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L'omicidio di Pier Paolo Pasolini
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Pasolini 30 anni dopo, permetteteci qualche dubbio, Lettere all'Unità 13 maggio

Caro direttore, 
si riapre il processo Pasolini. Pino Pelosi, condannato per l’omicidio, dopo trent’anni rivede la propria versione dei fatti e sostiene di non aver ucciso il poeta. L’amico regista Sergio Citti, che non ha mai potuto testimoniare, rivela che sa come sono andate realmente le cose. Tutto questo in linea teorica non può non far riaffiorare la speranza di giustizia in chi ha stimato Pier Paolo Pasolini prima e dopo la sua morte. Consentiteci però un dubbio. Mancano sei mesi alla ricorrenza del trentennale dell’omicidio all’idroscalo e il fatto che il caso venga riaperto in questo preciso momento provoca inevitabilmente delle riflessioni. 
Non ce ne vogliano né Pelosi né tanto meno Citti per la nostra diffidenza e il nostro scetticismo, ma la sensazione è che sia in preparazione una bomba mediatica pronta a esplodere ad uso e consumo dei soliti ignoti. Tutto il paese si sta preparando a ricordare la sconvolgente attualità di uno degli intellettuali più profetici del Novecento italiano con convegni, conferenze, proiezioni, dibattiti, mostre. Fin qui niente di male, anzi; ma è la trasformazione della ricorrenza in fenomeno mediatico che ci spaventa. Già Enzo Siciliano qualche giorno fa su Repubblica ha definito l’apparizione di Pelosi su Raitre una sorta di reality show. Vorremmo sapere a cosa ci dovremo preparare per i prossimi mesi, perché Pasolini ci aveva messo in guardia proprio contro questo consumismo televisivo. La speranza è che questa volta si osi andare fino in fondo per amore della verità e non dello scoop a tutti i costi, perché non tutti potranno sopportare un secondo funerale. A sostegno di tutto questo non abbiamo prove né indizi, ed è per questo che siamo molto preoccupati.

Francesco Marmorini, Nora Calzolaio
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Il cugino del poeta, Nico Naldini, non crede al delitto di matrice politica, Studio Cataldi, portale di informazione giuridica 7 maggio

Omicidio Pasolini, secondo l'avvocato dei familiari dello scrittore la Procura dovrà riaprire il caso. Nino Marazzita interviene così sulla nuova versione fornita, a distanza di trent'anni dai fatti, da Pino Pelosi, condannato per il delitto all’idroscalo di Ostia, a Franca Leosini, la giornalista ideatrice e conduttrice del programma ‘Ombre sul Giallo’, in un'intervista che andrà in onda stasera su Raitre. 
Per il legale, il cui mandato non è mai stato revocato, ''la Procura a questo punto ha l’obbligo di riaprire le indagini. Il primo atto sarà quello di sentire Pino Pelosi e rivoltarlo come un calzino. Le verità arrivano da sole. Certo, dopo tanti anni...'', ammette il legale parlando con l’Adnkronos. Marazzita, che ha sempre sostenuto che ‘Pino la rana’ non poteva essere responsabile dell’omicidio di Pasolini (''Quando portarono in Procura le foto del massacro, il sostituto procuratore generale stava per svenire di fronte allo scempio di Pier Paolo, mentre Pelosi, seduto sull’auto dello scrittore, non aveva una macchia di sangue'', ricorda) è dunque pronto a rioccuparsi della vicenda. ''Il mandato m'era stato conferito dalla madre di Pier Paolo, nessuno lo ha mai revocato, quindi se posso essere utile per la ricerca della verità sono pronto. E’ un dovere morale e umano, e poi sarebbe il coronamento di una tesi che ho sempre sostenuto'', ha detto il legale. 
E sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco di Roma Walter Veltroni, per il quale le dichiarazioni di Pino Pelosi, che nell'intervista alla Leosini si proclama innocente, ''riaccendono interrogativi e dubbi che gli amici del poeta, molti intellettuali e una buona parte dell'opinione pubblica hanno sempre avuto su quel che accadde davvero quella tragica notte del novembre 1975 all'Idroscalo di Ostia''. ‘’Saranno i magistrati - ha aggiunto Veltroni - se lo riterranno opportuno, a riaprire le indagini. Per tutti coloro che conobbero e amarono Pasolini, le certezze di cui, dopo tanti anni, si fa interprete Pelosi, riaprono, insieme con una ferita ancora dolorosa, una domanda di verità che allora non ebbe risposta". 
Quello di Pasolini fu un assassinio ''politico'' e il riscontro è tutto racchiuso nelle rivelazioni di Pelosi. Guido Calvi, il senatore che all’epoca del delitto curò la difesa dei familiari, è convinto che ''la versione di Pelosi, che peraltro ricostruisce ciò che sostenni nell’arringa difensiva, contiene un’aggiunta importante''. ''Stavolta emerge che i tre, nel trucidare Pier Paolo, avrebbero detto: ‘Sporco comunista’. Una nuova definizione - chiarisce ancora Calvi all'Adnkronos - che conferma il mio sospetto''. Sulla base di queste premesse, il senatore sostiene che ''la magistratura ora deve individuare i responsabili dell’assassinio. Responsabili che l’inerzia non fece colpevolmente trovare. E non si tratta oggi di riaprire l’indagine, ma di far luce sull’indicazione precisa fornita da Pelosi. Credo che i magistrati debbano essere prudenti: guai se lasciassero cadere nel vuoto la nuova versione''. 
Scettico il cugino di Pasolini, Nico Naldini, per il quale le rivelazioni di Pelosi nascono dall'''idea di fare del protagonismo'' in ''un’Italia che vive in uno scollamento totale dalla realtà e chiede spettacolo in continuazione. Assistiamo alla rispettacolarizzazione della morte di Pasolini''. Naldini non esclude l'ipotesi che con Pelosi, al momento del delitto, ci fossero altri. Anche se tutto ciò, a suo giudizio, ha un’importanza relativa dal punto di vista criminologico. ''Era importante sapere - spiega - se gli altri erano amici di Pelosi o se si trattasse invece di un complotto ideato dalla destra italiana. Io ho sempre escluso questo, perché la destra non aveva alcuna ragione di farlo.Con i suoi articoli Pasolini piaceva sia alla destra che alla sinistra. Non vi era alcuna esposizione di Pasolini nei confronti della destra''. 

