"Pagine
corsare"
I
processi
.
Il processo
a Pino Pelosi per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini
.
Sentenza del processo
di Primo grado
26 aprile 1976
|
[...] Passando all'esame
dei fatti contestati al Pelosi, rileva innanzitutto il collegio la necessità
di una attenta disamina di tutti gli elementi di causa per una più
puntuale ricostruzione di una vicenda che appare per molti aspetti oscura.
E vero che esiste in atti la confessione piena dell'imputato, ma tale confessione
nel vigente ordinamento di rito penale fondato sul libero convincimento
del giudice sulla base di tutte le risultanze di causa non esime il Tribunale
dal ricercare la verità sostanziale. Anche in presenza di una confessione
è sempre necessario che il collegio giudicante esamini tutti gli
elementi acquisiti agli atti per non lasciarsi fuorviare da ciò
che viene interessatamente rappresentato ma per controllare se effettivamente
ciò che viene ammesso corri-sponda in pieno a ciò che è
realmente avvenuto.
E ciò non solo nel
presente procedimento, troppo emotivamente vissuto dall'opinione pubblica
per la notorietà della vittima [...]
Ritiene anzi il collegio
di dover rilevare come la notorietà della vittima abbia reso particolarmente
arduo e diflicile il suo compito di ricerca della verità. Il clamore
che l'episodio ha avuto sulla stampa, le interpretazioni non sempre obiettive
e documentate che sono state proposte, la prospettazione di versioni contrastanti
non basate su una "lettura" delle risultanze ma solo sulla scelta aprioristica
di una verità di comodo, il settario schierarsi pro o contro una
tesi in funzione di preconcette opinioni politiche, tutto ciò ha
certamente resa più confusa sin dal primo momento l'indagine, inquinando
quella serena atmosfera di ricerca della verità che era indispensabile
in un caso così delicato.
E questo clima che ha favorito
il sorgere di testimonianze fantasiose, di rivelazioni interessate, di
auto o etero accuse sostanzialmente pubblicitarie, di ricostruzioni mitomani
degli avvenimenti.
Il Tribunale non ritiene
di dover neppure prendere in considerazione, anche solo al fine di confutarlo,
tutto questo ciarpame processuale, per basare il suo giudizio esclusivamente
su quei dati obiettivi che pur emergono in modo cospicuo dalle risultanze
istruttorie.
È solo da aggiungere
che nessun serio contributo probatorio alla ricostruzione della verità
può venire dalla "versione alternativa" proposta dal settimanale
"L'Europeo", i cui giornalisti su richiesta della difesa del Pelosi
sono stati ascoltati come testimoni al dibattimento.
I predetti giornalisti non
hanno ritenuto di poter rivelare l'identità delle loro fonti di
informazione, per cui il Tribunale non è assolutamente in grado
di valutare direttamente come sarebbe necessario l'attendibilità
delle dichiarazioni che si assume essere state effettuate ai predetti giornalisti.
Potrebbe trattarsi di persone interessate allo sviamento delle indagini
o di mitomani, per cui nessun conto può farsi di dichiarazioni rese
in una simile situazione e non controllate né controllabili. Del
resto i racconti così come riportati appaiono quanto meno fantasiosi
e pertanto insuscettibili di alcuna utilizzazione, anche se fossero stati
proposti nel corso del procedimento in osservanza di precise regole processuali.
Resta pertanto come ricostruzione
diretta delle vicende che avvennero la sera del 10 novembre all'Idroscalo
di Ostia solo la versione data dal Pelosi. In mancanza di testimonianze
dirette che suffraghino o contraddicano tale versione, il necessario riscontro
può essere effettuato solo sulla base degli altri elementi probatori
esistenti in atti e sulla base della stessa congruenza in tutte le sue
parti delle deposizioni rese dall'imputato.
La versione dei fatti data
dal Pelosi si incardina su tre punti fondamentali: ero solo; ho reagito
a una aggressione del Pasolini che pretendeva da me prestazioni sessuali
che non intendevo concedere; quando, a seguito della colluttazione, ho
visto il Pasolini a terra rantolante sono stato preso dal terrore e sono
fuggito con la macchina senza accorgermi di passare con l'auto sul corpo
accasciato a terra.
Appare opportuno esaminare
distintamente le tre proposizioni, per vedere se trovino riscontro negli
elementi processuali o se invece siano decisamente contrastate dalle risultanze
di causa.
