I processi

."Pagine corsare"
I processi
.
Il processo
a Pino Pelosi per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini.


Un delitto politico
di Giorgio Galli
(1992)
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2/4

Questo atteggiamento di sospetto dell'opinione pubblica di sinistra è alimentato da quelle che appaiono sensazionali rivelazioni di una prestigiosa giornalista. Ma lo stile vibrante di Oriana Fallaci e l'inchiesta de "L'Europeo" non reggono alla constatazione (documentata dagli articoli e dalle successive deposizioni qui raccolti) che tutta la costruzione si basa su voci incontrollabili, su testimoni inaffidabili, su supposizioni al limite del paranormale. Alcuni elementi - l'intervista "a inseguimento" a uno scombinato giovanotto, l'uomo che si presenta in redazione col passaporto pronto da esibire e che poi scompare - sono di tale inconsistenza da far supporre che solo la tentazione dello scoop, e quella di dare voce a una indignazione e a sospetti diffusi, possano avere indotto una autorevole professionista ad accreditare una tesi insostenibile. Lo scoop che diviene un boomerang blocca ogni altra possibilità di avviare inchieste giornalistiche, pure in un periodo nel quale, da Piazza Fontana in poi, esse erano di grande attualità ed efficacia, avendo contribuito a smascherare versioni ufficiali e di comodo in più di un occasione.
Molti anni dopo, incontrando Barth David Schwartz, autore della monumentale biografia Pasolini Requiem, pubblicata a New York dalla Pantheon nel dicembre 1991, Oriana Fallaci continua a sostenere: «Sono l'unica a sapere tutto, ma non fa niente». (1)
In realtà, i giudici di primo grado - pur deplorando le strumentalizzazioni politiche  - ritennero che Pasolini fosse stato assassinato da più persone: «Il clamore che l'episodio ha avuto sulla stampa», afferma la sentenza, «le interpretazioni non sempre obiettive e documentate che sono state proposte, la prospettazione di versioni contrastanti non basate su una "lettura" delle risultanze ma solo sulla scelta aprioristica di una verità di comodo, il settario schierarsi pro o contro una tesi in funzione di preconcette opinioni politiche, tutto ciò ha certamente resa più confusa sin dal primo momento l'indagine, inquinando quella serena atmosfera di ricerca della verità che era indispensabile in un caso così delicato. E questo clima che ha favorito il sorgere di testimonianze fantasiose, di rivelazioni interessate, di auto o etero accuse sostanzialmente pubblicitarie, di ricostruzioni mitomani degli avvenimenti... Nessun serio contributo probatorio alla ricostruzione della verità può venire dalla "versione alternativa" proposta dal settimanale "L'Europeo", i cui giornalisti sono stati ascoltati come testimoni [che] non hanno ritenuto di poter rivelare le loro fonti di informazione, per cui il Tribunale non è assolutamente in grado di valutare direttamente l'attendibilità delle dichiarazioni».
Sono quindi giudici di primo grado in guardia contro interpretazioni fantasiose che concludono: «Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all'Idroscalo il Pelosi non era solo». Gli indizi figurano nella sentenza. Cruciale per l'argomentazione è la sproporzione tra i colpi e le ferite inferti a Pasolini e le escoriazioni di Pelosi: «In una colluttazione tra due soggetti», afferma il collegio, «a meno che uno non sia gravemente menomato sul piano fisico, è impossibile che uno solo dei contendenti riporti gravi ferite mentre l'altro esca praticamente indenne dalla lotta. Invece il Pasolini ha riportato rilevanti lesioni, mentre il Pelosi non ha subito significativi traumi. Eppure il Pasolini - come è notorio - non era un vecchio cadente incapace di organizzare una qualche difesa: era agile, aveva un fisico asciutto, praticava lo sport, giocava ancora a calcio in partite regolari».
La Corte d'Appello oltre a negare, come risulta dagli atti, la validità complessiva degli indizi relativi al concorso di più persone, contestò in particolare questo punto: «Attenta considerazione meritano soprattutto», si afferma, «la sproporzione tra le lesioni riportate da Pasolini e quelle riscontrate sull'imputato e la scarsità delle tracce di sangue di Pasolini sui vestiti di Pelosi... Che questi elementi possano spiegarsi con la partecipazione di più persone è indubbio. [Ma] la sproporzione delle lesioni subite dai due contendenti può trovare una spiegazione proprio ipotizzando che, invece di essere stato aggredito, sia stato Pelosi ad aggredire Pasolini, cogliendolo di sorpresa e menomandone sin dall'inizio la capacità di difesa. Questa supposizione non è affatto contraddetta, come invece si prospetta nella sentenza impugnata, dall'agilità e