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"Pagine
corsare"
Notizie
Incontro con Bernardo
Bertolucci trent'anni dopo "Novecento"
Intervista di Giacomo Papi
Diario, 23 giugno 2006
Nel 1976 si arrabbiarono
in molti. Animalisti e femministe protestarono. Qualche fascista telefonò.
Perfino il comitato centrale del Pci s’infuriò. Nel trentennale
di Novecento la Cineteca di Bologna lo ripropone restaurato. A Diario
il regista rivela le proprie paure di oggi e descrive l’ottimismo di allora,
rievoca il momento in cui a otto anni «diventò» comunista
e riflette sulla trasformazione del concetto di pedofilia. Racconta di
quando fu sfidato da Francis Ford Coppola e ripensa alla dolorosa abiura
di Pier Paolo Pasolini.
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Il 30 giugno la Cineteca
di Bologna festeggia Novecento che compie trent’anni. Che sentimenti
suscita questo anniversario?
Ho una certa paura, sono
molto nervoso. Guarderò di nuovo Novecento negli occhi e
mi renderò conto se è pieno di polvere. Spero di non provare
imbarazzo, ma bisogna prendersi le responsabilità di ciò
che si è fatto.
Le riprese durarono quasi
un anno...
È anche questo a
rendermi nervoso. Quando rivedrò il film dovrò ripapparmi
un anno di vita. In quelle quarantacinque settimane, vivere e filmare coincisero.
Non so di nessun altro film, le cui riprese siano durate tanto. Ricordo
che dopo l’uscita del film, mangiai con Francis Ford Coppola in un ristorante
italiano a Little Italy. Andandosene, si voltò e mi disse: «Apocalypse
now will be one minute longer than Novecento». In realtà
resta più corto. Ero andato al di là del lecito, quasi del
possibile. Non riuscivo a staccarmi. Aurelio Grimaldi, il produttore, mi
disse che era ora di mettere la testa a posto. Così il lunedì
riunii la troupe e dissi: «Sabato finiamo il film». Fu uno
choc per tutti. Novecento era diventata una seconda vita, macchinisti
ed elettricisti si erano fatti una seconda famiglia. E poi a ’sti romani
piaceva come si mangiava: il set era a 500 metri dal ristorante Cantarelli,
il più di moda negli anni Sessanta. Grimaldi diceva che era per
questo che non riuscivamo a smettere.
A rivederlo oggi, pare
quasi che i personaggi più riusciti, più veri siano i contadini,
i poveri, quelli che poi sarebbero presto scomparsi...
Lo spero. Se è così
il merito è anche degli altri due sceneggiatori, Kim Arcalli e Giuseppe,
mio fratello, che allora consideravo il mio angelo custode politico. Kim
era stato nei Gap di Venezia, poi a 16 anni lo avevano mandato in montagna
ed era diventato commissario politico di una Brigata Garibaldi. Aveva dei
gran baffoni e così fingeva di avere vent’anni. Per capire quanto
fosse centrale la politica per me, bisogna considerare che Novecento
veniva dopo Ultimo tango a Parigi, cioè dopo un incredibile
e inaspettato successo internazionale... Quando Ultimo tango fu
condannato al rogo, provai un senso quasi di martirio che, insomma, ha
il suo fascino come si vede nell’espressione un po’ ambigua dei martiri
pieni di frecce. Mi ricordo che dovevo votare e che non arrivò il
certificato elettorale, così andai all’anagrafe elettorale... erano
ancora gli anni in cui il Pci era ancora veramente forte, e c’è
questo funzionario che arriva ancora con un vecchio registro. Inizia a
sfogliarlo e mi dice: “Ma lei non ha il diritto di votare per cinque anni!”.
Quello fu uno choc, lo sentii davvero come una violenza. Era come se avessero
disarmato uno che aveva investito così tanto nella politica. Mi
sentii come un cittadino di serie B. Fu molto molto angoscioso...
Tra i motivi di nervosismo
c’è anche il timore di confrontarsi con il fantasma del comunismo?