1) Ritiene il collegio che
dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all'idroscalo
il Pelosi non era solo.
Esistono infatti sia prove
positive che dimostrano in modo inequivocabile che quanto meno un'altra
persona era presente al fatto, sia elementi indiziari univoci e concordanti,
desumibili dalle risultanze probatorie e peritali, che confortano tale
tesi.
a) Al momento del fermo
del Pelosi da parte dei Carabinieri di Ostia venne rinvenuto sul sedile
posteriore dell'auto del Pasolini un golf verde. Tale golf non apparteneva
sicuramente al Pasolini (dichiarazione della Chiarcossi in istruttoria
e in dibattimento) né al Pelosi (che al momento del fatto indossava
altri indumenti). Né può ritenersi che il golf verde sia
uno "straccio" usato dal Pasolini per pulire parti della macchina: ciò
sia perché il golf - pur avendo delle macchie sul dorso - non presenta
affatto le caratteristiche di uno straccio ma piuttosto quelle di un normale
indumento usato anche se un po' logoro; sia perché la Chiarcossi
che pur esaminò la macchina e il suo contenuto poco prima che
il Pasolini la prendesse nella sera fatale ha escluso di aver mai visto
nella macchina il golf verde; infine perché il golf venne rinvenuto
dai Carabinieri Cuzzupè e Guglielmi (ved. dep. in istruttoria e
in dibattimento) sul sedile posteriore dell'auto insieme al giubbotto e
al maglione del Pelosi e del Pasolini (e sarebbe assai strano che questi
indumenti fossero stati posti insieme allo straccio).
[...]
Comunque fosse il golf
sul sedile posteriore o fosse nel porta-bagagli deve in ogni caso riconoscersi
che costituisce sicuramente prova della presenza di una persona diversa
dal Pasolini e dal Pelosi.
[...]
b) Nella macchina è
stato rinvenuto e repertato come risulta dalla missiva in data 15 novembre
1975 della Legione Carabinieri di Ostia Lido un pIantare per scarpa destra.
Tale pIantare non era certamente nella macchina del Pasolini prima della
notte del 10 novembre perché la Chiarcossi ha dichiarato di aver
pulito e ordinato la macchina del cugino la mattina del 31 ottobre e, se
avesse rinvenuto un simile oggetto, lo avrebbe sicuramente notato e buttato
via. Il piantare non appartiene inoltre al Pasolini perché da un
esame delle scarpe dello stesso appare evidente che la scarpa destra presenta
all'interno lo stesso stato d'uso proprio della scarpa sinistra (il che
non si sarebbe verificato se nella destra fosse stato inserito un piantare
e nella sinistra no). Né può ritenersi che il piantare appartenga
al Pelosi, perché lo stesso non ha mai né affermato di far
uso di pIantare né richiesta la restituzione del piantare rinvenuto
nella macchina che pure gli doveva essere utile per ben camminare. Deve
pertanto ritenersi che il piantare appartenga a una terza persona non identificata,
la quale ebbe a togliersi la scarpa, e quindi il piantare, per pulire la
scarpa dal fango (o dal sangue) dimenticando nella confusione necessariamente
conseguente alla commissione del delitto di recuperare l'oggetto.
c) Il Pelosi quando si fermò
con il Pasolini nella macchina all'Idroscalo aveva con sé un pacchetto
di sigarette Marlboro e l'accendino [...] Ma dopo l'arresto il Pelosi fece
ricercare dal Cuzzupè e dal Vitali Luigi oltre all'anello anche
le sigarette e l'accendino che non vennero rinvenuti nella macchina. Ora,
dovendosi ovviamente escludere che i due predetti oggetti siano potuti
cadere fuori della macchina, dato che erano nel portaoggetti della stessa,
l'unica spiegazione logica che può darsi alla loro scomparsa è
che qualcun altro nella confusione li abbia presi e portati via con sé.
Ma questo indica chiaramente che all'Idroscalo doveva esserci almeno una
terza persona non potendosi altrimenti essersi volatilizzati gli oggetti
suddetti.
d) Dai rilievi fotografici,
nonché dal sopraIluogo effettuato dalla Polizia scientifica e dalla
Squadra mobile, emerge che sul terreno dell'area di rigore sulla parte
sinistra del rudimentale campo di calcio esistevano delle impronte di scarpe
sicuramente non lasciate né dalle scarpe del Pasolini né
dalle scarpe del Pelosi. Mentre infatti le scarpe del Pelosi e del Pasolini
hanno la suola liscia, le impronte evidenziate (accanto ad altre di scarpe
con suola e tacco liscio) sono sicuramente appartenenti a scarpe con suola
gommata (probabilmente scarpe da tennis).