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Chi ha ucciso Pasolini, di Mario Cirrito, Arcigay 10 maggio

Quel 'fagotto' straziato di sangue e violenza, trovato da una donna alle prime ore del 2 novembre 1975, resti esanimi del corpo di Pier Paolo Pasolini, torna ai nostri occhi, alla nostra ribellione, dopo una nuova verità di Pino Pelosi in Tv.
"Non sono stato io a uccidere ma tre sconosciuti con accenti marcatamente meridionali", dichiara l'ex ragazzo di vita. Poi spiega i silenzi, gli anni di carcere, le minacce; basisce gli avvocati Guido Calvi e Nino Marazzita, presenti in studio. In qualche maniera, Pelosi torna a trascinarci nell'Italia delle trame e dei misteri, studiati e messi in pratica da servizi deviati dello Stato. L'uomo dal trentennale silenzio apre un vaso di pandora dove, forse, potrebbe esserci di tutto.

Senatore Guido Calvi, lei conosceva Pasolini?
Sì, lo conoscevo benissimo. Quando ero studente universitario, negli anni '60, organizzai una serie di conferenze e invitai anche Pasolini per parlare di letteratura e cinema. Quella sera lui venne alla Casa della Cultura e fu immediatamente aggredito da un gruppo di fascisti. Fu lui stesso a inseguirli mentre la polizia rimaneva inerte a guardare. Fu così che vidi per la prima volta Pier Paolo.

Che verità sono le due versioni, a distanza di anni, del Pelosi?
Una è falsa e una è vera. L'ultima ha confermato quanto abbiamo sostenuto nella memoria conclusiva e quanto da me detto nell'arringa finale. Infatti il primo giudizio condannò Pelosi per omicidio volontario in concorso con ignoti.

Si è detto di un incontro, la sera del 1° novembre '75, tra Pasolini e ignoti per il furto del film "Salò".
Citti ha lanciato questa idea che non è irragionevole. Io progettualmente sto agli atti. Si deve partire dal fatto che sul luogo c'erano altre persone; dalle parole pronunciate si evince che fu un'aggressione politica, quasi identica a quella che negli anni '30 colpì un altro grande poeta spagnolo, assassinato dai fascisti. Chiaro? 