C’era forse nel finale del
film quasi un eccesso di fede da parte mia, di passione per questo Partito
comunista, per questa parola «comunista» che imparai in un
campo di pomodori da bambino. Stavo lì con le donne e a un certo
punto, era il 1950, apparve una macchinetta con l’altoparlante che annunciava:
«Domani tutti in piazza per lo sciopero generale per la morte di
Attila Alberti». Io chiedo alla Nella, la contadina: «Ma chi
è?». Allora lei si alza, proprio quasi recitando inconsapevolmente,
e risponde: «Un comunista...». E allora ho avuto un imprinting,
in mezzo all’odore del pomodoro, a settembre. Mio nonno era un piccolo
proprietario, però io passavo più tempo con i contadini di
Baccanelli dove sono vissuto fino ai 12 anni.
Il cognome della mamma
di Alfredo Berlinghieri, il bambino ricco, è Rossetti, cioè
quello della mamma di Attilio, la nonna paterna...
Ci sono vari piccoli blitz
e citazioni, volute e involontarie, nel film. Per esempio, è significativo
che i padroni si chiamino Berlinghieri, nel momento in cui io ero stato
completamente affascinato da Berlinguer... E il fascista si chiama Attila
perché io e Giuseppe volevamo fare un giochetto con il nome di nostro
padre, Attilio... Tutto il film è basato sull’idea della dialettica.
L’inizio è melodrammatico, nello stesso giorno dell’anno millenovecento
a pochi metri di distanza nascono due bambini, il figlio del contadino
e il figlio del padrone. Proprio come nei romanzi ottocenteschi. A partire
da lì hai lo sfruttato e lo sfruttatore, c’è la contraddizione,
quindi la dialettica. Del resto è un film pieno di bandiere rosse
fatto con soldi hollywoodiani.
Oggi la prospettiva sul
Novecento è cambiata. Come sarebbe stato Novecento Atto III?
A un Atto III ho
pensato dal 1978 agli anni Novanta, ma non sono riuscito a farlo. Perché
dietro Novecento c’era anche la spinta propulsiva cominciata con
l’antifascismo e poi con la Resistenza. I primi a chiedermi un Atto
III furono un piccolo gruppo di esercenti, cioè la categoria
più vicina agli umori del pubblico. Eravamo in un ristorante romano.
Arrivarono come una delegazione. Invece, quando uscì, Novecento
mise in imbarazzo i personaggi più importanti del Partito comunista
e tutto il comitato centrale che lo considerò pericoloso. Provai
una grande amarezza. Mi ricordo che Giancarlo Pajetta mi disse: «Noi
non abbiamo mai fatto il processo al padrone». Io, che allora ero
molto megalomane e mi credevo onnipotente, gli risposi: «Sì,
bravi, avete paura dal ’45. E ancora oggi vi fa paura solo l’idea».
Però stava nascendo il compromesso storico, e avrei dovuto capirlo
invece di offendermi. Anche perché, in realtà, uno o due
processi al padrone nel rovighese c’erano stati (non so se come nel film
con il padrone al centro e tutti i contadini intorno, nel modo cioè
suggerito da alcune fotografie di processi cinesi). Ma il processo ad Alfredo
del 25 aprile è una mia proiezione. Non è la storia come
accadde, ma come avrei voluto che accadesse.
Negli stessi anni, le
Br iniziavano a farlo davvero il processo al padrone... Pajetta forse
aveva colto qualcosa di profondo e sensibile di quei tempi... Le Br fecero
lo sbaglio di non nascere quarant’anni prima. Quando Pajetta parlò
del processo al padrone, il sequestro Moro non era ancora avvenuto. Secondo
me, la sua irritazione era un’altra. Forse sentiva la nostalgia e, in fondo,
l’amarezza di non averlo fatto allora. Per fortuna la Fgci giudicò
il film diversamente: Walter Veltroni e Gianni Borgna vennero a consolarmi.
I fascisti reagirono?
Ci fu qualche telefonata
minatoria...