È da escludersi che
le impronte fotografate possano essere state lasciate sul terreno dai ragazzi
che giocarono a pallone nella mattinata del 2 novembre. I rilievi, come
si evince dal verbale, sono stati effettuati alle ore 7,30 e comunque prima
che arrivassero sul posto i ragazzi che poi giocarono a palla: ciò
emerge chiaramente dalle dichiarazioni rese in dibattimento dal dott. Masone,
dal dott. Marieni, da Solimene Ciro. Oltretutto gli ufficiali di Polizia
giudiziaria hanno tutti concordemente escluso che i ragazzi vestiti per
giocare a calcio abbiano invaso la zona ove vennero ritrovate e fotografate
le impronte suindicate.
Le impronte in questione
sono state pertanto lasciate nella notte stessa in cui avvenne l'aggressione
al Pasolini, insieme a numerose altre impronte (teste Solimene) che chiaramente
indicano come nell'area di porta e cioè molto vicino alla macchina
del Pasolini vi sia stato un notevole movimento di persone. Inoltre il
fatto che gli stivaletti di Pasolini furono rinvenuti incrostati di fango
mentre non vennero rinvenute in altri luoghi dello spiazzo altre impronte
di scarpe dimostra che il Pasolini a un certo momento di quella notte
si trovò nell'area di porta e che conseguentemente le impronte di
scarpa con suola di gomma furono
lasciate dai suoi aggressori,
così come le impronte di suole lisce, evidenti nella fotografia,
debbono essere state lasciate dal Pasolini.
Ma se ciò è
vero deve riconoscersi che oltre al Pelosi e al Pasolini vi era sicuramente
almeno un'altra persona che calzava scarpe da tennis o comunque con suola
gommata.
e) Sul tetto della macchina
del Pasolini, dalla parte del passeggero, sono state rinvenute delle incrostazioni
rossastre che secondo le indagini peritali sono di sangue del Pasolini.
Tali incrostazioni che
la perizia definisce "piccole e tenui" non possono essere state depositate
sul tetto della macchina dal Pasolini stesso. Questo perché:
- se la testa di Pasolini
avesse battuto sul tetto della macchina si sarebbero trovate insieme alle
tracce ematiche anche tracce di capelli, presenti in quasi tutti i reperti;
- se il sangue fosse schizzato
direttamente dal capo del Pasolini le tracce ematiche sarebbero state assai
più consistenti, data la notevole fuoriuscita di sangue dal capo
del Pasolini documentata dalla camicia profondamente intrisa di sangue;
- se il Pasolini durante
l'aggressione si fosse appoggiato all'auto più vistose dovevano
essere le tracce lasciate e non quelle "piccole e tenui" rinvenute dai
periti, proprio perché il Pasolini era inzuppato di sangue e la
lotta a ridosso della macchina avrebbe necessariamente dovuto far rinvenire
altre tracce.
Né può dimenticarsi
che, secondo la versione del Pelosi, il Pasolini non ebbe mai ad avvicinarsi
all'auto dopo l'inizio della colluttazione, per cui deve escludersi che
la traccia sia stata lasciata dal Pasolini stesso.
Ma allora la "piccola e
tenue" incrostazione di sangue deve essere stata "trasportata" indirettamente
dall'aggressore il quale, nella colluttazione, si era sporcato le mani
con il sangue del Pasolini.
E la posizione della incrostazione
(sul tetto in corrispondenza della parte posteriore della portiera destra)
fa ritenere che ciò sia avvenuto a opera di soggetto che, istintivamente,
si è appoggiato con una mano sul tetto dell'auto mentre con l'altra
apriva la portiera per entrare nella macchina. Il che è assai verosimile
anche tenendo conto delle caratteristiche dell'Alfa 2000 GT la cui altezza
massima della carrozzeria è di mm 1315 per cui è normale
che chi si debba chinare per aprire la portiera ed entrare nell'abitacoIo
appoggi una mano sul tetto che si presenta più basso della persona
eretta. Si può pertanto ritenere che chi entrò nella macchina
dalla parte dello sportello di sinistra aveva le mani sporche di
sangue a seguito della lotta
sostenuta col Pasolini. Ma tale persona non poteva essere il Pelosi. Deve
ritenersi sicuro che il Pelosi secondo quanto egli stesso ha affermato
e secondo quanto è nella logica delle cose guidò l'auto
del Pasolini dall'Idroscalo alla fontanella posta sul Lungomare di Ostia.
