"Pagine
corsare"
Notizie
Peana Per Poeta
Chiara Daino intervista Massimo Sannelli
dicembre 2006
da Absolute
Poetry
Scrivere: perché?
Perché non è
vanità: benché lo scrittore, come tutti, sia polvere che
torna in polvere. Scrivere, senza l’ambizione di lasciare una traccia:
cosa che ha diritto di dire solo chi si è trovato in uno degli inferni
terrestri, come Anne Frank (e neanche Anne scriveva ingenuamente: voleva
comporre un’opera, perché Anne sapeva di essere scrittrice); o ne
è emerso, come Celan; o lo antivedeva, come Kafka; o vi si immergeva,
come Pasolini. In questi autori, la traccia da cui assentarsi è
più forte della traccia da dare al mondo. Che non scrive a chi gli
scrive. E tu sai che il marchio sulla pelle - propria - resterà
più evidente del marchio sul mondo. Ho scritto «sa Chiara,
deve», forzando il contesto di un libro che dice l’abbandono, privatissimo,
di alcune speranze. Sei l’unica persona viva nominata in quel libro, che
ora è inedito, e che non ha ancora un titolo, stranamente (perché
il titolo è nome, dunque individuazione: ma, lì, l’individuo
è finito, propriamente: eppure esiste un libro). Hai mai pensato
che la poesia italiana nasce dalla bocca di un santo piagato, Francesco
che loda le creature del Bon Signore, e dalla Magna Curia di Federico II?
L’alter Christus in Umbria e l’Anticristo scomunicato a Palermo. E con
fortissime pàtine locali. In principio c’è l’amore, in un
modo e nell’altro; in principio c’è una Piccola Patria da estendere;
e in principio c’è qualcosa di più grande dell’Io: o Dio
o l’Impero.
Scrivere: per chi?
Non per me, e mai per me.
Né esaltarsi troppo, dicendo «io scrivo per gli altri».
Quali altri? E per gli altri del presente (e di quale nazione?) o per quelli
del futuro? Non è la stessa cosa. In realtà bisognerebbe
scrivere sempre e solo ad maiorem Dei gloriam, e dimenticarlo nell’atto
stesso in cui si è scritto. Ché è sempre vizio umano,
humana cosa che affligge, questo fare virtù della necessità,
e lodarci di ciò che deve essere fatto. Scrivere per scrivere, e
BASTA. E compiere gli atti giusti nella forma giusta. A chi ha fame bisogna
porgere cibo, non carta (a meno che il tuo amore non sia tanto grande da
incendiare o simulare un incendio: come il fioretto di Francesco invitato
a pranzo da Chiara, e quel giorno il vero pasto fu la parola del «piccolo
Francesco, Ciccu»). Non oso dire che scrivo per «dare voce
a chi non ha voce». Chi ha voce, oggi? Solo le persone molto illuse
e quelle molto cattive possono veramente credere di avere una voce. E Massimo
ha scritto e scrive per togliere la parola a Sannelli: cioè a tutto
quello che in lui è retaggio, malattia, passato, tradizione (e ancora:
storia di esclusione, storia di aggressione). Massimo ha anche abbandonato
la sua italianità; di certo non polemicamente; non è né
orgoglioso né scontento di essere italiano; e il suo scritto non
è italiano. Ha studiato musica per anni. Quando parla, a meno che
non legga una pagina (il supporto della voce, l’estensione della memoria),
è esitante, come uno straniero che tenti di esprimersi. Si è
riconosciuto; e ha amato gli scrittori in cui l’invenzione della lingua
proviene un sentimento acuto (acuminato; lancinante; e tutti i sinonimi
possibili) della realtà e del corpo.
Poesia non è...
Poesia non è la mancanza
di qualcosa. Poesia non è manifesto. La poesia esiste. La poesia
non è prosa.
Verso: uguale...
La posizione che cerca l’opposizione
alla vita sessuata e normale. Una non-vita organizzata in ritmo più
forma più suono più pensiero; che si protende verso la vita
che pesa, che tintinna senza carità, ecc.
Cantautori: in una parola
Nei testi migliori: la commozione,
che si lega alla memoria. Una canzone si ricorderà meglio.
Sarei voluto essere...
Un padre di figli. Capace
di adorare nei figli una presenza continua nella mia vita; e quindi, in
me: la vita completamente riempita. Ma i figli sono Vita, appunto: e quello
che faccio va nella direzione di una non-vita (che non è la morte),
o di un secondo-corpo e armatura (il cavaliere inesistente: eppure combatte).