Chiarissimo.
Bene! L'omicidio politico è nel fatto che quella voce di Pier Paolo non doveva essere più sentita, per quello che diceva. Lui era isolato e in questo entra anche la questione della sessualità. In una cultura fascista, virilistica, omofobica, certamente necessitava punire Pier Paolo politicamente e anche perché era un omosessuale dichiarato. Era un obiettivo preciso di certi personaggi: è lì che bisogna cercare gli eventuali assassini.

Può ricordare ai tanti giovani omosessuali cos'era l'Italia dei tempi di Pasolini?
Un'Italia così terribile che, rileggendo i giornali dell'epoca, anch'io rimango sconcertato e mi domando come abbiamo fatto a superare quella stagione. Allora difendevo Valpreda nel processo di Piazza Fontana; in quegli anni il processo veniva continuamente interrotto, spostato e ancora interrotto. Nel '74 c'era stata la strage di Brescia, poi quella dell'Italicus: c'era una aggressività della violenza fascista che era anche stragista e terrorista.

Vi erano anche terribili violenze sessuali.
Ha ragione. Dalla destra emergeva questa radicata cultura del virilismo e del combattere il diverso. Ecco allora le aggressioni a omosessuali, a Franca Rame, alle donne del Circeo dove al processo sostenni che la matrice culturale era nella inconfessabilità della loro latente omosessualità.

Violenze che hanno toccato gangli dello Stato se, nell'inchiesta di Guido Salvini sull'eversione nera, si parla di omosessualità usata come arma dall'Ufficio Affari riservati del ministero dell'Interno.
Certamente, basti pensare a quello che è successo nei Servizi che raccoglievano dossier sugli aspetti della sessualità di noti esponenti politici.

E ricattavano.
Erano i fascicoli Sifar che venivano utilizzati per ricatti politici.

Può entrarci 'l'affaire' Pasolini?
Credo proprio di sì, perché era questo il terreno culturale in cui nasceva quella violenza. Non dimentichiamo che Pasolini era attaccato da destra e da sinistra, solo che essendo il più grande intellettuale italiano del '900 reggeva benissimo la polemica.

Ci dia serenamente una valutazione sugli anni in cui il Pci non solo non difese Pasolini dalla terribile accusa di pedofilia ma lo cacciò a causa della sua omosessualità.
Il Pci era anch'esso immerso in questa cultura omofobica che avvolgeva tutti. Ci sono voluti 'colpi mortali' per far morire quella cultura e, devo dirle che anche oggi ci sono ancora questi segni di violenza sessuale, perché gli stati culturali sono sempre lenti a maturare. Perché dico che occorre far luce? Perché vuol dire capire il perché di quell'assassinio e perché ognuno di noi rifletta sulle ragioni di quella morte.

Quali sentimenti ha provato nel difendere la madre di Pasolini?
Quando si aprì il processo, la madre era ammalata e nessuno le disse quello che era accaduto a Pier Paolo. Io i rapporti li ebbi con la nipote Graziella, la parente più prossima a Pier Paolo.

Quali furono i maggiori errori nell'inchiesta. Si parlò di un carabiniere, Sansone, che fece dei nomi.
Errori se ne fecero a iosa, ma io non credo che si debba trovare nella piccola criminalità comune la risposta. Non si uccide Pier Paolo Pasolini così: potrebbe essere la mano armata ma, non vi è dubbio che il disegno era molto alto, se non addirittura istituzionale.

Cosa ha provato nel vedere con noi quelle foto del corpo massacrato di Pier Paolo?
Le ho viste una infinità di volte. Pensi: non avevano guardato le foto. Una notte Faustino Durante, il nostro perito, mi chiamò e corsi da lui perché aveva fatto una scoperta incredibile: vedemmo il corpo attraversato da pneumatici e così il Pelosi fu condannato. 

Ci sarà una nuova indagine: come intende procedere?
Domani (oggi per chi legge) andrò dal Procuratore. Vediamo cosa e come possiamo muoverci.

Mi risponda da uomo di legge. Vi è possibilità per un'associazione omosessuale, tipo Arcigay, di costituirsi oggi parte civile?
Grande idea. A oggi, tecnicamente è difficile. Tuttavia, credo che il tentativo deve essere fatto. Poi, magari, respingeranno la costituzione di parte civile. Tenga conto che, in questa fase, non è possibile perché non ci sono imputati; ma se ci fossero si può fare. D'altronde le associazioni ecologiste fanno così in tanti casi.

