."Pagine
corsare"
I
processi
.
Il processo
a Pino Pelosi per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini
.
L'arringa
dell'avvocato
Guido Calvi
24 aprile 1976
.
5/6
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[5. La personalità
e il
mondo ideale di Pasolini]
Non possiamo, infine, chiudere
queste note senza ricordare la personalità e il mondo ideale di
Pasolini, il suo atteggiamento verso il problema della violenza, verso
i diseredati, verso i potenti, e che cosa egli è stato nella nostra
cultura con le sue opere, le sue tensioni morali, il suo impegno civile.
«In tutta
la mia vita non ho mai esercitato un atto di violenza, né fisica,
né morale. Non perché io sia fanaticamente per la nonviolenza.
La quale, se è una forma di auto-costrizione ideologica, è
anche essa violenza. Non ho mai esercitato nella mia vita alcuna violenza,
né fisica né morale, semplicemente perché mi sono
affidato alla mia natura, cioè alla mia cultura...»
Questa dichiarazione prelude
in modo conciso ma significativo a un inedito che Pasolini volle pubblicare
nell'ambito di quella anomala ma così indispensabile raccolta pubblicistica
Scritti
corsari destinata a suggellare la sua composita opera poetica – i più
non lo hanno ricordato, ma, dalla letteratura più intima e clandestina
al cinema più pubblico e popolare, Pasolini è rimasto saldamente
poeta – con la netta impronta del reale e del quotidiano.
Un confronto arduo e sofferto,
ma sempre a viso aperto, con i fatti, con gli amici, con i nemici, con
gli amici-nemici. Monologo o dialogo che fosse, è stato sempre più
fitto e serrato, tanto da far della sua vita un apologo, culminato tra
la fine di ottobre e l'inizio di novembre dello scorso anno.
In modi che qualcuno ha
definito persino "maniacali", Pasolini si batteva contro la brutale «omologazione
totalitaria del mondo» oggi in atto – cioè contro quel processo
consumistico-edonistico che avrebbe travolto l'individuo sino a trasformarlo
in cosa: una povera cosa era infatti il corpo del giovane Antonio Corrado,
ucciso a colpi di pistola nella notte fra il 29 e il 30 ottobre 1975 nel
quartiere romano di San Lorenzo, vittima inconsapevole di una vendetta
fascista, ammazzato al posto di un giovane extraparlamentare di sinistra
perché stessa era la via, stessa la barba, stesso il soprabito;
due giorni dopo, un'altra efferata violenza avrebbe ridotto anche Pasolini
a una cosa senza vita, in quella notte fra il 1° e il 2 novembre cominciata
proprio nelle vie di San Lorenzo, percorse a capo chino «perché
si vedono facce terribili in giro, prive d'espressione»: la morte,
arrivata per mano di un ragazzo-oggetto che forse sa o forse non capirà
mai fino a che punto è stato tale.
Come dice Jean-Paul Sartre,
può darsi che Giuseppe Pelosi guardasse. sebbene con acerba inconsapevolezza,
all'omosessualità come a una «tentazione costante e costantemente
rinnegata, oggetto del suo odio più profondo», ma forse la
sua insicurezza non poteva ancora permettergli di «detestarla in
un altro perché in questo modo si ha la possibilità di distogliere
lo sguardo da se stessi». Suo padre sì, il suo contesto sì,
possedevano questa ottusa e tronfia consapevolezza, e lui avrebbe preso
la sua "patente" e la sua "maturità" in questo senso, nel modo più
viscerale, senza sapere che ormai la società sembra "tollerare"
il diverso, o forse avvertendo con il suo ultimo, definitivo sentimento
che Pasolini «aveva capito che era intollerabile, per un uomo, essere
tollerato».
È tragicamente singolare
ritrovare oggi tutto questo in un articolo scritto da Pasolini più
di tre anni fa, il 7 gennaio del 1973, sulle colonne del "Corriere della
Sera":
«Le maschere
ripugnanti che i giovani si mettono in faccia, rendendosi laidi come vecchie
puttane di una ingiusta iconografia», scriveva lo scomparso, «ricreano
oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente
hanno condannato per sempre... Cioè la condanna radicale e indiscriminata
che essi hanno pronunciato contro i loro padri, risuscitando nella loro
anima terrori e conformismi e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità
e miserie che parevano superate per sempre... Provo un immenso e sincero
dispiacere nel dirlo (anzi, una vera e propria disperazione): ma ormai
migliaia e centinaia di migliaia di facce di giovani italiani assomigliano
sempre più alla faccia di Merlino [nota: il 'trasformista'
ideologico, il personaggio più sordidamente emblematico di tutta
la vicenda della strage del 12 dicembre del '69 a Piazza Fontana]...».
