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"Pagine corsare"
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Storia di un gay che prega e guarisce
di Pippo Delbono, Liberazione 27 febbraio 2007
e a seguire
Pippo Delbono:
«L'Italia? Realtà teatralmente morta»
di Tiziana Sforza, 21 aprile 2007

Qualcuno potrebbe obiettare che l'articolo che propongo qui di seguito ai visitatori di "Pagine corsare" poco abbia a che fare con Pasolini. Eppure, proprio al Nostro ho pensato leggendo quanto scrive Pippo Delbono, un attore che tra l'altro ha realizzato alcuni dei suoi lavori proprio ispirandosi a scritti pasoliniani [A.M.]

Pippo DelbonoLeggo le dichiarazioni di un inquietante uomo di potere che shakespeareanamente da oltre cinquant'anni governa da grande vecchio il nostro paese malato, ora soddisfatto perché di quei scandalosi matrimoni non si parla più, e anche le dichiarazioni di una chiesa di nuovo contenta perché il governo ha fatto "pentimento" su quelle cosacce e si sa, quando ci si pente tutti i peccati più gravi spariscono e il paradiso è ancora lì pronto a riceverci. E poi, colpo di scena, in mezzo al giornale un miracolo! Un giovane malato di omosessualità è guarito grazie alle preghiere e ai rosari! E vicino c'è scritto anche come fare, e a chi rivolgersi per guarire dall'essere gay. Fonte, la "Stampa" lunedì 26 maggio 2007.

Fa paura.

Come nei momenti più bui della nostra storia, quando i diversi venivano segregati. Fa paura che abbiamo perso il coraggio di gridare contro i fascismi religiosi più fascisti del fascismo stesso. Fa paura che proprio su quella tematica tanto presente tra le gerarchie ecclesiastiche ci si schieri per difendere impossibili famiglie, per il rifiuto di vedersi, di accettarsi. "La sua paura di volare è solo un suo grande desiderio che lui nasconde" mi diceva una donna che aiuta le persone a conoscersi, ad amarsi per come sono, parlando di un attore 'diverso' che lavora con me e che ha paura di prendere l'aereo.

Quel ragazzo felicemente guarito, prossimo alle nozze, forse inventato da qualche computer ecclesiastico, parla a un certo punto anche di avere incontrato il buddismo poi presto lasciato. Conosco il buddismo abbastanza bene, praticandolo da molti anni. Non esistono nel buddismo il bene, il male, il dio, la colpa, il sesso consentito e quello non consentito, non esiste il paradiso non esiste l'inferno e la paura che da questo ne deriva. Il paradiso e l'inferno sono in questa vita. Esistono, come nella fisica, delle cause e degli effetti, esiste una spiritualità profonda che passa innanzitutto per il conoscere e accettare se stessi, i propri desideri terreni che possono trasformarsi in causa di illuminazione. E non serve escluderli, come spesso si pensa quando si parla del buddismo, anzi bisogna amarli, perché sono il carburante per il nostro cammino verso la luce.

"Crede in Dio, il Papa?" mi chiese una volta un bambino innocentemente in un incontro in una scuola. "Non lo so", gli risposi quella volta, e ora ne sono sempre meno convinto.

Ma la famiglia come quella che sta cercando di costruire il giovane guarito dall'omosessualità serve. Serve al potere, serve alla chiesa per tenere sotto controllo i fedeli.

Ricordo mio papà, il suo spirito lucido e ribelle, anticonformista, mio papà che suonava il violino, religioso e ateo allo stesso tempo, mio padre che poi sempre più attento alla famiglia, ai sacri doveri, ai figli, a poco a poco aveva lasciato quello spirito ribelle contestatario, libero, aveva venduto il violino, l'arte. Si è spento così giovane negli anni, senza rendersi conto del suo essere velocemente, nella famiglia, diventato vecchio. E la giovinezza - cari prelati notabili e conti - è forse, come diceva il grande poeta omosessuale Sandro Penna, questo perenne amare amare AMARE AMARE AMARE AMARE AMARE i sensi, e non pentirsene.

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Pippo Delbono nasce a Varazze nel 1959. Inizia gli studi teatrali in una scuola tradizionale, che abbandona dopo l’incontro con l’attore argentino Pepe Robledo, scappato dalla dittatura del suo paese. Con lui parte agli inizi degli anni Ottanta per la Danimarca, dove si unisce al Gruppo Farfa, guidato da Iben Nagel Rasmussen. Partecipa ai viaggi e alle creazioni del gruppo e apprende le tecniche dell’attore danzatore dell’Oriente, che approfondirà nei successivi viaggi in India, Cina, Bali. Al ritorno in Italia comincia a lavorare alla creazione del suo primo spettacolo, Il tempo degli assassini, dove nell’apparente gioco cabarettistico dei due attori che raccontano danzando le loro storie di violenza, droga, dittatura e vita, già si definiscono i segni di un linguaggio teatrale che caratterizzeranno tutti i successivi suoi lavori. 

