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L'omicidio di Pier Paolo Pasolini
Una brutta storia
Riflessioni balorde su una serata di verità balorde
di Emanuele Di Marco
7 maggio 2005

Dopo trent’anni Pino, bontà sua, ha deciso di parlare, di dirci quello che già sappiamo. Già so tutto, ma aspetto il momento con i crampi allo stomaco e pian piano l’attesa diventa orgasmo, diventa insopportabile. 

Una brutta sigla.
Poi la donna parla, 
dice cose belle
ma un po’ scontate.
Sbrigati! arriva al dunque,
fallo parlare quel poveraccio,
fagli raccontare quello che,
ignobile com’è,
ha avuto l’orrendo privilegio di vedere:
il massacro di un Poeta.

No, bisogna attendere. Rivedo, rivediamo tutti, con un groppo duro da inghiottire in gola, la storia di quella sera, le immagini, Dio mio, del suo corpo. 

Sì, ti avevo già visto morto
nelle foto turpemente rubate
in un vecchio numero dell’”Espresso”.
Ma adesso il dolore si rinnova, 
è più chiaro, più lucido
e per questo più lacerante.
A video passano scritte che avvertono: “Attenti,
state per vedere la morte”.
Ma non è proprio così:
quello che passa davanti ai miei occhi,
non è semplicemente la morte, una morte,
ma La Morte in persona,
la quintessenza del martirio
e della barbarie.

Sono scosso. Altri parlano. Il buon Marazzita e il mite Calvi. Un po’ ascolto e un po’ no. Infine eccolo “Pelosino”, ancora con la sua faccia da ragazzetto: non una ruga, non un dolore vero in una vita, che lui professa invece sommamente ingiusta. Comincia a parlare.

“Non ero io”,
dici, trent’anni dopo;
ti vergogni a raccontare
che tu, uomo già allora, 
eri stato con un “frocio”.
Ma non ti vergogni di mentire ancora,
di piagnucolare “volevo aiutarlo”,
“sono quasi un eroe”.
Di dieci parole che escono dalla tua bocca,
due sono vere,
le altre patetiche falsità.
“Avevo paura”
“Non li ho mai più visti”
“Sono andato a vedere e mi è caduto l’anello”
“Era notte e gli sono passato sopra senza volere,
avevo diciassette anni”
“In cella ho detto che l’avevo ammazzato io, perché …
perché l’ho detto”. 
E altre mille bugie.
Ripetute con la stessa ostinazione,
con la stessa cocciuta convinzione
con cui hai mentito sempre;
la tua sicurezza nel barare,
è la stessa di trent’anni fa,
di venti anni fa,
di cinque anni fa,
di ieri.

Pelosi, Pino, Rana o, maledetto, chi tu sei davvero, mi hai tolto, sì, un piccolo peso dal cuore. L’hai detto. Hai detto: “non l’ho ucciso io”. E hai confermato quello che abbiamo sempre pensato; ma poi hai ricominciato subito, ladruncolo da quattro soldi, ad affermare la tua storia sconcia, non credibile neanche per la più sprovveduta delle educande.

Voglio la verità! Voglio la verità! Voglio la verità! Forse non servirebbe a niente sapere tutto per filo e per segno, forse non servirebbe. Ma tu, Pelosino, la sai la verità, e vogliamo saperla anche noi, e vuole saperla anche il povero Sergio Citti, che oggi, su tutti i giornali, dice la sua con l’ultimo filo di voce. Perché la verità, vedi, la conosco, la conosciamo, ma, in questo paese farsesco e fariseo, per una volta sarebbe bello sentirla la verità, sentirla tutta, e goderne per una volta sola il sapore.

La trasmissione finisce:
la sigla rompe, forse per sempre,
quell’esile filo di speranza 
che giustizia potesse essere fatta.
Sono sconcertato, stralunato:
sì, un po’ stupito,
che la Rana abbia parlato,
ma anche profondamente ferito 
dalla delusione:
la delusione di chi sa
di essere stato, un’altra volta, preso in giro,
truffato;
lo sconforto di chi sa bene
che questa mezza vittoria
non porta che all’ennesima, intera, sconfitta.

Decido di passare il resto della notte bevendo e pensando: decido che domani comprerò tutti i giornali per vedere che si dice, che si pensa, che eco hanno avuto queste mezze verità sull’opinione pubblica, se sia possibile riaprire il processo. Poi, intronato di sonno, vino, stanchezza e dolore, me ne vado a letto: e penso che, forse, il giornale non lo prenderò nemmeno, che all’opinione pubblica, in realtà, non gliene frega niente di quale sia la verità di quella notte, che tutti hanno altro a cui pensare: a Milan-Juve, al “nuovo governo”, o più semplicemente a quale cellulare da comprare domani che ci sono i saldi nei centri commerciali.

Caro,
amato Pier Paolo,
ecco cosa rimane
di questa serata strana,
piena di speranze deluse:
proprio la speranza .
La speranza
che non tutto vada come deve andare
che, infine, ci sia una sorpresa
che, inaspettatamente, qualche vecchia coscienza si smuova.
Ma, per questa notte,
di nuovo muori,
e, di nuovo,
anche questo ti nuoce.

* * *

Emanuele Di Marco ha collaborato con "Pagine corsare" con alcuni suoi scritti: "Pier Paolo", "Una riflessione su Pasolini, la sua morte a Ostia e il processo al suo assassino", "A casa di Pasolini", "Riflessioni su Teorema"  e con la sua tesi di laurea: "Squarci della città di Dio. I racconti romani dal '50 al '52 di Pier Paolo Pasolini" (comprendente una sua intervista a Walter Siti)


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