| Processo Porzus.
Guido, il fratello minore di Pier Paolo, viene assassinato insieme a tutta
la brigata partigiana Osoppo, sulle montagne friulane confinanti con la
Jugoslavia dalla brigata partigiana Garibaldi. Il drammatico episodio è
dovuto a una lotta intestina tra i fautori dell'annessione del Friuli alla
Jugoslavia titoista, la brigata Garibaldi e i vertici del Pci friulano,
e i fautori della italianità del Friuli, la brigata Osoppo.
Fatti di Casarsa.
Pasolini viene denunciato dai carabinieri della stazione di Cordovado,
in provincia di Pordenone, per corruzione di minorenne. Anche
se i genitori del ragazzo non hanno preso alcuna iniziativa, i carabinieri
interrogano Pasolini in riferimento alle voci che si sono sparse in paese.
I fatti si sarebbero consumati a Ramuscello, una frazione nei pressi di
S. Vito al Tagliamento. Condannato in primo grado, Pasolini verrà
assolto in appello; il ricorso in cassazione della pubblica accusa verrà
giudicato inammissibile. Nel 1952 Pasolini verrà assolto "perché
il fatto non costituisce reato e per mancanza di querela".
Ragazzi
di vita. La Presidenza del Consiglio dei ministri promuove un'azione
giudiziaria contro il romanzo Ragazzi di Vita, Pasolini viene citato
in giudizio, insieme all'editore Livio Garzanti, dal procuratore della
Repubblica di Milano, per contenuto osceno del romanzo, segnatamente alle
pagine 47, 48, 101, 130, 174, 227, 231, 242. Il processo viene rinviato
perché i giudici non hanno letto il libro. Il P.M. chiede l'assoluzione
degli imputati "perché il fatto non costituisce reato". I giudici
accolgono la richiesta e dissequestrano il libro.
Querela del comune di
Cutro. Il 17 novembre 1957 il ragioniere Vincenzo Mancuso, sindaco
del comune di Cutro in provincia di Catanzaro, incaricato dal consiglio
comunale, querela Pasolini per "diffamazione a mezzo stampa". La denuncia
si riferisce ad un articolo dal titolo "La lunga strada di sabbia", facente
parte di un reportage sulle spiagge italiane, pubblicato nel settembre
del 1957 sul mensile "Successo". L'esposto del sindaco di Cutro si riferisce
ad alcune espressioni contenute nell'articolo relative a impressioni tratte
da P. sul Sud del paese. In particolare, Pasolini riferendosi a Cutro dice:
"A
un distendersi di dune gialle, in una specie d'altopiano, è il luogo
che più mi impressiona di tutto il viaggio. E' veramente il paese
dei banditi, come si vede in certi western. Ecco le donne dei banditi,
ecco i figli dei banditi. Si sente che siamo fuori dalla legge, o, se non
dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. Nel sorriso
dei giovani che tornano al loro atroce lavoro, c'è un guizzo di
troppa libertà, quasi di pazzia..." La polemica coivolge aspetti
politici e di secolare contrapposizione tra Nord e Sud, con echi di fascismo
e velleità patriottico-regionaliste. La denuncia di querela si chiude
con un nulla di fatto: il tribunale di Milano pronuncia sentenza di non
doversi procedere.
Fatti di Anzio. I
signori Nello Colaneri e Carlo Sannini querelano Pasolini al commissario
capo del commissariato di Anzio, per dei fatti occorsi tra il poeta e i
propri figli, Franco di 14 anni e Saverio di 15 anni. Tutto è originato
da una segnalazione dei giornalisti Passarelli del quotidiano "Il Tempo"
e Costantini de "Il Messaggero". Questi hanno dichiarato di aver visto
parlare Pasolini con due ragazzi al porto di Anzio, per poi andare al ristorante.
Usciti dal ristorante i giornalisti chiedono ai ragazzi che cosa avesse
detto loro Pasolini; questi indicando altri ragazzi a bordo di una barca
nel porto confessano che il poeta ha chiesto loro "Quanti anni hanno?"
Alla risposta "Dodici anni", aveva commentato: "Però avranno dei
bei cazzetti". I giornalisti hanno così informato la polizia. Il
procuratore di Velletri, competente per territorio, invia la pratica al
procuratore della Repubblica di Roma, il quale gliela rimanda non ravvisando
il reato di corruzione di minorenne, ma al più, il reato di torpiloquio.
Il procuratore generale di Velletri invia, allora, il procedimento alla
pretura di Anzio. Interrogati, i minori dichiarano di aver ricevuto cento
lire dai due giornalisti per parlare del fatto. La querela viene archiviata
perché non si ravvisano ipotesi di reato.