robustezza fisica di Pasolini, che peraltro era di complessione fisica assai minuta (59 kg di peso e 1.67 m di altezza), poiché Pelosi poté valersi non soltanto della maggiore vigoria della giovane età, ma verosimilmente di una determinazione a offendere che in Pasolini mancò e con tutta probabilità lo portò a colpire duramente per primo e d'improvviso... La corte deve attribuire mero valore congetturale all'induzione che la sentenza impugnata volle trarre dalla precisione e violenza del calcio ai testicoli, che sarebbe stato inferto da uno dei complici mentre Pasolini veniva tenuto da altri... non potendosi escludere che Pelosi sia riuscito a colpire Pasolini al basso ventre quando l'altro non se l'aspettava». La corte conclude quindi «di ritenere estremamente improbabile, per tutte le cose dette, che Pelosi possa avere avuto uno o più complici»; ma insiste sul fatto che la sua versione è del tutto inattendibile, che Pelosi intendeva uccidere senza aver subito alcuna violenza e dopo aver accettate preventivamente tutte le prestazioni sessuali che gli potevano essere richieste. Il suo dunque è un omicidio doloso e senza attenuanti, per cui il corpo schiacciato con l'automobile è l'ultimo atto di una serie di iniziative volte a uccidere.
Pasolini "massacrato" da un Pelosi indenne, dunque; è questa la spiegazione alternativa: o più persone contro l'artista, oppure l'assassino che lo aggredisce di sorpresa. "Tertium non datur", come si direbbe con una espressione latina spesso usata. Ma, nell'uno o nell'altro caso, quali le ragioni del feroce massacro?
Neanche la sentenza di primo grado le può indicare, quando conclude: «La mancanza di un preciso accertamento della causale del delitto non può portare alla esclusione della responsabilità... In realtà possono farsi varie ipotesi: che si volesse rapinare Pasolini, che gli si volesse dare una lezione per un precedente "sgarbo", che si volesse proteggere il Pelosi alle prime esperienze e che un protettore vigilasse su di lui. Non esistono elementi - di fronte al mutismo sul punto del Pelosi, sempre ancorato alla sua versione difensiva originaria - che possano far preferire una delle causali sopra riportate o anche una causale diversa, allo stato non facilmente ipotizzabile».
Se il Tribunale non può spiegare perché più persone avrebbero massacrato Pasolini, la Corte d'Appello non può spiegare perché lo abbia fatto il solo Pelosi, in una sequenza logica così presentata nelle conclusioni:
«Vi dovette essere fra loro una colluttazione durante la quale Pelosi riuscì ad afferrare Pasolini per i capelli (la ciocca fu ritrovata a otto metri dal cadavere) e a raggiungerlo con violenza ai testicoli. Subito dopo, mentre Pasolini era incapace di difendersi, lo colpì alla testa [...] fino a quando Pasolini, che si trovava già in ginocchio, cadde a terra anche col tronco, rantolando. Nello stesso tempo, si deve affermare che dal racconto dell'imputato non appare verosimile che Pasolini abbia posto in essere un tentativo di violenza carnale o altra immotivata aggressione fisica... L'azione finale si collegò, nella sua fredda determinazione, a quella precedente, quando Pasolini ormai in balia del suo aggressore fu colpito ripetutamente, senz'altro scopo che quello omicida, alla testa e alla nuca. Allo stesso modo Pelosi, salito sull'automobile, non soltanto non si curò di evitare il corpo giacente a terra, ma si diresse decisamente su di esso e non cambiò direzione che quando l'ebbe schiacciato con le ruote... La certezza che egli ha perpetrato un omicidio volontario senza trovarsi in stato di legittima difesa si rafforza. Ritiene cioè la corte che i lati oscuri che rimangono nella vicenda - ivi compresa la marginale incertezza intorno all'ipotesi che Pelosi abbia potuto non essere solo - non tolgono nulla alle certezze acquisite intorno alla natura dolosa del ferimento e del successivo investimento di Pasolini da parte dell'imputato. Si deve infine rilevare che questo giudizio non è minimamente ostacolato dal mancato appuramento dei motivi del delitto... L'impossibilità di identificare la causale del reato non pregiudica il giudizio di colpevolezza».
Dunque entrambe le sentenze concordano sui punti oscuri e sulla impossibilità di stabilire le ragioni di un delitto compiuto con tanta ferocia. La contrapposizione delle conclusioni (uno, oppure più assassini) non può stupire, se si pensa che i processi indiziari di un drammatico quindicennio di storia italiana (da Piazza Fontana, 1969; alla strage di Natale, 1984) si concludono con sentenze che, in gradi diversi. variano addirittura dalla comminazione dell'ergastolo all'assoluzione, appunto per la difficoltà di trasformare in prove certe indizi labili.
