Pasolini nei blog

"Pagine corsare"
Pasolini nei blog

"In sonno e in veglia", blog di Giorgio di Costanzo:
Quella mattina all'Idroscalo
di Renzo Paris
“Paese Sera”, 2 novembre 1986

2 novembre 1976 [sic!], un umido mattino. Mi telefona Franco Cordelli.
«Hanno ammazzato Pasolini», dice. Con Moravia e Pecora corriamo a Ostia.
Poi, con la Betti, Bellezza, Pintor, la Rossanda, le discussioni: era un delitto politico?
E i ricordi: quando PPP mi disse: «Ormai sono uno scrittore postumo»

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Mi telefona la mattina presto di un umido novembre il mio amico Franco Cordelli: «Non sai niente?» esordisce. «No», rispondo, «che cosa è successo?». «Hanno ammazzato Pasolini». Non ci volevo credere. Poteva essere un brutto scherzo dei suoi numerosi nemici. «Renzo, ti dico che hanno ammazzato Pasolini all'Idroscalo di Ostia». Riabbassai e telefonai a Moravia. «Sì, se vieni subito andiamo insieme a Pecora, all'Idroscalo, con la sua macchina». Mi precipito sul lungotevere dove abita Moravia, saliamo su una Wolkswagen un po' vecchiotta con Elio e Glauco e corriamo verso Ostia. Prima dell'Idroscalo chiediamo a un bar indicazioni. Dopo un po' ci accorgiamo di essere seguiti da due grosse moto giapponesi cavalcate da individui sulla quarantina, poco rassicuranti. Arrivammo sullo spiazzo, che il corpo di Pasolini era stato rimosso e c'erano segni dappertutto, pietre al posto del corpo. Paesaggio pasoliniano quanti altri mai, venne in mente a tutti. «Tanto va la gatta al lardo» canticchiava Moravia, nella sua ironia illuministica su tutto, compresa la morte. Ora si era ammutolito. Un giornalista del «Corriere» era già sul posto, poi venne la televisione e tutto si fece più cupo. Smettemmo di immaginare come poteva essere avvenuto. Valutammo il legno della staccionata, un legno così non poteva uccidere un uomo.

Mi convinsi che non era stato uno solo, per quanto abile, a uccidere il poeta, ma un gruppo, anche se non direttamente per motivi politici. Più tardi, a casa della Betti, vedendo nascere il libro delle persecuzioni  [Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte.  ... “in un paese orribilmente sporco...” (Pier Paolo Pasolini); Comitato promotore: Fernando Bandini - Dario Bellezza - Filippo Bettini - Corradino Castriota - Tullio De Mauro - Giancarlo Ferretti - Franco Fortini - Francesco Leonetti - Nino Marazzita - Pietro Mastroianni - Franco Misiani - Alberto Moravia - Francesco Muzzioli - Renzo Paris - Agostino Pirella - Carla Rodotà - Stefano Rodotà - Luigi Saraceni - Gianni Scalia - Enzo Siciliano - Mario Spinella - Lietta Tornabuoni - Marco Ventura - Paolo Volponi - Andrea Zanzotto; a cura di Laura Betti,  hanno partecipato e contribuito:  Franca Basaglia, Sandro Bencivenni, Arrigo Benedetti, Alfonso Berardinelli, Maria Letizia Berardinelli, Carmen Bertolazzi, Daniela Bezzi, Biblioteca Alessandrina, Beatrice Bruciferri, Ferdinando Bruno, Adele Cambria, Mauro Caproni, Mario Cartone, Fabio Luca Cavazza, Grazia Cherchi, Luigi Chiellino, Giuseppe Chiocchetti, Remo Croce, Maria Luisa De Rocco, Paolo De Rocco, Carlo Di Majo, Franco Fedeli, Loris Fortuna, Donata Gallo, Ettore Gallo, Sandro Gennari, Amedeo Giacomini, Ferdinando Giovannini, Emanuele Golino, Istituto Gramsci, Davide Grieco, Ugo La Malfa, Romano Ledda, Lù Leone, Mario Lizzero, Franco Luberti, M. Antonietta Macciocchi, Giorgio Manacorda, Dacia Maraini, Luca Marmiroli, Ferdinando Mautino, Barnaba May, Roberto Mazzucco, Amedeo Oliva, Silvana Ottieri, Elio Pecora, Walter Pedullà, Rolando Preti, Pasquale Prunas, Renzo Riva, Tiziano Rizzo, Roberto Roversi, Pino Salmé, Antonino Scaini, Raffaele Scarnati, Bianca Guidetti-Serra, Dino Squizzato, Vincenzo Summa, Giuseppe Susanna, Aldo Tortorella, Antonello Trombadori, Sergio Vacher, Bianca Valentini, Susanna Vallorani, Gigi Vecchi, Beppe Zigaina; Introduzione di Laura Betti; Prefazione di Alberto Moravia; Post-scriptum di Livio Garzanti; Garzanti, Milano, 1977, pp. 407, Lire 5.500],  il lato politico mi sembrò uno dei più probabili. Insomma, se non era stato ammazzato direttamente dai fascisti, quello era certamente un delitto fascista. Dario Bellezza invece gridava che era un delitto omosessuale e che solo gli omosessuali potevano spiegarlo, come poi raccontò nel suo [infelice] libro sulla morte del poeta. Al «Manifesto» ci fu una riunione su Pasolini molto movimentata. Pintor insisteva nella sua linea di Pasolini  corruttore di giovani, la Rossanda invece era d-accordo con me. Il mio articolo era polemico nei confronti di Sanguineti che lo aveva maltrattato anche dopo morto. Lo definii semplicemente «sciacallo». Il giorno dei funerali, prima che il feretro si spostasse dalla Casa della cultura e la folla confluisse a piazza Giordano Bruno, nei pressi di piazza Navona, attraversando imbambolato le strisce, mi sentii apostrofato da dei giovanotti dentro una macchina «Guarda che te famo come a Pasolini».