Ora, se fosse stato il Pelosi
che, con le mani sporche di sangue, nella confusione del momento cercò
di entrare nella macchina prima dalla parte del posto del passeggero e
poi dalla parte della guida (il che appare francamente poco verosimile)
si sarebbero dovute trovare altre tracce di sangue del Pasolini sia sullo
sportello di destra sia principalmente sul volante dell'auto. Nessuna macchia
di sangue del Pasolini venne invece trovata sul volante. E allora due sole
ipotesi sono possibili: o Pelosi aveva le mani sporche di sangue ed entrò
nella macchina dalla parte del passeggero, mentre altra persona guidò
la macchina nella fase del sormontamento del corpo di Pasolini e poi fino
alla fontanella ove il Pelosi si lavò (ma sembra poco probabile
che anche i complici del Pelosi siano arrivati con lui fino alla fontanella)
o il complice con le mani sporche di sangue si sedette al posto del passeggero
aprendo lo sportello di sinistra mentre il Pelosi, che non aveva le mani
sporche di sangue, si sedette alla guida della macchina. In un caso come
nell'altro appare sicuro che insieme al Pelosi entrò nella macchina
altra persona che con lui aveva partecipato all'aggressione.
f) È accertato che
il Pasolini prima di essere colpito allo scroto, di stramazzare a terra
esanime e di essere quindi sormontato dalla macchina riportò diverse
lesioni che, se pure non ne causarono la morte, provocarono una violenta
emorragia di sangue. Lo dimostra la imponente imbibizione di sangue della
camicia di Pasolini, le notevoli chiazze di sangue sulle tavolette e sul
bastone, lo strappo di capelli, le stesse caratteristiche delle ferite
alla testa e cioè in una zona fortemente vascolarizzata. Deve pertanto
ritenersi che, a seguito delle lesioni, non vi fu una semplice fuoriuscita
di sangue bensì vi furono veri e propri "schizzi" di sangue.
Ora, se la colluttazione
fosse avvenuta solo tra il Pasolini e il Pelosi come quest'ultimo sostiene
vi dovevano essere necessariamente, sulle mani e sui vestiti del Pelosi,
cospicue macchie di sangue.
[...]
Deve pertanto ritenersi
che non fu solo il Pelosi ad avere la colluttazione con il Pasolini, perché
altrimenti egli avrebbe dovuto necessariamente avere sulle mani e sugli
indumenti più rilevanti macchie di sangue.
g) In una colluttazione
tra due soggetti a meno che uno non sia gravemente menomato sul piano
fisico è impossibile che solo uno dei contendenti riporti gravi
ferite mentre l'altro esca praticamente indenne dalla lotta. Nel caso di
specie invece il Pasolini ha riportato rilevanti lesioni, con abbondante
perdita di sangue, mentre il Pelosi non ha subito significativi traumi.
Eppure il Pasolini come è notorio non era un vecchio cadente
incapace di organizzare una qualche difesa: era agile, aveva un fisico
asciutto, praticava lo sport, giocava ancora a calcio in partite regolari.
È vero che il Pelosi
ha affermato di avere riportato nella colluttazione diverse lesioni, ma
all'esame peritale è risultato che «la maggior parte dei rilievi
è stata indirizzata da atteggiamenti soggettivi che tendevano a
localizzare in varie parti del corpo zone asserite dolenti. All'esame obiettivo
queste zone non hanno dimostrato alterazioni apprezzabili né tanto
meno ripercussioni funzionali di qualsivoglia natura». I periti obiettivamente
hanno potuto rilevare soltanto «la ferita lacero-contusa nella regione
frontale alta, in via di cicatrizzazione, la lievissima escoriazione in
corrispondenza della coda del sopracciglio sinistro, l'altrettanto lievissima
escoriazione superficiale lineare sul margine dell'avambraccio destro,
la sfumata area ecchimotica sulla faccia mediale del sesto superiore dello
stesso avambraccio, la piccola escoriazione in corrispondenza della regione
dorsale della falange prossimale del terzo dito della mano sinistra, la
tenue ecchimosi alla superficie mediale della coscia destra nella quale
si inserivano tre escoriazioni puntiformi. In sostanza l'unica lesione
di un qualche rilievo e di un qualche interesse traumatologico può
essere considerata quella a carico della regione frontale alta».