Acclarato dunque l'impegno col quale i magistrati dei due gradi (e poi quelli della Cassazione) hanno lavorato per giungere il più vicino possibile alla verità, per tentare di spiegare quanto sta dietro l'omicidio sul lungomare di Ostia, occorre ampliare l'ambito della analisi: da quello giudiziario al contesto politico, che entrambe le sentenze lasciano sullo sfondo (salvo i riferimenti dei giudici di primo grado). Del resto anche "L'Europeo" esclude il "delitto politico" e trova "delirante" l'analogia con Matteotti.
Va premesso che dai fatti descritti emerge che Pelosi (coi complici del suo ambiente, se ne ha avuti) non solo non aveva ragioni per uccidere Pasolini, ma ne aveva molte per non farlo. L'artista era una fonte costante di reddito facile (per il suo oscuro bisogno di cui si è detto all'inizio). Era una conoscenza importante e forse da utilizzare: come risulta dagli atti, Pelosi e i suoi amici gli chiedevano scherzosamente se avrebbero potuto avere qualche parte in un film... Perché distruggere una fonte di reddito e prospettive di ulteriori vantaggi quando Pelosi, ladro d'auto e uso a ogni tipo di prestazioni sessuali, poteva incassare ventimila lire senza fatica alcuna?
Va aggiunto che Pelosi, come risultato dalle perizie e dal comportamento, è un ragazzo rozzo ma scaltro, che per oltre un anno - dal momento dell'omicidio alla sentenza d'appello - non cede di un millimetro dalla sua inattendibile versione; la Corte d'Appello parla della «accortezza con la quale in dibattimento l'imputato ha cercato di attenuare, con parziali abili modificazioni, la portata di precedenti ammissioni», sgusciando abilmente tra reticenze, bugie e contraddizioni.
Va infine rilevato (è la parte utile dell'inchiesta de "L'Europeo") che Pelosi sin dall'inizio cambia avvocato, scegliendo quello che ha difeso i giovani di destra autori di un altro atroce delitto al Circeo (una ragazza massacrata, un'altra gravemente ferita).
Se Pelosi e gli amici del suo ambiente avevano dunque l'interesse a un Pasolini vivo; se non poteva sfuggire il rischio che si correva uccidendo un uomo di grande notorietà a difesa della cui memoria metà del Paese avrebbe chiesto una punizione esemplare per un assassinio tanto feroce, che cosa poteva indurre un incolto ragazzo diciassettenne a comportarsi come si è comportato, prima e dopo il delitto - sino a vantarsi, appena giunto in carcere come colpevole di un semplice furto d'auto, di aver ucciso Pasolini, e arrivando a mimare le sequenze del delitto per il fotografo di un settimanale?
Vi è una sola situazione che può dare una risposta coerente e convincente a tutte queste domande: Pelosi è stato contattato per attirare Pasolini in un agguato: ha avuto una grossa ricompensa per farlo; gli è stato garantito che sarebbe stato adeguatamente protetto e tutelato. Di fatto, minorenne e nonostante la ferocia del comportamento, è uscito dal carcere dopo pochi anni, per riprendere la vita di prima, tra furti e detenzioni, dopo aver presumibilmente sperperato quanto riscosso per il suo operato da killer. Tale è infatti la sola spiegazione possibile di quanto ipotizzato nella sentenza della Corte d'appello: un colpo a sorpresa (ma con la difficoltà di spiegare il contemporaneo strappo della ciocca di capelli), seguito da una gragnuola di colpi e dal colpo di grazia con le ruote dell'auto.
Se si parte dall'ipotesi che Pasolini, nonostante la sua cautela, abbia potuto essere attirato in un agguato, si riduce l'importanza della presenza attiva di più persone. Qualcuno poteva essere sul luogo per aiutare Pelosi (tesi del Tribunale), oppure questi ha agito fulmineamente da solo (tesi della Corte d'Appello), magari controllato sul posto da qualcuno non attivo ma pronto a intervenire in caso di necessità.
Questa ipotesi richiede una spiegazione su chi e perché abbia contattato Pelosi a quello scopo. Sul "chi" non occorre affaticare la fantasia: le cronache di quegli anni sono gremite di poteri occulti, di servizi deviati, del crimine organizzato che fornisce strutture e operatori per azioni di finta destabilizzazione e di autentica stabilizzazione politica. Non vi è che l'imbarazzo della scelta. Pelosi è stato uno strumento. Ora può continuare la sua vita di emarginato senza gloria, perché, se volesse raccontare qualcosa, sa quel che gli costerebbe e che nessuno gli crederebbe.
Quale era l'obiettivo dell'agguato? Personalmente ritengo probabile una delle "causali" suggerite dal Tribunale: si voleva "dare una lezione" a Pasolini, ma non per uno "sgarbo", bensì per quello che egli rappresentava nel momento politico, così come, un paio d'anni prima per la stessa ragione, si era voluta dare una "lezione" all'attrice Franca Rame.

