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I contributi dei visitatori Concorso video dedicato
a Pasolini
Questo l'obiettivo della prima edizione del premio "I modi della visione", concorso per 13 opere video inserito nell'ambito di "Macerata I-Mode Visions: Pasolini Corsaro", esposizione annuale del corso di Comunicazione visiva multimediale, uno degli insegnamenti più recenti istituiti dall'Accademia delle Belle Arti di Macerata, programmata dal 17 al 19 maggio 2004. La direttrice dell'Accademia Anna Verducci e il coordinatore del corso Multimediale Massimo Puliani hanno espresso la loro soddisfazione per "un'iniziativa che permetterà agli studenti di confrontarsi e di crescere" e al tempo stesso di affrontare il linguaggio multimediale di Pasolini. Il regista bolognese fu “il primo artista di grande livello internazionale che possa definirsi multimediale in modo adeguato alle tecnologie contemporanee della comunicazione e dell’espressione - sostiene Tullio De Mauro - un infaticato sperimentatore di linguaggi diversi: parola e disegno, teatro e cinema, canzone e musica, corporeità e sport”. Quello di Pasolini è un “caso italiano” che continua a riaccendersi di interessi, segno di un ribollimento della coscienza comune che culturalmente, socialmente, umanamente non è possibile archiviare. "Il patrocinio della Fondazione del Teatro Stabile delle Marche - ha dichiarato la direttrice - è un altro tassello del rapporto sempre più stretto tra l'Accademia e le realtà regionali, da Macerata Opera, alla Compagnia la Rancia alla Fondazione Pergolesi. Stiamo cercando di andare incontro ai giovani e ai loro interessi, con investimenti mirati alla ricerca". "Le opere selezionate - ha affermato Puliani - hanno un valore extradidattico. Inoltre pensiamo che l'espressività vada intesa in senso eclettico, e per questo abbiamo dedicato questa prima edizione a un artista come Pasolini, che ha spaziato dal cinema alla letteratura, dalla poesia alla pubblicistica, passando per il teatro". Sono state programmate due video-performance pasoliniane,"Calderon" ambientata in teatro dagli studenti del corso di Comunicazione Visiva Multimediale dell'Accademia di Belle Arti di Macerata con progetto registico di Giacomo Verde e "Il padre selvaggio", tratto dalla sceneggiatura di P.P. Pasolini, con Fabrizio Bartolucci e Ares Tavolazzi (ex Area). In particolare, il 18 maggio si è svolto il Convegno Pasolini Corsaro, con i seguenti interventi: Massimo Puliani, "Il linguaggio multimediale in Pasolini" (Docente di Istituzioni di Regia- Accademia di Belle Arti di Macerata); Gualtiero De Santi, "Il cinema di poesia di Pasolini" (Docente di Letteratura Comparata - Università degli Studi di Urbino); Pierpaolo Loffreda, "Il cinema di Pasolini fra spiritualità ed eversione" (Docente di Storia del Cinema - Accademia di Belle Arti di Macerata); Gianni Pozzi, "Pasolini pittore/Pasolini e la pittura" (Docente di Storia dell’Arte- Accademia di Belle Arti di Macerata); Giacomo Verde, Francesco Galluzzi intervento/video: “La mia pittura è dialettale (dipinti e disegni di Pier Paolo Pasolini)”, Voce di Marco Sodini. I vincitori del Concorso 2004: opera video d'autore "I modi della Visione" di Macerata sono stati: PRIMO PREMIO, ex aequo per punteggio e merito: “Inno amabile” (2’) di Marco Di Battista “Senza titolo” (4’10”) di Vivien Hulbert. Le motivazioni: “Inno amabile” di Marco Di Battista si è contraddistinta per la forte simbologia della visione che esalta la materia attraversandola e trasformandola, grazie agli impulsi primari dell’inquadratura, omaggio alla meraviglia e ai temi (“Poesia in forma di rosa”) di pasoliniana memoria. “Senza titolo” di Vivien Hulbert contiene e rimanda, attraverso elementari espedienti video, a tematiche care al Pasolini fotografo della società post-industriale. Un video sull’alterità, non etica, in questa caso, ma sociale, dove si può avvertire il processo di trasformazione in atto nel nuovo secolo per quanto riguarda l’uomo (i giovani) in rapporto alla società. La Giuria ha proceduto inoltre a tre segnalazioni: “Incontro” (5’40”) di Elisabetta Gentili e Mario Spinaci, per l’idea del soggetto e la qualità dell’impianto narrativo; “Amor dannato amor” (3’) di Francesco Chiatante, per il ritmo della sceneggiatura e la sperimentazione di alcune inquadrature; “Blue Sky” (2’03”) di Piero Maria Brundo, per l’uso della lingua poetica pasoliniana a contrasto con l’immaginario visivo. Le opere vincitrici saranno segnalate al concorso nazionale “Accademia delle Arti”.
