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Notizie Pasolini, pillole e
gol.
Certi piaceri sostiene di
averli scoperti solo in tarda età. «Se ci salviamo festeggio
con una bottiglia di Barolo. Il vino dei re o il re dei vini, non ricordo
bene. L'ho apprezzato tardi, come l'Amarone, che non riesco proprio a farmi
piacere. Un mio amico di Milano dice che non capisco niente di due cose,
amarone e portieri. Temo abbia ragione». Giovanni Galeone è
tornato, l'Udinese gli ha offerto la guida tecnica di una squadra in caduta
libera e lui oggi ricomincia [...]
Un tipico "casone" a Marano Lagunare «Nelle città di mare mi esprimo bene - racconta Galeone - vedere l'acqua mi carica, con gli orizzonti chiusi mi intristisco e il cattivo umore si riverbera nelle mie squadre, che giocano bene soltanto quando sono allegro ». E il mare, un po' imbastardito dalle lagune, c'era anche a Grado, dove ai tempi in cui la fisioterapia non esisteva e i presidenti consigliavano le sabbiature, Galeone passava lunghe estati, fitte di incontri straordinari. «Ci chiamavano la banda di Grado: Reja, Capello, Riva, Sormani. Eravamo giovani e ci divertivamo, dovevamo ancora sposarci, soprattutto», ride Galeone. «Andavamo a mangiare da Nico e incontravamo Ninetto Davoli, Raf Vallone e Pasolini che a quei tempi, mi pare fosse il '70, girava Medea dalle parti di Marano Lagunare, dove ci sono strani scenari desertici, quasi lunari. Con Pierpaolo giocavamo spesso a pallone. Emanava un fascino e una personalità fortissimi, un carisma che gli veniva riconosciuto senza che lo cercasse. Pasolini non parlava, sussurrava, non l'ho mai sentito alzare la voce». Ma si faceva sentire. «Una volta nello spogliatoio mi trovai con Capello, Vallone e Pasolini. Vallone doveva portare a Londra Uno sguardo dal ponte di Miller e ne parlava con Pasolini che, pacato, gli spiegava le sue valutazioni, suggeriva le soluzioni. Vallone, uomo di grande cultura, che aveva fatto cinema e molto teatro, stava completamente zitto, attentissimo. Lo guardava come se parlasse con un santone, ascoltandolo religiosamente». A casa Galeone, Pasolini
equivaleva al demonio. «Papà e mamma erano liberali, malagodiani.
I miei fratelli, se è possibile, pendevano ancora più a destra.
Mio Padre era ingegnere, mia madre una casalinga che aveva sempre vissuto
nei salotti bene di Napoli e suonava il pianoforte. A casa si leggeva Il
Borghese di Tedeschi e Gianna Preda, con gli articoli filosofici di Evola.
Io ero il ribelle che si era scavato la tana. Sono stato sempre di sinistra,
fin da ragazzino, leggevo Brecht, Sartre e Camus ed ero attratto dai problemi
di quelli che stavano peggio di me. A volte gli amici, che sanno essere
cattivi, mi rinfacciavano il benessere. Dicevano che era troppo facile
essere di sinistra, vivendo in un ambiente in cui non mancava nulla. Sviluppai
la mia coscienza politica a Trieste, dove i fascisti erano fortissimi ma
dove avevo modo di ascoltare i comizi di Paietta, uno con le palle che
non aveva paura della propria storia». Tempi lontani.
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