."Pagine
corsare"
I
processi
.
Il processo
a Pino Pelosi per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini
È stato un massacro
di Oriana Fallaci
|
Questa è, parola per
parola, la ricostruzione del dialogo avvenuto a più riprese tra
il nostro collaboratore Mauro Volterra e il ragazzo che sa come morì
Pasolini, o meglio chi (oltre al Pelosi) uccise Pasolini. Ho ritenuto giusto
lasciare le frasi del ragazzo così come furono dette da lui, e cioè
in dialetto romanesco, per non alterarne in nessun modo la spontaneità
e l'autenticità. Ho ritenuto opportuno rispettare rigorosamente
la successione cronologica dei colloqui avvenuti tra Volterra e il ragazzo
per non manipolare in nessun modo la loro importanza e la loro utilità.
Le notizie contenute dentro le parentesi che interrompono il dialogo spiegano
come avvennero i drammatici incontri e sino a che punto il ragazzo fosse
terrorizzato dalla paura d'essere ucciso.
«Te ne devi annà,
capito? Te ne devi annà! lo so' riuscito a uscinne da questa storia,
ne so' uscito fori. Perché me voj rimette in mezzo ar casino? Perché
me voj rovinà? Va via, va via!»
E in quale modo sei riuscito
a uscirne?
«Mo te lo vengo a
dire a te! Perché te lo dovrei dire a te'?»
Perché ci potresti
guadagnare un po' di soldi. Io te le pago queste informazioni.
«Nun li vojo li sordi
tua! Che ci faccio con li sordi tua? Mannaggia, è facile parlà
per te che nun rischi gnente. Tu con questa storia ce fai carriera. Ma
io me becco na pistolettata in bocca, capito? La pelle è mia, mica
è tua, capito?»
Ti assicuro che non dirò
mai a nessuno d'avere avuto certe informazioni da te. C'è il segreto
professionale.
«E io come faccio
a fidamme? E se poi lo racconti invece? Tu ormai me conosci come faccia.»
lo, il viso tuo, dopo
averti parlato lo dimentico.
«Ce credo proprio,
ce credo. Tu quando l'hai dimenticato vieni a ricercamme per ricordallo
un'altra volta. E me fai la fotografia all'improvviso, de nascosto. Bel
guadagno ritrovamme con la fotografia sur giornale. E sotto la fotografia
la scritta: "Ecco er testimone". Aò! Mica so' stronzo.»
[Il primo incontro tra Mauro
Volterra e il ragazzo è avvenuto in una via di Roma. Anzi in una
via frequentata da prostituti, ladri, ricettatori: l'ambiente che ha ucciso
Pasolini. Era notte. Il ragazzo, scoperto dopo una lunga e paziente ricerca,
era profondamente impaurito. Cercava di sottrarsi alle domande di Volterra
sgusciandogli via e camminando svelto lungo il muro. Sapeva la verità
ma sapeva anche che dirla avrebbe potuto costargli molto. Allo stesso tempo,
sembrava combattuto tra quella paura e la voglia di parlare, il bisogno
di parlare per liberarsi d'un peso. La schermaglia tra lui e Volterra durò
circa mezz'ora, e cioè fino a quando il nostro collaboratore si
allontanò, deciso a ritrovarlo. Lo avrebbe ritrovato, infatti, due
giorni dopo. Il dialogo che segue si riferisce all'incontro di due giorni
dopo.]
«Ah, ma allora nun
ce semo spiegati! Nun hai capito che nun te vojo vedé, che nun te
dico gnente! Ma perché sei tornato? Lé, hai fatto un viaggio
a voto. Stai a perde tempo.»
Una cosa soltanto. Lo
sai dov'è la baracca di Pasolini all'Idroscalo?
«Sì che lo
so. Te potrei pure dì andove sta con esattezza. Ma nun te dico gnente.
Capito? Gnente! - Ma chi sa gnente! Stavo a scherzà!»
Sai anche chi erano gli
altri che l'hanno ammazzato?
«Ah! T'ho capito!
È questo che voj sapé: chi so' quell'altri.»
