I processi

"Pagine corsare"
I processi
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Il processo
a Pino Pelosi per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini
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Sentenza del processo
di Primo grado
26 aprile 1976

 

[...] Passando all'esame dei fatti contestati al Pelosi, rileva innanzitutto il collegio la necessità di una attenta disamina di tutti gli elementi di causa per una più puntuale ricostruzione di una vicenda che appare per molti aspetti oscura. E vero che esiste in atti la confessione piena dell'imputato, ma tale confessione – nel vigente ordinamento di rito penale fondato sul libero convincimento del giudice sulla base di tutte le risultanze di causa – non esime il Tribunale dal ricercare la verità sostanziale. Anche in presenza di una confessione è sempre necessario che il collegio giudicante esamini tutti gli elementi acquisiti agli atti per non lasciarsi fuorviare da ciò che viene interessatamente rappresentato ma per controllare se effettivamente ciò che viene ammesso corri-sponda in pieno a ciò che è realmente avvenuto.
E ciò non solo nel presente procedimento, troppo emotivamente vissuto dall'opinione pubblica per la notorietà della vittima [...]
Ritiene anzi il collegio di dover rilevare come la notorietà della vittima abbia reso particolarmente arduo e diflicile il suo compito di ricerca della verità. Il clamore che l'episodio ha avuto sulla stampa, le interpretazioni non sempre obiettive e documentate che sono state proposte, la prospettazione di versioni contrastanti non basate su una "lettura" delle risultanze ma solo sulla scelta aprioristica di una verità di comodo, il settario schierarsi pro o contro una tesi in funzione di preconcette opinioni politiche, tutto ciò ha certamente resa più confusa sin dal primo momento l'indagine, inquinando quella serena atmosfera di ricerca della verità che era indispensabile in un caso così delicato.
E questo clima che ha favorito il sorgere di testimonianze fantasiose, di rivelazioni interessate, di auto o etero accuse sostanzialmente pubblicitarie, di ricostruzioni mitomani degli avvenimenti.
Il Tribunale non ritiene di dover neppure prendere in considerazione, anche solo al fine di confutarlo, tutto questo ciarpame processuale, per basare il suo giudizio esclusivamente su quei dati obiettivi che pur emergono in modo cospicuo dalle risultanze istruttorie.
È solo da aggiungere che nessun serio contributo probatorio alla ricostruzione della verità può venire dalla "versione alternativa" proposta dal settimanale "L'Europeo", i cui giornalisti – su richiesta della difesa del Pelosi  sono stati ascoltati come testimoni al dibattimento.
I predetti giornalisti non hanno ritenuto di poter rivelare l'identità delle loro fonti di informazione, per cui il Tribunale non è assolutamente in grado di valutare direttamente – come sarebbe necessario – l'attendibilità delle dichiarazioni che si assume essere state effettuate ai predetti giornalisti. Potrebbe trattarsi di persone interessate allo sviamento delle indagini o di mitomani, per cui nessun conto può farsi di dichiarazioni rese in una simile situazione e non controllate né controllabili. Del resto i racconti così come riportati appaiono quanto meno fantasiosi e pertanto insuscettibili di alcuna utilizzazione, anche se fossero stati proposti nel corso del procedimento in osservanza di precise regole processuali.
Resta pertanto – come ricostruzione diretta delle vicende che avvennero la sera del 10 novembre all'Idroscalo di Ostia – solo la versione data dal Pelosi. In mancanza di testimonianze dirette che suffraghino o contraddicano tale versione, il necessario riscontro può essere effettuato solo sulla base degli altri elementi probatori esistenti in atti e sulla base della stessa congruenza in tutte le sue parti delle deposizioni rese dall'imputato.
La versione dei fatti data dal Pelosi si incardina su tre punti fondamentali: ero solo; ho reagito a una aggressione del Pasolini che pretendeva da me prestazioni sessuali che non intendevo concedere; quando, a seguito della colluttazione, ho visto il Pasolini a terra rantolante sono stato preso dal terrore e sono fuggito con la macchina senza accorgermi di passare con l'auto sul corpo accasciato a terra.
Appare opportuno esaminare distintamente le tre proposizioni, per vedere se trovino riscontro negli elementi processuali o se invece siano decisamente contrastate dalle risultanze di causa.

1) Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all'idroscalo il Pelosi non era solo.
Esistono infatti sia prove positive che dimostrano in modo inequivocabile che quanto meno un'altra persona era presente al fatto, sia elementi indiziari univoci e concordanti, desumibili dalle risultanze probatorie e peritali, che confortano tale tesi.
a) Al momento del fermo del Pelosi da parte dei Carabinieri di Ostia venne rinvenuto sul sedile posteriore dell'auto del Pasolini un golf verde. Tale golf non apparteneva sicuramente al Pasolini (dichiarazione della Chiarcossi in istruttoria e in dibattimento) né al Pelosi (che al momento del fatto indossava altri indumenti). Né può ritenersi che il golf verde sia uno "straccio" usato dal Pasolini per pulire parti della macchina: ciò sia perché il golf - pur avendo delle macchie sul dorso - non presenta affatto le caratteristiche di uno straccio ma piuttosto quelle di un normale indumento usato anche se un po' logoro; sia perché la Chiarcossi – che pur esaminò la macchina e il suo contenuto poco prima che il Pasolini la prendesse nella sera fatale – ha escluso di aver mai visto nella macchina il golf verde; infine perché il golf venne rinvenuto dai Carabinieri Cuzzupè e Guglielmi (ved. dep. in istruttoria e in dibattimento) sul sedile posteriore dell'auto insieme al giubbotto e al maglione del Pelosi e del Pasolini (e sarebbe assai strano che questi indumenti fossero stati posti insieme allo straccio). 
[...]
Comunque – fosse il golf sul sedile posteriore o fosse nel porta-bagagli – deve in ogni caso riconoscersi che costituisce sicuramente prova della presenza di una persona diversa dal Pasolini e dal Pelosi.
[...]
b) Nella macchina è stato rinvenuto – e repertato come risulta dalla missiva in data 15 novembre 1975 della Legione Carabinieri di Ostia Lido – un pIantare per scarpa destra. Tale pIantare non era certamente nella macchina del Pasolini prima della notte del 10 novembre perché la Chiarcossi ha dichiarato di aver pulito e ordinato la macchina del cugino la mattina del 31 ottobre e, se avesse rinvenuto un simile oggetto, lo avrebbe sicuramente notato e buttato via. Il piantare non appartiene inoltre al Pasolini perché da un esame delle scarpe dello stesso appare evidente che la scarpa destra presenta all'interno lo stesso stato d'uso proprio della scarpa sinistra (il che non si sarebbe verificato se nella destra fosse stato inserito un piantare e nella sinistra no). Né può ritenersi che il piantare appartenga al Pelosi, perché lo stesso non ha mai né affermato di far uso di pIantare né richiesta la restituzione del piantare rinvenuto nella macchina che pure gli doveva essere utile per ben camminare. Deve pertanto ritenersi che il piantare appartenga a una terza persona non identificata, la quale ebbe a togliersi la scarpa, e quindi il piantare, per pulire la scarpa dal fango (o dal sangue) dimenticando nella confusione necessariamente conseguente alla commissione del delitto di recuperare l'oggetto.
c) Il Pelosi quando si fermò con il Pasolini nella macchina all'Idroscalo aveva con sé un pacchetto di sigarette Marlboro e l'accendino [...] Ma dopo l'arresto il Pelosi fece ricercare dal Cuzzupè e dal Vitali Luigi oltre all'anello anche le sigarette e l'accendino che non vennero rinvenuti nella macchina. Ora, dovendosi ovviamente escludere che i due predetti oggetti siano potuti cadere fuori della macchina, dato che erano nel portaoggetti della stessa, l'unica spiegazione logica che può darsi alla loro scomparsa è che qualcun altro nella confusione li abbia presi e portati via con sé. Ma questo indica chiaramente che all'Idroscalo doveva esserci almeno una terza persona non potendosi altrimenti essersi volatilizzati gli oggetti suddetti.
d) Dai rilievi fotografici, nonché dal sopraIluogo effettuato dalla Polizia scientifica e dalla Squadra mobile, emerge che sul terreno dell'area di rigore sulla parte sinistra del rudimentale campo di calcio esistevano delle impronte di scarpe sicuramente non lasciate né dalle scarpe del Pasolini né dalle scarpe del Pelosi. Mentre infatti le scarpe del Pelosi e del Pasolini hanno la suola liscia, le impronte evidenziate (accanto ad altre di scarpe con suola e tacco liscio) sono sicuramente appartenenti a scarpe con suola gommata (probabilmente scarpe da tennis).
È da escludersi che le impronte fotografate possano essere state lasciate sul terreno dai ragazzi che giocarono a pallone nella mattinata del 2 novembre. I rilievi, come si evince dal verbale, sono stati effettuati alle ore 7,30 e comunque prima che arrivassero sul posto i ragazzi che poi giocarono a palla: ciò emerge chiaramente dalle dichiarazioni rese in dibattimento dal dott. Masone, dal dott. Marieni, da Solimene Ciro. Oltretutto gli ufficiali di Polizia giudiziaria hanno tutti concordemente escluso che i ragazzi vestiti per giocare a calcio abbiano invaso la zona ove vennero ritrovate e fotografate le impronte suindicate.
Le impronte in questione sono state pertanto lasciate nella notte stessa in cui avvenne l'aggressione al Pasolini, insieme a numerose altre impronte (teste Solimene) che chiaramente indicano come nell'area di porta – e cioè molto vicino alla macchina del Pasolini – vi sia stato un notevole movimento di persone. Inoltre il fatto che gli stivaletti di Pasolini furono rinvenuti incrostati di fango – mentre non vennero rinvenute in altri luoghi dello spiazzo altre impronte di scarpe – dimostra che il Pasolini a un certo momento di quella notte si trovò nell'area di porta e che conseguentemente le impronte di scarpa con suola di gomma furono
lasciate dai suoi aggressori, così come le impronte di suole lisce, evidenti nella fotografia, debbono essere state lasciate dal Pasolini.
Ma se ciò è vero deve riconoscersi che oltre al Pelosi e al Pasolini vi era sicuramente almeno un'altra persona che calzava scarpe da tennis o comunque con suola gommata.
e) Sul tetto della macchina del Pasolini, dalla parte del passeggero, sono state rinvenute delle incrostazioni rossastre che – secondo le indagini peritali – sono di sangue del Pasolini.
Tali incrostazioni – che la perizia definisce "piccole e tenui" – non possono essere state depositate sul tetto della macchina dal Pasolini stesso. Questo perché:
- se la testa di Pasolini avesse battuto sul tetto della macchina si sarebbero trovate insieme alle tracce ematiche anche tracce di capelli, presenti in quasi tutti i reperti;
- se il sangue fosse schizzato direttamente dal capo del Pasolini le tracce ematiche sarebbero state assai più consistenti, data la notevole fuoriuscita di sangue dal capo del Pasolini documentata dalla camicia profondamente intrisa di sangue;
- se il Pasolini durante l'aggressione si fosse appoggiato all'auto più vistose dovevano essere le tracce lasciate e non quelle "piccole e tenui" rinvenute dai periti, proprio perché il Pasolini era inzuppato di sangue e la lotta a ridosso della macchina avrebbe necessariamente dovuto far rinvenire altre tracce.
Né può dimenticarsi che, secondo la versione del Pelosi, il Pasolini non ebbe mai ad avvicinarsi all'auto dopo l'inizio della colluttazione, per cui deve escludersi che la traccia sia stata lasciata dal Pasolini stesso.
Ma allora la "piccola e tenue" incrostazione di sangue deve essere stata "trasportata" indirettamente dall'aggressore il quale, nella colluttazione, si era sporcato le mani con il sangue del Pasolini.
E la posizione della incrostazione (sul tetto in corrispondenza della parte posteriore della portiera destra) fa ritenere che ciò sia avvenuto a opera di soggetto che, istintivamente, si è appoggiato con una mano sul tetto dell'auto mentre con l'altra apriva la portiera per entrare nella macchina. Il che è assai verosimile anche tenendo conto delle caratteristiche dell'Alfa 2000 GT la cui altezza massima della carrozzeria è di mm 1315 per cui è normale che chi si debba chinare per aprire la portiera ed entrare nell'abitacoIo appoggi una mano sul tetto che si presenta più basso della persona eretta. Si può pertanto ritenere che chi entrò nella macchina dalla parte dello sportello di sinistra aveva le mani sporche di
sangue a seguito della lotta sostenuta col Pasolini. Ma tale persona non poteva essere il Pelosi. Deve ritenersi sicuro che il Pelosi – secondo quanto egli stesso ha affermato e secondo quanto è nella logica delle cose – guidò l'auto del Pasolini dall'Idroscalo alla fontanella posta sul Lungomare di Ostia.
Ora, se fosse stato il Pelosi che, con le mani sporche di sangue, nella confusione del momento cercò di entrare nella macchina prima dalla parte del posto del passeggero e poi dalla parte della guida (il che appare francamente poco verosimile) si sarebbero dovute trovare altre tracce di sangue del Pasolini sia sullo sportello di destra sia principalmente sul volante dell'auto. Nessuna macchia di sangue del Pasolini venne invece trovata sul volante. E allora due sole ipotesi sono possibili: o Pelosi aveva le mani sporche di sangue ed entrò nella macchina dalla parte del passeggero, mentre altra persona guidò la macchina nella fase del sormontamento del corpo di Pasolini e poi fino alla fontanella ove il Pelosi si lavò (ma sembra poco probabile che anche i complici del Pelosi siano arrivati con lui fino alla fontanella) o il complice con le mani sporche di sangue si sedette al posto del passeggero aprendo lo sportello di sinistra mentre il Pelosi, che non aveva le mani sporche di sangue, si sedette alla guida della macchina. In un caso come nell'altro appare sicuro che insieme al Pelosi entrò nella macchina altra persona che con lui aveva partecipato all'aggressione.
f) È accertato che il Pasolini – prima di essere colpito allo scroto, di stramazzare a terra esanime e di essere quindi sormontato dalla macchina – riportò diverse lesioni che, se pure non ne causarono la morte, provocarono una violenta emorragia di sangue. Lo dimostra la imponente imbibizione di sangue della camicia di Pasolini, le notevoli chiazze di sangue sulle tavolette e sul bastone, lo strappo di capelli, le stesse caratteristiche delle ferite alla testa e cioè in una zona fortemente vascolarizzata. Deve pertanto ritenersi che, a seguito delle lesioni, non vi fu una semplice fuoriuscita di sangue bensì vi furono veri e propri "schizzi" di sangue.
Ora, se la colluttazione fosse avvenuta solo tra il Pasolini e il Pelosi – come quest'ultimo sostiene – vi dovevano essere necessariamente, sulle mani e sui vestiti del Pelosi, cospicue macchie di sangue.
[...]
Deve pertanto ritenersi che non fu solo il Pelosi ad avere la colluttazione con il Pasolini, perché altrimenti egli avrebbe dovuto necessariamente avere sulle mani e sugli indumenti più rilevanti macchie di sangue.
g) In una colluttazione tra due soggetti – a meno che uno non sia gravemente menomato sul piano fisico – è impossibile che solo uno dei contendenti riporti gravi ferite mentre l'altro esca praticamente indenne dalla lotta. Nel caso di specie invece il Pasolini ha riportato rilevanti lesioni, con abbondante perdita di sangue, mentre il Pelosi non ha subito significativi traumi. Eppure il Pasolini – come è notorio – non era un vecchio cadente incapace di organizzare una qualche difesa: era agile, aveva un fisico asciutto, praticava lo sport, giocava ancora a calcio in partite regolari.