Sarebbe un grande atto di testimonianza.
Certo, indubbiamente la questione che pone mi sembra estremamente interessante.

Che significato potrà avere oggi, sapere chi ha violato la vita di Pasolini?
Una importanza straordinaria. Occorre ripensare a quella fase storica del nostro Paese, scoprire quei lati lasciati volutamente oscuri. Non basta l'accertamento storico ma un accertamento giudiziario mi sembra importante.

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''Pelosi non sa piu' cosa inventarsi, di Massimo Consoli, Arcigay 7 maggio

Sono passati 30 anni dall' uccisione di Pasolini e lui solo ora si decide a dire la verita'?''. Lo ha detto Massimo Consoli, amico di Pier Paolo Pasolini e uno tra i fondatori del movimento gay in Italia, commentando le dichiarazioni di Pino Pelosi sulla morte del regista e scrittore.
''Qual è la verita'? - continua Consoli - Pelosi dice che sono stati altri ad uccidere Pier Paolo, ma non dice chi. Si sta inventando una nuova storia per dimostrare che esiste ancora, che non è una persona inutile''.
Dire ''parolacce'' e tirare ''calci'' sono le prime cose che Consoli dice avrebbe voluto fare non appena avuta notizia delle dichiarazioni di Pelosi. Poi, la sua riflessione è su Pasolini.
''Nel 1975 - ha detto - dissi che con Pier Paolo si era chiusa un' epoca. Adesso dico che da allora il mondo è cambiato in peggio. Pasolini è stato ed è lo spartiacque, e probabilmente ci si accorgerà di questo in futuro''.
Pelosi ''ha fatto una cosa orrenda 30 anni fa - ha concluso Consoli - perche' ha ammazzato un personaggio che ci ha fatto conoscere in tutto il mondo, che ci ha dato una coscienza come italiani. L'assassino è assassino e basta. Ora Pelosi avrebbe fatto meglio a stare zitto, e magari fare un bilancio della sua vita. C' è un titolo da film che potrebbe essere il più giusto: '47, morto che parla'. Pelosi oggi riesce fuori. Ma da dove? Dall' oltretomba?''

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Delitto Pasolini, le confessioni di Pelosi rilanciano sospetti di sempre, di Franco Grillini, Arcigay 7 maggio

Che un 17enne da solo non potesse uccidere un uomo forte e in piena salute come Pier Paolo Pasolini era cosa ovvia prima ancora che nota. Che l’omicidio sia stato commesso in “concorso con altri” lo dice persino la prima sentenza del tribunale che ha condannato Pelosi stesso. D’altra parte il delitto Pasolini è l’archetipo della violenza che da sempre colpisce gli omosessuali. Nella sola città di Roma sono 150 gli “omicidi” ai danni di gay di ogni classe sociale negli utili 15 anni. Molti di questi delitti sono stati risolti, di molti i colpevoli sono ancora in libertà, come, probabilmente, gli autori di quell’omicidio che nella notte dal 2 novembre 1975 tolse la vita in modo barbaro ad una delle più importanti voci della cultura italiana del ‘900.
Molti sostennero che c’era una pista politica di estrema destra nell’assassinio di Pasolini, ma è una tesi che non ha avuto finora riscontri probatori e che non è mai stata molto convincente. Più semplicemente vale per Pasolini quello che è successo a molti altri gay, alcuni ragazzi di vita colti da un raptus omicida non predeterminato, o che volevano dare una “lezione” ad un gay che li frequentava, hanno finito per uccidere il compagno di una serata. 
La riapertura della discussione attorno alla morte di Pasolini dovrebbe essere l’occasione, anche per tanta parte del mondo politico e culturale italiano, per riflettere sul fatto che nel nostro paese si poteva, e ancora succede, morire perché si era e si è omosessuale.

