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L'omicidio di Pier Paolo Pasolini
L’ennesima bugia de «La Rana»?
di Maurizio Fiorino

Pino PelosiEra troppo facile pensare che non avremmo più sentito parlare di Pier Paolo Pasolini, uno dei più lucidi e provocatori intellettuali che l’Italia del Novecento abbia mai avuto. 

A trenta anni da quella notte tra l’uno e il due novembre, la sua morte rimane un caso che ha sparato dritto alle coscienze degli italiani: per il modo in cui il poeta è stato brutalmente assassinato, per il movente dell’omicidio, per l’assassino, un diciassettenne ragazzo di vita che sembrava appena uscito dalle pagine dei più bei romanzi pasoliniani. 

Ma furono soprattutto le modalità processuali, sbrigative e confuse, a fare discutere l’opinione pubblica e i legali di Pasolini e dello stesso Pelosi: l’avvocato Nino Marazzita chiese la riapertura del caso citando come testimone-chiave Renzo Sansone, ex appuntato dei carabinieri che aveva condotto le indagini, che nel 1975 disse: «Pelosi non era solo. Con lui c’erano anche i fratelli Borsellino di Catania, furono loro stessi a dirmi che quella notte si trovavano lì». Ma il giovane Pelosi insistette: «No, ero solo quella notte. Sono dei bugiardi». 

La giornalista e scrittrice Oriana Fallaci, amica di Pier Paolo, dodici giorni dopo l’omicidio scrisse dalle colonne dell’Europeo: «Esiste un’altra versione della morte di Pasolini; una versione di cui probabilmente le forze di polizia sono già a conoscenza, ma di cui non parlano per poter condurre più comodamente le indagini». Un delitto politico, quello ipotizzato dalla Fallaci? Un omicidio a scopo sessuale? O, più semplicemente, una conseguenza di un raptus istintivo e violento di Pino Pelosi? Domande, queste,  alle quali nessuno ha mai saputo rispondere con certezza e sicurezza. 

Trenta anni di silenzio, poi lo sfogo: «Io sono innocente. Non sono complice di nessuno». Pelosi tira in ballo tre persone, a lui sconosciute, che avevano un forte accento del sud. Tre persone che volevano dare «una lezione a Pasolini». L’ex ragazzo di vita, oggi quarantaseienne, capovolge completamente la versione che fornì trenta anni fa: «Pasolini mi ha detto di andare a mangiare una cosa e farci qualche toccatina. Avevo diciassette anni, ero totalmente immaturo. Mi avrebbe dato ventimila lire. Lui si è comportato normalmente, da persona civilissima, un perfetto gentiluomo».

Arrivati all’Idroscalo, dopo aver fatto benzina ad un rifornitore automatico, Pelosi ebbe un rapporto orale con Pasolini. Scende dalla macchina per poter urinare e qui il racconto cambia radicalmente rispetto al passato: dal buio della notte spuntano fuori tre uomini sui quarantacinque, quarantasei anni: uno aggredisce il ragazzo, gli altri due si occupano di Pasolini. Pelosi racconta di esser stato picchiato, minacciato da una persona «con la barba, coi capelli ricci che mi ha preso per il collo, mi diceva “fatti i cazzi tuoi”». 

Pasolini è stato tirato fuori dalla macchina, hanno cominciato a picchiarlo in un modo che Pelosi definisce «inaudito». Il ragazzo cominciò a reagire, «per difendere il signor Pasolini. Questo poveraccio urlava, mentre loro lo massacravano». Racconta di aver preso una mazzata sul naso, di esser stato picchiato, preso per il collo. Sui tre uomini Pelosi non fornisce alcun dettaglio fisico, ricorda solamente che l’uomo che lo minacciò aveva la barba e i capelli ricci; racconta però che avevano un accento del Sud, calabrese o siciliano, e che, mentre davano «una lezione a Pasolini», insultavano il poeta dicendogli «sporco comunista», «fetuso», «arruso», «frocio». 

Ma il racconto del delitto continua: «lui non reagiva, lo stavano massacrando, urlava. Si aggrappava al tettuccio, non voleva uscire ma l’hanno letteralmente tirato fuori. Lo hanno picchiato selvaggiamente, finché rantolava». 

Poi la morte, avvenuta a causa dello schiacciamento di Pasolini ad opera della macchina Alfa Romeo GT, guidata dal Pelosi che travolge il corpo ormai agonizzante, senza accorgersene. 

Nonostante queste delucidazioni, sono ancora molti i punti oscuri dell’omicidio: Pino Pelosi dichiara di aver ricevuto minacce anche dopo quella notte, e dopo aver scontato i suoi anni di carcere, ma che i genitori sono sempre stati all’oscuro di queste minacce. Qualora Pelosi abbia ricevuto solo una volta quella minacce, e solo quella notte, com’è possibile che siano state sufficienti a garantire trent’anni di silenzio? 

E l’anello? Non si dimentichi che l’anello di Pelosi fu rinvenuto a pochi passi dal cadavere di Pasolini, e che il cadavere di Pasolini fu trovato a settanta metri da dove la macchina era stata posteggiata, da dove i due si erano inizialmente appartati. A domanda, il Pelosi risponde lapidario: «Non ne so niente». 