In Italia, il riaccendersi continuo di interesse per Pasolini è segno di un ribollimento della coscienza comune dinanzi a un caso che si sente culturalmente, socialmente, umanamente non archiviabile. Non archiviabile sia per quel che fu il trattamento riservato a Pasolini in vita sia per quello che fu la sua morte nel desolato Idroscalo di Ostia e per quello che è stato poi il comportamento della meditabonda e archiviante magistratura. Ma un altro motivo ancora, meno specificamente legato alla vicenda di «un paese orribilmente sporco», più vastamente sentito anche nelle culture di altri paesi, ci riconduce oggi a Pasolini. E il motivo è la trama stessa della sua esistenza. Esso è la filigrana di ogni sua opera artisticamente creativa, dei lavori di critica e studio, degli interventi saggistici e giornalistici, delle sue scelte politiche, civili, umane: l’ansia e la gioia di comunicare. Pasolini è il primo artista di grande livello internazionale che possa definirsi multimediale in modo adeguato alle tecnologie contemporanee della comunicazione e dell’espressione. Egli è stato un infaticato sperimentatore di linguaggi diversi: parola e disegno, teatro e cinema, canzone e musica, corporeità e sport. Quando negli anni Sessanta egli invocava una «semiologia generale» come teoria generale del senso della realtà, lo faceva avendo personalmente percorso e utilizzato da attivo creatore e anche da critico, filologo e studioso, i più differenti tipi di semiologie, di codici comunicativi ed espressivi, di linguaggi. E, all’interno d’ogni linguaggio, ritorna la stessa ansiosa ricerca di codici e norme diverse: la parola parlata improvvisata, degli appassionati interventi in pubblico, di tante interviste poi scritte o radiofoniche e televisive, e la parola parlata programmata, del teatro e del cinema; la parola scritta in prose creative di romanzi, in poesie, in saggi, in umili, ma spesso geniali «risvolti» di copertina, in lettere, in articoli memorabili; e idiomi diversi, il friulano, il romanesco di borgata, l’italiano poetico e letterario. E la stessa varietà si trova nella produzione cinematografica, da “Accattone” al “Vangelo” a “Salò”, o nelle scelte delle mirabili colonne sonore dei film. Quale fu la natura di questo incessante ricercare? Vagliare la capacità comunicativa di codici linguistici e comunicativi diversi, di tradizioni espressive diverse, dai canti popolari tradizionali alla mal nota poesia dialettale (Belli in testa), alle forme artistiche più innovative e sperimentali e sofisticate, è il tema che accomuna e ricerche dal “Canzoniere italiano” agli interventi di taglio teorico e semiologico. Ma i suoi atti stessi, il suo stile di vita, le sue polemiche che, le sue forti, intense, lucide idealità civili hanno questa polare comune, che è l’autenticità del comunicare e la conseguente lotta contro tutto ciò che l’insidia e compromette. Le sue provocazioni, talora a tutta prima incomprensibili e incomprese, hanno questo fine. È del resto lui stesso a confessarselo e confessarcelo una volta: “Io cerco di creare un linguaggio che metta in crisi l’uomo medio, nei suoi rapporti con il linguaggio dei mass media, per esempio. Nel momento in cui odio le istituzioni e lotto contro di esse, provo un’immensa tenerezza per questa istituzione della lingua italiana in quanto koinè, per questa lingua italiana nel senso più esteso del termine, perché è proprio alI’interno di questo quadro che mi viene concesso di innovare, ed è tramite questo codice istituito che fraternizzo con gli altri. Quel che più mi importa nell’istituzione è il codice che rende possibile la fraternità. Il codice, soprattutto l codice linguistico, è la forma esterna indispensabile a questa fraternità umana che provo sempre in me come qualche cosa che ho perduto”Questo noi oggi sentiamo in Pasolini, vediamo in lui. Un fratello, coraggioso e lucido, generoso e infaticabile, di ciascuno di noi nei momenti in cui avvertiamo la povertà, il vuoto, del frastornante rumore di fondo informativo e spettacolare che ci circonda, la difficoltà di scavalcare, oltre le apparenti e fragili omogeneità, le reali, spesso non valicabili fratture che ci dividono. Queste linee di frattura, le sue mani di artista sensibile, la sua intelligenza non sazia di orizzonti intellettuali e tecnici nuovi, la sua vita mite e indifesa le hanno cercate e percorse per sperimentare e farci intendere che esse possono essere non motivo di lacerazione e contrasto, ma ragioni di identità, di differenza e perciò di