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"Pagine corsare"
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Fabián Cevallos
Il fotografo sul set di Salò o le 120 giornate di Sodoma

I silenzi: i suoi insegnamenti più grandi.
Fabián Cevallos
Mi ha scritto - e lo ringrazio - Fabián Cevallos, che è stato fotografo sul set dell'ultimo film di Pier Paolo Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma:
«Le circostanze esterne mutano sempre e rapidamente e si dimentica quello che e successo. Ed una delle ragioni per le quali io continuo a fotografare in analogico come se niente fosse cambiato, è per testimoniare continuamente. Con l’arrivo del digitale dove tutto è modificabile s'è perso il giusto sguardo delle cose. Considerando però che nella più intima essenza dell'essere umano rimane invariata nel tempo “la verità”. Continuare a fare conoscere Pier Paolo Pasolini nel vostro sito significa che la sua voce è sempre con noi».
Ha inoltre inviato una sua fotografia, riportata in apertura di questa pagina. È, penso, oltremodo significativo che lo sfondo di tale splendido ritratto richiami alla mente i deserti spesso citati nei film pasoliniani, da Teorema a Edipo re, a Medea... 
Cevallos ha poi riportato nel suo messaggio alcune sue frasi pubblicate nel catalogo della mostra di Roma del 2005, un libro di cui qui sopra è riprodotta la copertina. Propongo le belle parole di Fabián qui di seguito anche per gli amici di "Pagine corsare":
«Più che un reportage, fu per me una vera e propria presa di coscienza, di comprensione verso quello che siamo capaci di fare con il prossimo.

Dedico queste immagini a tutte le vittime dell’orrore sotto tutte le sue forme, dalle più umilianti alle più crudeli, dove la follia umana si esprime in un canto di torture fisiche (e) o morali.

Sono i martiri di ieri e di oggi, i testimoni crocifissi sulla scena diabolica dell’inferno di quello che noi chiamiamo la vita!

A tutti coloro che hanno urlato, gridato nel deserto l’orrore delle loro sofferenze e che non sono stati ascoltati...

Per tutti costoro che il mio occhio di fotografo ha potuto accettare di testimoniare e, per mezzo della finzione, rivelare una verità che noi, uomini, non dobbiamo dimenticare.

Ed è, per tutti questi bambini, tutte queste donne, tutti questi uomini, che ancora oggi, gridano di dolore la crudeltà degli uomini della terra, senza che i nostri cuori suonino all’unisono...

Che essere martire non sia mai un dovere, ma che la lotta per l’uguaglianza e l’espressione dei diritti dell’uomo sia un obbligo dell’essere umano di oggi per domani...»

FABIÁN CEVALLOS


Segnalo ai visitatori di queste pagine che il libro-catalogo della mostra è tuttora disponibile anche in rete nel sito di IBS. Riproduco inoltre la breve introduzione al volume stesso di Gianni Borgna, all'epoca Assessore alla Cultura del Comune di Roma:

«Salò o le centoventi giornate di Sodoma è talmente diverso da tutti gli altri film di Pasolini da costituire tuttora un enigma. Qui il suo stile diventa rigoroso, controllato, geometrico, fino a “divorare se stesso”. Qui prevalgono i piani-sequenza, i campi lunghi, i totali, sui primi e primissimi piani “frontali” del suo cinema precedente. Qui la macchina da presa, diversamente dal passato, “non si sente mai”, o quasi mai, e il “cinema di poesia” cede il passo a una “prosa” fredda e distaccata. Qui prevale il trucco, l’artificio, il rituale macabro e farsesco. Il paesaggio viene evocato all’inizio per essere poi negato in tutto il resto del film. La luce è plumbea, funerea. In lontananza si odono dei tuoni minacciosi, il cui clangore è simile a quello delle trombe del Giudizio. Eppure, mentre la cosiddetta Trilogia della Vita (che parte dal Decameron per arrivare alle Mille e una notte) risulta in definitiva vagamente funerea (come funereo era stato Accattone), Salò, al contrario, sprizza vita da tutti i pori, ed è forse il film più vitale e vitalistico di Pasolini; quello dalla cui visione si esce sempre in silenzio, ma ritemprati e rinfrancati. È una discesa agli inferi, è un guardare fino in fondo dentro l’abisso, per poi risalire in superficie più forti e più consapevoli. È una metafora del nostro tempo (e, forse, dell’umanità in generale), nella quale la Repubblica di Mussolini è poco più che un pretesto. Un urlo, un grido, un’invettiva, più che un testamento. Ma soprattutto, lo ripeto, un enigma. Che se questa mostra e queste foto contribuiranno anche in minima parte a chiarire avranno avuto un merito persino maggiore del loro già notevole valore intrinseco».
GIANNI BORGNA
Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Roma


In Pagine corsare troverete infine una intervista rilasciata da Fabián Cevallos a Giovanna Gueci del "Fatto Quotidiano" l'1 ottobre 2009, dalla quale riproduco qui soltanto una delle risposte significative data da Cevallos alla giornalista che gli chiedeva di descrivere l'effetto che aveva avuto partecipare così da vicino all’ultima fatica di Pasolini:

«Cambiò il modo di essere e cambiò radicalmente il mio comportamento verso gli individui che fotografavo. Pasolini parlava poco, ma diceva spesso: "Rispetto, tolleranza, verità". Lui sosteneva che il pensiero cambia a seconda della propria azione: "Se la tua azione è sbagliata - diceva - significa che anche il tuo pensiero è sbagliato". E solo l’azione del suo pensiero ha fatto di lui quello che è rimasto in Salò. L’ultimo film è il suo patrimonio da guardare fotogramma per fotogramma. Ogni inquadratura contiene una risposta».


 

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Fabián Cevallos. Fotografo sul set di Salò o le 120 giornate di Sodoma

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