Rimane anche il fatto, assolutamente non trascurabile, che Pelosi quella notte stessa, appena arrivato in carcere, disse al compagno di cella: «Ho ucciso Pasolini»; poi, in seguito, disse e confermò che non sapeva chi fosse quell’uomo, cosa facesse, sapeva solamente che alla trattoria in cui mangiarono poche ore prima del drammatico omicidio Pasolini era un cliente abituale, e che lì lo chiamarono Paolo. 

Non ultimo il fatto che Pelosi oggi è solo, senza famiglia, senza lavoro e che quella immaturità che aveva influito tantissimo sul processo e sulla condanna, sembra tornare oggi nelle parole del ragazzo di vita ormai quarantaseienne. 

Inoltre, Pino Pelosi dichiara che quella notte fu bastonato, di aver preso una mazzata sul naso, di essere stato picchiato, preso per il collo. Ma, al momento dell’arresto, i suoi vestiti non avevano nessuna traccia di sangue, i suoi capelli erano ordinati, il suo aspetto pulito, aveva soltanto un piccolo taglio in fronte che si rivelò poi la conseguenza di una brusca frenata in macchina, quando fu inseguito dalla polizia sul lungomare di Ostia. 

E se questa dichiarazione, a trenta anni dalla morte di Pasolini, fosse soltanto un modo per attirare a sé un po’ di attenzione? Non è una ipotesi da scartare: Pelosi vuole campare di “rendita”, di una rendita un po’ particolare, visto che si tratta di un omicidio; Pelosi, per lavoro, vuole fare “colui che sa della morte di Pasolini”. 

La mia tesi è sostenuta in primo luogo dal fatto che Pelosi ha continuamente cambiato i fatti con piccolissimi e a volte insignificanti particolari, in modo tale che le luci dei riflettori non si spegnessero mai su di lui. In secondo luogo, fatto non marginale ma anzi significativo, il fatto che Pino Pelosi scrisse nel 1995 un libro, Io, angelo nero, pubblicato da Sinnos Editore. Il libro racconta com'erano andate realmente le cose: come ci rivela la prefazione, fu commissionato da un grosso editore, ma poi il progetto non andò in porto, forse perché il libro aveva deluso le aspettative. In effetti, leggendolo, rimane profondamente deluso chi si aspetti una qualche scottante rivelazione: Pelosi fa un copia-incolla della sua deposizione del ’75, non smuove una virgola dalla sua tesi, non cambia niente. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: perché pubblicare quel libro se non per continuare a far discutere di sé? Se non per campare di quella “rendita”, se non per non permettere di spegnere quella luce della ribalta? Senza di essa, Pelosi sarebbe tornato, tornerebbe tutt’oggi, il quarantaseienne ancora immaturo senza famiglia, senza genitori, senza lavoro. 

Sembra ossessionato, il Pelosi, da quei quindici minuti di popolarità che teorizzò Andy Warhol: i quindici minuti si sono però duplicati, triplicati, quadruplicati sino a diventare un’ora di celebrità che va avanti da trent’anni. 

Sul fatto della maturità inoltre, è lo stesso Pelosi a confermare la mia tesi: «Ero immaturo, non che adesso sia maturo. Non si è mai maturi». 

La nuova tesi di Pelosi non sposta di un millimetro l’opinione che si fecero di lui i legali di Pasolini, gli intellettuali amici del poeta e regista, le persone di buon senso che non riuscivano a credere, non potevano farlo, che un tale massacro fosse stato opera di un diciassettenne. 

Risultano invece preziose le nuove rivelazioni di Sergio Citti, fraterno amico di Pasolini:  «Erano in cinque, Pasolini fu giustiziato: quella sera doveva incontrare chi aveva rubato le pellicole di Salò o le 120 giornate di Sodoma». Citti sostiene che Pelosi era un’esca: «C’entra perché avevano bisogno di un’esca per Pier Paolo e lo sapeva tutta Italia che a Pier Paolo piacevano i ragazzetti». E ancora: «Pelosi, con Pier Paolo, aveva una sorta di appuntamento. Era lui che doveva condurlo ad Acilia… e siccome volevano essere sicuri che Pier Paolo ci arrivasse davvero ad Acilia, scelsero un ragazzo di vita minorenne, un tipetto come piacevano a Pier Paolo, riccio, moro, muscoloso». 

Citti sostiene che Pasolini gli disse, poche sere prima di morire, che aveva trovato un contatto per riavere le pellicole del film, che aveva un appuntamento ad Acilia, la sera del primo novembre. Ovviamente, secondo Citti, il ricatto delle pellicole del film Salò o le 120 giornate di Sodoma era solo una scusa. Il poeta fu condotto a Ostia, e lì ci fu il massacro: «Picchiarono per uccidere, professionisti». 

Trent’anni sono passati, e trent’anni probabilmente passeranno ancora: riusciremo ad avere la verità sul massacro di Pasolini? Appuntamento alle prossime rivelazioni di questa telenovela: al quarantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, cosa si inventerà l’ancora immaturo cinquantaseienne Pino “La Rana”?
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Pier Paolo Pasolini durante la lavorazione del film "Accattone"

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Maurizio Fiorino ha collaborato con "Pagine corsare" con lo scritto "Un demone messo in croce. Ritratto di un grande poeta"


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