È vero che il Pelosi ha affermato di avere riportato nella colluttazione diverse lesioni, ma all'esame peritale è risultato che «la maggior parte dei rilievi è stata indirizzata da atteggiamenti soggettivi che tendevano a localizzare in varie parti del corpo zone asserite dolenti. All'esame obiettivo queste zone non hanno dimostrato alterazioni apprezzabili né tanto meno ripercussioni funzionali di qualsivoglia natura». I periti obiettivamente hanno potuto rilevare soltanto «la ferita lacero-contusa nella regione frontale alta, in via di cicatrizzazione, la lievissima escoriazione in corrispondenza della coda del sopracciglio sinistro, l'altrettanto lievissima escoriazione superficiale lineare sul margine dell'avambraccio destro, la sfumata area ecchimotica sulla faccia mediale del sesto superiore dello stesso avambraccio, la piccola escoriazione in corrispondenza della regione dorsale della falange prossimale del terzo dito della mano sinistra, la tenue ecchimosi alla superficie mediale della coscia destra nella quale si inserivano tre escoriazioni puntiformi. In sostanza l'unica lesione di un qualche rilievo e di un qualche interesse traumatologico può essere considerata quella a carico della regione frontale alta».
Ma in ordine a questa  che costituisce l'unica vera lesione riportata dal Pelosi - i periti hanno rilevato che il mezzo contusivo non poteva avere una larga superficie e che esso ha esercitato la sua efficacia lesiva, in ogni caso di modesta entità, in senso trasversale. 
[...]
Il Pelosi ai Carabinieri di Ostia e al Pronto Soccorso dell'Ospedale disse di aver riportato la lesione battendo la testa contro il volante dell'auto durante la fuga: tale mezzo contundente presenta effettivamente una superficie stretta e può aver operato in senso trasversale e non sagittale. Deve anche aggiungersi che solo una ferita riportata all'interno della macchina durante la fuga può spiegare appieno le piccole tracce di sangue di Pelosi rinvenute all'interno della macchina, sulla tappezzeria della stessa verso l'alto, davanti al volante.
Un'altra lesione di un certo rilievo è stata successivamente riscontrata dai periti a seguito dell'annullamento della prima indagine radiografica sul naso: è stato infatti accertato che il Pelosi presenta «esiti di frattura incompleta senza spostamento dell'osso nasale di destra funzionalmente irrilevante». [...] Poiché è stato accertato che il Pelosi urtò con il capo sul volante dell'auto, come egli stesso ha affermato e come è stato comprovato da quanto sopra detto, deve ritenersi che anche la lesione al naso possa essere conseguenza di quel trauma (mentre la fronte urtava contro il cerchio, il setto nasale ben poteva urtare contro la "razza" del volante).
Comunque, anche a voler far risalire la frattura alla colluttazione con il Pasolini a cui del resto sicuramente il Pelosi in qualche modo ha partecipato, resta il fatto che la modestia del complessivo quadro lesivo riscontrato sul Pelosi, specie se in relazione all'imponente quadro lesivo riscontrato sul Pasolini, mal si concilia con l'ipotesi di un duello a due, con violento e reciproco scambio di colpi. Oltre tutto sul luogo della lotta sono stati trovati un bastone e due parti di una unica tavola divisa al primo colpo in due tronconi, entrambi utilizzabili come arma di offesa: è seriamente pensabile che ove la lotta si fosse svolta solo tra il Pasolini e il Pelosi, quest'ultimo abbia avuto la possibilità di utilizzare tutti e tre i mezzi contundenti (tutti sporchi del sangue di Pasolini) mentre il primo non ebbe mai la possibilità di impossessarsi di uno dei mezzi per organizzare un minimo di difesa colpendo il suo aggressore?
La differenza tra le lesioni subite dal Pasolini e la sostanziale
mancanza di lesioni sul Pelosi può spiegarsi solo ritenendo che non vi fu una colluttazione a due ma una aggressione di più persone nei confronti di un uomo solo.
h) Le lesioni riportate dal Pasolini e il luogo in cui vennero ritrovati i vari reperti escludono nel modo più sicuro che i fatti si siano svolti così come li ha rappresentati il Pelosi e danno nello stesso tempo una significativa prova della necessaria presenza sul posto di più persone.
Deve innanzi tutto in proposito rilevarsi che la camicia di Pasolini, profondamente intrisa del suo sangue, venne ritrovata sul retro dell'area di porta, a una notevole distanza dal luogo in cui Pasolini venne rinvenuto esanime. È anche da aggiungere che il Pelosi ha sempre decisamente escluso di aver raccolto la maglietta intrisa di sangue del Pasolini e di averla spostata, il che fa ritenere che la camicia venne tolta dal Pasolini stesso, o al Pasolini da altri, nella parte dello spiazzo vicino alla porta ove era parcheggiata l'auto.
Ora, poiché la maglietta del Pasolini era profondamente imbevuta di sangue, deve ritenersi che una prima fase della colluttazione con violenta emorragia ematica da parte del Pasolini, avvenne sicuramente nelle vicinanze o proprio nella area di porta (è sintomatico che in questa area vennero – come sopra detto – rinvenute numerose impronte di scarpe diverse) e che questa prima fase non è immediatamente collegata con la seconda fase che si sviluppò nei pressi della baracca del Buttinelli. 
[...]
Ma se tutto ciò è vero, non solo "salta" completamente la ricostruzione dei fatti fatta dal Pelosi ma prende consistenza la ipotesi che le ferite inferte al Pasolini nella prima fase dell'aggressione siano state prodotte da corpi contundenti diversi da quelli rinvenuti sul posto e repertati. Non può esser stata infatti utilizzata nella prima fase la tavoletta con la scritta Buttinelli sia perché la tavola era collocata molto lontano dal luogo ove la prima fase della aggressione avvenne [...] sia principalmente perché numerosi frammenti del legno della tavoletta sono stati rinvenuti «sul terreno sottostante il tronco del cadavere e nelle immediate vicinanze dello stesso».
Non appare probabile neppure l'uso del bastone nella prima fase, sia perché la friabilità dello stesso mal si concilierebbe con il pesante quadro emorragico che pure il Pasolini dovette presentare quando si tolse la camicia per tamponare le ferite, sia perché il bastone venne sicuramente usato nella seconda fase (lo dimostra il fatto che la parte più imbibita di sangue venne rinvenuta sotto il corpo di Pasolini e che il Pelosi ha ammesso di aver preso l'altro pezzo del bastone che era vicino al corpo del Pasolini per buttarIo poi nel campo vicino alla porta). Ma se il bastone – che sicuramente dovette spezzarsi al primo colpo perché una parte non è quasi sporca di sangue – si ruppe nella seconda fase, è da escludere che abbia potuto operare nella prima fase producendo al Pasolini quelle notevoli ferite da cui uscì una così copiosa quantità di sangue. Deve pertanto necessariamente concludersi ritenendo che nella prima fase dell'aggressione – che si svolse nei pressi della porta di calcio – altri mezzi produttivi di lesioni vennero usati, mezzi che non sono stati rinvenuti e che conseguentemente debbono esser stati portati via da persone diverse dal Pelosi [...]
Deve inoltre rilevarsi che altri elementi portano a ritenere che anche mezzi diversi da quelli rinvenuti sul posto e repertati abbiano prodotto le lesioni riscontrate sul Pasolini e non riconducibili al sormontamento della macchina. Le lesioni fratturative alle falangi (due fratture e una lussazione) poco verosimilmente possono esser state procurate da un bastone estremamente friabile e da due tavolette del peso di 765 grammi una e di 700 grammi l'altra; [...] È pertanto assai probabile  sulla base di queste lesioni - che a provocarle siano stati mezzi di maggiore consistenza di quelli rinvenuti, e questo elemento – collegato con quello precedentemente analizzato – dà la sicurezza della presenza di altri corpi contundenti e quindi di altre persone.
Vi sono infine altri due elementi desunti dalle lesioni e dalla dinamica degli avvenimenti ricostruita sulla base dei rapporti in atti che fanno ritenere la presenza di una pluralità di persone al momento dell'aggressione al Pasolini.
Se il bastone e le tavolette furono usati nei pressi della baracca del Buttinelli – e ciò è comprovato dagli elementi sopra indicati
– deve escludersi che siano stati usati dalla stessa persona in momenti successivi e deve invece ritenersi che furono tutti usati contestualmente da una pluralità di persone. Secondo la tesi del Pelosi, nella zona ove poi cadde esanime il Pasolini lo stesso venne prima colpito dal bastone che si ruppe; poi il Pelosi buttò via il bastone, raccolse la tavoletta, colpì con questa il Pasolini, la ruppe, continuò a colpire con l'altro moncone di tavoletta.
Ma se ciò fosse stato vero il bastone si sarebbe dovuto trovare per lo meno qualche metro distante dal luogo ove successivamente stramazzò il Pasolini, mentre il pezzo del bastone che colpì più pesantemente la vittima fu rinvenuto proprio sotto il corpo della stessa. È infatti evidente che Pasolini non poteva, in una colluttazione a due, rimanere immobile sullo stesso posto attendendo che il suo aggressore – momentaneamente sfornito di un'arma – si chinasse, raccogliesse la tavoletta e ricominciasse a colpirlo. 
Delle due ipotesi l'una: o Pasolini era in fuga rincorso dal Pelosi [...] o era in corso un avvinghiamento tra Pelosi e Pasolini e allora quest'ultimo avrebbe potuto approfittare del periodo in cui il Pelosi aveva buttato il bastone ed era chinato per raccogliere la tavoletta per soverchiarlo e per impedirgli di prendere la tavoletta e ricominciare a colpirIo. In realtà nessuna delle due ipotesi appare accettabile. [...] Assai più logica appare invece l'ipotesi che il Pasolini mentre stava fuggendo venne raggiunto da più persone che, dopo averlo fermato per i capelli, iniziarono a colpirlo tanto con il bastone che con la tavoletta (e probabilmente anche con altri mezzi contundenti, come sopra rilevato).
Il secondo elemento che fa presumere la esistenza di una pluralità di persone è dato dalla lesione che in sede peritale è stata così descritta: «ampia soffusione ecchimotica all'emiscroto destro estesa al versante infero-laterale destro del terzo medile del pene con zona escoriativa di cm 2 circa localizzata al centro della superficie anteriore dell'emiscroto medesimo» e che, sempre secondo i periti, è stata cagionata dalla «applicazione violenta di un mezzo contusivo che ha agito sulla regione determinando una infiltrazione emorragica anche del piano profondo».  (Una simile lesione non può certo essere stata cagionata se il Pasolini era in fuga rincorso dal Pelosi, né se vi era una colluttazione a breve distanza tra due contendenti più o meno avvinghiati, come è la lotta descritta dal Pelosi). La precisione e la violenza del calcio inferto ai testicoli – che come affermano i periti provocò una sensibile riduzione della capacità di difesa del soggetto – fa presumere non solo che il calcio costituì l'atto terminale della seconda fase di aggressione ma anche che esso venne assestato da una persona mentre altre tenevano ferma la vittima perché subisse il colpo di grazia.
i) È provato, dal rinvenimento di un pezzo del bastone sotto il corpo del Pasolini, che bastone e tavolette sono state usate nella fase che si è svolta vicino alla baracca del Buttinelli. Anche il Pelosi riconosce ciò, aggiungendo che quando la colluttazione ebbe termine per l'abbattimento del Pasolini, egli "d'istinto" raccolse i pezzi della tavoletta e il paletto e li buttò vicino alla macchina.
Ora - a parte l'evidente stranezza di un ragazzo terrorizzato che, volendo scappare dal luogo ove vi è stata una così grave colluttazione si attarda al buio alla ricerca delle tavolette e del paletto e li porta tutti insieme senza minimamente macchiarsi di sangue gli abiti di cui pure le tavole erano assai imbevute - deve rilevarsi che il paletto venne rinvenuto a una notevole distanza dalle due tavolette (a 56 metri dal cadavere, mentre le tavolette erano a 90 metri dallo stesso).
Non è questa una ulteriore conferma che se il bastone, meno imbrattato di sangue, venne preso e poi buttato dal Pelosi, le due tavolette – che dovettero necessariamente lasciare delle macchie di sangue sulle mani e sugli indumenti di chi li raccolse – vennero prese da una terza persona che le buttò poi più vicino alla macchina?