Un apologo forse incompiuto,
ma certo terribilmente concluso nel momento in cui il suo cuore ha cessato
di battere, il suo sguardo di svelare, la sua coscienza di fremere. Sì,
perché dal 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini ha cessato di esistere,
e nei discorsi degli amici, in quelli dei nemici e in quelli degli amici-nemici,
si è sempre sentita da allora, in modo grave, la sua mancanza, per
non parlare di quanto la sua personalità sia assente nell'ingrato
epitaffio offerto da questo delitto, e nel troppo intorbidito e controverso
ricordo degli ultimi, drammatici momenti della sua vita, raccolti dagli
impietosi occhi e orecchie di chi c'era, di chi non c'era, di chi poteva
o di chi voleva esserci.
Il cadavere di Pasolini
è stato divorato dalla nostra società e dal nostro tempo:
è questa la nemesi che chiude, come per un'esauribile regola narrativa,
l'apologo.
Si può ricordare
qualcuno che non c'è più e talvolta lo si è fatto
senza offesa né tradimento. Per colui che ha lasciato di sé
l'impronta marcata della sua opera, poi, ciò sembrerebbe addirittura
più semplice visto che ci sono i documenti a parlare in sua vece.
Nonostante la incommensurabile e gravosa eredità che egli ci affida,
o forse persino a dispetto di questa, Pier Paolo Pasolini ci ha precluso
la via del ricordo, e ce ne siamo resi conto fin dal momento del più
acuto dolore per la sua scomparsa, davvero profondamente tale perché
"perdita e basta".
Sia pure in una interpretazione
esoterica, Pasolini è stato più volte definito "un testimone
provocatorio", ma la sublime maledizione non è stata dettata né
da un narcisismo del poeta, né dall'estro reclamistico dì
un editore: c'era in questa sorta di slogan una verità istintiva,
immediata, quasi epidermica, ma profonda e implacabile proprio come lo
sono i messaggi stereotipi della pubblicità, che devono prima colpire,
poi manipolare le nostre insoddisfazioni.
Tutti ricordiamo come Pasolini
seppe reperire nell'ineffabile inventiva consumistica dei "Jesus jeans"
la crepuscolare parabola di un potere ciclopico, perché
«il linguaggio
dell'azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo:
i "luoghi" dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene "applicata",
sono cioè i luoghi del pragmatismo puro. I tecnici parlano un gergo
specialistico, sì, ma in funzione strettamente, rigidamente comunicativa.
Il canone linguistico che vige dentro la fabbrica, poi, tende a espandersi
anche fuori: è chiaro che coloro che producono vogliono avere con
coloro che consumano un rapporto d'affari assolutamente chiaro».
("Corriere della Sera", 17 maggio 1973).
Nelle due parole "testimone
provocatorio" c'è prima un elemento-chiave che illumina non tanto
la personalità di Pasolini quanto, essenzialmente, il suo rapporto
fondamentale con la collettività, poi segue la registrazione "a
caldo" di una sensazione rapida, ancora da codificare, che è appunto
quel "provocatorio". Sovente, di un individuo in qualche modo "pubblico"
si azzardano legittimi pronostici, e la gara per decifrarne con anticipo
i pensieri e le reazioni di fronte a questa o a quella questione può
risultare finanche poco vivace. Per Pasolini questo gioco non si metteva
in moto; per lui no, oseremmo dire per lui solo. È stata questa
sua caratteristica a fargli conquistare sul campo l'aggettivo "provocatorio",
che è un giudizio ottuso ma sincero, disarmante nella misura in
cui ognuno potrà leggerlo, positivamente o negativamente, secondo
la prospettiva preferita, senza tuttavia mai afferrarlo veramente.
Immune come per natura dal
tumore conformista (in realtà, questa sua vittoria molto personale
è stata sofferta, come ben si può immaginare, poiché
solo un lucido, costante e dolente esame della realtà può
far sì che le impennate non finiscano prima o poi nella trappola
dell'anticonformismo di maniera, o nella retorica del "bastian contrario"
con cui si tappa la bocca al dissenziente fino a fargli provare il senso
di colpa per la propria "anormalità", una colpa che quasi sempre
prende il sopravvento sui suoi slanci), Pasolini, pur non discostandosi
mai da una sua logica ostinatamente vigile, ha sempre generato, con le
sue reazioni, stupore. E quest'ultimo dapprima ha coinciso con una diffusa
ostilità, che mal celava quella pressoché unanime cecità
culturale sempre pronta a sbarrargli il cammino, ma poi la volontà
di "resistere alla provocazione" ha via via lasciato il posto a graduali,
sempre più estese prese di coscienza, in un Paese che fatalmente
proprio nel moltiplicarsì dei disagi e degli stenti vede più
chiaramente il proprio cammino.
Non è casuale, infatti,
che dal 1968 il poeta abbia progressivamenie intensificato i suoi interventi,
dando sempre maggiore incisività ai suoi bersagli, divenuti tremendamente
congrui, e infittendo le schiere degli amici (quei movimenti politici e
culturali che della sua presenza hanno sentito il bisogno: tutti coloro
che con lui hanno voluto dialogare al di là delle polemiche devianti
o persino delle divergenze di fondo) e dei nemici (i depositari o i servi
di un potere che prima lo ha disprezzato quale intellettuale e quale omosessuale
confinandolo ai margini, poi, comprendendo l'inutile sforzo di rinchiuderlo
in un ghetto, ha voluto mostrargli i denti).
