi, precisa che anche videocassette o Dvd potrebbero
essere sequestrati in seguito a denunce specifiche.
Ma, ancora secondo il professor
Jositsch, se gli organizzatori della "Retrospettiva Pasolini" avessero
proiettato il film in discussione, tutto lascia credere che sarebbero stati
presumibilmente assolti in un eventuale processo. Ribadisce che è
chiaro come si tratti di un’opera di ingegno, culturale, e che descrive
una reale situazione politica.
Anziché la visione
del film vi sarà una discussione, domenica 12 febbraio, nella chiesa
di St Jakob, che sostituisce temporaneamente la sala cinematografica attualmente
in restauro. La "Retrospettiva Pasolini", dicono gli organizzatori, è
stata comunque un successo, con oltre tremila spettatori. (a.m.)
------------------------
Scrive tra l'altro il 14
febbraio Georgiamada nei
commenti del suo post
nel quale annuncia la censura di Zurigo a Salò:
«Quando ho visto il
film la prima volta per me è stata dura. Era di Pasolini, amavo
Pasolini e quindi ero disposta a tutto, però fu dura: un bel pugno
nello stomaco, mi sembrava ben oltre una qualsiasi realtà immaginabile,
lo avrei censurato (se avessi mai avuto il potere o la voglia di censurare
qualcosa). Il divario tra il film e la mia realtà era immenso, incolmabile
e quindi non poteva essere un film terrificante né angoscioso, ma
solo vagamente disgustoso.
L'ho rivisto dopo Abu Ghraib*
e l'esperienza è stata diversissima, la realtà aveva superato
il film e il mio terrore era ormai palpabile.
Il disgusto per il film
era sparito, la stima per Pasolini aumentata, il disgusto per la Realtà
senza più limiti. (geo)
* La prigione di Abu Ghraib
è l'istituto di detenzione situato nella omonima città di
Abu Ghraib (Abu Ghurayb, Iraq), dall'aprile del 2004 al centro di una storia
di brutali sevizie e umiliazioni ai danni di detenuti iracheni compiute
da parte di soldati statunitensi e britannici di servizio in quel carcere.
* * *
Ripropongo qui di seguito
due interviste su Salò o le 120 giornate di Sodoma a Pasolini,
nonché un articolo
sull'ultimo film di Giuseppe Bertolucci, Pasolini prossimo nostro.
Il sesso come metafora
del potere
Dal “Corriere della Sera”,
intervista del 25 marzo 1975
[Ora in Pasolini per
il cinema, a cura di Walter Siti e Franco Zabagli. Tomo II. Meridiani
Mondadori 2001]
Questo film ha dei precedenti
nella sua opera?
Sì. Le ricordo Porcile.
Le ricordo anche Orgia, un’opera teatrale di cui ho curato io stesso
la regia (a Torino, nel ’68). L’avevo pensata nel 1963, e scritta tra il
’65 e il ’68 come del resto Porcile, che era anch’esso un’opera
teatrale. Originariamente doveva essere un’opera teatrale anche Teorema
(uscito nel ’68). De Sade c’entrava attraverso il teatro della «crudeltà»,
Artaud, e, per quanto sembri strano, anche attraverso Brecht, autore che
fino a quel momento avevo poco amato, e per cui ho avuto un improvviso,
anche se non travolgente amore appunto in quegli anni antecedenti alla
contestazione. Non sono contento né di Porcile né
di Orgia: lo straniamento e il distacco non fanno per me, come del
resto la «crudeltà».
E allora Salò?
E vero, Salò
sarà un film «crudele», talmente crudele che (suppongo)
dovrò per forza distanziarmene, fingere di non crederci e giocare
un po’ in modo agghiacciante... Ma mi lasci finire il discorso sui «precedenti».
Nel ’70 ero nella valle della Loira. Facevo dei sopralluoghi per il Decameron.
Sono stato invitato a fare un dibattito con gli studenti dell’Università
di Tours. Lì insegna Franco Cagnetta, il quale mi ha dato da leggere
un libro su Gilles de Rais e i documenti del suo processo, pensando che,
potesse essere un film per me. Ci ho pensato seriamente per qualche settimana
(è uscita in Italia in questi mesi una bellissima biografia di Gilles
de Rais, a cura di Ernesto Ferrero). Naturalmente poi ci ho rinunciato.
