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"Pagine
corsare"
Notizie
Vancouver: la comune
difesa dell’identità culturale avvicina Pasolini agli italiani all’estero
Intervista a Massimo Fusillo dell'Università
dell’Aquila
Nick Vultaggio - Alfredo Iannaccone,
30 giugno 2005
Un
appuntamento imperdibile con la grande cultura cinematografica italiana.
Un momento di attenta analisi e riflessione su uno scrittore e regista
che, a 30 anni dalla sua morte, continua a far parlare di sé per
i molteplici messaggi che ci ha lasciato attraverso i suoi numerosi capolavori.
Parliamo di Pierpaolo Pasolini, artista della pellicola neorealista
nostrana, assassinato nel 1975 a Ostia, all'Idroscalo, ucciso da un ragazzo
di vita. Vancouver ha ospitato nei giorni scorsi una mostra-rassegna su
uno dei tanti aspetti del "director" italiano. Ad organizzarla, presso
il Cinematheque di Howe Street, a Downtown, nel cuore della bella cittadina
britishcolumbiana, l'Associazione "Fondo Pier Paolo Pasolini", Cinecittà
Holding e ancora l'Istituto Italiano di Cultura guidato dal direttore Antonio
Cosenza.
Si è trattato prima
di tutto di una proficua tavola rotonda sul regista, una conferenza su
uno degli aspetti più importanti dell'artista, vale a dire il suo
rapporto con il mito e la cultura classica dell'antica Grecia, presenti
nelle sue pellicole.
A parlare di Pasolini e su
Pasolini c'era uno dei massimi esperti in Italia, il prof. Massimo Fusillo
dell'Università dell'Aquila, che ha illustrato la figura dello scrittore
al numeroso pubblico presente e ai tanti media che non hanno fatto mancare
il loro apporto (non solo italiani ma anche canadesi).
Ma quali motivazioni e quali
ragioni hanno spinto all’organizzazione di un evento di tale portata, incentrato
su un artista di non facile comprensione ma sempre attuale, nonostante
i tanti anni trascorsi dalla sua tragica dipartita? Lo abbiamo chiesto
proprio al professor Massimo Fusillo.
d.- Per quale ragione
avete deciso di organizzare una mostra-rassegna sul cinema pasoliniano,
a 30 anni dalla sua morte, e quali sono gli aspetti principali di un evento
così importante per la cultura nostrana?
r.- La conferenza tratta
il rapporto tra Pasolini e la tragedia greca, il mito Greco e la cultura
classica. È un rapporto molto intenso che ha coinvolto un po' tutti
i linguaggi in cui Pasolini si è espresso nell'arco della sua vita,
soprattutto il cinema e il teatro ma anche nella sua attività di
traduttore, scrittore, critico e anche giornalista. Perché per lui
il mondo greco era una metafora della civiltà contadina e di una
serie di argomenti che alla fine erano sempre al centro della sua attività
poetica.
d.- Lei è considerato
uno dei massimi esperti dell'artista Pasolini: qual è oggi il messaggio
che il regista e scrittore ci ha lasciato, a 30 anni dalla sua scomparsa?
r.- Pasolini non è
stato un autore di grandi capolavori singoli ma la grandezza dello stesso
è stata nel suo grande lavoro complessivo, un lavoro intenso e poliedrico,
ricco di fascino, un lavoro che adesso è stato pubblicato in Italia
in ben dieci volumi. Credo che quello che più ci abbia lasciato
oggi Pierpaolo Pasolini sia questa ansia di ricerca all'interno di linguaggi
diversi. Il suo cinema è un cinema che penso abbia ancora molto
da dire, proprio per il suo stile molto personale, molto primitivo e povero,
cioè che riesce a esprimere molto attraverso una sottrazione. E
penso che in questo senso la parte più vitale della sua opera siano
le sue poesie. Soprattutto le prime in dialetto friulano. Poi c'è
sicuramente la parte più discussa di Pasolini, quello critico nei
confronti della politica e della società italiana. Possiamo parlare
ancora poi di un "Pasolini profeta", su cui alle volte si è anche
un po' ecceduto nel descriverlo, come quasi veggente. In realtà
egli è stato un personaggio perfettamente calato nella realtà
del suo tempo. Indubbiamente però qualche elemento che io definirei
straordinario in Pasolini c'è. Credo che la sua visione degli anni
‘70 fosse già molto lucida, egli era un precursore dei tempi, aveva
capito molto di quello che in Italia sarebbe accaduto dopo la sua morte.
d.- Che valore ha oggi
la figura di Pasolini per gli italiani all'estero?
