
|
|
![]()
|
.. |
Notizie Un angelo sopra il
Colosseo
Pasolini è stato frequentato e citato in questi anni, talvolta in maniera semplicistica, a proposito di molte cose, spesso anche a sproposito. A tratti rischiando anche la banalizzazione. Più creativamente certo da parte dei giovani (studiosi come artisti) che non dalle generazioni a lui vicine, che hanno continuato a elaborargli attorno un chiacchiericcio scontato. Tutti lo hanno tirato dalla propria parte, mentre uno ad uno se ne sono andati quelli che avevano condiviso la sua furia, poetica, civile, esistenziale; pochi giorni fa Sergio Citti, l'anno scorso Laura Betti, cui bisogna continuare a riconoscere d'essere riuscita a tenere «accesa» l'esplosiva eredità culturale di lui. Certo, a parte poche eccezioni, quasi tutti si interrogano prevalentemente solo su quella notte tragica di trent'anni fa. Sui misteri di un assassinio che è la copertina peggiore di quegli anni, momento cruciale di un decennio che altre tragedie nazionali avrebbe partorito. A rivederlo oggi, il calendario luttuoso di quei misteri fa solo paura, tanto risultano ravvicinate e martellanti le date di treni saltati, colpi di stato, eserciti paralleli, assassinii politici. E il caso, se è tale, vuole che oggi l'avvicinarsi faticoso di una qualche verità sulla notte all'Idroscalo, torni assieme a quella di altri fattacci mostruosi di quegli stessi anni, anzi di quegli stessi giorni: l'orrore del Circeo avvenne esattamente un mese prima della morte di Pasolini, che scrisse sull'argomento uno dei suoi ultimi e più inquietanti articoli, in accesa polemica con Calvino. Ora tutti scendono in campo a ricordarla, quella notte di trent'anni fa. Ed è un bene, anche se gli schizzinosi possono continuare ad arricciare il naso. Certo è curioso come pochi in questi trent'anni si siano posti il problema vero della sua scomparsa. Ora non solo gli avvocati di sempre, da Calvi a Marazzita, ma intellettuali, programmi televisivi, istituzioni e anche giuristi insigni, come Stefano Rodotà (l'altra sera da Minoli), denunciano come sia stato permesso ed eluso lo scandalo di quelle indagini fumose e incomplete, e magari, chissà, manovrate. Chissà se tanta lucida mobilitazione dell'opinione pubblica porterà la magistratura romana a darsi una mossa, per fare una indagine vera sull'uccisione di Pasolini. Benché a tutti sia chiarissimo cosa sia successo quella notte, dopo la prima sentenza del giudice Alfredo Moro, il delitto è rimasto sempre incagliato, ancora oggi, in quello che si chiamava il porto delle nebbie. Altrimenti, quel mondo omologato da un ipertrofico e «moderno» martellamento televisivo (l'incubo totalitario intravisto e raccontato dal poeta crudele di Salò, tanto prima che l'Italia si scoprisse berlusconiana) dovrà continuare a contentarsi delle ipotesi e delle supposizioni delle docufiction, tanto inquietanti quanto leggere, con tutto il rispetto e l'ammirazione per Carlo Lucarelli, che pure fa un lavoro serio e meritorio. Resta per fortuna il patrimonio vero che Pasolini ci ha lasciato: la sua scrittura, le sue immagini, la sua poesia. Patrimonio immenso e disperato, come la vitalità di un artista che prima di morire ha sfidato il fossato sempre esistente tra finzione artistica e realtà. Per questo vi offriamo un'immagine inconsueta o di un poeta al lavoro [Nella foto, Pasolini "insegna" a Silvana Mangano a «volare», vero Angelo sopra il Colosseo - La terra vista dalla luna]
|
|
|