__________ 
(1) Andrea Jacchia, su "L'indipendente", 18 dicembre 1991. Il fallito scoop di Fallaci viene ricordato da Ugo Intini, in una critica ai "salotti" definiti "radical chic": «Oriana Fallaci», scrive tra l'altro, «non tentò forse di dimostrare, di fronte ai lettori e ai giudici, che Pasolini era stato assassinato da un complotto fascista e di Stato?» ("Avanti!", 15 gennaio 1992).

(segue)
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SUL PROCESSO
A PINO PELOSI
VEDI ANCHE


Introduzione, di Angela Molteni

Cronologia degli eventi processuali

Un delitto politico, di Giorgio Galli (integrale)

L'interrogatorio dell'imputato Pelosi del 2 novembre 1975


La controinchiesta dell'«Europeo»
del 21 novembre 1975

L'incredibile reo confesso, di Paolo Berti

Pelosi e gli avvocati, di Paolo Berti

Non si escludono ipotesi diverse nella meccanica
      dell'uccisione di Pasolini, di Duilio Pallottelli

I sei errori della polizia, di Gian Carlo Mazzini

Il testimone misterioso, di Oriana Fallaci

E' stato un massacro, di Oriana Fallaci

 Perizia medico-legale sul corpo di Pasolini. Note di parte alla relazione peritale d'ufficio

La deposizione di Oriana Fallaci al processo istruttorio


L'arringa dell'avvocato
Guido Calvi

La parte civile ritira la sua costituzione

La personalità di Pino Pelosi

Ricostruzione dell'assassinio

La presenza di più aggressori

La personalità e il mondo ideale di Pasolini

"Il romanzo delle stragi"


LE SENTENZE

Dalla sentenza di primo grado, 26 aprile 1976

Dalla sentenza della Corte d'Appello, 4 dicembre 1976

Dalla sentenza della Corte di Cassazione, 26 aprile 1979

SUI PROCESSI
VEDI ANCHE


Cronologia, ordinata
per anno

Cronologia, ordinata
per imputazione

Documenti relativi al processo a Pasolini, reo di vilipendio alla religione di Stato per il film La ricotta

Fonti di ricerca e
documentazione
 

I processi - Giorgio Galli, Un delitto politico - 2 / 4 

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