Notizie
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
.
..
"Pagine corsare"
Notizie

Pasolini, il visonario realista
di Tahar Ben Jelloun
(a cura di Giovanni Perazzoli)

«Oggi, nell’Italia di Berlusconi, che è una disfatta della democrazia,
ma anche dell’estetica e della morale, Pasolini avrebbe avuto
molte cose da dire. Avrebbe potuto scrivere
un testo straordinario o girare un film terribile. (...)
Avrebbe potuto smascherare Berlusconi e il mondo che rappresenta»

* * *

Il visonario realista

.
Pasolini ci manca. Manca a questo pianeta, profondamente perturbato. Ci mancano sia la sua critica che la sua poesia. Pasolini ha sempre cercato il contatto reale con la vita, con le persone reali e con la realtà sociale. Non era uno di quei poeti che addolciscono il mondo senza guardarlo davvero. Era un poeta dotato di un immaginario ricchissimo, ma era impegnato nei confronti del genere umano. Ed era vicino alla gente.

Il suo realismo visionario si ritrova nella sua percezione dell’Oriente. Nello Yemen rivissuto nelle Mille e una notte o nel Marocco che fa da sfondo a Medea. Per rappresentare un classico greco come Medea, Pasolini utilizzò, senza travestirli, dei figuranti arabi: dei marocchini, dei musulmani. La parte dei greci antichi era interpretata da dei contadini musulmani. La sua percezione dell’Oriente èun fatto del tutto straordinario. Quando vidi Medea per la prima volta, mi colpì la sua capacità di rappresentare il blu intenso del cielo in Marocco. Nelle Mille e una notte Pasolini catturò la magia del tempo: un tempo che non è occidentale, perché non è un tempo calcolabile, lineare; ma è il tempo della «durata», il tempo della profondità. Pasolini ha capito qualche cosa, che anche oggi Bertolucci cerca, ma con meno fortuna. Sul piano della visione Pasolini è stato implacabile. Acutissimo. Il suo era un autentico sguardo poetico, lo sguardo di un visionario e di un grande cineasta.

Ma Pasolini era anche, nel suo essere un poeta, un intellettuale engagé, un uomo impegnato politicamente nel suo paese e nella sua società. La qualità del suo impegno per il suo paese ha superato le frontiere italiane e ci aiuta a vedere meglio il mondo.

Tahar Ben JellounOggi, nell’Italia di Berlusconi, che è una disfatta della democrazia, ma anche dell’estetica e della morale, Pasolini avrebbe avuto molte cose da dire. Avrebbe potuto scrivere un testo straordinario o girare un film terribile. Pasolini non ha visto questo mondo, ma in molti aspetti lo ha anticipato e ce ne ha dato una chiave di lettura. Credo che nel suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma, ‘Pasolini abbia visto e denunciato la deriva terribile delle nostre società. Salò è un film insostenibile, ma terribilmente attuale. Il fascismo è rappresentato attraverso la sessualità e la schiavitù. La realtà di oggi non appare con la violenza del film, ma il risultato è lo stesso. Noi abbiamo a che fare con un sistema che ha sacrificato la dignità e l’umanità per il denaro e l’apparenza. Non è un caso che il sistema berlusconiano si basi sull’apparenza dell’immagine; non è per caso che Berlusconi curi molto la sua immagine, non solo con il trucco, ma addirittura con la chirurgia plastica. L’importante infatti non è quello che fa, ma come appare.

Benché Pasolini sia morto trent’anni fa, oggi egli è straordinariamente presente. Non possiamo parlare dell’Italia di oggi, infatti, senza il linguaggio di Pasolini. Egli avrebbe potuto smascherare Berlusconi e il mondo che rappresenta. Che è poi quello che Narri Moretti tenta di fare. Non ci si è ancora arrivati, perché non si e ancora riusciti a smontare il sistema dello spettacolo del quale Berlusconi vive. Pasolini aveva una visione straordinariamente demistificatrice. Grazie a lui il nostro sguardo è cambiato. Lo sguardo che noi posiamo sul mondo - noi europei, africani, magrebini - lo sguardo di quanti hanno letto la sua poesia o visto i suoi film, non è più, dopo di lui, lo stesso.

