"Pagine corsare"
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Postille

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Enrico Mattei e cronologia dell’Eni in sintesi

La storia del petrolio in Italia nel secondo dopoguerra, e per certi aspetti fino ai nostri giorni, è legata alla figura di Enrico Mattei. All'inizio della guerra Mattei era un piccolo imprenditore di successo, al termine della guerra era il comandante militare delle forze partigiane 'bianche'. Durante un lungo e pericoloso periodo di clandestinità aveva dimostrato eccezionali capacità di organizzatore, portando i partigiani cattolici da 2.000 a 65.000.
All'indomani della Liberazione, il 30 aprile 1945, Mattei fu nominato Commissario Straordinario dell'Agip. Nelle intenzioni del Governo avrebbe dovuto liquidare la Società, ma Mattei si fece forte della grande importanza del gas metano, poi del petrolio, scoperti a Cavriaga e di tutte le esplorazioni positive condotte dall'Agip nella Pianura Padana. Un volta salvata l'azienda, Mattei guidò l'Agip alla scoperta di numerosi altri giacimenti e alla metanizzazione del paese.
Nel 1953, con l'istituzione dell'Eni, Mattei portò avanti a livello internazionale una spregiudicata e fruttuosa penetrazione dell'Italia nei santuari petroliferi delle grandi multinazionali americane e anglo-olandesi. Questa sfida gli costò la vita. Mattei morì per l'abbattimento del suo aereo il 27 ottobre 1962: l’evento fu classificato come incidente fino agli anni 2000, quando il magistrato di Pavia Vincenzo Calia, a seguito della riapertura dell’inchiesta, provò che il piccolo aereo a reazione fu sabotato all’aeroporto catanese di Fontanarossa e fatto esplodere con un meccanismo collegato al sistema di apertura del carrello, cosa che avvenne nei cieli di Bascapè, in prossimità dell’aeroporto milanese di Linate. Un “mistero” risolto a metà, quello della morte di Enrico Mattei, poiché - malgrado alcune ipotesi molto realistiche che riconducevano a Eugenio Cefis e alla manovalanza mafiosa - non si sono raccolti sufficienti elementi giudiziari che avessero valenza di prove.
Il gigantesco sforzo dell'industria di Stato sotto la direzione di Mattei può essere racchiuso tra due cifre. Nel 1953 furono estratte in Italia 85.000 tonnellate di petrolio, nel 1961 la cifra aveva raggiunto le 1.400.000 tonnellate.

Cronologia
- Anni ’50: accordi dovuti a rapporti personali di Mattei instaurati in Marocco, Urss, Libia, Iran, Tunisia, Nigeria, Sudan, Pakistan, Egitto, Cina per bypassare la dipendenza dalle grandi compagnie petrolifere americane (le cosiddette Sette sorelle)
- 1957: Cefis entra all’Eni come vicedirettore. Ne esce nel 1960, sospettato di interessi lobbistici e di accordi segreti con le concorrenti americane
- 1962: Boldrini succede a Mattei nella presidenza dell’Eni, ma senza un reale potere. Esplode la lottizzazione delle correnti Dc. Il governo reale dell’Eni è in mano a Eugenio Cefis (cattolico di destra, con una visione autoritaria - forse golpista - della politica; fermo antisindacale; doppiogiochista con la Dc). Ritornato all’Eni come vicepresidente collabora con le Sette sorelle. L’Eni ne guadagna in forniture dal Medio Oriente e nell’ammissione a consorzi privati per le ricerche nel Mare del Nord. Si chiudono le operazioni in Marocco e Sudan e si indebolisce la posizione complessiva dell’Eni in Africa
- 1965: Rivincita degli ex sostenitori della privatizzazione dell’elettricità. Nasce la Montedison. È l’inizio di un lungo conflitto con l’Eni
- 1967: Cefis diventa presidente Eni
- 1971: Cefis lascia l’Eni per la Montedison sotto la regia di Mediobanca (Cuccia) e della Banca d’Italia (Carli). È esclusa qualsiasi ingerenza di Eni in Montedison. Raffaele Girotti assume la presidenza dell’Eni.
- 1973: Crisi petrolifera (guerra del Kippur)

La guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur iniziò il 6 ottobre 1973, innescando una crisi petrolifera che durò con alterne vicende fino al 1977. La crisi si risolse in una forte impennata del prezzo del petrolio, fenomeno che stiamo vivendo nuovamente oggi, per cause non dissimili da quelle di allora. La guerra innesca la prima grande crisi energetica. Il petrolio viene usato come arma economica dai paesi arabi che ne riducono la produzione. I continui rincari del greggio costringono i paesi consumatori a varare misure di emergenza per fronteggiare la crisi adottando una politica di "austerity". In Italia il governo, presieduto da Mariano Rumor, varò un piano nazionale di “austerity economica” per il risparmio energetico che prevedeva cambiamenti immediati: il divieto di circolare in auto la domenica, la fine anticipata dei programmi televisivi, la riduzione dell'illuminazione stradale e commerciale (nda).
- 1975: Pietro Sette succede a Girotti
- 1977: Eugenio Cefis lascia improvvisamente la vita pubblica per ritirarsi a vita privata in Svizzera e gestire il suo patrimonio personale
Pier Paolo Pasolini si interessò al ruolo svolto da Cefis nella storia e nella politica italiana, e ne fece uno dei due personaggi "a chiave", assieme a Mattei, di Petrolio, il romanzo (uscito postumo nel 1992) al quale stava lavorando poco prima della morte (1975). Pasolini ipotizzò, basandosi su varie fonti, che Cefis alias Troya (l'alias romanzesco di Petrolio) avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali. Secondo autori recenti fu proprio per questa indagine che Pasolini fu ucciso (nda).

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"Perché il processo", di Pier Paolo Pasolini

In un secondo articolo, dopo quello già ricordato nel testo di cui costituisce una sorta di parte integrante, Pasolini risponde ad alcuni suoi critici che l’avevano attaccato sulla stampa per l’ipotesi di “processo alla Dc” da lui formulata:

«[…] I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di  cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali. 
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità. 
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna. 
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata. 
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazione della gente). 
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai “cultura” è stata più accentratrice che la “cultura” di questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso. 
[…]
Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata insostenibile. 
Perché, ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere - sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente sapere. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.
Ma gli italiani - e questo è il nodo della questione - vogliono sapere tutte queste cose insieme: e insieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme - e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti - la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata.
[…]
Ma se (come mi pare evidente, con immedicabile mortificazione) l’opinione pubblica italiana […] non vuole sapere - o si accontenta di sospettare -, il gioco democratico non è formale: è falso.
Inoltre se la consapevole volontà di sapere dei cittadini italiani non ha la forza di costringere il potere ad autocriticarsi e a smascherarsi - se non altro secondo il modello americano -, ciò significa che il nostro è un ben povero paese: anzi, diciamo pure, un paese miserabile. 
Ci sono inoltre delle cose (e a questo punto continuo, più che mai, nel puro spirito della Stoà) che i cittadini italiani vogliono sapere, pur senza aver formulato con la sufficiente chiarezza, io credo, la loro volontà di sapere: fatto che si verifica là dove il gioco democratico, appunto, è falso; dove tutti giocano con il potere; e dove la cecità dei politici è ormai ben assodata.
Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la “condizione” umana» - politica e sociale - in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere.
Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, che limiti ha, che futuro prevede, la «nuova cultura» - in senso antropologico - in cui essi vivono come in sogno: una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell’ultima generazione).
 Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, e come si definisce veramente, il «nuovo tipo di potere» da cui tale cultura si è prodotta: visto che il potere clerico-fascista è tramontato, e ormai esso ad altro non costringe che a «lotte ritardate» (la condanna a morte degli antifranchisti, i rapporti tra la vecchia e la nuova generazione mafiosa nel Mezzogiorno ecc.). 
Gli italiani vogliono ancora sapere, soprattutto, che cos’è e come si definisce il «nuovo modo di produzione» (da cui sono nati quel «nuovo potere» e, quindi, quella «nuova cultura»): se per caso tale «nuovo modo di produzione» - introducendo una nuova qualità di merce e perciò una nuova qualità di umanità - non produca, per la prima volta nella storia, «rapporti sociali immodificabili»: ossia sottratti e negati, una volta per sempre, a ogni possibile forma di “alterità”.
Senza sapere che cosa siano questo «nuovo modo di produzione», questo “nuovo potere” e questa «nuova cultura», non si può governare: non si possono prendere decisioni politiche (se non quelle che servono a tirare avanti fino al giorno dopo, come fa Moro). 
I potenti democristiani che ci hanno governato in questi ultimi dieci anni, non hanno saputo neanche porsi il problema di tale «nuovo modo di produzione», di tale «nuovo potere» e di tale «nuova cultura», se non nei meandri del loro Palazzo di pazzi: e continuando a credere di servire il potere istituito clerico-fascista. Ciò li ha portati ai tragici scompensi che hanno ridotto il nostro paese in quello stato, che più volte ho paragonato alle macerie del 1945. 
È questo il vero reato politico di cui i potenti democristiani si sono resi colpevoli: e per cui meriterebbero di essere trascinati in un’aula di tribunale e processati.
Non dico, con questo, che anche altri uomini politici non si siano posti i problemi che non si son posti i sacrestani al potere, o che, come loro, non abbiano saputo risolverli. Anche i comunisti hanno per esempio confuso il tenore di vita dell’operaio con la sua vita, e lo sviluppo col progresso. Ma i comunisti hanno compiuto - se hanno compiuto - degli errori teorici. Essi non erano al governo, non detenevano il potere. Essi non derubavano gli italiani. Sono coloro che si sono assunti delle responsabilità che devono pagare, cari colleghi della «Stampa», che, sono certo, siete perfettamente d’accordo con me...
Un’ultima osservazione che mi sembra, del resto, capitale.
L’inchiesta sui golpe (Tamburino, Vitalone...), l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, i vari processi contro i delitti neofascisti... Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? È spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io.
( “Perché il Processo”, in Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999, già in “Corriere della Sera”, 28 settembre 1975; poi in Lettere luterane)