Ero ormai preso dalla Trilogia della Vita.
Perché?
Un film «crudele»
sarebbe stato direttamente politico (eversivo e anarchico, in quel momento):
quindi insincero. Forse ho sentito un po’ profeticamente che la cosa più
sincera dentro di me, in quel momento, era fare un film su un sesso la
cui gioiosità fosse un compenso - come infatti era - alla repressione:
fenomeno che stava per finire ormai per sempre. La tolleranza di lì
a poco avrebbe reso il sesso triste e ossessivo. Ho evocato nella Trilogia
i fantasmi dei personaggi dei miei film realistici precedenti. Senza più
denuncia, ovviamente, ma con un amore così violento per il «tempo
perduto», da essere una denuncia non di qualche particolare condizione
umana ma di tutto il presente (permissivo per forza). Ora siamo dentro
quel presente in modo ormai irreversibile: ci siamo adattati. La nostra
memoria è sempre cattiva. Viviamo dunque ciò che succede
oggi, la repressione del potere tollerante, che, di tutte le repressioni,
è la più atroce. Niente di gioioso c’è più
nel sesso. I giovani sono o brutti o disperati, cattivi o sconfitti.
E questo che vuole esprimere
in Salò?
Non lo so. Questo è
il «vissuto». Certo non ne posso prescindere. È uno
stato d’animo. È quello che cova nei miei pensieri e che soffro
personalmente. Dunque è questo forse ciò che voglio esprimere
in Salò. Il rapporto sessuale è un linguaggio (ciò,
per quanto mi riguarda, è stato chiaro ed esplicito specialmente
in Teorema): ora i linguaggi o sistemi di segni cambiano. Il linguaggio
o sistema di segni del sesso è cambiato in Italia in pochi anni,
radicalmente. Io non posso essere fuori dell’evoluzione di alcuna convenzione
linguistica della mia società, compresa quella sessuale. Il sesso
è oggi la soddisfazione di un obbligo sociale, non un piacere contro
gli obblighi sociali. Da ciò deriva un comportamento sessuale appunto
radicalmente diverso da quello a cui io ero abituato. Per me dunque il
trauma è stato (ed è) quasi intollerabile.
In pratica, per quanto
riguarda Salò…
Il sesso in Salò
è una rappresentazione, o metafora, di questa situazione: questa
che viviamo in questi anni: il sesso come obbligo e bruttezza.
Mi sembra di capire, però,
che in lei ci siano anche altre intenzioni meno interiori; forse, ma più
dirette...
Sì, ed è a
queste che voglio arrivare. Oltre che la metafora del rapporto sessuale
(obbligatorio e brutto) che la tolleranza del potere consumistico ci fa
vivere in questi anni, tutto il sesso che c’è in Salò
(e ce n’è in quantità enorme) è anche la metafora
del rapporto del potere con coloro che gli sono sottoposti. In altre parole
è la rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama
la mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa (attraverso
lo sfruttamento). Dunque il sesso è chiamato a svolgere nel mio
film un ruolo metaforico orribile. Tutto il contrario che nella Trilogia
(se, nelle società repressive, il sesso era anche un’irrisione innocente
del potere).
Ma le sue Centoventi
giornate di Sodoma non si svolgono appunto a Salò nel 1944?
Sì, a Salò,
e a Marzabotto. Ho preso a simbolo di quel potere che trasforma gli individui
in oggetti (come per esempio nei migliori films di Miklés Janksó)
il potere fascista e nella fattispecie il potere repubblichino. Ma, appunto,
si tratta di un simbolo. Quel potere arcaico mi facilita la rappresentazione.
In realtà lascio a tutto il film un ampio margine bianco, che dilata
quel potere arcaico, preso a simbolo di tutto il potere, e abbordabili
alla immaginazione tutte le sue possibili forme... E poi... Ecco: è
il potere che è anarchico. E, in concreto, mai il potere è
stato più anarchico che durante la Repubblica di Salò.