Oltre al finale quasi
maoista, qualcuno rimproverò al film la malvagità assoluta
di Attila e Regina, i due fascisti interpretati da Donald Sutherland e
Laura Betti. Sarebbero ancora così cattivi oggi?
Io volevo fare un epic e
credo anche di esserci riuscito. E una delle basi dell’epos è proprio
il manicheismo, i rossi e i neri, i buoni e cattivi. Non so se farei così
cattivi i fascisti, perché oggi farei un film completamente diverso.
Ma i due non sono soltanto malvagi, sono anche sessualmente perversi. Erano
anni in cui si leggeva Wilhelm Reich e la sessualità del nazifascismo
era un tema comune.
Chi protestò di
più? E per quali scene?
Il casino fu provocato dalla
sequenza in cui Stefania Casini prende in mano i due peni di Depardieu
e Bob De Niro – ma poche attrici hanno avuto un momento così...
Le associazioni per la protezione degli animali protestarono per la scena
in cui il fascista Attila uccide un gatto. Dimostrai che era un gatto fantoccio
con una molla, un effetto speciale. Allora protestarono per l’uccisione
delle rane da parte di Olmo bambino. Ecco, quello era vero, erano vere,
ma andare a caccia di rane era una delle cose più avventurose e
più magiche della mia infanzia.
Anche le femministe criticarono
il film...
Nel mio rapporto con il
femminismo fui accusato da un gruppo di brave femministe italiane capitanate
da Adele Cambria che mi fecero un piccolo processo per Ultimo tango,
dopo avermi chiesto se accettavo. A difendermi c'era Germaine Greer, l’autrice
di L’eunuco femmina, uno dei pilastri del femminismo... Ricordo
che la prima intervista su Novecento me la fece mia moglie, Clare
Peploe. Insisteva molto sul fatto che c’era un bellissimo personaggio femminile,
Anita, la Sandrelli, un pochino edificante, ma pieno di energia, e che
io la facessi morire di parto. Clare mi chiedeva perché avessi scelto
una fine così. Erano gli anni del femminismo ancora a brutto muso,
molto militante e sentito, perfino dagli uomini, per esempio da me. Cercai
di difendermi dicendo che in effetti farla morire per mettere al mondo
un altro personaggio femminile che ne avrebbe ereditato energia e intelligenza,
significava che non ero stato così machista come sosteneva lei.
E poi avevo pensato anche che nel personaggio di Anita c’è una specie
di dissolvenza incrociata continua tra la Sandrelli e la Sanda, la moglie
di Alfredo, cioè del padrone. Un pochino si ripete il rapporto tra
Olmo e Alfredo. Mi piaceva anche questo.
Quanto scandalose sarebbero,
oggi, le scene di nudo e di sesso che coinvolgono i bambini?
Allora non destarono assolutamente
nessun problema. Ma negli ultimi decenni la pedofilia è cambiata,
è diventata tremendamente aggressiva. Io ricordo che le mie prime
lezioni di sesso sono state fatte da un campanaro che mi faceva sedere
sulle sue ginocchia. Era un dolcissimo pedofilo che mi raccontava come
una favola il sesso, l’amore e la creazione. Da bambini in campagna succede
spesso di imbattersi in grandi che amano i bambini e per me non è
mai stata un’esperienza drammatica... Neanche i pedofili sono più
quelli di un tempo!
Anche la scena in cui
il padrone Burt Lancaster si fa masturbare dalla ragazzina contadina provocherebbe
un putiferio...
È vero. Anche perché
la bambina non è offesa o spaventata. I bambini e le bambine di
campagna hanno un’educazione sessuale molto precoce che inizia quando vedono
un contadino camminare da lontano trascinandosi dietro un toro, il toro
speciale portato per fecondare le mucche. Io ho sempre vissuto insieme
a questi bambini. Avrei paura di tornare nella campagna della Bassa come
ho paura di tornare in Cina... La Cina di un attimo prima di questa straordinaria
mutazione non solo politica ed economica, ma anche antropologica di secoli.
Novecento e L’ultimo
imperatore sono complementari?
In qualche modo sì.