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La strategia della tensione

Come risultò dai lavori della Commissione Stragi (“Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”: costituita durante la X Legislatura - legge n. 172 del 17 maggio 1988 - rimase attiva per tredici anni fino al 2001) presieduta da Giovanni Pellegrino che stilò la relazione finale, tra i moventi di tale strategia, soprattutto in Italia e nel quadro della Guerra fredda, vi sarebbe stato quello di influire sul sistema politico italiano, rendendo instabile la democrazia. Vi furono molte ipotesi, che portarono a sospettare i servizi segreti, italiani e stranieri, di avere avuto un ruolo in tale strategia. Una delle caratteristiche della strategia della tensione era il confezionamento di attentati stragisti congegnati in modo tale da farli apparire ideati ed eseguiti da membri di organizzazioni dell'estrema sinistra o dell'estrema destra, o tramite lo sfruttamento mediatico di attentati effettuati da normali terroristi, servendosi anche di esponenti mafiosi.
La strategia della tensione mantiene uno stretto legame con il fenomeno generale del terrorismo di Stato e spesso si serve, oltre che dei servizi, di accordi con le organizzazioni criminali e la loro manovalanza. Uno Stato può decidere di ricorrervi contro i suoi stessi cittadini, a fini repressivi per eliminare gli oppositori, oppure un gruppo politico, o in altri casi per intimidire e far emigrare una popolazione che non desidera. Al di fuori dei loro confini, gli Stati adottano il terrorismo per perseguire obiettivi di politica estera e per ostacolare Stati rivali o nemici. Poiché gli Stati del mondo hanno sottoscritto ufficialmente la carta dei diritti dell'uomo, che implica un totale rifiuto del terrorismo, nessuno di essi può ammettere di utilizzare l’assassinio e i metodi terroristici o stragisti, né di addestrare, armare o comunque aiutare terroristi o gruppi terroristici. 
In Italia, molti eventi criminosi hanno visto anche la partecipazione attiva della criminalità organizzata o di servizi dello Stato: li si qualificano giornalisticamente “misteri” poiché dal punto di vista giudiziario in gran parte risultano tuttora irrisolti. Ma ciò non toglie che alcuni elementi di verità siano emersi. Nel caso della morte di Enrico Mattei, per esempio, anche se nessuno dubitava che non si trattasse di incidente aereo, sono dovuti passare oltre quarant’anni perché giudici coraggiosi stabilissero che si sia trattato in realtà di attentato. 

Ricordo qui di seguito gli eventi più clamorosi (dal 1969) legati alla strategia della tensione:

12 dicembre 1969 - attentato a Milano, la strage di Piazza Fontana; muoiono 17 persone e 88 vengono ferite
22 luglio 1970 - strage di Gioia Tauro: un ordigno squassa le rotaie nei pressi della stazione di Gioia Tauro causando il deragliamento del Treno del Sole. Muoiono sei persone
17 maggio 1973 - strage alla Questura di Milano, in cui muoiono 4 persone e altre 46 sono ferite
28 maggio 1974 - una bomba viene fatta esplodere durante una manifestazione sindacale a Brescia, in Piazza della Loggia: muoiono 8 persone
17 giugno 1974 - attacco a una sede del Msi a Padova: sono uccise due persone
4 agosto 1974 - attentato compiuto a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna (treno Italicus), in cui muoiono 12 persone e altre 105 restano ferite
7 gennaio 1978 - strage di Acca Larentia, a Roma: i Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale uccidono due attivisti del Msi. Durante i tafferugli che ne seguono, un capitano dei Carabinieri uccide un terzo attivista. Durante una manifestazione per commemorare il primo anniversario della strage, un poliziotto uccide un quarto attivista
16 marzo 1978 - strage di Via Fani: a Roma viene sequestrato Aldo Moro (poi ucciso il 9 maggio successivo), presidente della Democrazia cristiana e rimangono uccisi due carabinieri e tre poliziotti della scorta
3 maggio 1979 - attacco alla sede Dc del Lazio che provoca la morte di due agenti e il ferimento di un terzo
27 giugno 1980 - strage di Ustica: un aereo DC-9 esplode sopra il mare al largo dell’Isola di Ustica
2 agosto 1980 - strage alla stazione ferroviaria di Bologna, in cui muoiono ottantacinque persone e i feriti sono oltre duecento
26 agosto 1982 - strage di Salerno: un gruppo terroristico attacca una pattuglia di militari per impossessarsi delle loro armi. Due muoiono nel conflitto a fuoco, un terzo pochi giorni dopo per le ferite riportate
3 settembre 1982 - a Palermo, in via Carini, vengono uccisi il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo
23 dicembre 1984 - attentato al treno rapido 904, San Benedetto Val di Sambro, in cui hanno perso la vita diciassette persone e oltre duecentosessanta sono state ferite.
Negli anni tra il 1969 e il 1984, inoltre, e sempre nell’ambito della strategia della tensione, si contano altre sessanta singole persone assassinate.