Lo spettacolo debutta in Italia nel 1987, dopo una lunga tournée in Sudamerica in teatri ma anche in carceri e villaggi popolari. Nello stesso anno incontra Pina Baush, e partecipa per un periodo a una delle creazioni del suo Tanztheater. È questa la seconda tappa fondamentale di un percorso formativo in cui il teatro incontra la danza per raccontare la vita. Morire di musica, composizione poetica minimale e silenziosa allestita in uno stanzone invaso da centinaia di barchette di carta, è del 1989. Nel 1990 crea Il muro, prima sua composizione corale con attori e danzatori. Nel 1992 Enrico V da Shakespeare, il suo unico lavoro ispirato ad un testo teatrale, dove impersona il re e insieme al suo popolo in tenuta punk rivive la sua sfida all’impossibile. 

La rabbia, omaggio a Pier Paolo Pasolini realizzato nel 1995, è il momento germinale di un modo di un modo di fare teatro compiutamente espresso in Barboni, vincitore di un premio speciale Ubu 1997 per una ricerca condotta tra arte e vita e del premio della critica nel 1998. Un teatro aperto dove al di là delle convenzioni teatrali tutto viene svelato sulla scena, e soprattutto dove è abolito il confine tra attori e persone provenienti dalla vita. 

Itaca, allestito nel cantiere navale di Pietra Ligure con quaranta persone tra attori e operai del cantiere, e Her bijit (il titolo è un congedo in curdo e significa “che tu possa vivere per sempre”) composto per la Biennale di Venezia con attori, musicisti, extracomunitari e rom, sono creazioni corali che indagano il rapporto con grandi spazi e che, esplorando nella tematica delle guerre nel mondo, porteranno ai nuovi spettacoli. 

Attraverso il successivo Guerra e il più recente Esodo, opera dove il montaggio si avvicina ad una sorta di composizione cubista, Delbono prosegue l’avventura umana e artistica con le persone che costituiscono la sua compagnia. Quasi una tribù dove convivono attori – formati da Delbono con un metodo rigoroso definitosi in molti anni di insegnamento – con persone provenienti da realtà diverse. Come Bobò, microcefalo sordomuto incontrato al manicomio di Aversa, il senzatetto Nelson, Fadel profugo del Sahara e tanti altri. 

Nel luglio 2000 a Gibellina in Sicilia debutta Il silenzio, che parla del terremoto del 1968 ed è rappresentato sul “Cretto” dello scultore Alberto Burri, un grande sudario di pietra bianca che copre la città distrutta. La memoria del terremoto si mischia a un mondo di circo e di festa e a parole e canzoni d’amore cantate da Danio Manfredini. Il lavoro della compagnia è seguito da molti giovani che in certe occasioni si uniscono al lavoro della compagnia, soprattutto dopo la pubblicazione del libro Barboni, il teatro di Pippo Delbono. Nel Silenzio, per esempio,il gruppo si è allargato a più di trenta persone. 

Nel 2002 debutta al teatro delle Passioni di Modena Gente di plastica, un universo visivo esuberante che si fonde con la carica revulsiva della musica rock di Frank Zappa e del testamento poetico di Sarah Kane.

Urlo, la nuova creazione per il Festival di Avignone, vede accanto agli attori della compagnia la partecipazione straordinaria di Umberto Orsini, Giovanna Marini e la Banda della Scuola di Musica Popolare di Testaccio.

Delbono ha realizzato il video Itaca in collaborazione con la Cineteca di Milano e la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi nel 1991 e il video L’india che danza presentato nell’ambito del Festival Riccione TTV nel 1995. Inoltre, nel 2000 un cameo all’interno del film L’albero delle pere di Francesca Archibugi nel ruolo di Toni.

Nell’anno 2001 alla Quinzaine des Realizateurs di Cannes è stato presentato il mediometraggio “Ecce Homo” di Miryam Kubesha, un film documentario sulla compagnia, poi proiettato anche al Moma di New York e al Festival del Documentario di Monaco. Nell’aprile 2004 ha ricevuto il David di Donatello come Miglior Documentario di Lungometraggio per Guerra realizzato durante la tournée in Israele e Palestina nel dicembre 2002-gennaio 2003.