Demistificazione della sessualità

Pasolini è stato, ad esempio, un grande demistificatore della sessualità. Molto prima di Almodovar, molto prima, come si dice oggi, del «cinema gay», egli ha raccontato un’ambiguità che non èdefinitiva. i suoi personaggi rappresentano una specie di viaggio da una sessualità all’altra. La sessualità, come è percepita da Pasolini, è anche una modalità del potere - e lo dimostra il suo ultimo film - ma soprattutto esprime la forza e l’energia di comunicare con il corpo. Pasolini non ha mai fatto un cinema omosessuale. Questo è molto importante. Non aveva reticenza nel mostrare il sesso dell’uomo, cosa che era un vero tabù per quei tempi, ma mostrava sia gli uomini che le donne fare all’amore. Ed è come se il pudore che sentiva venisse nascosto in scene che spesso erano buffe e giocose. Il modo che aveva di parlare dei corpi dell’uomo e della donna restava di un’intensa sensualità.

Pasolini non era interessato a raccontare la sua vita, la sua biografia non era importante; piuttosto cercava di comprendere come degli esseri sessualmente differenti potessero inserirsi nella società. Il protagonista di molti suoi film, Ninetto Davoli - un uomo che poteva essere marocchino o algerino - interpretava, ad esempio, la malizia più che una specifica sessualità. Pasolini non era affatto rivendicativo; non era militante. Al contrario, Visconti rappresentava l’omosessualità. Pasolini, no: per lui la sessualità non ha una sola direzione. La sua non è una visione chiusa, ma aperta. Credo che questa sia una maniera intelligente di parlare della differenza sessuale.

Un uomo di sinistra

Pasolini è stato un uomo di sinistra, se per sinistra s’intende la determinazione per il progresso sociale, per l’uguaglianza e la giustizia, e la critica del sistema barbarico del capitalismo, che massacra ogni cosa. Nel film Mamma Roma troviamo l’Italia degli anni immediatamente successivi alla guerra. Vediamo la miseria, vediamo la povertà, la società ferita, vediamo la delinquenza. Pasolini ha previsto che quell’Italia sarebbe stata venduta al capitalismo. Già all’epoca vedeva quello che sarebbe successo poi. Allora c’era la Democrazia cristiana; oggi c’è qualcosa di peggio.

Un uomo di sinistra, che è anche un visionario, è un poeta; ma non è un politico. L’uomo politico è diplomatico, è un mentitore, nel senso che l’uomo politico può mentire. Ma Pasolini non era un uomo politico, era un autentico poeta: diceva quello che aveva da dire e se ne assumeva i rischi. Non poteva mentire.

La sua vita e la sua morte ce lo dicono chiaramente. Nella sua morte, per altro, non posso fare a meno di vedere un punto di svolta. La sua morte è arrivata nel momento in cui l’Italia poteva evolversi nella direzione di una società egualitaria e di sinistra. Questo progresso sociale si sarebbe potuto compiere se l’estrema sinistra non fosse arrivata a togliere le castagne dal fuoco alla destra. Le Brigate rosse, con i loro assassinî, hanno offerto alla destra la possibilità di rinsaldarsi e di stringere le maglie. Forse quello è stato per l’Italia un appuntamento mancato con la storia. Il Partito comunista italiano aveva avuto il coraggio di prendere le distanze dall’arcaismo sovietico. Poteva a quel punto aprirsi una nuova fase per l’Italia. La società italiana avrebbe potuto evolversi verso una società democratica europea, egualitaria e giusta. Purtroppo, invece, l’estrema sinistra ha aperto la strada a questa destra arcaica.

Oggi in Italia quella che si chiama la sinistra tradizionale è un po’ sparpagliata. C’è una sinistra con una forte componente cristiana. L’Ulivo è espressione, alla fine, di cattolici di sinistra. Ma non bisogna dimenticare che l’Italia compì negli anni di Pasolini un processo sociale straordinario. In passato l’Italia è stata una società laboratorio, con delle interessanti esperienze sociali. Negli anni Settanta ci sono state, ad esempio, le grandi esperienze della psichiatria, molto utili non solo per l’Italia, ma per il mondo intero. In Italia si capì che bisognava riconsiderare la follia e farla uscire dalla medicina per reintegrarla nella società. Ci sono state le esperienze delle riunioni di quartiere. La gente si riuniva per discutere i problemi che aveva. A quei tempi, l’Italia viveva un momento veramente nuovo e rivoluzionario. Non era la rivoluzione che uccide la gente dalle barricate, era una rivoluzione sociale.