Allora delle due, l’una. Ho scelto, senza scegliere. Come sai: nessuna
strategia e nessun intervento. La non-vita non è la morte, ma una
seconda direzione. Che costringe ad atti di bontà anche chi, come
me, non è nato buono e non ha fatto sempre cose buone. Impedirmi
di diventare, impedendomi di agire al di fuori di ciò che devo-voglio-posso
fare. Fuori della poesia, io non sono nulla. Non voglio essere nulla fuori
della poesia. Ho messo il mio io tra due mani che adoro.
Per fortuna non sono...
Un maschio. Una carne invasa
dal pensiero: un possesso che perde dignità anche pronunciando,
male, una sola parola. Un sesso che desidera male, anche quando desidera
santamente ciò che è legittimo. Un prostituto legale e slegato,
che svende ciò che non ha.
Albero
Addolcisce e piace. Presente
e non assente. Il tiglio che cresceva davanti al mio terrazzo, da bambino:
coperto di foglie e nudo, e mai potato, dunque ramificato come una ragnatela.
Da novembre in poi era questa ragnatela fine, tra i cui filamenti appariva
il cielo (ligure ed esteso; anche troppo largo sopra Albenga). Tutti gli
altri alberi fatti nascere da un nòcciolo, nell’infanzia; la scoperta
che la terra non è solo metaforicamente «madre terra».
E che io potevo agire: la terra si serviva delle mie mani.
Zampogna
L’umile, l’umiltà,
l’umile Italia.
Donne in gonna o donne
in giambo?
O donne in gamba? E dominae,
non dominatrici. La donna-donna o la donna-che-scrive? Il giambo è
un piede ascendente. Qui l’accento si pone sulla seconda sillaba: e dunque
un primo movimento è fatto, e il secondo, che segue (secundus
perché sequitur), si farà. E’ molto di donna: ma di
donna che sappia muoversi, avere orecchio, e danzare.
Un applauso
A chi sa darsi, e dare,
senza perdere, e perdersi.
Un conato
Se di azione, continuare
a fare, compulsivamente. Rendere alimento la necessità, come, del
resto, è già. Se il conato è di vomito - ma vedi che
la sfida alimentare è stata già abbozzata: se il conato è
di vomito, è contro una poesia che aspira a dire i fatti, e si limita
ai fatti (piccoli), di una vita, e solo di quella, e solo di una vita che
sia grigia. Non è la peggiore delle tragedie, ed è l’unica
che non faccia vittime; ma non è da poca cosa
Il tuo orgoglio...
I libri: per averli scritti.
Questa casa, per averla potuta comprare: e sai che cosa - e chi - rappresenta.
La mia solitudine, dopo aver capìto che non ho veramente un’altra
sistemazione possibile. Forse l’orgoglio è questo: avere intorno
oggetti e lavori che nascono come cose, e che possono essere simboli.
Il tuo pregiudizio...
Che chi sta bene non si
muove. Che chi non si muove, non fa. Che chi non fa, sta bene. Ma è
un benessere che, sui tempi lunghi, crolla, e non ne resta pietra su pietra.
Se fossi un metro saresti...
Un piede ascendente: il
giambo e l’anapesto. Ma pronunciato senza enfasi, e sùbito interrotto
da pesi dattilici e trocaici. Non uno senza l’altro!
Se fossi un libro...
Il misterioso libro - fascicolato,
al limite dell’impossibilità - di Emily Dickinson. La cui ricostruzione
filologica è arbitraria. Non si tratta di un libro da bruciare -
come l’Eneide e i manoscritti di Kafka, nell’intenzione degli autori
- ma dell’esatto contrario del monumento aere perennius. Nessuna docenza,
nessuna monumentalità, nessuna intenzione, nessuna pratica; nessuna
cosa che non sia devozione: e anche questa, fatta con la mano destra, è
già dimenticata dalla mano sinistra.
Se fossi un verso...
«L’Amore che una vita
può mostrare», di Emily Dickinson, con quello che segue.
Se fossi un animale...
Anni fa, l’airone cinerino.
Non qualunque esemplare, ma quello (a cui ne seguirono altri) che quindici,
dieci, cinque anni fa vedevo nel Polcevera, dal ponte della ferrovia, all’altezza
di quella che fu - e non è - l’Ansaldo. Immagina che cosa mangiava
e dove era: eppure scelse quel posto.
Penna: uguale
La grazia, vera e propria,
nel dire, ad esempio: «Ho trovato una cosa gentile». O volevi
dire la penna? Degli strumenti è meglio tacere: sono tali, non servono.
Senso: uguale
Ciò che deve essere
continuamente glossato e redento. Cioè noi, le nostre vite e i nostri
comportamenti.