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Pippo Delbono:
«L'Italia? Realtà teatralmente morta»
di Tiziana Sforza
21 aprile 2007, Café Babel, La rivista europea

L'artista sulla scena del suo spettacolo, 'La Rabbia' (Foto Compagnia Pippo Del Bono)Alla Camera dei Deputati gli uomini entrano solo se indossano la giacca. Lui ci entra in giubbino di jeans. Normale, se “lui” è Pippo Delbono, l'attore e regista che da anni mette in scena un teatro che stupisce a partire dalla scelta degli attori: molti professionisti, ma anche persone che hanno vissuto in manicomio, artisti di strada, ex barboni, cantanti rock, un bambino down. Un teatro, quello di Delbono, che erige la diversità a modus operandi. E proprio in un convegno sulla diversità culturale a Roma, il 26 marzo 2007, Delbono è stato chiamato a intervenire come relatore. Io sono tra gli organizzatori. Approfitto di un intervento noioso per indurlo a mollare per un po’ il convegno, e andiamo a chiacchierare di teatro, di diversità, di follia, della «cultura che ci salverà dal vuoto», come ama dire.

Lanciare i desideri più lontano possibile

Ma qual è la molla del lavoro di Delbono? La cultura, senz'altro. Quella che serve ad «aiutare la gente a vivere meglio. Cultura è chiedersi perché nasci, perché muori e perché esisti. Cultura è cambiare il modo di vedere il mondo. Parafrasando Pasolini, la cultura è “lanciare i desideri più lontano possibile”». Nell’Italia in cui anche la cultura spesso è stata merce di scambio elettorale, «cultura» spiega Delbono «è impegnarsi per le future generazioni, non per le future elezioni. In Italia c’è il vuoto culturale dunque ci attacchiamo a chiunque ci prometta la vita eterna per colmare quel vuoto». Il riferimento, appena velato, è al ruolo della religione. Ma Delbono non risparmia neppure la gestione del patrimonio culturale, nonostante l’Italia ospiti il più ampio del mondo: «Il nostro è un paese che sa conservare ma non rinnovare».

«I direttori dei teatri italiani? Incollati con l’attak alle loro poltrone»

Quanto al teatro nostrano, Delbono dice di lavorare meglio all’estero: «In Italia abbiamo teatri bellissimi dell’Ottocento che però compromettono la possibilità di fare teatro-danza, teatro di poesia, teatro di visioni. Qui si fanno solo i grandi testi classici. C’è solo teatro di tradizione e le strutture architettoniche sono refrattarie alla diversificazione». Non solo. Le poltrone sono occupate sempre dai soliti noti: «I direttori dei teatri italiani sono incollati con l’attak alle loro poltrone. Questo immobilismo è un ostacolo al rinnovamento. Occorrono forme direttive diverse, persone straniere che portino un vento di novità, bisogna rompere il muro italiano di una realtà culturale che io non ho paura di definire teatralmente morta».

Dalle carceri sudamericane ai palcoscenici europei

È anche per sfuggire alla sterilità della realtà italiana che Delbono, oggi apprezzatissimo in Italia, ha sempre guardato all'estero. Il regista ligure ha infatti lavorato con l’attore argentino Pepe Robledo, con il gruppo Farfa diretto da Iben Nagel Rasmussen in Danimarca, con la coreografa Pina Bausch nello spettacolo Wuppertaler Tanztheater. L’istinto lo ha poi portato in Oriente, dove ha approfondito le tecniche dell’attore-danzatore in India, Cina e a Bali. Anche i suoi film strizzano l'occhio alla dimensione internazionale. Ha vinto un David di Donatello con Guerra, miglior lungometraggio documentario realizzato durante la tournée in Israele e Palestina tra il dicembre 2002 ed il gennaio 2003. Venti anni fa la tournée del suo primo spettacolo, Il tempo degli assassini, fa tappa in teatri, carceri e villaggi popolari sudamericani. Da quel momento in poi, è un susseguirsi di successi nazionali e internazionali. Che Delbono raccoglie senza mai rinunciare all'attenzione per il mondo degli esclusi del sistema. Anzi.

Quello del regista ligure è un teatro che mette in scena extracomunitari, ex barboni, pazzi, portatori di handicap... come Bobò, che ha vissuto cinquant’anni nel manicomio di Napoli: «Dopo aver lavorato con loro, non accetto più il fatto che persone socialmente più “difficili” siano viste con occhi diversi. Le persone diverse che lavorano con me mi hanno aperto gli occhi sul mondo. Sono diventate le protagoniste del mio percorso, sono personaggi che girano tutte le grandi capitali europee con i miei spettacoli. È il segno che la diversità può essere uno strumento fondamentale di apertura culturale». «A Mosca – spiega Delbono – mi dicevano “ma noi i bambini down li teniamo rinchiusi!”. In un mio spettacolo, invece, c’è un bambino down che chiude lo spettacolo con un sorriso, nessuno avrebbe saputo farlo meglio: in lui vedo la luce del Budda».

VEDI ANCHE
Sito ufficiale Pippo Delbono
A Ostia, ripensando Pasolini, di Pippo Delbono

 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Storia di un gay che prega e guarisce, di Pippo Delbono

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