Si, gli altri due.
«Chi t'ha detto solo
due? Mannaggia, se te dicessi la verità fino alla fine, ce sarebbe
de fà un volume! Lé, io te saluto e me ne vado. Amici più
di prima.»
Non andartene, via, stai
calmo... Non avere paura. Camminiamo un
po'. Che t'importa se
camminiamo insieme per un po'.
«Vabbé... In
fondo mi sei pure simpatico.»
Dì, ma qui non
si vedono piu quelli che hanno la motocicletta? Chi ce l'ha la motocicletta?
«Vuoi dire la Gilera
124? Quella ce l'ha il Roscio.»
Chi?
«Ma che me fai dì?
Me fai di quello che nun vojo dì! Te ne voj andà? Mo vedi
come sono i giornalisti? Te fanno le moine davanti e appena te revorti
te fregano. Te ne voi andà? T'ho detto pure troppo. Anzi nun t'ho
detto gnente, capito?»
Senti, io non voglio i
nomi e i cognomi. Mica sono un poliziotto.
«Anche se nun sei
un poliziotto, come faccio a sapé che nun me voj mette in mezzo,
che nun me voj denuncià, che nun ciai quarcun altro appresso? E
sai che te dico? Come faccio a esse certo che nun sei un poliziotto, che
sei un giornalista peddavvero?»
Ecco la mia tessera di
giornalista. E, se non ci credi, vieni al giornale. Ci mettiamo in una
stanza e parliamo là.
«Manco pe' gnente!
Così da quella stanza nun esco più. Al giornale me vedono
in troppi. E tu... Ma tu me voj fa' ammazzà! Me voj fa' finì
con na pistolettata in bocca! Te lo voj mette en testa che se parlo m'ammazzeno?!?
Ascoltame, lé: io te la direi la verità. Te la direi tutta,
perché me sta qui. Però se la dico me pijo la pistolettata
in bocca. E nun ce riesco! Nun ce riesco!»
Provaci.
«Ora ciò da
fà. Vedemoce domani.»
D 'accordo.
«Però se parlo
nun te dico tutto, t'avverto. Te dico mezza verità e basta, capito?
Perché se te dico tutta la verità intera, poi te devo sparà
a te. Te devo sparà in bocca.»
Il secondo incontro è
avvenuto in un punto diverso della città, cioè in un punto
non frequentato dai prostituti e dai ladri. È avvenuto anch 'esso
di notte e, stavolta, il ragazzo era più che impaurito: era terrorizzato.
Aveva ricevuto minacce da qualcuno, forse? Qualcuno che lo aveva visto
con Volterra o che lo aveva saputo? L'impressione di Volterra è
che il terrore non gli venisse dai compagni di vita ma da persone più
lontane e più forti. Contemporaneamente, v'era nel ragazzo una durezza
insospettata la prima volta. Diciamo la durezza che nasce nei deboli dalla
paura. La sua voce era fredda, decisa, quando ha esclamato: «Se te
dico tutta la verità intera poi te devo sparà a te, te devo
sparà in bocca». E su questa frase si sono lasciati per ritrovarsi
l'indomani, in una strada del centro.
[Ciò che segue è
il dialogo del terzo incontro, incominciato con scena muta. L'appuntamento
era infatti dinanzi a un negozio, ma quando è giunto Volterra il
ragazzo non stava dinanzi al negozio. Volterra l'ha visto in un portone,
che si nascondeva. Lo ha chiamato allora con un gesto della mano. Il ragazzo
ha risposto con un moto di stizza. Poi ha attraversato la strada, gli ha
detto con ostilità: «Aspettami qui». Infine è
andato dietro una colonna, ha tolto dalla tasca un foglietto e, sveltissimo,
gli ha dato fuoco con un fiammifero. Quando Volterra gli si è avvicinato,
per terra restava un mucchietto di cenere. E il ragazzo la calpestava,
in preda all'ira.]
«Ecco, me l'hai fatto
brucià! Ce avevo scritto mezza verità, in quel biglietto,
e ce l'avevo scritta per te... E tu me l'hai fatta brucià.»