Naturalmente questa crescita democratica disturbava. C’era il bisogno di mascherare e di fare silenzio. Bisognava tenere nascosto il ruolo della mafia. La mafia è uno degli elementi più drammatici della società italiana. Pasolini ha toccato il problema nel suo ultimo film, benché non ne parli mai direttamente. Oggi la mafia si è mondializzata, non è più un fatto esclusivamente italiano. La democrazia dal basso, che si stava avviando e di cui sono un esempio le esperienze di quartiere, avrebbe potuto costituire un baluardo impenetrabile dalla mafia. Quello che mi ha colpito quando, negli anni Ottanta-Novanta, mi sono occupato da romanziere della camorra a Napoli, è stato il consenso che la corruzione raccoglieva nella società. Mi sono accorto che la realtà è molto diversa da quella presentata dai film o dai telefilm. La mafia dei telefilm è qualcosa di eccezionale, di straordinario. Si segue la storia di un caso particolare, una specie di famiglia anormale, che non riconosce la legalità, che non riconosce lo Stato di diritto, e che agisce, di nascosto, parallelamente alla società civile. Sul campo ho scoperto, invece, che non è una singola famiglia a uscire dallo Stato di diritto e dalla legalità. La camorra e la corruzione sono presenti in vari modi e a diversi livelli della società. La mafia è popolare. Ci sono gli assassini, ma ci sono anche quelli che, in un modo o nell’altro, sono legati alla mafia. La corruzione della società sembrava essere sfuggita alla critica. Ma Pasolini ha individuato chiaramente la malattia profonda della società italiana. Credo che proprio dopo Salò sia maturata la decisione di ucciderlo.

Uno di noi

Il grande conformismo che regna un po’ dovunque in Europa fra gli intellettuali ci ha fatto dimenticare che cosa è un poeta. Quando Guy Debord ha parlato della società dello spettacolo ha anticipato il tipo di società nella quale viviamo oggi. Dopo il 1968 siamo divenuti certo più saggi. Ma spesso anche più conformisti. Abbiamo dimenticato che il ruolo di un poeta è di essere non classificabile. Il poeta non è recuperabile né dai media né dai sistemi politici; non è costituzionalizzabile nel sistema dell’immagine. Il coraggio dell’intellettuale manca al giorno d’oggi, manca però più in Europa che nel mondo arabo e musulmano in generale. Nel mondo arabo, e nel mondo musulmano, gli intellettuali tentano di contestare il sistema. Ma a quelle latitudini è molto difficile esercitare la critica senza rischiare moltissimo. Gli intellettuali arabi, si tratti dell’Iraq prima della guerra, della Siria, dell’Egitto o del Libano, se passano certi limiti, rischiano di essere imprigionati, vengono fatti sparire o sono assassinati. Perciò gli intellettuali nel mondo arabo o musulmano in generale più cose hanno da dire, più corrono rischi. Uno scrittore europeo non rischia le stesse cose nel suo paese. Samir Kassir, il giornalista libanese che è stato ucciso ultimamente, era un eccellente giornalista, un amico, un intellettuale, un pensatore, un professore di università, e diceva apertamente che la Siria è un paese dittatoriale e poliziesco. Inoltre, in quanto musulmani, che lo si voglia o no, noi siamo percepiti come facenti parte della stessa nazione, della stessa casa. Quelli che tra noi ridicolizzano il Profeta o che criticano la religione o il libro santo sono percepiti come dei traditori e come dei traditori sono perseguitati. Quando Salman Rushdie è stato condannato dalla fatwa (la sentenza degli imam) non è stato condannato in quanto cittadino britannico, ma in quanto musulmano, anche se non praticante. Nonostante fosse un intellettuale britannico, è diventato un intellettuale del Terzo Mondo. La libertà dell’intellettuale del Terzo Mondo è molto ridotta e si deve avere veramente del coraggio per sostenere le proprie opinioni. Nel Terzo Mondo gli intellettuali non hanno davanti a loro una democrazia che rispetta i diritti dell’uomo, ma dei poliziotti, dei militari che non riconoscono né diritti dell’uomo né libertà.