E De Sade, che c’entra?
C’entra, c’entra, perché
De Sade è stato appunto il grande poeta dell’anarchia del potere.
Come?
Nel potere - in qualsiasi
potere, legislativo e esecutivo - c’è qualcosa di belluino. Nel
suo codice e nella sua prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere
attualizzabile la più primordiale e cieca violenza dei forti contro
i deboli: cioè, diciamolo ancora una volta, degli sfruttatori contro
gli sfruttati. L’anarchia degli sfruttati è disperata, idillica,
e soprattutto campata in aria, eternamente irrealizzata. Mentre l’anarchia
del potere si concreta con la massima facilità in articoli di codice
e in prassi. I potenti di De Sade non fanno altro che scrivere Regolamenti
e regolarmente applicarli.
Scusi se torno alla pratica:
ma in pratica come tutto ciò si realizza nel film?
È semplice, più
o meno come nel libro di De Sade: quattro potenti (un duca, un banchiere,
un presidente di tribunale e un monsignore), ontologici e perciò
arbitrari, «riducono a cose» delle vittime umili. E ciò
in una specie di sacra rappresentazione, che seguendo probabilmente quella
che era l’intenzione di Sade, ha una specie di organizzazione formale dantesca.
Un Antinferno, e tre Gironi. La figura principale (di carattere metonimico)
è l’accumulazione (dei crimini): ma anche l’iperbole (vorrei giungere
al limite della sopportabilità).
Chi sono gli attori che
rappresentano i quattro mostri?
Non so se saranno mostri.
Comunque non meno e non più delle vittime. Nello scegliere gli attori
ho fatto la solita contaminazione: si tratta di un generico che in più
di vent’anni di lavoro non ha mai detto una battuta, Aldo Valletti; di
un mio vecchio amico delle borgate romane (conosciuto ai tempi di Accattone!),
Giorgio Cataldi; di uno scrittore, Uberto Paolo Quintavalle, e infine anche
di un attore, Paolo Bonacelli.
E chi saranno le quattro
«megere» narratrici?
Saranno tre bellissime donne
(la quarta nel mio film fa la pianista, perché i Gironi sono appunto
tre): Helene Surgère, Caterina Boratto e Elsa de’ Giorgi. La pianista
sarà Sonia Saviange. Le due attrici francesi le ho scelte dopo aver
visto a Venezia il film Femmes Femmes di Vecchiali: bellissimo film
in cui le due attrici, per restare nel contesto linguistico francese, sono
«sublimi» (ma veramente).
E le vittime?
Tutti ragazzi e ragazze
non professionisti (almeno in parte: le ragazze le ho scelte tra delle
fotomodelle, perché naturalmente dovevano avere dei bei corpi e,
soprattutto, non dovevano avere paura di mostrarli).
Dove gira?
A Salò (esterni),
a Mantova (interni ed esterni in cui si svolgono rapimenti e rastrellamenti),
a Bologna e dintorni: il paesetto sul Reno sostituirà il distrutto
Marzabotto.
So che sono due settimane
che sono cominciate le riprese. Può dire qualcosa del suo lavoro?
Me lo risparmi. Non c’è
niente di più sentimentale di un regista che parla del suo lavoro
sul set.
De Sade e l’universo
dei consumi
Intervista rilasciata
a Gideon Bachmann e realizzata a Cavriana (Mantova)
il 2 maggio 1975, durante
le riprese di Salò.
[da Pier Paolo Pasolini.
Il cinema in forma di poesia, a cura di L. De Giusti, Cinemazero, Pordenone
1979]
Questo film è un’allegoria?
e di che cosa?
Sì, lo è;
però non è un vero e proprio apologo, come era Teorema,
ad esempio. Stavolta il sesso ha una funzione metaforica, e quindi il film
non è una favola ma una grande metafora, almeno nelle mie intenzioni.
Come dicevo in quella specie di autocritica sul «Corriere della Sera»,
il sesso questa volta è la metafora del rapporto tra il potere e
chi è sottoposto al potere.
