Il sogno della
ragione
Ragazzo dalla faccia onesta
e puritana, anche tu, dell’infanzia,
hai oltre che la purezza
la viltà.
Le tue accuse ti fanno mediatore
che porta
la sua purezza - ardore
di occhi azzurri,
fronte virile, capigliatura
innocente -
al ricatto: a relegare,
con la grandezza
del bambino, il diverso
al ruolo di rinnegato.
No, non la speranza ma la
disperazione!
Perché chi verrà, nel
mondo migliore,
farà l’esperienza di
una vita insperata.
E noi speriamo per noi, non
per lui.
Per costruirci un alibi.
E questo
è anche giusto, lo so!
Ognuno
fissa lo slancio in un simbolo,
per poter vivere, per poter
ragionare.
L’alibi della speranza
dà grandezza,
ammette nelle file dei puri,
di coloro,
che, nella vita, si adempiono.
Ma c’e una razza che non
accetta gli alibi,
una razza che nell’attimo
in cui ride
si ricorda del pianto, e
nel pianto del riso,
una razza che non si esime
un giorno, un’ora,
dal dovere della presenza
invasata,
della contraddizione in
cui la vita non concede
mai adempimento alcuno,
una razza che fa
della propria mitezza un’arma
che non perdona.
Io mi vanto di essere di
questa razza.
Oh, ragazzo anch’io, certo!
Ma
senza la maschera dell’integrità.
Tu non indicarmi, facendoti
forte
dei sentimenti nobili -
com’è la tua, com’è
la nostra speranza di comunisti -
nella luce di chi non è
tra le file
dei puri, nelle folle dei
fedeli.
Perché io lo sono. Ma l’ingenuità
non è un sentimento nobile,
è un’eroica
vocazione a non arrendersi
mai,
a non fissare mai la vita,
neanche nel futuro.
Gli uomini belli, gli uomini
che danzano
come nel film di Chaplin,
con ragazzette
tenere e ingenue, tra boschi
e mucche,
gli uomini integri, nella
salute
propria e del mondo, gli
uomini
solidi nella gioventù,
ilari nella vecchiaia
- gli uomini del futuro
sono gli UOMINI DEL SOGNO.
Ora la mia speranza non ha
sorriso, o umana omertà:
perché essa non è il sogno
della ragione,
ma è ragione, sorella della
pietà.