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Evjenij Evtushenko, il poeta civile
di Giuliana Di Tanna, "Il Centro", quotidiano dell'Abruzzo, 29 ottobre 2008

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«Sono un Gesù Cristo mancato. Avrei dovuto interpretare Gesù nella “Passione secondo Matteo" di Pasolini.

Pier Paolo mi voleva in quel ruolo ma il regime non mi fece uscire dall’Unione Sovietica».

Come i grandi folli-saggi della sua patria, Evjenij Evtushenko ride spesso. E quando ride gli occhi si stringono fino a farsi due fessure. A 75 anni, Evtushenko ha ancora punte inaspettate di acerba timidezza che contrastano con la sua fama planetaria di istrione delle lettere.
Il grande poeta russo riceverà, oggi, il Premio internazionale Gabriele 
D’Annunzio di poesia, promosso dal Centro nazionale di studi dannunziani con il rettorato e con la facoltà di Lettere dell’università D’Annunzio di Chieti-Pescara. L’appuntamento è fissato per le 18, nell’auditorium del rettorato dell’ateneo D’Annunzio a Chieti. Interverranno Giuseppe Conte e Jacqueline Risset. La conduzione è affidata a Franco Farias.

Nel corso della cerimonia Evtushenko declamerà alcuni suoi componimenti, tra cui tre poesie inedite composte per l’occasione. Una delle tre è intitolata «Il Sorpasso» - il titolo del film di Dino Risi del 1962 - ed è dedicata a Gassman, «al mio amico Vittorio». Ieri a Pescara, alla vigilia della cerimonia di consegna del premio, Evtushenko ha fatto visita al Centro incontrando il direttore, Luigi Vicinanza, e la redazione del nostro giornale. Ad accompagnarlo la moglie Mascia e Mariangela Paolini, ricercatrice di lingua e letteratura russe all’università D’Annunzio.
Giacca impermeabile rossa, coppola a quadri portata con sorridente sprezzatura, camicia abbottonata fino al collo, occhi mobilissimi, risata pronta, il poeta sembra quasi un russo-americano in gita. Ed è dall’America che è giunto, ieri mattina, a Pescara, proveniente dall’Oklahoma dove, per sei mesi all’anno, insegna cinema europeo e letteratura russa nella università di Tulsa; l’altra metà dell’anno la trascorre a Mosca in Russia.

Nella conversazione con i giornalisti del Centro, alternando italiano, inglese e russo, Evtushenko mischia, con amabilità, politica e letteratura, cinema e ricordi personali, Russia e America.

«L’America di oggi è un Paese senza popolo», racconta. «Io ho sempre amato quel Paese. Ricordo gli scrittori americani di cui sono stato amico, Steinbeck, Miller. Gli scrittori italiani di oggi? Non li conosco bene. Adoro, invece, D’Annunzio che ho tradotto in russo. Di lui amo soprattutto la “Francesca da Rimini” e qualche poesia. D’Annunzio è una parte essenziale della letteratura italiana. Il compito civile degli scrittori oggi? Per me è sempre lo stesso: fare da guardia al potere, lanciare l’allarme. Purtroppo è un compito che gli scrittori, oggi, non assolvono a pieno».

«Putin? Sì, lo so: molti parlano male di lui. Ma va detto che ha ereditato un Paese distrutto. Lui è un buon amministratore. Quello che mi preoccupa oggi della politica mondiale è, invece, questa “pace fredda”, questo stato di tensione tra Russia e Stati Uniti che è gravido di rischi. I piccoli Stati non possono pensare di regolare le loro controversie mettendosi sotto la protezione dell’una o dell’altra super-potenza. La “pace fredda” di oggi potrebbe partorire una nuova guerra fredda: è questo il pericolo più grande per il mondo. Credo che un presidente come Barack Obama possa contribuire ad allentare questa tensione, anche se io non credo a tutto quello che di solito si dice in campagna elettorale. Sì, se votassi in America oggi, sceglierei Obama. Anche se McCain è una persona degna di rispetto, con il suo passato di prigioniero di guerra in Vietnam».

«La domanda che mi pongono più spesso in America è questa: “Mr Evtushenko, non ha paura che possa tornare il comunismo”? La mia risposta è sempre questa: no, il comunismo non può tornare per il semplice fatto che non c’è mai stato. Quello che abbiamo conosciuto in Russia nel Novecento è stato imperialismo, non comunismo. C’è un romanzo di Dostoevskij, “I demoni”, che all’epoca dell’Urss era definito “anti-rivoluzionario” e che, invece, secondo me, dovrebbe essere dato come manuale per chi fa politica perché mette in guardia dai pericoli delle sette rivoluzionarie. In passato nell’Urss, grandissimi scrittori come Pasternak erano bollati a torto come anti-patriottici. Pasternak non si batteva il petto, ogni minuto, proclamandosi un patriota, ma non per questo poteva essere etichettato come anti-patriottico. Solgentisyn, che io ho difeso quand’era attaccato, era anche lui un patriota anche se un po’ troppo panslavista».

«Il cinema italiano neo-realistico ha rappresentato una grande lezione per noi in Russia nel dopoguerra. Quei film, “Ladri di bicicletta”, “Roma città aperta”, “Roma ore 11” di Giuseppe De Santis, i film del mio grande amico Cesare Zavattini, li faccio proiettare, ogni anno in Oklahoma, per i miei studenti. Quei film ci fecero capire che il cinema può essere arte. Negli anni del dopoguerra in Russia, il cinema sovietico non mostrava la realtà. Così, il cinema italiano era come una finestra aperta sulla vita vera. Gielo dissi, a Zavattini, il debito che noi avevamo verso quel cinema. Sapete che cosa mi rispose il mio amico Cesare? “Eugenio, siamo noi, invece, a essere i figli del realismo russo dell’Ottocento” (ride)».

«Quanti amici ho avuto nel cinema italiano! Pasolini, Gassman, Fellini. Che magnifici ricordi. Una volta ero al mare a Fregene, ospite di Federico e di Giulietta. Siamo sulla spiaggia. Mi viene voglia di fare un bagno. Federico fa: Eugenio, non lo fare, con tutto il barolo che abbiamo bevuto non è prudente. Ma io non lo sto a sentire e mi tuffo lo stesso. È un attimo, mi prendono i crampi alle gambe. Fellini è dovuto venire a salvarmi in acqua».

Evtushenko crede in Dio?, è l’ultima curiosità. «È una domanda troppo personale», risponde con il consueto sorriso. «Potrei dire che credo in un mio dio personale, privato. Ma mi viene da pensare che la stessa ligua russa è piena di tracce della presenza di Dio nelle parole e nelle espressioni più comuni. Dai noi grazie si dice “spasiba”, che è una parola composta da due termini e vuol dire: che Dio ti salvi. Vedete come è mistica e piena di Dio la lingua russa? (ride)».

 

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Evjenij Evtushenko, il poeta civile, di Giuliana Di Tanna

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