Né gli uni né
gli altri potranno ricordarlo al presente, tuttavia, perché il suo
pensiero era in costante divenire e si sottraeva a qualsiasi schema: traeva
linfa dalla vita, e ne accettava le più orride beffe, ne condivideva
le contraddizioni pesanti da portare.
Pasolini non coltivava utopie
sorde, e questo tratto così semplice e fermo è stato arduo
da accettare per chi lo ha accusato di "voler tornare indietro", di "rimpiangere
il passato", perché chi l'ha detto o solo pensato non potrà
mai confessare, in primo luogo a se stesso, la disperata fragilità
del proprio, preventivato futuro. Con la sua presenza, Pasolini era egli
stesso l'utopia, in quanto veicolo dialettico di un'era, e di alcune generazioni.
Il "testimone" si poteva arrestare solo con la morte. Ora la coscienza
pubblica, straziata e straziante, di un'epoca tace, e chi ha tanto invocato
il silenzio non può dolersene.
Sul "Corriere della Sera",
il 30 gennaio 1975. Pasolini ammoniva sé e noi a questo proposito:
«... La mia
vita sociale in genere dipende totalmente da ciò che è la
gente. Dico "gente" a ragion veduta, intendendo ciò che è
la società, il popolo, la massa, nel momento in cui viene, esistenzialmente
(e magari solo visivamente) a contatto con me. È da questa esperienza
esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione
tutti i miei discorsi ideologici...»
Dal 2 novembre 1975 la memoria
si è dimostrata infatti ingrata, e con lui e con noi: non ha saputo
darci i mezzi per farlo rivivere, perché non poteva e mai potrà.
Lo abbiamo notato nella lode o nell'infamia di tanti suoi improvvisati
biografi, quasi tutti, ciascuno a suo modo, rifugiatisi nella più
arida convenzionalità. Sono risbucati fuori anche i rappresentanti
di un livore e di una rozzezza che credevamo, peccando di presunzione,
estinti. Pasolini li conosceva bene, sono coloro che usano l'aggettivo
"squallido" («... cioè l'aggettivo di sempre, sistematicamente,
meccanicamente, canagliescamente usato negli articoletti di cronaca di
tutta la stampa italiana...»), irriducibili perché anonimi
portavoce di quella «ltalietta, paese di gendarmi» che il poeta
non avrebbe mai dimenticato:
«... Mi hanno
arrestato, processato, perseguitato, linciato per quasi due decenni. Questo
un giovane non può saperlo... Può darsi che io abbia avuto
quel minimo di dignità che mi ha permesso di nascondere l'angoscia
di chi per anni e anni si attendeva ogni giorno l'arrivo di una citazione
del tribunale e aveva terrore di guardare nelle edicole per non leggere
nei giornali atroci notizie scandalose relative alla sua persona...»
(da '"Paese Sera", 8 luglio1974).
Forse l'unico frammento di memoria
che potrebbe restituirci, almeno per un attimo. Pier Paolo Pasolini vivo,
è il suo film Salò o le centoventi giornate di Sodoma,
che egli aveva configurato come un elemento di rottura spontanea con le
sue opere precedenti, nell'intento di fondere il "testimone" e "l'artista",
alla ricerca di una leggibilità esplicitamente attuale, fatta di
riflessioni ma anche di carne e di sangue. Ma questo film il popolo italiano,
considerato "immaturo" dai suoi "tutori", pare che non possa vederlo e
discuterlo. È questo l'ultimo sopruso, l'ultima violenza dell'esistenza-apologo
di Pier Paolo Pasolini e, per lo meno in questo caso, il sopruso e la violenza
hanno l'inequivocabile, inconfondibile sapore della "ufficialità".
(segue)
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SUL
PROCESSO
A
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del
21 novembre 1975
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dell'uccisione di Pasolini, di Duilio Pallottelli
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Perizia medico-legale
sul corpo di Pasolini. Note di parte alla relazione peritale d'ufficio
La deposizione di Oriana
Fallaci al processo istruttorio
L'arringa
dell'avvocato
Guido
Calvi
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La parte civile ritira
la sua costituzione
La personalità
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Ricostruzione dell'assassinio
La presenza di più
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La personalità
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"Il romanzo delle stragi"
Dalla sentenza di primo
grado, 26 aprile 1976
Dalla sentenza della
Corte d'Appello, 4 dicembre 1976
Dalla sentenza della
Corte di Cassazione, 26 aprile 1979
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SUI
PROCESSI
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Cronologia, ordinata
per anno
Cronologia, ordinata
per imputazione
Documenti relativi al
processo a Pasolini, reo di vilipendio alla religione di Stato per il film
La
ricotta
Fonti di ricerca e
documentazione
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