Sono due epic, hanno un respiro molto diverso da tutti gli altri miei film.
Erano anni in cui ancora una grossa componente della mia tensione creativa
di regista cinematografico era quella di mimesis con registi e film che
amavo. Forse perché anche quando ho iniziato a scrivere poesie c’era
la mimesis con mio padre. Era un modo di diventare altro, di uscire da
me stesso, sempre con questa idea che ho sempre avuto che la storia del
cinema è un film di cui i film sono tante sequenze. La prima volta
che sentii parlare di Pu-Yi era il 1967, prima della Rivoluzione culturale,
quando si diceva, guarda i cinesi che bravi, invece di decapitare l’imperatore
lo hanno rieducato ed è diventato un giardiniere degli orti botanici
di Pechino e questo sembrava molto bello...
Qual è il rapporto
tra cinema e storia, tra cinema e memoria?
Spero, a Bologna, di accorgermi
di essere riuscito a raccontare un po’ come se nel tempo non esistessero
il prima e il dopo, come se ci fosse un costante presente. Ho sempre pensato
che il cinema conosce soltanto una coniugazione, il presente, perché
la macchina da presa firma il presente che ha davanti. Anche se vesti i
personaggi da antichi e romani o da contadini e padroni del secolo che
muore e del secolo che nasce e, quindi, cerchi di dare una connotazione
temporale, poi in realtà la prospettiva dello spettatore che guarda
il film è di contemporaneità. Il cinema è sempre in
diretta. In Novecento c’è una giornata che contiene cinquant’anni,
tutta la prima metà del secolo: è il 25 aprile.
Anche il suo prossimo
film è centrato su un episodio realmente avvenuto. Vuol dirci qualcosa
di Belcanto?
La sceneggiatura è
finita, viene da un romanzo americano, Belcanto. È straordinario
come meno di dieci anni fa ci fossero dei guerriglieri – non erano terroristi,
erano guerriglieri, e non era Sendero luminoso, erano i Tupac amaros –
che rimasero per tre o quattro mesi con una cinquantina di ostaggi senza
che venisse tagliata nessuna gola. Si pensi a come sarebbe oggi una situazione
del genere. Forse il terrorismo islamico è diverso dalla guerriglia
marxista leninista dell’America latina però c’è un abbrutimento
generale...
Burt Lancaster, Sterling
Hayden, Robert De Niro, Gerard Depardieu, Stefania Sandrelli, Romolo Valli,
Alida Valli, Francesca Bertini, Donald Sutherland, Laura Betti... Novecento
ha uno dei cast più straordinari della storia del cinema... Come
ci si arrivò?
I nonni sono figure mitiche
e volevo che i due nonni fossero mitici. Mi chiesi: cos’è mitico
al cinema? Risposi: la vecchia Hollywood. Così andammo a Hollywood
a prenderli. Per i due giovani volevo che il film fosse già una
prefigurazione di una specie di compromesso storico, così decisi
di prendere un americano a fare il padrone e un russo a fare il contadino.
Ahimè, le autorità sovietiche, quando furono contattate,
dissero che l’attore che avessimo scelto sarebbe potuto venire solo alla
condizione che loro avessero approvato la sceneggiatura. Dissi di no, avevo
già subito troppo con Ultimo tango. Così trovai questi
due ragazzi, Depardieu che aveva fatto un film e De Niro due o tre cose
tra cui Meanstreets che mi aveva molto colpito. Forse perché
il film è durato così a lungo, ma a un certo punto Bob e
Gerard, come anche Lancaster e Hayden, erano molto entrati nei ruoli e
il loro rapporto riproduceva quello tra il contadino e il padrone. Gerard
prendeva molto in giro Bob, avevano messo un po’ tutti le radici, erano
molto diversi. De Niro aveva bisogno di molte parole, per un italoamericano
di New York fare il grande latifondista emiliano non era facile. Gerard
bastava dargli una spinta e lui entrava in scena e andava.
Di fronte alla vitalità
dei contadini, lo sconfitto sembra il borghese Alfredo, nella sua incapacità
di ribellarsi. Sembra debole, marchiato dall'inizio. Non c’è un
po’ di classismo in questo?