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La verità e l’oblio, di Daniela Gaudenzi, Democrazia e legalità 12 maggio

La procura di Roma riapre l’inchiesta sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini: lo fa sulla base delle dichiarazioni di Pino Pelosi rilasciate in una intervista a Rai Tre, su quelle clamorose, in primo luogo per non essere considerate da trent’anni, di Sergio Citti e su impulso della memoria depositata dall’avvocato Nino Marazzita rappresentante della parte civile nel processo.
E’una notizia comunque buona ed incoraggiante anche se la possibilità concreta di accertare la verità dopo trent’anni è tutt’altro che a portata di mano. E’ un’iniziativa senz’altro dovuta perché, come sostengono gli avvocati Nino Marazzita e Guido Calvi, nella versione inedita di Pino Pelosi, pur tra genericità ed omissioni, si configura una nuova notizia criminis; ma c’è sicuramente anche un “dovere morale” della magistratura nei confronti del paese.
Un paese purtroppo “disinteressato a conoscere la propria storia” come dice Marco Tullio Giordana, autore del bellissimo film “Pasolini un delitto italiano” e del libro omonimo che sarà ripubblicato in autunno, dove “non esiste un’opinione pubblica indignata che vuole sapere la verità” (il Manifesto 8 agosto).
E’ difficile non riconoscere in buona parte la fondatezza di questa analisi impietosa che però non deve condurre alla teoria del “polverone”, dei fantasmi degli anni ’70 che ritornano come in una resa dei conti inspiegabile ma ad orologeria, e in ultima analisi alla amara ed impotente esortazione di Nico Naldini, un cugino di Pasolini “Spero che la Procura non perda tempo e non faccia perdere soldi al contribuente. La figura di Pelosi va commisurata come valore morale alla sua fedina penale”. Sulla base di considerazioni analoghe non sarebbe mai stato possibile alcun processo alla cupola mafiosa.
Il paese è forse un po’ più complesso di come viene descritto ed il sostanziale disinteresse all’accertamento della verità e la mancanza di indignazione si motivano a loro volta, in un perfetto circolo vizioso, con l’assuefazione alle frustrazioni, alle verità negate, alle inchieste insabbiate, ai “legittimi sospetti” che azzerano e azzoppano definitivamente i processi, ai porti delle nebbie e alle avocazioni come anticamera della morte processuale, ai depistaggi, ai testimoni altolocati e manifestamente reticenti, nonché impuniti…
La giustizia negata è diventata un’abitudine, una ordinaria quotidianità, usata per di più sapientemente e fraudolentemente dalla politica, dal ’94 in poi, contro quella parte della magistratura che a Milano e Palermo, ma non solo, ha rotto il velo di contiguità ed il patto di non belligeranza sottostante tra ceto politico e mondo giudiziario.
I magistrati che hanno segnato nettamente e coerentemente questa discontinuità ne hanno pagato e ne pagano le conseguenze fino alla pensione.
L’indagine ed il processo per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini si inscrive perfettamente nell’universo della giustizia  negata, anzi è paradigmatico. Dall’indagine lacunosa, parziale, a tratti assurda, con prove fondamentali, come la macchina (piena di impronte digitali anche sulla tettoia) lasciata a deteriore sotto la pioggia in totale abbandono, all’esclusione di testi sia in istruttoria che in dibattimento come Franco Citti che aveva parlato con Pasolini prima che uscisse la sera del delitto, che aveva ed ha dei nomi da fare, che ha ricostruito con un filmato quella che lui ritiene essere la dinamica del delitto, che era ed è in grado di riferire il racconto di un testimone oculare.
“A quel tempo la cosa che si temeva di più era fare chiarezza…I giudici hanno fatto un processo disonesto…” (Sergio Citti, la Repubblica  8 maggio). Anche autorevoli fonti giornalistiche, Furio Colombo e Oriana Fallaci per esempio, che sostengono a seguito di loro ricerche, la presenza e la partecipazione al delitto di altri soggetti, come è semplicemente e banalmente ragionevole dedurre, non vengono presi minimamente in considerazione. Come avviene per la segnalazione da parte di Nino Marazzita della presenza all’idroscalo durante l’omicidio di una 1300 o una 1500 blu targata Catania con tre possibili numeri di targa: mai nessuna ricerca è stata fatta in proposito.
Inspiegabile rimane il ritrovamento di oggetti sulla macchina di Pasolini che non appartengono né a lui, né al Pelosi, così come ne scompaiono inspiegabilmente altri; per non parlare della sproporzione tra la capacità contundente degli oggetti ritrovati con lo strazio terrificante del corpo e dell’assurdità di attribuire ad un'unica persona, un gracile ragazzino di 17 anni una capacità distruttiva di quella portata.
Ma se la prima sentenza si conclude con una condanna di Pino Pelosi in concorso con ignoti, quella di appello e quella di cassazione cancellano il concorso con gli ignoti e ritengono unico responsabile dell’omicidio Pino Pelosi.
Ora a distanza di trent’anni l’unico imputato e condannato, per ragioni che non conosciamo, ha deciso di raccontare una parte della verità a lui nota, pur continuando a tacere su elementi fondamentali: ha detto di non aver in alcun modo partecipato a quell’omicidio, ha descritto un vero e proprio agguato da parte di tre uomini che parlavano in dialetto siciliano e che mentre massacravano la loro vittima gli gridavano “arruso”, “fetuso”, “sporco comunista”, “sporco frocio”… Un quadro non in contraddizione con quanto in quel lontano e cupissimo novembre del ’75 avevamo immaginato in molti ragazzi, studenti, “intellettuali”, lettori ed ammiratori di quel Pier Paolo Pasolini che con le parole era stato più di una volta massacrato da molti “benpensanti” in modo analogo a quanto hanno fatto con il suo corpo 3 o 5 delinquenti auto o eterodeterminati.
Come ricordava qualche giorno fa Franco Grillini, a Roma negli ultimi 8 anni sono stati assassinati 150 omosessuali; non tutti, si spera, solo perché omosessuali, ma la stragrande maggioranza sì.
E’ un dato che fa pensare, ma sicuramente nessuno di loro aveva subito le aggressioni verbali di rara ferocia che tutti i giorni subiva, con grande compostezza e si potrebbe aggiungere mitezza, Pier Paolo Pasolini, per il solo motivo che quasi nessuno era in grado di competere con lui sul piano intellettuale. Mi ricordo, persino dalle pagine de L’intrepido, un giornaletto per ragazzi, da parte un signore che con tanto àplomb aveva inaugurato e anticipato con il suo Portobello la tv spazzatura: Enzo Tortora.
Ma ricordo anche con molta commozione le immagini del funerale, riprese anche nel film di Marco Tullio Giordana, con una partecipazione di amici, cittadini, lettori impressionante per il numero ma anche per l’intensità del dolore e per l’affettuosa compostezza.
C’era e c’è ancora, minoritaria ma orgogliosa quella parte di Italia che non si stanca di chiedere giustizia.

