
|
|
![]()
|
.. |
Notizie Pasolini pirata romantico
Trent'anni fa moriva Pier
Paolo Pasolini.
A Chia, mentre gira le prime sequenze del Vangelo Secondo Matteo, Pasolini visita un fortilizio medioevale abbandonato. Se ne innamora. È la primavera del 1964. Nel 1966 scrive che vorrebbe andare a vivere dentro quella Torre che non può comprare, "nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri". Al Poeta sembra che in quel luogo incantato la natura abbia giocato a fare il verso all’arte, illusa innocenza d’un cosmo perfetto e gioioso. L’acquisto del diruto immobile si realizza nell’autunno 1970. Pasolini vi soggiornerà spesso negli ultimi anni di vita. Spedirà da lì non poche delle sue Lettere Luterane: l’estrema denuncia dell’apocalisse antropologica (le aberranti derive culturali indotte dal potere neocapitalista sul tessuto più intimo della vita nazionale, sul millenario patrimonio artistico, sul paesaggio agrario e sulla forma delle città). Intimamente connessa e necessaria a questo tema sarà l’appassionata, profetica invocazione del Processo alla corrotta casta democristiana, colpevole d’un "errore di interpretazione politica che ha avuto conseguenze disastrose nella vita del nostro paese". Nella vita di ogni artista c'è un luogo dell'anima, un centro geografico tangibile dove l'ispirazione fluisce libera, aprendo la strada alla creatività. Per Pier Paolo Pasolini - scrittore, regista, poeta - questo luogo è stato Chia, un grumo di case così piccolo che per rintracciarlo su una carta stradale occorre una lente d'ingrandimento, ammesso che poi ci si riesca davvero, a trovarlo, perché non è cosa facile: bisogna guardare nella provincia di Viterbo, laddove già questa declina verso l'Umbria, e seguire idealmente la Statale 675 che da Orte va verso Vitorchiano. «A Chia, Pasolini ha lasciato un ottimo ricordo. Si recava spesso nelle case della gente, si intratteneva con loro, era gentile e disponibile. Fece molto per il paese, creò una squadra di calcio per i più giovani, istituì un premio per chi lo abbelliva...». A raccontare lo scrittore-regista nei suoi aspetti quotidiani, magari minimi, ma proprio per questo più veri è Giuseppe Serrone. Lui non ha mai incontrato di persona Pasolini, ma la passione per questo luogo, che pare attrarre personaggi al di fuori degli schemi, li unisce al di là del tempo e dello spazio: «Quando arrivai a Chia sapevo ben poco di Pier Paolo... In realtà l'ho scoperto grazie ai racconti della gente, che tratteggiavano una personalità affabile e gentile, che mi ha subito incuriosito». Giuseppe è stato parroco di Chia dal 1991 al 2001 ed è un prete dalle idee chiare, in grado di fare scelte impegnative come quella, tre anni fa, di metter su famiglia, di sposarsi e cambiare vita. "Non è stato facile, e proprio per aiutare i sacerdoti che come me hanno deciso di violare l'imposizione del celibato, ho fondato l'Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati...", racconta. La sede nazionale? Ovviamente, è a Chia. Giuseppe Serrone ha scritto tra l'altro (sul Viale della Torre di Chia...) un testo di omaggio nell'anniversario della morte di Pasolini dal titolo "E la luna t'accompagna": "Una strada: le radici che non avevano alberi sono le vere strade di un bosco. La luna dava spazio a una stella e il vento, respirando tra le foglie l'accarezzava e formava un triangolo senza base aperto verso l'infinito e la luna ti accompagna. Pietre e pietre: il tempo rovina le cose e il rumore dell'acqua riporta la melodia delle cose e il passo d'un uomo solo, sfiora la strada di radici.Hans Magnus Enzensberger, grande intellettuale e poeta tedesco, per decenni impegnato nelle battaglie politiche e culturali, come lo fu Pasolini, che ha fatto conoscere l'opera di Pasolini in Germania e un po' in tutta l'Europa e che ha trasformato la figura del poeta assassinato in un simbolo non solo italiano, ma di tutto il nostro Continente, ha dichiarato in una recente intervista a un settimanale: «Pier Paolo Pasolini prima di tutto fu poeta. Poi autore di romanzi, basti pensare al suo esordio nel 1955 con 'Ragazzi di vita' e al successo, quattro anni dopo, con 'Una vita violenta'. Ma era anche drammaturgo e saggista appassionato, fazioso. Quindi, a partire dal 1961 con 'Accattone', tra i più grandi del cinema italiano. Sino al 1975: l'anno di 'Salò o le 120 giornate di Sodoma'. E l'anno della sua tragica fine, assassinato il 2 novembre. Cosa è rimasto, a trent'anni dalla sua morte, di così tanta e poliedrica opera di Pasolini? Constatiamo, oggi, con sincera brutalità che l'istituzione e il mestiere del poeta hanno