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"Quasi un testamento", di Pier Paolo Pasolini

Quello che segue è uno scritto di Pasolini su capitalismo e neocapitalismo, sul quale lo scrittore prefigura più che realisticamente (e dichiarandola appena intuibile) quella che oggi conosciamo come globalizzazione, quella stessa che ha condotto attualmente il mondo intero a una crisi economica di entità smisurata, il cui unico precedente, forse, si può individuare nella “crisi del ‘29” scoppiata negli Usa.

«[…] Il capitalismo è oggi il protagonista di una grande rivoluzione interna: esso sta evolvendosi, rivoluzionariamente, in neocapitalismo. 
[…] il neocapitalismo coincide insieme con la completa industrializzazione del mondo e con l’applicazione tecnologica della scienza. Tutto ciò è un prodotto della storia umana: di tutti gli uomini non di questo o quel popolo. E infatti i nazionalismi tendono, in un prossimo futuro, a essere livellati da questo neocapitalismo naturalmente internazionale. Sicché l’unità del mondo (ora appena intuibile) sarà un’unità effettiva di cultura, di forme sociali, di beni e di consumi.
Io spero naturalmente che, nella competizione che ho detto, non vinca il neocapitalismo: ma vincano i poveri. Perché io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere o il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli nitriti, tra i santi belati; che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda forma impressa dalle età artigianali, in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d’arte, e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi. (Non so quindi cosa farmene di un mondo unificato dal neocapitalismo, ossia da un internazionalismo creato, con la violenza, dalla necessità della produzione e del consumo.) […]
Un singolo che faccia qualcosa proponendosi “il miglioramento del mondo” è un cretino. Per la maggior parte, coloro che pubblicamente lavorano “al miglioramento del mondo” [la dizione attuale è: “al bene comune”, ndr] finiscono in carcere per truffa. Inoltre il mondo riesce sempre alla fine a integrare gli eretici. Per esempio le beatificazioni e le santificazioni... Ammettete che santifichino Papa Giovanni XXIII: eccolo integrato, messo in un santino e esorcizzato. E non c’è dubbio che Giovanni XXIII abbia contribuito a un possibile miglioramento del mondo. Ma se qualcuno gli avesse chiesto: “Scusi, lei contribuisce al miglioramento del mondo?”, lui l’avrebbe preso in giro, o magari mandato al diavolo, e certamente poi sorridendo avrebbe detto fra sé: “Faccio quello che posso”. 
In realtà, il mondo non migliora mai. L’idea del miglioramento del mondo è una di quelle idee-alibi con cui si consolano le coscienze infelici o le coscienze ottuse (includo in questa classificazione anche i comunisti quando parlano di “speranza”). Dunque, uno dei modi per essere utili al mondo è dire chiaro e tondo che il mondo non migliorerà mai, e che i suoi miglioramenti sono metastorici, avvengono nel momento in cui qualcuno afferma una cosa reale o compie un atto di coraggio intellettuale o civile. Solo una somma (impossibile) di tali parole o tali atti effettuerebbe un miglioramento concreto del mondo. E sarebbe il paradiso e la morte.
Il mondo può peggiorare, invece, questo sì. E per questo che bisogna lottare continuamente: e lottare, poi, per un obiettivo minimo, ossia per la difesa dei diritti civili (quando si siano ottenuti attraverso precedenti lotte). I diritti civili sono infatti eternamente minacciati, eternamente sul punto di venire soppressi. È necessario quindi anche lottare per creare nuovi tipi di società, in cui il programma minimo dei diritti civili sia garantito. […]
I poveri sono reali, i ricchi irreali.
(“Quasi un testamento” in Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999 già in “Gente”, 17 novembre 1975)


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