Alfredo è un personaggio
molto ambiguo. Dopo essersi ribellato al padre in chiesa quando gli agrari
si mettono insieme per la prima volta contro i contadini, di fronte al
fattore fascista della Brigata nera. Ma è l’ultima volta che Alfredo
ha un’autonomia. Poi lo vediamo avvicinarsi ai fascisti. Riceve Olmo che
torna dalla guerra, vestito da ufficiale anche se si è fatto riformare...
Lei è nato nel
1941. Ha qualche ricordo personale della guerra?
Ho il ricordo di un episodio
molto nitido. Credo di avere avuto tre anni, non so se è un ricordo
o un sogno. Eravano sfollati a Casarola. Un giorno si sentono delle voci
nei campi. Mio padre mi prende per una mano e ci sediamo sulla soglia della
casa di Casarola, io seduto per terra e mio padre sullo scalino e incominciamo
a ghiocare con dei sassolini. Dopo un attimo sbucano dei giovanissimi soldati,
probabilmente della Hitler-Jugend, con dei rami infilati nell’elmetto,
mimetici, cantavano. È molto nitido. In seguito mio padre me l’ha
raccontato tante volte. Lui diceva sempre di essere pauroso, ma che nei
momenti di emergenza diventava coraggiosissimo. Avrebbe potuto essere arrestato.
Cosa faceva un uomo di 32/33 anni in un paese di montagna senza essere
soldato? Invece capì che mettersi lì e farsi vedere significava
che non aveva nulla da nascondere. Eravamo sfollati perché mio nonno
Bernardo aveva sentito dire in città che i fascisti sarebbero venuti
a cercare mio papà perché a scuola faceva lezione di antifascismo.
Era molto fiero e anche, però, addoloratissimo che due condannati
a morte della Resistenza erano stati suoi studenti. È un conflitto
duro: i suoi insegnamenti finirono per diventare la ragione per cui due
suoi studenti erano morti giovanissimi.
In Novecento il
microcosmo della bassa padana diventa un macrocosmo, diventa epico e universale
come l’America dei western. Questo è stato possibile, ha spiegato
in un'intervista, anche perché il paesaggio della Bassa è
senza cornici, e senza orizzonte, perché non ci sono punti di riferimento
per orientarsi, solo filari di pioppi... L’unico momento in cui l’orizzonte
si “vede” è quando i due bambini, in una giornata eccezionalmente
limpida, vedono la città e le ciminiere delle fabbriche. Quello
è l’unica scena in Novecento in cui la fabbrica irrompe nel
secolo, benché fuori campo... Una presenza che si intuisce anche
nella scena in cui Olmo bambino parte in treno per Genova dove gli scioperanti
verranno aiutati dal Soccorso rosso organizzato dai camalli...
Con Kim e Giuseppe siamo
andati proprio a cercare nelle miniere dei ricordi, a parlare con la gente
e i contadini. Mi aveva molto ispirato anche un capitolo del romanzo familiare
di mio padre, La camera da letto, dove si racconta lo sciopero del 1908
e ci sono questi padroni che giocano a mietere il grano visto che i contadini
non lavorano. E fu ancora mio padre a segnalarmi una pagina di Maxim Gorky
che si trovava proprio a Genova nel 1908 e racconta di come le società
operaie si fossero prese carico dei figli dei contadini in sciopero a cui
davano da mangiare. Fu uno sciopero molto duro, si faceva la fame. Quanto
alla scena in cui Olmo e Alfredo vedono l'orizzonte e "la città",
viene dalla mia esperienza personale. A Baccanelli dove abbiamo vissuto
fino a quando io avevo 11/12 anni, se si saliva all’ultimo piano, dalle
finestre del solaio, certi giorni potevo vedere le torri della città,
quelle che Madame de Staël chiamava «i minareti di Parma».
Sempre a proposito del
paesaggio di Novecento, le scene di vita contadina fotografate da
Vittorio Storaro ricordano dei quadri. Avete fatto una ricerca pittorica?