Quella morte era già diventata un esempio. La mattina avevo incontrato uno scrittore belga, Pierre Mertens, con il quale avevamo commentato un po' le polemiche che si erano scatenate sui giornali sulla morte di Pasolini. Mertens era venuto per il suo giornale, per raccontare i funerali del poeta. Sentii nelle sue parole la stima immensa che gli scrittori stranieri avevano in Pasolini come regista. Scoprii che invece il Pasolini poeta che tanto avevo amato, lo conoscevano in pochi. Moravia, gridò in mezzo alla folla, «Di poeti così ne nascono pochi, uno o due per secolo». La commozione gli chiuse la gola. Elsa Morante urlò: «Evviva la poesia!». Nessuno pareva rassegnato a una tale fine. Quando poi uscirono le orribili foto sull'«Espresso», capimmo che quella morte si era fusa con i media.

Quando mi abbandonai ai ricordi mi venne in mente la prima volta che lo incontrai. Ero ventenne, correggevo le bozze della rivista a cui collaboravo, «Nuovi argomenti», di cui Pasolini era condirettore. Portavo a casa sua all'Eur le bozze di un suo dramma.

Le doveva correggere davanti a me e subito riconsegnarle. I tipografi non concedevano altro tempo. Così, in una casa vuota, Pasolini mi fece accomodare davanti al suo tavolo da lavoro. Mi colpì un candelabro sulla sua destra. Mi richiamò odori di messe lontane, che avevo frequentato nella mia infanzia abruzzese. Era un oggetto di lusso, non un volgare candelabro.

Mi colpì la nudezza della stanza e il finestrone da cui pioveva una luce soffusa, chiara. Pasolini restò in silenzio. Lo guardavo. Tossicchiò. Ma nei movimenti e nel modo di correggere, mi accorgevo che voleva dirmi che aspettassi con pazienza, ma anche che mi scoprissi in qualche modo. Mi avrebbe fatto delle domande. Così, a merce riconsegnata, Pasolini mi spiegò come dovevo fare per tornare a casa in autobus. Poi mi chiese che cosa stavo scrivendo e gli risposi che gli avrei fatto leggere il mio primo romanzo. Lo incontrai di nuovo nella stessa casa con Dario Bellezza. Ci propose di tradurre Apollinaire  e Verlaine, dicendo che c'era un editore disposto a farlo, che in fondo era bello tradurre insieme due poeti di tal schiatta. Bellezza poi rifiutò il suo Verlaine, mentre io portai a termine la versione del mio Apollinaire. E soprattutto ci raccomandò di «dimenticare l'avanguardia», di dimenticarla presto, perché altrimenti avrebbe rapidamente fatto di noi due alienati, due mostri. Che cosa c'entravamo io e Dario con l'avanguardia?

Qualche giorno prima di essere ucciso, mi sentii chiamare da quella voce inconfondibile su un marciapiede di via del Babuino. Mi precipitai. Mi portò dentro un negozio d'antiquariato e mi pregò di dargli una mano a trasportare una sedia d'epoca di cui si era innamorato e che aveva appena acquistato. Si trattava di afferrarla da un lato, ché all'altro ci avrebbe pensato lui. Così, con quella strana sedia in mezzo, percorremmo via del Babuino sotto lo sguardo dei curiosi. Aveva parcheggiato la macchina su Trinità dei Monti e voleva fare le scale per raggiungerla. Gli suggerii di fare una strada in salita e con aggiunta di scalette per arrivare prima e con meno fatica. Mi confessò che quella strada non l'aveva mai fatta. «C'è sempre da imparare qualcosa dalla vita» mi disse. Gli chiesi notizie del suo romanzo. Mi rispose che il suo «romanzaccio» sarebbe apparso soltanto post-mortem, che non aveva voglia di pubblicarlo in vita e che comunque ci sarebbero voluti anni prima di finirlo. «Ormai sono uno scrittore postumo», mi disse guardandomi fisso, per leggere nel mio volto i segni di qualche meraviglia. Inserimmo la sedia sui sedili posteriori e montai anch'io sulla sua macchina. Mi accompagnò fino alla stazione, dove mi lasciò frastornato.

Questa volta, la sua vena pedagogica era stata ancor più stilettante. Mi disse che vivevo, che vivevamo sempre con la dietrologia per qualsiasi stupidaggine, che nel frattempo, a forza di adorare le manie di persecuzione, non vedevamo il bel solicello di ottobre, la bella nottata che si preannunciava. Era vero, volevo convincerlo a non farsi strumentalizzare dai partiti e dai giornali, ma ero io il figlio traviato, e ben mi stava.

Così quella mattina che Franco mi annunciò la sua barbara morte, mi addolorai ancor più per non avergli potuto spiegare che non era paranoia la mia.

Per Pasolini la paura di essere strumentalizzati era debolezza. L'intellettuale nella sua immaginazione, doveva essere senza macchia e senza paura; non c'erano baratti possibili per chi aveva in mente una sua battaglia da fare.

 

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"In sonno e in veglia", blog di Giorgio di Costanzo: Quella mattina all'Idroscalo, di Renzo Paris

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