perso d'importanza. Il terreno su cui il poeta si muove a suo agio si è drasticamente ridotto. C'è meno spazio per le passioni e per la violenta rabbia, tipiche di Pasolini. Non c'è spazio per il sublime. E così è cambiata la posizione sociale del poeta: in giro non si vedono i mostri sacri. Pasolini è stato recepito in Italia come l'ultimo dei mostri sacri... Pasolini occupa l'ultima sezione, ormai museale, delle muse italiane. È stato l'ultima istanza a cui la gente ai suoi tempi si poteva ancora, nel bene o nel male, appellare. Sino agli anni Settanta, infatti, ci si rivolgeva al poeta per scrutare il segreto della vita. E Pasolini credeva e corrispondeva alla sua funzione di sacro mediatore dell'ultimo senso delle cose e della vita. E questo è solo il primo dei sacri furori che hanno gravato nella sua biografia e opera. Il secondo è legato alla divinazione del destino politico di una società, anzi del genere umano. Pasolini ha creduto come pochi altri in Italia alla funzione politica, cioè pubblica del poeta. Pasolini era una geniale bomba radicale, un esplosivo miscuglio di autentica fede cattolica più marxismo eterodosso più omosessualità. A cui si aggiunga la miccia del suo estremo gusto per la provocazione. Pasolini era un vero poeta che ha tentato, visto i tempi in cui ha vissuto, di appigliarsi e appropriarsi in fretta della terminologia marxista dell'epoca. La vera vena di Pasolini era altrove. È stato un polemista micidiale, irriverente, un pirata» ( Hans Magnus Enzensberger). «Dai versi 'Il Pci ai giovani', scritti a caldo sui fatti di Valle Giulia nel '68, con la difesa dei poliziotti contro "i figli di papà", fino all'articolo sui capelli lunghi o a quello sulla scomparsa delle lucciole, Pasolini andò a figurare nelle polemiche giornalistiche come un campione antiprogressista, una specie di profeta sordo, incapace di accettare i mutamenti di una società in aperto divenire. Credo che il tempo abbia fatto giustizia di questa parzialissima valutazione di una delle figure più significative espresse nel dopoguerra dalla cultura italiana. Pasolini accettò lo scandalo che le sue parole provocavano: sembrava che di quello scandalo volesse nutrirsi con accanimento masochista. Alla distanza si è capito che il suo parlare di 'mutazione antropologica' come di un'incidenza perversa dentro cui la nostra società andava avvolgendosi, esprimendo i lati peggiori di sé - avventurismo culturale, sprezzante rifiuto nei confronti di tutto quanto sembrasse limitare il suo vorace egotismo - aveva un significato persino profetico. Il rifiuto sistematico che Pasolini teorizzò della logica delle comunicazioni di massa, del cosiddetto progresso e della loro inevitabile dittatura, il suo giudizio senza appello sull'uso feticista della tv che prese a dilagare sulla metà degli anni Settanta, come strumento di una informazione sempre più blindata da interessi di parte tutt'altro che conoscitivi, lo portò a capire in anticipo su tanti a cosa potesse ridursi una società che supinamente accettava la tirannia di un mezzo che, nel modo in cui veniva usato, distruggeva il senso primo del conoscere, l'acquisizione per la mente umana di significati, l'obliterazione della propria storia, poiché là, in quel bagaglio di idee e costumi, nel potenziamento di essi, essa invece avrebbe trovato la forza di affrontare quella rigenerazione che la modernità imponeva. Non lo sguardo voltato indietro, ma Pasolini pensava si potesse guardare avanti senza mandare a zero quello che nel passato vi fosse stato di innovativo. In questo il suo umanismo, proprio nei termini in cui si esprimeva, poteva di sicuro provocare sconcerto e rifiuto, ma l'ottica dello scrittore a quel punto non cedeva rispetto alla invasiva formalizzazione di cui la cultura italiana, anche quella letteraria, sembrava ubriacarsi. C'era chi aveva buon gioco a sostenere che la posizione pasoliniana fosse funebre, priva di speranza. Lui poteva rispondere che si trattava del contrario, e che la speranza non può germogliare se inaridisci le fonti da cui un paese si è sempre nutrito. Su questo lo scrittore de 'Le ceneri di Gramsci' e dell''Umile Italia' ebbe la forza di imporre la visione della propria solitudine e di farne un valore intellettuale. Non esitò a dirsi "pazzo", a vivere il destino scelto come un'estrema occasione che gli era offerta. Scrisse che solo un privilegio d'anagrafe gli aveva dato la possibilità di guardare a distanza questa età di disfatte: il suo essere al mondo era radicato in un tempo tutto diverso, ma che sentiva ancora reale e vivo» (Enzo Siciliano). --------------
|
|
|