È per questo che penso che Pasolini sia stato un intellettuale di sinistra. E un intellettuale del Terzo Mondo. Pasolini ci assomiglia. Ci assomiglia perché aveva le nostre stesse reazioni. Aveva il coraggio di opporsi al sistema e di denunciarlo. La sua appartenenza reale è alla gente del Sud. Anche Alberto Moravia, proprio nello stesso periodo di Pasolini, viaggiava; andava in Africa e nel Sud. Ma non è stato mai percepito come un uomo del Sud. Era un romano.

Parlo dell’Italia sempre con passione perché è una società che mi interessa e che è capace di sorprendere. Credo che gli intellettuali italiani di oggi dovrebbero essere maggiormente attivi politicamente; dovrebbero tornare ad essere impegnati. Non capisco perché l’Italia di Berlusconi continui a mantenere dei soldati in Iraq, pagando molto cara questa scelta, visti i molti soldati uccisi e i giornalisti rapiti o assassinati. L’Italia non ha niente a che fare con la situazione irachena. La maggioranza degli italiani è contraria all’intervento. Non capisco perché non si riesca, oggi, a obbligare Berlusconi a rimpatriare questi soldati perduti laggiù. Quattromila soldati perduti in una guerra che non riguarda l’Italia né da vicino né da lontano. Tutto questo solo perché Berlusconi vuole fare piacere a Bush. La volgarità della politica di Berlusconi è stata del resto illustrata anche dalle sue dichiarazioni sui musulmani e le differenti civiltà; dichiarazioni che richiamano, evidentemente, la spazzatura di Oriana Fallaci. Berlusconi ha ramazzato queste cose e ha creduto di trovarvi ciò che si deve pensare. Quello che più mi ha inquietato, però, è il numero di persone che hanno comprato i libri di Oriana Fallaci. È inquietante che si faccia questo commercio con l’odio e la paura. Se la Fallaci ha tanti lettori, questo significa che ci sono lettori che vogliono sentirsi dire queste cose. Non è la Fallaci che mi inquieta, ma il grande pubblico che la segue. È l’Italia che Pasolini aveva previsto e di cui aveva avuto orrore? Questa è l’Italia di Berlusconi, che ha devalorizzato la politica. Che ha devalorizzato la democrazia, anche se è stato eletto democraticamente - per altro con tanti canali televisivi la democrazia diventa secondaria. Mi inquieta il fatto di non aver assistito, con l’eccezione di Moretti e di pochi altri, a una contestazione profonda e radicale di tutto questo. Anche gli intellettuali che sono disgustati non vanno al di là del loro disgusto. E ricordando Pasolini, questa constatazione è un po’ desolante.

Tahar Ben Jelloun è nato a Fès (Marocco), ma ha trascorso la sua adolescenza a Tangeri e ha compiuto gli studi di filosofia a Rabat. Ha insegnato in un liceo a Tétouan e a Casablanca ed è stato collaboratore del Magazine "Souffles". Nel 1971 si trasferisce a Parigi dove si iscrive a sociologia laureandosi dopo tre anni con una tesi sulla confusione mentale degli immigrati ospedalizzati. Nel frattempo scrive, collabora regolarmente al giornale "Le Monde" e nel 1972 pubblica una raccolta di poesie. 
Oggi è padre di quattro figli, è molto noto in italia per i suoi numerosi romanzi e per i suoi articoli che appaiono di frequente sulla "Repubblica". Con il Premio Goncourt assegnatogli per "La Nuit sacrée" nel 1987, Tahar Ben Jelloun diventa lo scrittore francofono più conosciuto della Francia. Interviene con dibattiti e articoli sui problemi della società, soprattutto sul problema della periferia urbana e del razzismo. Con il libro "il razzismo spiegato a mia figlia" e per il suo profondo messaggio gli è stato conferito dal segretario delle nazioni unite, Kofi Annan, il "Global Tolerance Award".
[da Wikipedia]

 


Pasolini, il visonario realista, di Tahar Ben Jelloun
 

Vai alla pagina principale