1) Un ulteriore elemento che fa ritenere la presenza di più persone sul luogo del delitto – e un loro concerto successivo alla commissione del reato – è dato dal tempo che trascorse tra l'arrivo del Pelosi e del Pasolini all'Idroscalo e l'arresto del Pelosi da parte dei Carabinieri sul Lungomare di Ostia.
È accertato (deposizione Panzironi) che Pasolini e Pelosi lasciarono la trattoria a mezzanotte e cinque e che impiegarono non più di venti minuti per raggiungere l'Idroscalo (la distanza dalla trattoria era di 30 km circa per cui anche se la macchina fosse andata a soli 120 km all'ora - ma il Pelosi ha dichiarato in dibattimento che la macchina "correva", il che è logico dato che a quell'ora la strada era completamente sgombra e l'auto aveva un motore assai potente – il tempo impiegato doveva essere di circa un quarto d'ora): può pertanto ritenersi, anche calcolando la fermata per il rifornimento di benzina, che i due arrivarono all'Idroscalo non oltre mezzanotte e mezza. L'altro dato certo è che il Pelosi venne fermato dai Carabinieri alla 1 e 30.
La domanda che ci si deve rivolgere è se appare pienamente coperto l'arco di un'ora dalla descrizione degli eventi così come l'ha raccontata il Pelosi. Appena giunti – dice il Pelosi – fumai una sigaretta: 5 minuti circa; quindi Pasolini cominciò ad accarezzarmi i genitali e «mi prese il pene in bocca per circa un minuto»: può ritenersi, con criteri di larghezza, che siano trascorsi altri 5 minuti; quindi scesi dalla macchina si iniziò l'aggressione, la fuga, la colluttazione, l'abbattimento del Pasolini, senza alcuna soluzione di continuità ma in modo piuttosto concitato e veloce: al massimo può ritenersi che in questa fase sia stato impiegato un quarto d'ora; corsi quindi alla macchina in preda al terrore, misi in moto l'auto, mi allontanai dall'Idroscalo e mi fermai alla fontanella per lavarmi: in questa fase non poté impiegare più di 5 minuti. Nell'insieme dunque può ritenersi che al massimo sia stata impiegata mezz'ora. E seriamente pensabile che un'altra mezz'ora sia stata impiegata dal Pelosi per lavarsi sommariamente e per raggiungere il lungomare vicinissimo alla fontanella, dove la macchina fu vista dai Carabinieri procedere a 180 km all'ora (teste Guglielmi)? Non è invece molto più logico ritenere che il tempo "vuoto" sia stato impiegato per decidere una comune linea di condotta tra le più persone che avevano partecipato all'aggressione?
Certo questo elemento – come tutti gli elementi sopra considerati – da solo non potrebbe avere valore determinante e costituire prova sicura della presenza di piu persone: ma la pluralità di elementi tutti gravemente indiziari e tutti concordanti in un unico senso, la imponenza di essi, la univocità della loro direzione – nonché l'esistenza di alcune prove positive della presenza di altre persone – danno, attraverso l'esame globale della situazione, la tranquillante certezza che la proposizione del Pelosi "ero solo" non è affatto veritiera.