Pensi che ciò che
stiamo vivendo oggi, la cosiddetta liberazione sessuale, la permissività
ecc., sia anche questo una forma di mercificazione dei rapporti umani?
Mi fai questa domanda per
farmi ripetere cose che ho già detto fino alla nausea, tanto lo
sai quello che ti rispondo: sì. Anzi, ti dirò di più;
c’è una frase che faccio dire ad un personaggio del mio film, che
è questa: «Là dove tutto è proibito, chi vuole
in fondo può fare tutto, ha la possibilità reale di fare
tutto; là dove invece è permesso qualcosa si può fare
solo quel qualcosa». È il caso dell’Italia oggi: si può
fare qualcosa. Prima non era concesso niente, in realtà: le donne
erano quasi come nei paesi arabi; il sesso era tutto nascosto, non se ne
poteva parlare, non si poteva mostrare neanche mezzo seno nudo in una rivista,
ti ricordi? Prima tutto era proibito, adesso concedono qualcosa: fotografie
di donne nude, una grande libertà nei rapporti della coppia eterosessuale...
Però è una libertà per modo di dire, perché
deve essere quella. E poi è obbligatoria: appunto, siccome e concessa,
è diventata obbligatoria.
Facendo un film di questo
genere tu ti muovi su un terreno pericoloso, nel senso non soltanto di
non essere capito ma anche di essere mal capito: non ci pensi?
No, perché il mio
è un mistero; è quello che si chiama mistery, il mistero
medioevale: una sacra rappresentazione, e quindi è molto enigmatica.
Non deve essere capita. Certo che rischio di essere capito male o non capito,
ma questo è intrinseco al film stesso.
Che uso fai per esempio,
di Klossowski o di Blanchot, che tu citi?
Li cito in quanto interpreti
di De Sade, fanno parte della coscienza che i personaggi hanno di quello
che stanno facendo. Non soltanto do loro la coscienza che De Sade aveva,
ma do loro anche la coscienza degli interpreti di De Sade. Così
si crea un legame coi nostri giorni, e De Sade viene letto in una chiave
più moderna e razionale. Se io affidavo la coscienza dei personaggi
solo alla coscienza che dava loro De Sade li lasciavo al di là della
psicanalisi, cioè al di là del mondo moderno.
Pensi che il potere espresso
dai pochi; cioè da quelli che lo esercitano come preti, magistrati,
come i quattro personaggi del film continuerà ad essere espresso
attraverso queste strutture relativamente tradizionali? O forse il potere
vero sarà il consumismo?
Secondo me il potere resta
tale e quale, solo che cambia carattere: cioè il suddito, anziché
essere risparmiatore, religioso ecc., è appunto consumatore, imprevidente,
irreligioso, laico ecc. Cambiano dei caratteri culturali, ma il rapporto
è identico.
Si autosottomette...
Si sono sempre autosottomessi;
anzi, prima si autosottomettevano con più coscienza, perché
c’era se non altro la cosiddetta rassegnazione religiosa, che era una forma
di coscienza: «Io chino la testa in nome di Dio» è già
una grande frase. Mentre adesso il consumatore non sa affatto di chinare
la testa, anzi, crede stupidamente di non chinarla e di avere i suoi diritti.
Ma anche il giovane di
sinistra, forse anche di più, pensa di non chinare la testa e invece...
Sì, e perché?
Lo sto ripetendo da mesi: perché è un consumista anche lui.
Le giovani vittime nel
film non si ribellano?
C’è qualcuno che
si ribella, ma appena appena, in modo incosciente: soltanto uno, ed è
il punto culminante del film, muore chiudendo il pugno. Ma praticamente
non ho fatto delle vittime, dei personaggi per cui tu stai. Non suscito
pietà attraverso le vittime, se non appena appena, con la massima
discrezione. Intanto perché il film sarebbe stato orribile, insopportabile:
se facevo delle vittime simpatiche, che piangevano e ti strappavano il
cuore, dopo cinque minuti uscivi dalla sala cinematografica. E poi soprattutto
non lo faccio perché non ci credo.
Il pericolo del sesso
scatologico, che sullo schermo non è mai stato trattato..., non
hai paura che poi qualcuno scriva «Pasolini fa sempre queste cose...»?