Io?!?
«Si, te, mannaggia
a te. Perché m'ero preparato tutto, mannaggia a te. Te volevo pedinà
pe' vedé se eri solo peddavvero o se ciavevi quarcuno dietro, e
dopo, se ero sicuro che nun ciavevi nessuno dietro, te davo er biglietto
e scappavo. Così nun me cercavi più. Hai rovinato tutto.»
Non importa, mi dici le
stesse cose a voce. Tanto io le cose le so già: da te voglio una
conferma e basta. Hai letto l'articolo della Fallaci?
«Io i giornali nun
li leggo mai.»
Allora andiamo a comprare
il mio. Cosi leggi quello.
«Giurame su mamma
tua che nun me fai uno scherzo.»
Lo giuro su mamma mia.
Voglio solo che tu legga quell'articolo.
[Si sono avviati verso un'edicola
e hanno comprato "L'Europeo". Il ragazzo ha voluto pagarlo. Poi, con "L'Europeo"
in mano, sono entrati in un bar, hanno chiesto due caffè, si sono
seduti a un tavolo. Anche i due caffè ha voluto pagarli il ragazzo.
Il ragazzo sfogliava le pagine su Pasolini con curiosità e diceva:
«Ah, è questo "L'Europeo"?». Quando Volterra gli ha
indicato il mio pezzo a pagina 23 e il titolo "Ucciso da due motociclisti?"
s'è messo a leggerlo attentamente e annuendo con dondolii della
testa. A circa metà del pezzo, o poco prima, ha improvvisamente
sbattuto il giornale sul tavolo.]
«Ma ce l'hai qui la
verità! Ce l'hai qui nell'articolo! Che voj da me? È successo
così! Che voj da me'?»
Una conferma.
«Te la dò,
te l'ho data. Che me voj fà dì? Se parlo ancora finisce che
si capisce chi sono io. Lo fai capire insomma. Perché io da questo
articolo l'ho già capito chi è l'omo che ha visto. È
quello che va a fare l'amore laggiù con... No, no, fa conto che
nun so gnente, che nun t'ho detto gnente.»
Va' avanti, finisci di
leggere l'articolo e poi parliamo.
[Il ragazzo ha ripreso la
lettura ma, giunto alla seconda parte della seconda colonna, ha assunto
un'aria ironica e delusa.]
«No, le catene no.
Quelle nun ce stavano. Su quelle le hanno detto na bugia. E poi chi le
usa più le catene pe' menà?»
Lo sappiamo. Lo sapevamo
che probabilmente v'erano inesattezze nel racconto. Ma dovevamo riferire
quel che c 'era stato riferito, senza censure, sennò avremmo rischiato
di tagliare cose vere.
«Però a parte
le catene... Mannaggia! Ma chi gliele è andate a dì queste
cose? Chi è stato?»
Se io te lo dico, ti dimostrerei
che non rispettiamo il segreto professionale. E avresti ragione a non fidarti
di me quando ti assicuro che nessuno saprà chi è stato a
darmi la conferma. Leggi ancora. Leggi fino in fondo.
[Ha letto fino in fondo,
con attenzione quasi morbosa, e alle ultime righe ha avuto uno scatto ai
bordi dell'isteria.]
«Sì! Questo
è vero, sì! E vero!»
Cosa è vero?
«La storia dell'anello!
Ce l'ha lasciato apposta. È vero che Pelosi l'ha lasciato apposta!
Lo so!»
Vuol dire che l'ha fatto
per incriminare se stesso o qualcun altro?
«Lasciame stà!
Lasciame andà! Nun dico gnente! Nun ho detto gnente! devo andà
via! Ciò un appuntamento!»
[Il ragazzo s'è accorto
troppo tardi d'essersi lasciato sfuggire qualcosa che giudicava molto pericoloso.
E ciò lo ha gettato in preda al panico, anzi alla disperazione.
