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Notizie Fabián Cevallos
![]() «Le circostanze esterne mutano sempre e rapidamente e si dimentica quello che e successo. Ed una delle ragioni per le quali io continuo a fotografare in analogico come se niente fosse cambiato, è per testimoniare continuamente. Con l’arrivo del digitale dove tutto è modificabile s'è perso il giusto sguardo delle cose. Considerando però che nella più intima essenza dell'essere umano rimane invariata nel tempo “la verità”. Continuare a fare conoscere Pier Paolo Pasolini nel vostro sito significa che la sua voce è sempre con noi».Ha inoltre inviato una sua fotografia, riportata in apertura di questa pagina. È, penso, oltremodo significativo che lo sfondo di tale splendido ritratto richiami alla mente i deserti spesso citati nei film pasoliniani, da Teorema a Edipo re, a Medea... ![]() «Più che un reportage, fu per me una vera e propria presa di coscienza, di comprensione verso quello che siamo capaci di fare con il prossimo.
«Salò o le centoventi giornate di Sodoma è talmente diverso da tutti gli altri film di Pasolini da costituire tuttora un enigma. Qui il suo stile diventa rigoroso, controllato, geometrico, fino a “divorare se stesso”. Qui prevalgono i piani-sequenza, i campi lunghi, i totali, sui primi e primissimi piani “frontali” del suo cinema precedente. Qui la macchina da presa, diversamente dal passato, “non si sente mai”, o quasi mai, e il “cinema di poesia” cede il passo a una “prosa” fredda e distaccata. Qui prevale il trucco, l’artificio, il rituale macabro e farsesco. Il paesaggio viene evocato all’inizio per essere poi negato in tutto il resto del film. La luce è plumbea, funerea. In lontananza si odono dei tuoni minacciosi, il cui clangore è simile a quello delle trombe del Giudizio. Eppure, mentre la cosiddetta Trilogia della Vita (che parte dal Decameron per arrivare alle Mille e una notte) risulta in definitiva vagamente funerea (come funereo era stato Accattone), Salò, al contrario, sprizza vita da tutti i pori, ed è forse il film più vitale e vitalistico di Pasolini; quello dalla cui visione si esce sempre in silenzio, ma ritemprati e rinfrancati. È una discesa agli inferi, è un guardare fino in fondo dentro l’abisso, per poi risalire in superficie più forti e più consapevoli. È una metafora del nostro tempo (e, forse, dell’umanità in generale), nella quale la Repubblica di Mussolini è poco più che un pretesto. Un urlo, un grido, un’invettiva, più che un testamento. Ma soprattutto, lo ripeto, un enigma. Che se questa mostra e queste foto contribuiranno anche in minima parte a chiarire avranno avuto un merito persino maggiore del loro già notevole valore intrinseco».
«Cambiò il modo di essere e cambiò radicalmente il mio comportamento verso gli individui che fotografavo. Pasolini parlava poco, ma diceva spesso: "Rispetto, tolleranza, verità". Lui sosteneva che il pensiero cambia a seconda della propria azione: "Se la tua azione è sbagliata - diceva - significa che anche il tuo pensiero è sbagliato". E solo l’azione del suo pensiero ha fatto di lui quello che è rimasto in Salò. L’ultimo film è il suo patrimonio da guardare fotogramma per fotogramma. Ogni inquadratura contiene una risposta».
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