Fatti di via Panico.
La notte tra il 29 e il 30 giugno 1960, in via Panico scoppia una furibonda
rissa tra due gruppetti di ragazzi. Tra la confusione generale, a una ragazza
viene rubato un anello con granati del valore di ventiquattromila lire,
mentre un altro ragazzo viene derubato di una catenina e di un orologio
d'oro. La refurtiva verrà ritrovata in casa di uno dei partecipanti
alla rissa, Luciano Benevello. Interviene Pasolini che, con la sua Giulietta,
accompagna Benevello a casa. Pasolini viene accusato di aver voluto deliberatamente
agevolare la fuga di Benevello e di aver partecipato, egli stesso, alla
rissa. La stampa si accanisce sul caso e criminalizza lo scrittore. Il
16 novembre 1961 il Tribunale di Roma assolve Pasolini per insufficienza
di prove.
Fatti del Circeo.
Bernardino De Santis, impiegato in un bar-distributore presso S. Felice
Circeo, ove si trovava da solo verso le 15.30 del 18 novembre 1961, viene
aggredito da uno sconosciuto con cappello nero. Molto romanzesca la versione
di De Santis: lo sconosciuto dopo aver sorseggiato una Coca-Cola e dopo
molte domande, avrebbe calzato un paio di guanti neri, inserito nella pistola
un proiettile d'oro e cercato di rapinare l'incasso della giornata. De
Santis cerca di reagire e colpisce con un coltello la mano del rapinatore,
che fugge non prima di aver minacciato il ragazzo. Il giorno successivo
De Santis vede passare sulla strada prospiciente il distributore una Giulietta,
in cui riconosce il suo rapinatore, annota la targa che denuncia ai carabinieri.
In quella Giulietta c'è Pier Paolo Pasolini. Il nucleo dei carabinieri
di Roma perquisisce l'abitazione e la macchina di Pasolini in cerca della
pistola. Interrogato dai CC, Pasolini ammette di essere entrato nel bar,
di aver bevuto una Coca-Cola, di aver fatto alcune domande, ma di essersi
poi diretto a S. Felice Circeo, dove stava lavorando alla sceneggiatura
di Mamma Roma. La sua versione non convince e viene rinviato a giudizio.
I giornali della sinistra
e quelli moderati difendono Pasolini contro l'assurda accusa, mentre i
giornali di destra attaccano, come al solito, senza mezze misure lo scrittore.
(vedi immagine)
Il processo si apre a Latina.
L'avvocato difensore di Pasolini, il democristiano Carnelutti, viene sospettato
dai giornali di essere l'amante dello scrittore. Pasolini viene condannato
a quindici giorni di reclusione, più cinque per porto abusivo di
armi da fuoco e diecimilamila lire per mancata denuncia della pistola,
con la condizionale. I difensori presentano immediatamente appello. Il
13 luglio 1963 la corte d'appello di Roma dichiara di non doversi procedere
contro Pasolini per estinzione del reato intervenuta per amnistia. L'avvocato
di Pasolini, Berlingieri, ricorre in cassazione per ottenere l'assoluzione
con formula piena, ma ottiene solo un'assoluzione per mancanza di prove.
Denuncia Antonio Vece.
Antonio Vece, un maestro elementare di Avellino sporge denuncia presso
la polizia giudiziaria di Roma contro Pasolini. Dichiara di essere stato
avvicinato da Pasolini, di essere salito sulla sua Giulietta, di essere
stato portato in aperta campagna, minacciato, malmenato e derubato di un
capitolo di un suo romanzo. Due giorni dopo, al commissariato di polizia
di Centocelle, confessa di aver inventato ogni cosa. Viene denunciato per
simulazione di reato, che sarà archiviata in data 2 dicembre 1965.
Causa civile Pagliuca.
L'ex deputato democristiano, avvocato Salvatore Pagliuca, cita in giudizio
Pasolini e la società Arco film. La denuncia si riferisce al film
Accattone,
e al fatto che un personaggio di malavita del film, ha lo stesso nome dell'avvocato.
Chiede la soppressione del suo nome dal film e il risarcimento per danni
morali e materiali. Pagliuca usa questa vicenda a scopi elettorali per
la propria elezione al parlamento. Non viene rieletto e il giudizio si
chiude con una sentenza che respinge il risarcimento dei danni morali e
con l'obbligo di eliminare il nome del Pagliuca dal film. Obbliga Pasolini
e la Arco Film al risarcimento dei soli danni materiali.
