Il cinema
 


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"Pagine corsare"
Cinema

''La ricotta'' rivoluzionaria
L'episodio di Pasolini del film collettivo ''Ro.Go.Pa.G.''
Giuseppe Sansonna, Aprile on Line

“Povero Stracci, crepare è stato il suo solo modo di fare la rivoluzione!” sussurra senza pathos Orson Welles, lo sguardo rivolto ad un sottoproletario romano, morto in croce di indigestione. È l’ultimissima sequenza de “La ricotta”, episodio di Pasolini del film collettivo “Ro.Go.Pa.G.". Uscito nel 1963, fu immediatamente sequestrato con l’imputazione di “vilipendio alla religione di stato”. Il Procuratore della Repubblica Di Gennaro lo definì “Il cavallo di Troia della rivoluzione proletaria nella città di Dio”.

Per consentire al film una normale distribuzione si dovettero apportare alcuni tagli. Il più significativo riguarda proprio l’ultima frase di Welles, deviata verso un patetico sentimentalismo: “Povero Stracci! Crepare, non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo!”. Nel maggio del 1964, dopo una serie di traversie giudiziarie, la Corte d’Appello di Roma assolverà Pasolini, perché “il fatto non costituisce reato”. 

A trent’anni dalla morte, la Cineteca Nazionale rende omaggio all’artista friulano, restaurando “La Ricotta” e proiettando la versione originaria e quella censurata. Il film si apre con una didascalia profetica dell’autore: 

“Non è difficile prevedere a questo mio racconto una critica dettata dalla pura malafede. Coloro che si sentiranno colpiti infatti cercheranno di far credere che l’oggetto della mia polemica sono la Storia e quei testi di cui ipocritamente si ritengono i difensori. Niente affatto: a scanso di equivoci voglio ricordare che la storia della Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono i più sublimi che siano mai stati scritti”. 
Il film narra le vicende di Stracci, borgataro romano che si arrabatta facendo la comparsa. In un film sulla Passione di Cristo, girato da un tronfio Orson Welles, Stracci è il ladrone buono, crocifisso al fianco di Gesù. Set, il pratone della sorgente dell’Acqua Santa, tra la Via Appia Nuova e la Via Appia Antica. Sullo sfondo, i palazzoni delle borgate. Troupe concitata, nelle pause le comparse ballano il twist, la diva accarezza il suo volpino e nell’aria risuonano gli ordini secchi d un aiutoregista iperteso. Stracci pensa solo alla fame atavica che lo divora. Così povero da dover rinunciare al “cestino” per far mangiare moglie e figli. Circondato dalla ferocia beffarda delle altre comparse. 

In una pausa di lavorazione, irrompe su set uno strisciante giornalista. Intervista Welles, che distilla schegge di pensiero pasoliniano. Il film che sta girando esprime il suo “intimo, arcaico, profondo cattolicesimo”. La società italiana è composta dal “popolo più analfabeta e dalla borghesia più ignorante d’Europa”. La morte, infine, è “un fatto che in quanto marxista non prende in considerazione”. L’ebete deferenza del giornalista scatena il cinismo del regista: “Lei è un uomo medio, ovvero un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste…il capitale non considera la manodopera esistente se non quando serve alla produzione e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale. Addio”. 

Nel frattempo, proseguono le disavventure di Stracci, sempre più famelico. Vendendo il volpino della diva al giornalista, riesce a comprarsi un'enorme quantità di ricotta. Si abbandona finalmente a un pasto animalesco, osservato e deriso dall’intera troupe. Lo fanno ingozzare dei resti della scena de “L’ultima cena”. Stracci sbrana tutto con frenesia, come un deportato appena liberato da un lager. 

Nel frattempo sul set arriva il produttore, circondato da un laido codazzo mondano: vogliono tutti assistere alla scena della “Morte di Cristo”. Stracci prende il suo posto in croce e sibila tra i rigurgiti: “Quando sarai nel regno dei cieli, ricordati di me”. Poi muore, suscitando nei presenti più imbarazzo che dolore. 

Stracci è un’incarnazione di Cristo, ucciso con allegra indifferenza dalla volgarità cinica e beffarda del mondo contemporaneo, incapace di vivere e riconoscere il tragico. Dopo i processi subiti, l’autore commentò:

“Ne La ricotta sopravvivono duemila anni di imitatio Christi e irrazionalismo religioso. Sono elementi storicamente morti ma umanamente vivi, che ci compongono. Io, per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!) ma so che in me ci sono duemila anni di cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche. Esse sono il mio patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me: se lasciassi ai preti il monopolio del Bene”. 
Come tanta parte dell’opera pasoliniana, questo film di quarant’anni fa si presenta come una lucida profezia del nostro presente, affollato da sedicenti cattolici avidi come barracuda. 

 


"La ricotta'' rivoluzionaria, di Giuseppe Sansonna
 

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