Sconvolto da ciò che aveva detto s'è alzato, è uscito
dal bar, s'è messo a correre lungo il marciapiede. Volterra lo ha
raggiunto, lo ha costretto a fermarsi, e con una mano gli teneva il braccio
destro, con l'altra gli mostrava il denaro respinto il giorno prima.]
Guarda, questi soldi sono
davvero per te. E se non ti bastano te ne do ancora. Perché non
vuoi guadagnare un po' di soldi senza rischiare nulla?
«Nun li vojo! Che
ce faccio con li sordi se me pijo una pistolettata in bocca? Nun li vojo!»
Ma di chi hai paura? Di
chi? Prendili.
«No. Cerca de capì.
Nun posso. Io con questi sordi me ce potrei divertì due settimane
e magari anche un mese. Ma se li piglio io nun ce arrivo a un mese, nun
ce arrivo nemmeno a due settimane. Ascortame, lé - tu te tieni li
sordi tuoi, e io me tengo la pelle mia.»
[S'è divincolato,
ha ripreso a scappare. Volterra lo ha inseguito e raggiunto, costringendolo
a rallentare il passo e a camminargli accanto. Hanno continuato così,
camminando l'uno accanto all'altro, per circa un'ora e mezzo. Hanno girato,
a piedi, mezza città. Alcuni tratti li facevano in silenzio completo,
altri discutendo sull'opportunità di fermarsi e parlare o no. Tutto
il dialogo che segue va letto senza dimenticare il panico e la disperazione
che aveva preso il ragazzo. Ansimava, tremava, si guardava alle spalle
per convincersi di non esser seguito. Ogni tanto sembrava anche cedere
alla tentazione di guadagnarsi quei soldi e annunciava che al prossimo
bar si sarebbero fermati, ma poi il bar non gli andava bene e la marcia
riprendeva: come un incubo.]
«Tu me devi capì,
cerca de capì. Io la verità ce l'ho qua in bocca, lé.
E me brucia. Vorrei dirtela proprio, vorrei dirtela tutta. Ma nun ce la
faccio. Ciò troppa paura. Ma che ce guadagno a parIà'? Ma
che sono li sordi se m'ammazzeno'? Quelli m'ammazzeno!»
Via, calmati. Calmati.
«Senti come scotto.
Senti come brucia la faccia mia. Nun lo vedi che so' tutto rosso? So' un
foco. Nun ce la faccio. Famme calmà. Quando me so' calmato, provo
a parlà. Te giuro che ce provo perché n'ho voglia. Al primo
bar con le sedie ce fermamo e te dico tutto. No, tutto no: te dico mezzo.
Ma te dico.»
Bene. Questo bar qui ti
piace?
«No. C'è troppa
gente.»
Allora questo. Questo
è quasi vuoto, guarda.
«No, nun me piace.
Meglio la chiesa. La scalinata della chiesa. Mettemose là.»
Mettiamoci qua.
«Mo aspetta, eh? Aspetta
che me riposo un pochetto. No, nun me va bene neanche qui. Ce vedeno in
troppi.»
[S'è rialzato. Si
sono rialzati. Hanno ripreso a camminare. Si sono fermati a un sottopassaggio.
E qui, finalmente, ha incominciato a parlare.]
«Quella sera... Guarda,
quella sera... Ecco: Pasolini, è arrivato con er "GT". È
arrivato lì, ai giardinetti davanti al bar. E arrivato e ha fatto
montà subito uno che nun era il Pelosi. Ed è partito con
lui e hanno fatto un giro. Un giretto de cinque minuti, diciamo, una cosa
così. Poi è tornato e il ragazzo che aveva fatto montà
è sceso. Il ragazzo è sceso, è andato verso il Pelosi
e l'ha preso da parte e se so' parlati. Allora Pelosi è montato
lui sulla macchina de Pasolini. E sono andati via ma dopo un poco sono
tornati. Robba de poco tempo. E Pelosi è sceso. È venuto
verso de noi. S'è messo a parlà con noi. Si, c'ero pure io.
Vabbé, c'ero pure io.»
E che vi ha detto il Pelosi?
«Tu me voi rovinà!