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Un'interpellanza del senatore Cortiana (Verdi), 9 maggio

Il senatore dei Verdi Fiorello Cortiana ha indirizzato un'interpellanza al Presidente del Consiglio nella quale ha dichiarato: "Occorre fare chiarezza tra le nuove dichiarazioni sull'omicidio Pasolini e le matrici della violenza culturale degli anni 70," dichiara il sen. Fiorello Cortiana, segretario della commissione cultura "è importante che la Magistratura renda chiare le responsabilità di chi, con la violenza, cercava di mettere freno alla rivoluzione intellettuale e culturale del Paese. Per questo ho chiesto con un'interpellanza parlamentare al Presidente del Consiglio e al Ministro dell'Interno se, all'epoca dei fatti, ci sia stato un coinvolgimento dei servizi segreti e quali siano state le eventuali responsabilità. In molti, in tutti questi anni, hanno ridotto la memoria della sua persona a un mero omicidio a sfondo omosessuale. Si restituisca a Pasolini l'immagine 'scomoda' dell'inquieto intellettuale e lo si ricordi ricordi per quello che era: una fervida mente culturale del paese."

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"Centomovimenti" informa...

Vivace protesta dell'osservatorio "Tv e minori" contro il tg5. La testata giornalistica diretta da Carlo Rossella ha trasmesso infatti immagini di repertorio nelle quali si vedeva il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini, ripreso dopo il suo decesso nel 1975.
"Hanno trasmesso immagini raccapriccianti del cadavere di Pasolini, orribilmente sfigurato e ricoperto di sangue - ha tuonato il presidente dell'associazione Antonio Marziale - contravvenendo non solo ai dettami del Codice Gasparri, ma soprattutto a una sentenza a Sezioni unite della Corte di Cassazione, che prescrive ai programmi a carattere informativo di far prevalere il diritto della tutela dei minori rispetto al diritto all'informazione".
Indignazione è stata espressa anche dal Movimento Italiano Genitori, per il quale "serve maggiore attenzione da parte dei responsabili che mandano in onda immagini decisamente inadatte ad un pubblico di minori".
"Auspichiamo maggiore controllo - ha dichiarato Elisabetta Scala - ricordando che il diritto di cronaca deve venire dopo il diritto di tutela dei minori". 


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