potenziale reale scambio e comunicazione: luogo di fratellanza. Ed è questo che ci porta in tanti, qui da noi, in Italia, e fuori, nel mondo più vasto, a tornare e ritornare alla sua opera, alla sua vita e alla sua morte. Se il nostro è il secolo del linguaggio e della comunicazione, Pasolini ne è simbolo e interprete tra i più profondi. Della speranza di ritrovare nella diversità le possibilità di mettere in comune, fraternamente, un senso - di ciò la sua opera, la vita, la stessa sua morte hanno altamente testimoniato. Calderón è stato l'unico dramma teatrale pubblicato in vita da Pier Paolo Pasolini (presso Garzanti di Milano). Pasolini si rifà al grande tragediografo spagnolo del "Siglo de Oro" Pedro Calderón de la Barca (1600-1681) e alla Vida da es sueno, considerato il suo capolavoro. I personaggi si chiamano, come in Calderón, Basilio, Sigismondo, Rosaura, ma la trama è diversa. Il dramma è ambientato in Spagna, ma nella Spagna franchista del 1967, e si sviluppa, rispetto alla trama, in tre sogni successivi, in tre ambienti: aristocratico, proletario, medioborghese. È soprattutto una parabola sull'impossibilità di evadere dalla propria condizione sociale. La protagonista è Rosaura che attraverso il sogno tenta di infrangere e sottrarsi al clima soffocante in cui vive. Ma la diversità di Rosaura, il suo essere donna, madre, figlia, e il suo puerile tentativo di fuga non porterà a nulla, perché il potere la spingerà "a obbedire senza essere obbediente". Nel primo sogno Rosaura si innamora di Sigismondo, un ex amante della madre che scoprirà essere suo padre; nel secondo, da prostituta si innamora di Pablito, un ragazzo che scoprirà essere suo figlio, anche se ciò non sarà sufficiente a spegnere la sua passione; nel terzo è una moglie rassegnata al proprio destino che non lotta più ma è preda di deliri da malata, mentre la vita prosegue nel suo lento scorrere, finché si innamora di Enrique, un diciannovenne studente rivoluzionario. Calderón si chiude con un'ultima incarnazione di Rosaura in uno "scheletro bianco quasi senza più capelli, nella cuccia", lo scheletro vivente di una vittima delle SS naziste, nello stesso salone di reggia de Las meninas trasformato in lager, mentre irrompe il coro degli operai comunisti in veste di salvatori. Il tema della diversità è dunque ricorrente in tutti i sogni, alla luce di un amore diverso e quindi immorale: la passione per il padre, per il proprio figlio o nella proiezione di un figlio (nell'ultimo sogno lo studente Enrique). Pasolini stesso, sicuro che Calderón fosse una "delle piu' sicure riuscite formali", recensirà l'opera in risposta alla giovane "nuova sinistra" (che giudico' Calderón "dal punto di vista politico" di una "rilevanza nulla"), e ribadirà come il tema del dramma sia lo scontro tra individuo e potere. Calderón è andato in scena per la prima volta, in due parti (tra maggio e giugno 1978) al teatro Metastasio di Prato per la regia di Luca Ronconi, con le scene di Gae Aulenti Nel 1963 Pasolini scrisse una sceneggiatura, mai realizzata, che intitolò: “Il padre Selvaggio”. Ambiente: l’aula della scuola di Kado in africa. Un insegnante bianco e uno studente nero si scontrano in un duro sentimento di passione razziale - sia pure ancora timida - sul dolce sentimento delle cose vive dell’Africa. L’insegnante tenta di far maturare nella classe lo spirito critico. Parla di democrazia, di neocolonialismo, ma anche di poesia, che non è quella formalizzata dalla retorica, bensì il canto naturale del popolo. La storia di una educazione alla vita, della scoperta della propria identità, di un inevitabile contraddittorio rapporto fra due culture. Dai cortili e dalle baracche dormitorio della scuola di Kado alle fatiscenti borgate di Roma, dai villaggi della ‘nuova preistoria’ alle favolose contrade dei popoli perduti. “...un tragitto, emotivo e critico, all’interno dell’immaginario pasoliniano e all’interno di una intertestualità le cui valenze potenziali di divulgano nel tratteggio della modernità. Sotto tale rispetto la relativa compiutezza di quell’abbozzo di sceneggiatura per un film mai realizzato sull’Africa vale come struttura dinamica contenente in sé le ulteriori figure e metafore, anche quelle non definite: la lingua poetica di Pasolini è insomma ‘tradotta’ benjaminiamente in visioni ed immagini, la cui intensità espressiva riposa sul presupposto pasoliniano di un’idea dell’arte che illumina la vita ed il mondo”. [Gualtiero De Santi] |
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