2) Neppure la proposizione del Pelosi: «Fui aggredito dal Pasolini e per difendermi dovetti colpirlo» trova riscontro negli atti di causa; anzi, è chiaramente smentita da tutte le risultanze probatorie.
Appare innanzitutto evidente che, se più persone furono quella sera presenti all'idroscalo e parteciparono all'aggressione del Pasolini, la tesi dell'aggressione subita dal Pelosi diviene automaticamente priva di ogni fondamento.
Inoltre deve rilevarsi come molte delle argomentazioni poste a base della dimostrazione che il Pelosi non era solo valgono comunque a escludere che vi sia stata un'aggressione da parte del Pasolini al Pelosi: basta qui accennare – riportandosi a quanto sopra già detto – alla divisione della colluttazione in due fasi e alla assurdità che il Pasolini, già grondante di sangue e quindi in qualche modo menomato, abbia spontaneamente aggredito nuovamente il Pelosi – dopo averlo rincorso e raggiunto – presso la baracca del Buttinelli; alla ciocca di capelli del Pasolini ritrovata lungo la stradetta che dimostra come lo stesso mentre fuggiva venne raggiunto e afferrato per i capelli; alla mancanza di significative lesioni sull'aggredito Pelosi mentre rilevanti lesioni furono rinvenute sul corpo del presunto aggressore.
[...]
Appare molto strano che il Pelosi – profondamente traumatizzato e sconvolto, come afferma di essere stato, per l'aggressione subita – fermato dai Carabinieri nella imminenza del fatto non abbia raccontato immediatamente di esser stato vittima dell'aggressione di un bruto: ciò avrebbe anche pienamente giustificata l'appropriazione della macchina. Invece il Pelosi con molta padronanza di sé dice prima ai Carabinieri che la macchina l'aveva avuta in prestito da un amico, poi di averla rubata davanti a un cinema, senza minimamente accennare alla aggressione a cui si era sottratto. E nasconde pure di aver subito lesioni durante l'aggressione, affermando – oggi, dice, falsamente – di averle riportate urtando contro il volante della macchina.
Ma la mattina dopo con assoluta tranquillità racconta al primo venuto (un vicino di cella di Casal del Marmo) di aver ammazzato Pasolini – specificando che era in carcere «perché ho ammazzato un uomo e precisamente Pasolini: tanto tra poco lo vengono a sapere; mica sono deficienti quelli». E al Procuratore della Repubblica dà quella versione dei fatti, incentrata sulla subita aggressione, che poi manterrà fino in fondo. Non può non lasciare estremamente perplessi questo modo di fare: sia perché innaturale in chi si sente sicuro di aver agito in stato di legittima difesa, sia perché oggettivamente tende a far ritardare la scoperta del cadavere e lo scattare delle conseguenti ricerche, il che non ha senso per chi ha tutto l'interesse a far emergere al più presto la realtà dell'aggressione subita.
In realtà l'unica logica spiegazione al comportamento tenuto con i Carabinieri è che il Pelosi volesse consentire ai suoi complici di allontanarsi indisturbati facendo perdere le loro tracce, proprio per poter poi avvalorare la tesi predeterminata della aggressione subita.
[...]
Sulla base dei numerosi elementi di prova raccolti deve pertanto ritenersi non attendibile la versione dei fatti prospettata dall'imputato, e invece accertato che il Pasolini subì una aggressione da parte di più persone restate sconosciute, e che lo stesso Pasolini, dopo essere stato ridotto all'impotenza, fu volontariamente ucciso mediante il sormontamento da parte della sua macchina.
Contro una simile ricostruzione del fatto [...] la difesa del Pelosi muove due obiezioni: nessuno poteva sapere ove il Pasolini avrebbe accompagnato il Pelosi; nessuna causale del delitto è stata individuata e provata.
Le due obiezioni non sembrano rilevanti:

1) Di fronte a prove precise della presenza di più persone sul luogo del delitto e della loro partecipazione allo stesso, non può essere esclusa tale partecipazione solo perché non si è potuta trovare la prova dell'accordo nè si sono potuti identificare i coautori del reato. Deve comunque rilevarsi come anche nella fase precedente all'arrivo del Pelosi e del Pasolini all'Idroscalo esistono molti punti oscuri che lasciano seri dubbi sulla versione data dall'imputato:
a) Pur non conoscendo affatto gli amici del Pelosi che erano alla Stazione Termini e che – a quel che essi dicono – non erano affatto "ragazzi di vita", il Pasolini si mostrò nei loro riguardi estremamente diffidente e prudente. [...] Come mai, pur avendo tanta diffidenza nella frequentatissima piazza dei Cinquecento, il Pasolini accolse con tanta facilità nella macchina il Pelosi che pur faceva parte di quel gruppo di ragazzi di cui diffidava e che non conosceva affatto secondo l'affermazione di Pelosi?
b) Non si comprende perché il Seminara entrò nel bar a chiamare il Pelosi perché andasse a parlare con il Pasolini. Quale era il motivo per cui il gruppo ritenne opportuno far conoscere al Pasolini il Pelosi?
c) Non si comprende bene perché, con quali argomenti e con quali promesse il Pelosi  dopo essersi allontanato da piazza dei Cinquecento insieme al Pasolini per una mezz'ora e cioè per un tempo sufficiente ad avere un rapporto, convinse il Pasolini riluttante a tornare in piazza dei Cinquecento e a impegnarsi a riaccompagnarlo nella tarda notte fino al Tiburtino. E non può non esser fortemente sospetto il particolare – riferito dal Seminara – secondo cui il Pelosi, tornando alla Stazione,  avvertì gli amici «di non farsi vedere dall'uomo in macchina». 
d) Pelosi doveva conoscere bene la zona dell'idroscalo per esservi stato altre volte; in sede di interrogatorio dibattimentale il Pelosi ha dichiarato che, volendosi lavare le mani alla fontanella, lasciò la macchina in una traversa vicino alla fontana perché aveva paura che qualcuno vedesse la macchina che aveva rubato, e in sede di ispezione dei luoghi ha specificato che la macchina la posteggiò all'inizio di via delle Caserme,  che è una strada che sbocca in piazza Scipione l'Africano ove è collocata la fontanella. Ma poiché via delle Caserme, per chi viene dalla via dell'Idroscalo, è prima della piazza e la fontanella è alla fine della piazza all'angolo della stessa con il Lungomare, il Pelosi – per posteggiare la macchina in via delle Caserme quando ancora non poteva conoscere che alla fine della piazza vi era una fontanella – doveva perfettamente conoscere i luoghi. Ma se il Pelosi conosceva l'Idroscalo (mentre non risulta agli atti che Pasolini conoscesse tale luogo) è assai probabile che il luogo del convegno fu proposto e scelto dal Pelosi e non dal Pasolini, con la conseguente possibilità che il Pelosi abbia comunicato a qualcuno  non identificato – al momento in cui tornò alla Stazione – dove si proponeva di andare con Pasolini. 
e) Assai oscura appare anche tutta la vicenda dell'anello rinvenuto sul luogo del delitto e che il Pelosi fece cercare dai Carabinieri. A parte l'ovvia considerazione che in una persona particolarmente agitata per quanto era avvenuto si può comprendere il desiderio di recuperare sigarette e accendino per potersi calmare fumando ma si comprende molto meno il desiderio di recuperare un anello di scarsissimo valore commerciale e di nessun valore affettivo, deve rilevarsi come non sembra possibile che l'anello sia caduto al Pelosi durante la colluttazione. Questo perché l'anello non era affatto largo sul dito del Pelosi [...] appare assurdo che l'anello sia caduto spontaneamente dal dito perché andava strappato dal dito con una certa violenza, dato che era stretto; ma se ciò è vero appare strano che possa essere stato strappato dal Pasolini durante la colluttazione poiché – come si è già visto prima – tale colluttazione avvenne tra più persone e non vi furono avvinghiamenti tra Pasolini e Pelosi perché questi avrebbero lasciato segni vistosi sulla persona e sugli indumenti del Pelosi. [...] Non si può quindi quanto meno escludere che l'anello sia stato tolto dal dito dallo stesso Pelosi e lasciato cadere nelle immediate vicinanze del cadavere per fini che non è possibile in questa sede individuare.