Mamma Roma.Il tenente
colonnello Giulio Fabi denuncia alla procura della Repubblica di Venezia
il film Mamma Roma, proiettato alla XXIII Mostra del cinema di Venezia,
per offesa al comune senso della morale e per il contenuto osceno. Soliti
attacchi dei giornali della destra italiana, che questa volta si traducono
in atti di boicottaggio e di violenza da parte dei gruppi di estrema destra.
Il 5 settembre 1962, il magistrato giudica infondata la denuncia e dichiara
di non doversi procedere l'azione penale.
Aggressione Di Luia.
Serafino Di Luia insieme ad altri giovani neofascisti appartenenti ad associazioni
di estrema destra, aggredisce Pasolini durante la proiezione di Mamma
Roma, nel cinema Quattro Fontane di Roma. Ne nasce una rissa, cui partecipano,
in difesa di Pasolini, Citti e altri amici del regista. A questa seguono
una serie di aggressione fasciste a cui Pasolini non farà mai seguire
una denuncia. Laura Betti, amica di Pasolini, viene aggredita e picchiata
da un giovane che risulterà aderente a "Nuova Italia" e che partecipò
alla rissa del cinema Quattro Fontane.
Processo per il film La
ricotta.
Vedi
i documenti del processo.
Querela Bernardino De
Santis. "Un giorno, un pazzo m'ha accusato di averlo rapinato (con
guanti e cappello neri, le pallottole d'oro nella pistola): tale accusa
è passata per buona e attendibile, perché a un livello culturale
sottosviluppato si tende a far coincidere un autore coi suoi personaggi:
chi descrive rapinatore e rapinato" [Pier Paolo Pasolini, articolo apparso
su "L'Espresso"]. Per queste parole, Bernardino De Santis, il benzinaio
rapinato al Circeo, querela Pasolini per diffamazione. Il 31 gennaio 1967,
il Tribunale di Roma "dichiara di non doversi procedere" contro Pasolini,
"per essere il reato estinto per intervenuta amnistia".
Processo per il film Teorema.
Il sostituto procuratore della Repubblica di Venezia denuncia Pasolini,
quale autore del film Teorema, per offesa al comune senso del pudore.
Il 13 settembre 1968, la procura della Repubblica di Roma ordina il sequestro
del film per oscenità. Il Tribunale di Venezia assolve Pasolini
"perché il fatto non costituisce reato". La corte d'appello conferma
la sentenza di primo grado.
Incauto affidamento.
Nel 1969 Pasolini viene denunciato dalla polizia stradale al pretore di
Bologna, per aver affidato la guida della sua automobile, Giulietta TI,
a Carmelo Tedesco, sprovvisto di patente di guida. Pasolini in giudizio
dichiara di aver dato la macchina a Ninetto Davoli che a sua volta l'ha
prestata a un giovane con la patente, che insieme al Tedesco si è
fermato a un distributore. Invitato a spostare l'auto mentre il giovane
patentato non è presente, Carmelo Tedesco viene fermato dalla polizia
stradale. Il pretore di Bologna assolve Pasolini "perché il fatto
non sussiste".
Invasione di edificio.
Pasolini, insieme a Zavattini, Massobrio, Ferreri, Angeli, Maselli e De
Luigi,
viene processato per aver turbato l'altrui possesso di cose immobili, trattenendosi
oltre l'ora stabilita nei locali del Palazzo del cimema di Venezia. I fatti
si riferiscono alla dura contrapposizione per l'autogestione da parte degli
autori cinematografici della Mostra del cinema di Venezia. Pasolini e gli
altri imputati vengono assolti "perché i fatti ascritti non costituiscono
reato"
La morte di cinquanta
pecore (Porcile).
Giovanni Longo di Nicolosi (Catania), allevatore di ovini, denuncia Pasolini
e il produttore Gianvittorio Baldi, in quanto responsabili della morte
di cinquanta pecore. Longo asserisce che la notte tra il 24 e 25 novembre
1968, in contrada Serra La Nave di Nicolosi, un branco di cani affamati
e infreddoliti, dopo essere stati liberati il giorno precedente al termine
delle riprese di Porcile, si sono introdotti nell'ovile ammazzando
cinquanta pecore. Il procedimento dura cinque anni. Il 20 novembre 1971,
il Tribunale civile di Catania respinge la richiesta di risarcimento danni.
"Lotta Continua".
Dal primo marzo 1971 Pasolini risulta ufficialmente direttore responsabile
del periodico "Lotta Continua", organo di un gruppo extraparlamentare dell'estrema
sinistra. Ciò è dovuto alle leggi italiene che impongono
che ogni pubbicazione debba avere un direttore iscritto al ruolo dei giornalisti
professionisti. Così gli esponenti di Lotta Continua chiedono agli
intellettuali italiani iscritti all'albo dei giornalisti, di assumere a
rotazione la carica di direttore del loro periodico. Pasolini accetta,
pur non condividendo la linea politica di Sofri e compagni, è quindi
direttore di "Lotta Continua" dal 1 marzo al 30 aprile 1971.