Beh, ma questa volta va
talmente al di là dei limiti che per forza questa vecchia cosa che
dicono di me dovranno riesprimerla in altri termini, perché va troppo
al di là dei limiti.
Pensavo che per Freud
il prodotto digestivo ha sempre avuto dei significati molto ampi: non è
che tu hai pensato a questo?
C’è anche questo:
sai, in un mistero tutto si condensa. Ma c’è soprattutto il pensiero
che in realtà i produttori costringono i consumatori a mangiare
merda: il brodo Knorr, oppure i biscotti Saiwa, sono merda. Questo nel
film non risulterà, perché è un mistero. Ma è
chiaro che io mentre giro lo penso; non so se poi verrà fuori o
no. Se io facessi un film su un industriale milanese che produce biscotti,
e poi li reclamizza, e poi li fa mangiare a dei consumatori, potrei fare
un film terribile: sull’inquinamento, sulla sofisticazione ecc.; ma non
posso star lì a rappresentare un industriale milanese, magari un
anno a pensarci e poi girare: mi annoierei, lo detesto.
E poi la metafora è
forse più utile, basta che sia compresa.
Mah, non sarà molto
compresa. Sarebbe più utile - nel senso diretto, pratico della parola
- farlo proprio così com’è, ma chi me lo fa fare? Sarebbe
autolesionismo: un film realistico in questo senso non lo posso fare perché...
perché non lo posso fare, proprio fisicamente.
Accattone non era realistico?
No, perché rappresentava
una classe sociale in realtà arcaica: siccome il mondo sottoproletario
era estremamente arretrato rispetto alla borghesia, era un mondo arcaico,
per me fare Accattone era come tornare indietro di un secolo, anche
se quel secolo era contemporaneo.
Tu lo accetti ancora?
Lo accetto, però
è caduta completamente la denuncia sociale, è caduta oggettivamente
perché quel mondo delle borgate romane non c’è più:
quelle battute, quel modo di parlare, quel modo di essere sono scomparsi.
Quindi che cosa accuso, che cosa denuncio? Da Accattone è
caduta tutta la parte sociale, la parte di denuncia, ed è rimasta
solo la tragedia: è diventato più bello il film, secondo
me.
E la parte del sogno di
Accattone, che sembrava indicare una tua idea formale che poi non hai portato
avanti?
Resta invece valida, però
all’interno di una tragedia al di fuori del tempo.
Adesso farai questo film
su san Paolo?
No, faccio quello con Eduardo,
che si chiamerà o Il Cinema oppure Ta Kai Ta, che
vuoi dire «Questo e quello» in greco: è un greco citato
da san Paolo. Oppure lo intitolerò Circenses, non so, o forse
Dromenon
Legomenon, che è un altro dei titoli ancora in ballottaggio:
sceglierò.
* * *
Salò dopo Pasolini
Su Pasolini prossimo
nostro, di Giuseppe Bertolucci
http://articoli.castlerock.it/
Poco più di un'ora
per comporre un puzzle densissimo, ricco di tantissime foto sul set e di
un’intervista fiume al regista che si trasforma progressivamente in un
violentissimo attacco alla società capitalista e ai suoi strumenti
di dominio culturale.
Si è detto molto dell'uomo
e del regista Pier Paolo Pasolini, soprattutto nell'ultimo anno, per il
trentennale della sua morte. Molto, ma mai troppo perchè Pasolini
era intellettuale complesso, sfaccettato e impenetrabile, che trovò
nel cinema - molto più che nella saggistica, a parere di chi scrive
- la forma più adatta per esprimere la propria weltanschaung.
Concezione giunta nel periodo del suo ultimo Salò o le 120 giornate
di Sodoma a un livello di amarezza e disillusione apocalittiche, ma
probabilmente politicamente più lucida della sua fase più
spiccatamente terzomondista. La RIPLEY'S FILM
si getta, grazie al supporto di Cinemazero, sul mercato theatrical,
producendo il documentario attraverso il quale Giuseppe Bertolucci racconta
Salò
fino all'assassinio di Pasolini, quando il film era ancora in montaggio.