Nun te lo dico che ha detto! Famme annà via!»
Calmati. Continua il racconto.
«Lo continuo perché
me piaci. Dei sordi tua me ne frego. Però te devo ricordà
che la verità tutta intera nun te la posso dì, te ne posso
dì mezza e basta, quell'altra mezza te la devo raccontà con
quarche bugia pe' fà confusione. Sennò me riconoscono che
so' io che t'ho detto le cose. E la verità è che quando il
Pelosi è risalito de novo sulla "GT" de Pasolini... E Pasolini s'è
allontanato de novo con lui a bordo... ecco... l'hanno seguito. Dietro
ce se so messe una Mini e una moto. Voglio dì una Vespa 125. No,
una Vespa 50... Nun Io so che era. Nun te Io dico che era.»
Lo sai, ma qui dici la
bugia. Neanche la Mini era una Mini, vero?
«Lo vedi che fai er
pezzo de merda? Lo vedi che me voi imbroglià? E che, so' fregnone
io?»
E la Vespa non era una
Vespa. Perlomeno, non era una Vespa 50. E magari era una moto.
«Lasciame annà,
lasciame annà. La cosa più importante te l'ho detta!»
No, ancora no. Vai avanti,
ti prego.
«Bé... L'hanno
seguito. L'hanno seguito prima al ristorante. E qui l'hanno aspettato e...»
[Su queste parole s'è
alzato, di scatto, pentito, deciso a fuggire, e Volterra è riuscito
a trattenerlo. Il ragazzo si divincolava.]
«Nun me toccà!...
Metti giù le mani!... Lasciame andà!... Ce vedeno!»
Non ci vedono. E se mi
prometti di non scappare. ti lascio. Anzi guarda: o
mi metto tre scalini sotto, così non ti osservo nemmeno quando parli.
«Vabbé.»
Ora dimmi: c'eri anche
tu nel gruppo che l'ha seguito fino al ristorante? Ma quanti eravate?
«Lasciame annà!
Lo vedi che nun ce stai ai patti? Lo vedi che me voi fa' ammazzà?
Nun me chiede niente!»
Cosa intendevi quando
hai detto «io da questa storia son riuscito a uscire»? Intendevi
dire che l'hai seguito fino al ristorante e basta e che te la sei cavata
fuggendo dopo?
«Non me regge! Lasciame
annà! Maledetto a me! Chi me l'ha fatto fà quella sera d'andà
ai giardinetti? Perché nun sono andato al Colosseo?»
È stato Pelosi,
vero, a dirvi d'andargli appresso?
«Io nun so gnente,
gnente. Nun te dico più gnente. Tu me voi rovinà.»
Senti, se mi dici di più
ti faccio guadagnare davvero dei soldi.
«Te dico tutto ar
telefono. Te chiamo io al numero tuo dell'ufficio tuo. Me l'hai dato il
numero dell'ufficio tuo. Te chiamo tra un'ora, anzi tra mezz'ora. Ma lasciame.»
Ti lascio se mi dici una
cosa. Una cosa sola. Perché è morto Pasolini?
«Perché...
Nun è che volevamo... Gli volevamo solà er portafoglio e...»
[E qui è scappato.
Con tanta decisione, con tanta rapidità che Volterra non ha tentato
nemmeno di raggiungerlo. È rimasto lì a vederlo entrare in
una via secondaria e poi sparire. Quando abbiamo visto il nostro collaboratore
giungere al giornale, egli era bianco per la tensione e per la stanchezza.
Al giornale ci siamo messi tutti ad aspettare la telefonata del ragazzo.
Abbiamo aspettato mezz'ora e un'ora e un giorno e due giorni e più.
Ma la telefonata non è arrivata mai. Mentre aspettavamo chiedevo
a Volterra di interrogare la sua memoria per convincermi che la frase pronunciata
dal ragazzo era «Volevamo solà er portafoglio» e non
«Volevano solà er portafoglio». E la memoria di Volterra
ripeteva «Volevamo». La speranza di sbagliarsi, invece, gli
diceva «Volevano».]
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