Il poetico si trova
Non nelle cose poetiche.
Ma non è nemmeno la poesia ad illuminare le cose: si tratta di piccole
illusioni umane.
Si deve tacere...
Del miracolo. Di ogni miracolo:
per il pudore che dovremmo avere sempre, di fronte a ciò che non
è uomo e non dell’uomo.
Di getto dice...
Dico che i morti uccidono
i vivi... E questa è una citazione, tra le maggiori al mondo...
E non ti è grande occhio, una tomba o l’altra; balbettare ancora,
appena si esce dalla poesia. Balbettare anche dopo, appena uno, un frate-asino,
appoggia la testa dove si riposa.
Di Getto dici...
Il Maestro di chi fu - e
non è più - il mio maestro.
... e i Gatti?
Un gatto viene ogni tanto
a trovarmi, dal tetto. La gatta Priscilla abita ai piedi della Salita degli
Angeli, e sta accompagnando gli anni di vita qui.
Libertà di...
Organizzare la vita per
qualcosa che non è biologia stretta e sistema di guadagno e consumo.
Libertà di scrivere, e scrivere molto, e non guadagnare nulla, nel
caso. Libertà di dire: «e vissero felici e contenti; e a me,
niente mi dettero». Cioè il Narratore fiabesco della felicità
degli altri (Reucci, Reginotte, principi e principesse) si pone al di là
della retribuzione. Ne ha bisogno: non la reclama; ma se reclama, non perde
dignità. Può viverne: ma organizza la sua vita nella direzione
del fare - miles cavaliere monaco -, come se non dovesse guadagnare
nulla. Se guadagnerà, meglio. Ma se non guadagnerà - perché
siamo «in tempi bui», perché manca l’accesso alla ‘grande’
editoria, ecc. - la sua vita sarà solo meno comoda: non, e mai,
meno creativa. Si chiama RESA l’atto di arrendersi. Ma anche: RE (nel suo
mestiere, e solo in quello, e mai in altro) SA, e ciò che si sa
non si perde. Questo uomo libero e questa donna libera sembrano meno che
disoccupati: addirittura una donna e un uomo che non si occupano. Alcuni
«rimano stoltamente» (stolta-mente), e sono nel campo dell’arte,
e hanno la stessa mentalità, di chi disprezza. Si illudono di essere
reali, perché volano basso, orgogliosi di questo.
Rispetto per...
I pochi, i pochissimi, poeti.
Le prostitute dei vicoli di Genova: bisognerebbe vedere come vivono in
Via della Maddalena e nel dedalo intorno. Il trans nei pressi della stazione
di Rimini; che si rende angelo, in un comportamento che è oltre
la sua professione (e chiede: hai gli occhi tristi? perché hai gli
occhi tristi?). Guai a chi le disprezza (ma le compra, secondo il proverbio)
(e Dio le ama). Il bambino timido, che a casa si ingozza di cibo (non ne
gode, vuole solo scoppiare e dimenticarsi) guarda la televisione suona
studia scrive, che per avere libri (perché non può avere
amici), raccoglie i suoi compagni nella carta della Raccolta Differenziata:
anche davanti agli altri, ché non gli importa. Rispetto per la coppia
di omosessuali che ama Cristo, ma a cui la benedizione della casa è
negata. Rispetto per le menti malate e per ogni segnatura che si impone
- e li marca - sui corpi. Poco o nessun rispetto per chi ha voluto, ostinatamente,
essere meno di ciò che poteva essere.
Un saluto...
«Vivete felici».
Dopo il rispetto, il saluto.
Un sassolino...
Non una grande pietra d’inciampo,
quindi (se i filosofi scendessero dalle loro Pose solenni, inciamperebbero
in Eraclito - o Michelangelo - che si sdraia per terra). Si inciampa nell’Ossimoro
permanente e nell’Ambiguo (e nel Fuoco). Ma il sassolino è mio:
la mia imperfezione nel non poter ancora dimenticare atti mediocri, e me
stesso nel compierli, tollerarli e promuoverli. Non è più
così, spero.
Una pernacchia...
Dunque a me, prima di tutto:
tutte le volte che non sono stato ciò che si deve (devo), si vuole
(voglio), e si può (e posso) essere e fare. E che tu viva felice:
con tutti quelli a cui è dovuto il Rispetto.
(29 novembre-18
dicembre 2006)
P.s. Chiedo scusa per l’interruzione
al lauto pasto onanistico...
In attesa di esser portata
(rOssa - e di traverso!-) preferisco: cercare.
Svelare. E stendere un velo
(pietoso)sulle misure e che NON sono poetiche.
Chiara
Daino
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