Poco più di un'ora
per comporre un puzzle densissimo, ricco di tantissime foto sul set, pezzi
di film e soprattutto di un'intervista fiume al regista (cinquanta ore
di registrazione audio a cura di Gideon Bachmann) che si trasforma progressivamente
in un violentissimo attacco alla società capitalista e ai suoi strumenti
di dominio culturale. Gli argomenti affrontati sono molteplici: dalla chiarificazione
dell'invettiva politica insita nel suo film, alle contraddizioni della
società italiana, dalle metodologie di falsa contestazione del potere,
alla perdita di ogni tipo di speranza per il futuro ("Io non spero. Non
bisogna sperare, la speranza è una cosa orribile creata dai partiti
per avere meglio il controllo sui propri elettori") di un uomo capace di
affrontare con estrema criticità e onestà intellettuale i
percorsi del suo pensiero, finendo per tracciare un quadro nero della società
a lui contemporanea e di quella a venire. Un quadro che risente indubbiamente
di un'impostazione eccessivamente intellettualistica dell'evoluzione socio-culturale,
alla ricerca quindi di chi e come possa modificare di fatto la sostanza
delle cose, piuttosto di quali debbano essere le condizioni materiali per
il cambiamento. Eppure, nonostante quest'idea del dominio culturale eccessivamente
marcusiana, l'immagine che Pasolini delinea della società attuale
nel 1975 è tragicamente veritiera, almeno nelle manifestazioni più
evidenti.
Per questo Salò
è film di imbarazzante attualità che esplicita in primis
attraverso la metafora masochista il problema della mercificazione del
corpo. In questo il regista è chiarissimo quando sostiene: "Nel
mio film c'è molto sesso, ma questo sesso ha una funzione molto
precisa: quella di rappresentare cosa fa il potere del corpo umano: l'annullamento
della personalità degli altri, dell'altro. Il sesso è la
metafora del rapporto tra potere e coloro che ad esso sono sottoposti.
Là dove tutto è proibito si ha la possibilità reale
di fare tutto, dove è permesso solo qualcosa si può fare
solo quel qualcosa.".
Nella chiarezza e nella lucidità
in cui emerge il pensiero di Pasolini sta la bontà del documentario
di Giuseppe Bertolucci che sceglie di mettersi da parte, forse consapevole
che altrimenti non avrebbe aggiunto nulla di nuovo sull'argomento. E a
emergere è un Pasolini rabbioso ma, giova ancora ribadirlo, in un
modo complesso e problematico.
* * *
-
9 novembre 1975. Italia. La
commissione di censura di I grado vieta la programmazione di Salò
o le 120 giornate di Sodoma.
-
18 dicembre 1975. Italia. La
commissione di censura di II grado annulla il precedente divieto di programmazione
di Salò e concede il nulla osta.
-
Processo [postumo] per il film
Salò
o le centoventi giornate di Sodoma. Il film viene censurato e se ne
vieta la distribuzione. Il divieto viene annullato nel dicembre del '75,
segue una denuncia dell'Associazione nazionale per il buoncostume all'autorità
amministrativa. Il produttore del film, Alberto Grimaldi, viene processato
dal tribunale di Milano, e imputato presso la procura di Venezia per presunta
corruzione di minorenni. Quest'ultima supposizione si rivelerà inammissibile.
Il tribunale di Milano condanna Grimaldi a due mesi di reclusione, duecentomila
lire di multa, e dispone il sequestro del film. Il ricorso in appello porta
all'assoluzione di Grimaldi, e al dissequestro del film solo a condizione
di alcuni tagli. Il film viene tagliato per un totale di cinque minuti.
Nel giugno del 1977 il pretore di Grottaglie in provincia di Taranto, Evangelista
Boccumi, dispone un nuovo sequestro del film. Dodici giorni dopo il sostituto
procuratore della Repubblica di Milano stabilisce che il sequestro di Salò
è palesemente illegittimo, e ne dispone l'immediato dissequestro.
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10 febbraio 2007. Svizzera.
La polizia di Zurigo sequestra Salò
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