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"Pagine corsare"
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Trent’anni senza PPP
Il più «insopportabile» intellettuale politico italiano
da "Diario della settimana" n. 41, 28 ottobre 2005

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Il n. 41 di “Diario della settimana”, in edicola dal 28 ottobre 2005, contiene al suo interno una straordinaria memoria di Pier Paolo Pasolini a trent’anni dalla morte, “Trent’anni senza PPP. Il più «insopportabile» intellettuale politico italiano”. Trascriviamo qui di seguito il sommario, nonché l’inizio dell’articolo firmato da Gianni Barbacetto. 
In copertina è riprodotta una tavola di Gianluigi Toccafondo, dalla mostra promossa a Bologna a cura del Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini della Cineteca di Bologna: il numero di “Diario” contiene anche, infatti, un testo, “Dàgli al poeta”, di Angelo Ferracuti, che ha visitato in anteprima la mostra bolognese.
In vita è stato molto odiato. Quasi un record, come le tante rivalutazioni post mortem. Pier Paolo Pasolini, nato a Bologna nel 1922 e ucciso a Ostia nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975, cantò l’innocenza di un mondo rurale quasi perfetto scomparso con l’avanzata della modernità. A Roma, dove si trasferì giovanissimo, lavorò come insegnante nelle borgate, cominciò a scrivere romanzi, poesie, saggi e a dirigere film. Incontrò, «randagio come un gatto al Colosseo», i ragazzi di vita e li raccontò con linguaggio crudo. Denunciò i crimini di potere democristiano, liberalizzazione dell’aborto, televisione, pubblicità, consumi, politica scolastica. Insultato a destra, osteggiato dai cattolici, malsopportato dalla sinistra, fu sempre comunista, ma dopo gli scontri di Valle Giulia a Roma stupì tutti parteggiando per i poliziotti (figli ignari e indifesi del popolo) contro gli studenti (figli della borghesia).

Riscoperto poi dai cattolici, dalla destra e adottato dalla Lega (per via degli studi dialettali) continua a far discutere. In queste pagine, una ricostruzione scritta da Gianni Barbacetto di uno scenario alternativo alla verità ufficiale della morte; un verbale dove un suo amico da poco scomparso, Sergio Citti, illustra le ore precedenti all’omicidio; la visita, fatta in anteprima dallo scrittore Angelo Ferracuti, di una mostra che alla Cineteca di Bologna racconta le deformazioni mediatiche dell’immagine di Pasolini.

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Un omicidio politico. Le stragi e la pista «Petrolio»
di Gianni Barbacetto

Omicidio politico. Con depistaggio di Stato. L’assassinio di Pier Paolo Pasolini, trent’anni dopo, deve essere finalmente riconosciuto, fuori da ogni frenesia complottistica, semplicemente come un episodio della lunga, lugubre serie di attentati e di stragi che è stata chiamata in diversi modi: «strategia della tensione», «guerra non ortodossa», «conflitto a bassa intensità», «insorgenza anticomunista», «controrivoluzione»... Pasolini era la voce più «insopportabile» dell’intellettualità italiana. Non solo scriveva libri e girava film, ma ragionava ad alta voce sulla prima pagina del più importante giornale italiano, dove annunciava: «io so i nomi degli autori delle stragi»; e chiedeva «un Processo» per coloro che da trent’anni erano al governo del Paese. Fu massacrato all’idroscalo di Ostia la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 da un gruppo di persone che erano insieme a Pino Pelosi, il suo assassino «ufficiale». Quel massacro avvenne dopo decine e decine di attacchi, processi, censure, aggressioni, assalti. Ridurre la sua morte a episodio sessuale, un «incidente sul lavoro», significa disperdere la memoria di uno dei più grandi intellettuali politici italiani ma, soprattutto, smarrire la comprensione storica di quegli anni terribili.

Fu Giulio Andreotti a commentare: «Se l’è cercata...». Ma la morte di Pier Paolo Pasolini arriva invece al culmine di una guerra segreta che fu combattuta in Italia a colpi di bombe, stragi, progetti di golpe, depistaggi di Stato. Solo qualche data, tanto per ricordare il clima: 17maggio 1973, strage della questura di Milano; estate 1973, piano golpista della Rosa dei Venti; dicembre 1973, stato d’allerta nelle caserme italiane; 28 maggio 1974, strage di Brescia; 4 agosto 1974, strage dell’Italicus; agosto 1974, «golpe bianco» di Edgardo Sogno... Impossibile invece fare qui un elenco completo delle aggressioni fasciste, degli assalti, dei piccoli attentati, degli accoltellamenti... In questo clima, il 14 novembre 1974 Pasolini firma sul Corriere della sera un articolo intitolato “Che cos’è questo golpe?”

«Io so. Io soi nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti...».
In quell’articolo, poi ripubblicato in Scritti corsari con il titolo «Il romanzo delle stragi», Pasolini mostra di aver capito il rapporto tra esecutori e pianificatori, tra fascisti e apparati dello Stato. Indica però una contraddizione insanabile: tra «chi sa» (l’intellettuale, lo scrittore), ma non ha «prove né indizi»;
e chi invece «ha forse prove e certo indizi» (i giornalisti e i politici), ma non parla e non fa i nomi:
«A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare al diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia».
Verità e politica sono inconciliabili, nella strana situazione italiana. Pier Paolo Pasolini stava da tempo lavorando, però, a un’opera che avrebbe sanato la contraddizione, unito l’inconciliabile: Petrolio. Un grande romanzo di duemila pagine che doveva essere anche «il preambolo di un testamento», «la mia ultima risposta al mondo». 

«Petrolio contiene tutto quello che so, sarà la mia ultima opera: mi diverte moltissimo avere questo segreto». 

Un libro-vertigine in cui confluiscono immaginazione e realtà, giornalismo e letteratura. In cui, senza compromettersi, ci sono i fatti e anche i nomi. Doveva essere la sua ultima opera, ma non poté essere conclusa: perché la sera del 2 novembre iniziò l’ultimo viaggio notturno di Pier Paolo Pasolini.

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Trent'anni senza PPP - "Diario della settimana" n. 41 - 28 ottobre 2005
 

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