2) La mancanza di un preciso accertamento della causale del delitto non può portare alla esclusione della responsabilità.  [...]
In realtà possono farsi varie ipotesi: che si volesse rapinare Pasolini, che gli si volesse dare una lezione per un precedente "sgarbo", che si volesse proteggere il Pelosi alle prime esperienze e che un "protettore" vigilasse su di lui. 
Non esistono elementi – di fronte al mutismo sul punto del Pelosi. sempre ancorato alla sua versione difensiva originaria – che possano far preferire una delle causali sopra riportate o anche una causale diversa. allo stato non facilmente ipotizzabile.
Resta comunque il fatto che gli abbondanti elementi probatori positivi – e l'assoluta inattendibilità della versione dei fatti data dal Pelosi – danno la tranquillante certezza che almeno due persone aggredirono prima e poi volontariamente uccisero il Pasolini, per motivi che non si sono potuti accertare.

Potrebbe astrattamente ritenersi, una volta accolta la tesi della presenza di altre persone all'idroscalo, che il Pelosi sia restato estraneo al delitto, semplice spettatore di una drammatica scena in cui altri soli erano i protagonisti.
L'ipotesi – che il collegio si è dovuto porre per scrupolo ricostruttivo – non appare attendibile: perché, sia pure in misura assai limitata, qualche traccia del sangue di Pasolini era sugli indumenti del Pelosi; perché il Pelosi era in possesso della macchina con cui il Pasolini venne ucciso; perché, se avesse solo assistito alla scena, avrebbe dovuto dirlo e non proclamarsi ripetutamente unico uccisore del Pasolini: perché se fosse stato estraneo all'omicidio non avrebbe cercato di coprire i suoi complici affermando ai Carabinieri di aver rubato la macchina e ritardando cosi la scoperta di un delitto che era per proprio conto pronto a confessare.

[...] Ricostruito il fatto, riconosciuto che il Pelosi lo ha commesso, valutata l'esatta configurazione giuridica dei fatti contestati, resta al Tribunale il compito di esaminare – prima di una eventuale affermazione della penale responsabilità dell'imputato – il problema se al momento dei fatti, e in ordine agli stessi, il Pelosi fosse o meno imputabile.
Il che significa dovere affrontare la complessa questione – che ha dato luogo a profonde dispute dottrinarie e a molte incertezze giurisprudenziali – del significato della formula usata dal legislatore nell'art. 98 C.p.
[...]
Premesso tutto ciò, deve rilevarsi che i periti hanno ritenuto immaturo sul piano psicologico il Pelosi perché presentava:
a) Una notevole povertà di contenuti culturali, evidenziata dalla incapacità di uscire dal particolare per esprimere una valutazione critica della situazione. Hanno affermato i periti in dibattimento che «malgrado le nostre domande non è emerso un suo concetto sulla funzione del lavoro, della giustizia, della vita politica, della scuola, il tutto era ridotto al contingente senza alcun giudizio critico», anche se hanno pure ammesso che «il ragazzo è in grado di dare alcuni giudizi morali ma riteniamo che questi giudizi non siano tali da raggiungere la maturità che dovrebbe avere in rapporto all'età cronologica».
b) Una superficialità affettiva per carenza affettiva larvata del soggetto con le figure genitoriali.
c) Una conseguente debole strutturazione dell'Io e delle sue funzioni per una non raggiunta fase della propria identità intesa come consapevolezza del raggiungimento di uno stile individuale. Ritiene il collegio di poter condividere il giudizio dei periti sulla povertà culturale e sulla superficialità affettiva del Pelosi: il problema è però quello di vedere se tale povertà e superficialità sia di cosi alto livello da escludere del tutto la capacità di intendere il significato antisociale dell'uccisione di un uomo e di essere inconsciamente determinato a un atto di così rilevante gravità – o se invece essa possa giustificare la diminuente di pena per la minore età e la concessione di eventuali attenuanti ma non escludere tale capacità.
Al riguardo il collegio osserva:
– che il non essere in grado di concettualizzare la funzione del lavoro, della giustizia, della vita politica, della scuola non implica di necessità una incapacità di valutare il significato della vita e di comprendere l'elementare concetto che non si può privare un uomo di tale bene. Anche perché, se si può non avere una concreta e interiorizzata esperienza del lavoro, della scuola, della giustizia, della vita politica, si ha certamente una profonda esperienza personale di cosa significa vivere e di come la vita debba essere preservata. Questo anche perché l'elementare concetto che la vita è un valore e l'uccisione di un essere umano un disvalore, è largamente percepito in ogni ambiente sociale e largamente trasmesso come un punto fermo in una sia pur traballante scala generale dei valori della nostra vita comunitaria;
– che gli stessi periti hanno riconosciuto che il Pelosi non è assolutamente privo della capacità di formulare o esprimere giudizi etici: ma se una anche elementare capacità sussiste in questo campo non può non riconoscersi che la valutazione negativa della uccisione di un uomo doveva essere presente in un soggetto di quasi diciassette anni e mezzo;
– che il Pelosi non è affatto apparso tanto sprovveduto culturalmente nel corso del procedimento: ha saputo infatti imbastire con estrema abilità una tesi difensiva che occultasse la realtà di ciò che all'idroscalo era effettivamente avvenuto e ha mantenuto tale tesi senza cedimenti lungo tutto l'arco dell'istruttoria e del dibattimento [...]; ha mostrato di non lasciarsi sopraffare dagli avvenimenti ma di saperli prevedere e controllare [...]
– che le carenze affettive familiari possono aver ritardato un regolare processo di strutturazione dell'Io e di compiuta assunzione di una identità, ma che questo non appare sufficiente a escludere che il Pelosi potesse percepire il significato antisociale dell'atto omicida e fosse in grado di autodeterminarsi in ordine a un fatto di così rilevante gravità.  [...]
– come il Tribunale ha accertato, con freddezza venne architettata una abile tesi difensiva che il Pelosi ha saputo mantenere anche di fronte a tutte le contestazioni; non si può pertanto dubitare che l'imputato aveva al momento del fatto quella capacità di intendere e di volere che lo rende pienamente imputabile.
 