Di fronte a certe inquadrature della prima parte viene in mente Segantini.
È perché anche
Segantini guardava la realtà. Era la realtà a essere così,
non l'artista. A volte sono stato tentato anche con Storaro di ricreare
un’iconografia sulla campagnia, ispirandomi a Segantini o Millet, ma ho
cercato di evitarlo in tutti i modi. Io credo che non ci sia la leziosità
a livello delle immagini di una ricerca di citazioni. Anche l’idea del
Quarto stato di Pellizza da Volpedo nei titoli venne proprio nel
momento di fare i titoli. È un quadro importante per il rapporto
tra la pittura italiana e la storia. Diventò molto noto in seguito,
quando lo usò Craxi...
Il film resta anche come
documentario. Le facce di quei contadini oggi in Emilia non esistono più...
Di questo devo dare atto
a Gabriele Polverosi che per mesi andò a battere le campagne tra
Parma, Mantova e Cremona a cercare proprio i visi più antichi che
c’erano in giro. È stato un lavoro molto meticoloso e anche entusiasmante
perché avevamo la sensazione di avere davanti l’essenza dei contadini
che io ricordavo da bambino, che avevo mitizzato e che temevo non ci fossero
più. Era l’epoca in cui Pasolini scriveva i suoi editoriali profetici
e tragici sull’omologazione e sul genocidio culturale e io avevo paura
di andare a fare un film in un’Emilia dove questo massacro culturale era
già avvenuto. Invece mi resi conto che proprio grazie agli strumenti
dati dal socialismo e dal comunismo tra gli anni Venti e Quaranta, i contadini
emiliani erano consapevoli del tesoro che costituiva la loro cultura. Nascevano
i primi musei contadini come quello di Ettore Guatelli. Era come se, grazie
a quell’elaborazione politica, una parte dell’Italia vedesse ciò
che accadeva, vedesse lo spazio che prendeva il consumismo, vedesse che
la televisione unificava anche la lingua. Non oserei più entrare
in un campo di pomodori oggi...
A quei tempi l’idea della
cultura come strumento di emancipazione era ancora forte.
Infatti per me è
stato molto frustrante in campagna elettorale cercare e non trovare mai,
dove avrei voluto trovarla, la parola cultura. Le grandi affermazioni di
Berlusconi sono la prova che la gente non riesce a elaborare ciò
che le accade. Perciò la cultura è la cosa più importante.
Anche perché la destra disprezza la cultura. I fascisti parlavano
di «discorsi intellettualoidi». È sempre stata questa
la loro terminologia.
I nipoti di Alfredo e
Olmo (che avrebbero poco più di quarant’anni) che mestiere farebbero?
La terra credo che i Berlinghieri
l’avrebbero tenuta, ma è difficile rispondere, non ho mai prefigurato
il destino dei personaggi. L’idea di Atto III era di riprendere
il film dove terminava, e accompagnare il secolo fino alla fine. Per me
avrebbe potuto essere un film su dei giovani che, forse, come nei Dreamers,
avevano un brivido rivoluzionario nel ’68. Perché il ’68 finisce
in realtà solo nel ’78 con la morte di Moro e, in fondo, anche con
la morte di Pasolini.
Come giudicò
Novecento Pasolini?
Non fece in tempo a vederlo.
Lui girava Salò vicino, a Mantova. Così, il giorno
del mio compleanno, organizzammo una partita di calcio. Vinse Novecento,
ma fu molto peggio di Moggi e della corruzione di oggi. Dovevano giocare
le due troupe, invece, dopo i primi cinque minuti, notammo visi sconosciuti
in entrambe le squadre. Qualcuno ci disse che avevano chiamato dei professionisti,
riserve del Parma, giovani della Lazio... Una ventina di minuti prima della
fine, Pier Paolo chiese di uscire perché non gli passavano la palla,
erano diventati tutti furiosi... Alla fine era molto di malumore. Aveva
visto una tendenza anche in ciò che lì era avvenuto.
Avevate mai parlato di
Novecento prima?