Il 18 ottobre 1971, la corte
d'assise di Torino processa Pasolini insieme agli altri esponenti di Lotta
Continua per aver svolto propaganda antinazionale e per il sovvertimento
degli ordinamenti economici e sociali costituiti dello Stato; e di avere,
quindi, pubblicato e istigato a commettere delitti. Il 18 ottobre 1971,
la Corte d'assise di Torino sospende il processo e rinvia a nuovo ruolo.
Processo per il film Decameron.
Il film, ispirato alle novelle del Boccaccio, subisce una persecuzione
continua. Fioccano le denuncie da tutte le parti del paese. Il film viene
sequestrato. E' il segno più evidente di una serie di paranoici
di cui Pasolini è ormai bersaglio privilegiato.
Processo per il film I
racconti di Canterbury.
Il procuratore della Repubblica di Benevento (dove fu proiettato per la
prima volta il film) accusa Pasolini di oscenità. Dopo tre giorni,
e su richiesta del P.M., il giudice istruttore archivia la denuncia. Il
film viene giudicato quattro volte e quattro volte prosciolto dall'accusa
di oscenità. Altre otto denunce arrivano alle procure di: Mantova,
Viterbo, Frosinone, Venezia, Latina. Le disavventure giudiziarie seguite
al film I racconti di Canterbury danno un quadro chiaro del clima
persecutorio in cui si muoveva Pasolini.
Processo per il film Il
fiore delle Mille e una notte.
Il film, prima ancora di essere immesso nel circuito cinematografico, viene
denuniciato da una donna che l'ha visto in anteprima.
Il giudice istruttore del
tribunale di Milano decreta di non doversi promuovere azione penale contro
il film.
Dalla Vedova. Il gesuita
Arturo Dalla Vedova, alle 6.50 del 6 novembre 1975, viene sorpreso a imbrattare
i manifesti funebri di Pasolini, alterandone il testo con parole quali:
"frocio, blasfemo, coprolato, pig, pervertito, porco". Nel dicembre dello
stesso anno il tribunale di Roma processa il gesuita per offesa a un vice
questore e per deterioramento di manifesti. Il Tribunale di Roma condanna
Arturo Dalla Vedova a quattro mesi di reclusione e a 30mila lire di ammenda.
Processo [postumo] per
il film Salò o le centoventi giornate di Sodoma.
Il film viene censurato e se ne vieta la distribuzione. Il divieto viene
annullato nel dicembre del '75, segue una denuncia dell'Associazione nazionale
per il buoncostume all'autorità amministrativa. Il produttore del
film, Alberto Grimaldi, viene processato dal tribunale di Milano, e imputato
presso la procura di Venezia per presunta corruzione di minorenni. Quest'ultima
supposizione si rivelerà inammissibile. Il tribunale di Milano condanna
Grimaldi a due mesi di reclusione, duecentomila lire di multa, e dispone
il sequestro del film. Il ricorso in appello porta all'assoluzione di Grimaldi,
e al dissequestro del film solo a condizione di alcuni tagli. Il film viene
tagliato per un totale di cinque minuti. Nel giugno del 1977 il pretore
di Grottaglie in provincia di Taranto, Evangelista Boccumi, dispone un
nuovo sequestro del film. Dodici giorni dopo il sostituto procuratore della
Repubblica di Milano stabilisce che il sequestro di Salò
è palesemente illegittimo, e ne dispone l'immediato dissequestro.
"La Gazzetta del Sud".
Il quotidiano, diffuso in Calabria, di proprietà del senatore missino
Umberto Bonino, pubblica, il giorno successivo alla morte di Pasolini,
un editoriale del direttore Nino Calarco, in cui si commenta in modo volgare
la morte del poeta. L'articolo suscita l'indignazione dell'avvocato Oliva
e del professor Maj, che sottopongono denuncia all'autorità giudiziaria.
La denuncia viene archiviata e il giornalista prosciolto.
Processo a Pino Pelosi
per l'assassinio di Pasolini. Vedi i
documenti
del processo.
__________
NOTA. Le informazioni
riportate non forniscono il quadro completo dei rapporti tra la giustizia
e Pasolini; rappresentano infatti circa il 70 per cento di quelli in realtà
esistiti. La vastità del materiale e la dispersione in tutta Italia
hanno impedito una più esauriente ricostruzione.
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