Accertato che il Pelosi ha realmente commesso i delitti ascrittigli e ritenutane la piena imputabilità, occorre infine procedere alla determinazione della pena equa.
Deve a tale scopo osservarsi in via preliminare che la compiuta istruttoria dibattimentale ha confermato il fondamento, anche giuridico, delle contestazioni, mettendo in luce che il Pelosi pose in essere comportamenti indirizzati al perseguimento di fini autonomi, e cioè azioni diverse, in momenti diversi. Tali autonome azioni non si inseriscono in un piano criminoso unitario e quindi deve escludersi il vincolo della continuazione tra i vari delitti. Da questo punto di vista deve essere sottolineato che lo stesso furto dell'auto del Pasolini è stato contestato come aggravato solo perché commesso al fine di conseguire l'impunità del delitto di omicidio.
Ne deriva che anche nell'esercizio del potere discrezionale di determinare l'entità della pena i delitti contestati possono essere diversamente considerati.
[...]
Per l'omicidio, ferma la gravità del reato per tutte le ragioni esposte in precedenza, debbono trovare considerazione alcuni degli elementi già messi in luce nell'affrontare il problema dell'accertamento dell'imputabilità. [...] È pacifico che il Pelosi appartiene a un gruppo sociale di livello culturale abbastanza povero e che nelle dinamiche dei rapporti familiari deve esserci qualche motivo di disturbo che può dar ragione dell'instabilità scolastica prima e lavorativa poi e della attività criminosa anteriore a quella che è oggetto del presente procedimento. 
[...]
Ponendo come base per i delitti di atti osceni e di omicidio la pena, rispettivamente di mesi tre e anni 21 di reclusione, attraverso la concessione delle attenuanti generiche e con la diminuente della minore età di obbligatoria applicazione, si perviene alla pena rispettivamente di mesi uno e giorni 10 e anni 9 e mesi 4 di reclusione.
Lievemente diverso è il problema della determinazione della pena per il delitto sub c) e cioè per il delitto di furto pluriaggravato dell'auto del Pasolini. Per questo reato infatti pur rimanendo ferma la concessione delle attenuanti generiche fondata su ragioni di equità, e della diminuente della minore età, deve innanzi tutto affermarsi che può ritenersi la equivalenza tra attenuanti e aggravanti contestate. Nell'applicare la pena prevista per il furto semplice deve essere tuttavia tenuto presente che il Pelosi è stato già altre volte arrestato per furto d'auto e che pertanto la sua capacità a commettere tale tipo di reato [...] è abbastanza elevata. Pena equa stimasi pertanto quella di mesi due di reclusione e lire 30.000 di multa.
La condanna per il più grave delitto di omicidio importa necessanamente anche la pena accessona della perpetua interdizione dei pubblici uffici ai sensi dell'art. 29 C.p.
Segue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali e di custodia preventiva.

P.Q.M. - visti gli artt. 483, 488 C.p.p. dichiara Pelosi Giuseppe colpevole del delitto di omicidio volontario in concorso con ignoti, così modificato al capo b) della rubrica, nonché degli altri delitti a lui ascritti e, con la diminuente della minore età e la concessione delle circostanze attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle aggravanti relative al delitto di furto, lo condanna alla pena complessiva di anni 9 mesi 7 e giorni 10 di reclusione e lire 30.000 di multa oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia. Visto l'art. 29 C.p. dichiara Pelosi Giuseppe perpetuamente interdetto dei pubblici uffici.

Roma, 26 aprile 1976

Tribunale composto da: Alfredo Carlo Moro, Presidente; Giudici: Giuseppe Salomè, Matteo Guarino, Maria Grazia Milone.
 


 

SUL PROCESSO
A PINO PELOSI
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Introduzione, di Angela Molteni

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del 21 novembre 1975

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LE SENTENZE

Dalla sentenza di primo grado, 26 aprile 1976

Dalla sentenza della Corte d'Appello, 4 dicembre 1976

Dalla sentenza della Corte di Cassazione, 26 aprile 1979

SUI PROCESSI
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Documenti relativi al processo a Pasolini, reo di vilipendio alla religione di Stato per il film La ricotta

Fonti di ricerca e
documentazione
 

I processi - Sentenza del processo di Primo grado, processo Pelosi 

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