Sì, era stato molto
carino. Era venuto a dirmi: «Finalmente fai il film sui tuoi contadini,
questo sono sicuro che mi piacerà molto». Lui non amava Ultimo
tango: «Quel Brando che cos’è, chi è?», chiedeva.
Mi viene in mente una cosa che non ho mai detto a nessuno. Un anno dopo,
quando scriveva San Paolo, mi telefona e dice: «Bernardo,
sei ancora in contatto con Brando?» Ho chiesto perché e lui
ha risposto: «Ma sai, forse come san Paolo potrebbe essere una buona
idea...».
Il film inizia con la
morte di Verdi. L’anno 1900 è anche la data della morte di Nietzsche
e Oscar Wilde. Quale morte può riassumere la fine del secolo appena
trascorso?
Verdi in realtà muore
nel 1901, ho anticipato la sua morte. Così, è proprio all’inizio
del secolo che muoiono i due vecchi, il nonno di Alfredo, Burt Lancaster,
e il nonno di Olmo, Sterling Hayden, proprio perché sono due figure
ottocentesche e quando scrivevamo mi sembrava che non potessero affrontare
il nuovo secolo.
Quanto alla domanda, io penso
che la seconda parte del secolo sia totalmente occupata da Pasolini. Più
passa il tempo e più la sua profezia sull’Italia e su quello che
stava diventando, sulla sua mutazione antropologica e anche morfologica,
diventa vera. Era implacabile lui su questo. C’è uno dei suoi ultimi
pezzi, quello dell’abiura alla Trilogia della vita e cioè,
Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille
e una notte, in cui dice che in quei film che celebravano l’innocenza
e l’energia del lumpen proletariat in realtà mentiva, a se
stesso e agli altri.
Non c’è un che
di nostalgico in Pasolini? Non è un macigno l’idea dei poliziotti
buoni perché poveri e degli studenti cattivi perché ricchi?
Prima di morire abiurò
quell’idea, infatti. Si era reso conto che il tipo di tensione che lo aveva
portato alla Trilogia della vita era una grande bugia. Era dovuta
alla sua impossibilità di dire addio a un mondo. Per questo fingeva.
Si rifugiò nei luoghi delle Mille e una notte, poi in una
Napoli arcaica, è dovuto andare a cercare dei luoghi fuori dal presente.
Ma fu un’abiura molto dolorosa.
La lotta di classe che
è il motore del film è ancora uno strumento per interpretare
e leggere la storia e la contemporaneità?
Certo, però è
come se la parola "lotta" e la parola "classe" avessero cambiato significato.
Si tratta di due parole che ci sono ancora, ma si sono trasformate. Ci
sono ancora le classi? Girando in Toscana poco tempo fa una domenica, continuavamo
a vedere case del popolo. Uno dice: “Sono tutte chiuse, il popolo dov’è?”
E un altro, cinico, dice: “Il popolo è in weekend”. Io credo che
anche se di questo strumento di lettura si sente la mancanza, bisogna essere
capaci di buttarsi a corpo morto dentro le cose, di abbandonarsi davanti
alla realtà, davanti alla macchina da presa. È per questo
che Novecento è insieme un film di finzione, un melò,
e un documentario soprattutto sui contadini. Trovarsi davanti alla macchina
da presa quelle facce e quei corpi...
In un articolo sul Corriere
nel 1976 ha scritto che l’ottimismo di Novecento era quello della
classe dalla cui prospettiva la storia era vista. Era un tentativo di presa
di distanza?
No. Mi distacco da quell’ottimismo
solo oggi, forse. Era l’ottimismo della metà degli anni Settanta
che oggi non esiste più, anche se lo cerchi in giro per tutta l’Italia.
È questa la ragione per cui non sono mai riuscito a chiudere il
capitolo Novecento con un Atto III. Non c’è più
il contesto nazionale collettivo. E la parola utopia ha cambiato significato.
Uno dei miei primi film si chiama Prima della rivoluzione ed è
come se fossi condannato a vivere sempre «prima della rivoluzione».
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