r.- Credo che abbia valore
perché quella di Pasolini è una figura che ha sempre studiato
e difeso le culture locali, senza eccessi, senza localismi nazionalistici,
ma attraverso uno studio della ricchezza dei dialetti italiani, della diversità
delle culture che formano il nostro paese. Egli poi è stato un autore
estremamente critico nei confronti di ogni dogmatismo ideologico, sia di
quella sinistra a cui lui apparteneva, sia della destra. Dunque un autore
che comunque tuttora fa pensare e riflettere a fondo, e ci pone il problema
di che cosa sia realmente questa identità italiana. Per cui, dal
momento che i nostri connazionali che vivono all'estero sentono questo
problema dell'identità in maniera ancora più forte rispetto
a chi vive in patria, Pasolini e il suo pensiero sono molto vicini agli
emigrati.
d.- Qual era il rapporto
fra Pasolini e il concetto di mito, quello dell'antica Grecia?
r.- Era un rapporto molto
intenso perché il mito era per Pasolini un linguaggio autonomo,
in quanto era anche il luogo in cui si stratificava una cultura millenaria,
arcaica, contadina. Parliamo della cultura del sacro, del rito popolare,
che era quella che Pasolini difendeva in quegli anni di modernizzazione
selvaggia dell'Italia, che erano gli anni in cui lui ha operato e di cui
oggi si vedono i limiti evidenti. Il mito era un linguaggio che lui ha
riletto sulla base dell'antropologia, della psicanalisi, come linguaggio
per capire la propria condizione psichica, la propria biografia. In questo
senso, Edipo re è stato il film più autobiografico in cui
Pasolini ha raccontato il proprio complesso di vita, le fasi della sua
evoluzione di artista e di uomo. Quello di Pasolini è stato anche
un linguaggio con cui autoanalizzarsi, ma soprattutto un linguaggio con
cui analizzare i conflitti che c'erano all'interno della cultura italiana
e non solo. Attraverso il mito, Pasolini ha letto realtà che lo
affascinavano come quella del terzo mondo, l'Africa in cui ha girato l'ultimo
e forse il più bello dei suoi film ispirato al mito greco e cioè
Appunti per un’Orestiade africana. Parliamo in questo caso di un film documentario
non finito perché l'ultimo Pasolini, quello prima della sua tragica
scomparsa, preferiva l'abbozzo, il progetto, rispetto all'opera chiusa
e finita. Vorrei ricordare in questo senso anche l'opera forse più
complessa che lui ci ha lasciato, Petrolio, dove c'è una forte presenza
del mito degli Argonauti, di Medea, come metafora del colonialismo nei
confronti di altre culture. Questa è un'opera ricca di riferimenti
politici all'Italia degli anni settanta, agli scandali, alla corruzione,
questo è romanzo incompiuto a cui egli lavorava prima di essere
assassinato e a cui sicuramente avrebbe dovuto lavorare ancora molti altri
anni perché doveva essere un’opera di duemila pagine e noi ne abbiamo
raccolto solo seicento. Quindi un linguaggio che negli ultimi anni ha sempre
conservato la sua vitalità e credo che Petrolio, che è stato
pubblicato soltanto vent'anni dopo la sua morte, tuttora sia un testo su
cui bisogna lavorare tanto per comprenderlo.
d.- E, per concludere,
ci parla della scelta di proiettare pellicole quali Porcile e Medea?
r.- Porcile e Medea
sono due film che hanno molto in comune. Medea è sicuramente
il film più radicale tra quelli ispirati dalla tragedia greca. Quello
in cui Pasolini non ha nemmeno contaminato la tragedia greca con il presente
come fa in Edipo re, ma ha cercato di creare un linguaggio atemporale
arcaico, quasi onirico del mito, e l'ha fatto in maniera molto rigorosa.
Questo è tra i più complessi e difficili ma se si vuole capire
che cosa significava tragedia greca e mito per Pasolini, questo è
il film più adatto. Poi è l'unico film in cui ha recitato
Maria Callas finora molto importante per la riscoperta della tragedia greca
attraverso la musica. Porcile è un film in cui il fascino dell'arcaico
emerge anche nelle sue forme più dure. È un film sul cannibalismo,
su una arcaicità ancora più antica e lontana di quella greca
che è la stessa arcaicità che appare all'inizio di Medea
quando vediamo un sacrificio umano, cosa che non è presente nella
tragedia greca e non è presente nella civiltà greca. Pasolini
vuole anche andare alle origini della tragedia greca, cioè vuole
andare alla ricerca di strati culturali antichi che però conservano
una loro potenza simbolica e che per lui erano importanti, pur essendo
egli un razionalista e fino all'ultimo una figura che ha conservato un
rapporto con la psicanalisi, il marxismo, con i modelli di lettura razionali
del mondo. Insomma Pasolini era da un lato un razionale, ma dall'altro
ha nutrito sempre questo amore sconfinato per l'arcaico che in Porcile
si vede tantissimo.
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