Ma in ordine a questa
che costituisce l'unica vera lesione riportata dal Pelosi - i periti hanno
rilevato che il mezzo contusivo non poteva avere una larga superficie e
che esso ha esercitato la sua efficacia lesiva, in ogni caso di modesta
entità, in senso trasversale.
[...]
Il Pelosi ai Carabinieri
di Ostia e al Pronto Soccorso dell'Ospedale disse di aver riportato la
lesione battendo la testa contro il volante dell'auto durante la fuga:
tale mezzo contundente presenta effettivamente una superficie stretta e
può aver operato in senso trasversale e non sagittale. Deve anche
aggiungersi che solo una ferita riportata all'interno della macchina durante
la fuga può spiegare appieno le piccole tracce di sangue di Pelosi
rinvenute all'interno della macchina, sulla tappezzeria della stessa verso
l'alto, davanti al volante.
Un'altra lesione di un certo
rilievo è stata successivamente riscontrata dai periti a seguito
dell'annullamento della prima indagine radiografica sul naso: è
stato infatti accertato che il Pelosi presenta «esiti di frattura
incompleta senza spostamento dell'osso nasale di destra funzionalmente
irrilevante». [...] Poiché è stato accertato che il
Pelosi urtò con il capo sul volante dell'auto, come egli stesso
ha affermato e come è stato comprovato da quanto sopra detto, deve
ritenersi che anche la lesione al naso possa essere conseguenza di quel
trauma (mentre la fronte urtava contro il cerchio, il setto nasale ben
poteva urtare contro la "razza" del volante).
Comunque, anche a voler
far risalire la frattura alla colluttazione con il Pasolini a cui del resto
sicuramente il Pelosi in qualche modo ha partecipato, resta il fatto che
la modestia del complessivo quadro lesivo riscontrato sul Pelosi, specie
se in relazione all'imponente quadro lesivo riscontrato sul Pasolini, mal
si concilia con l'ipotesi di un duello a due, con violento e reciproco
scambio di colpi. Oltre tutto sul luogo della lotta sono stati trovati
un bastone e due parti di una unica tavola divisa al primo colpo in due
tronconi, entrambi utilizzabili come arma di offesa: è seriamente
pensabile che ove la lotta si fosse svolta solo tra il Pasolini e il Pelosi,
quest'ultimo abbia avuto la possibilità di utilizzare tutti e tre
i mezzi contundenti (tutti sporchi del sangue di Pasolini) mentre il primo
non ebbe mai la possibilità di impossessarsi di uno dei mezzi per
organizzare un minimo di difesa colpendo il suo aggressore?
La differenza tra le lesioni
subite dal Pasolini e la sostanziale
mancanza di lesioni sul
Pelosi può spiegarsi solo ritenendo che non vi fu una colluttazione
a due ma una aggressione di più persone nei confronti di un uomo
solo.
h) Le lesioni riportate
dal Pasolini e il luogo in cui vennero ritrovati i vari reperti escludono
nel modo più sicuro che i fatti si siano svolti così come
li ha rappresentati il Pelosi e danno nello stesso tempo una significativa
prova della necessaria presenza sul posto di più persone.
Deve innanzi tutto in proposito
rilevarsi che la camicia di Pasolini, profondamente intrisa del suo sangue,
venne ritrovata sul retro dell'area di porta, a una notevole distanza dal
luogo in cui Pasolini venne rinvenuto esanime. È anche da aggiungere
che il Pelosi ha sempre decisamente escluso di aver raccolto la maglietta
intrisa di sangue del Pasolini e di averla spostata, il che fa ritenere
che la camicia venne tolta dal Pasolini stesso, o al Pasolini da altri,
nella parte dello spiazzo vicino alla porta ove era parcheggiata l'auto.
Ora, poiché la maglietta
del Pasolini era profondamente imbevuta di sangue, deve ritenersi che una
prima fase della colluttazione con violenta emorragia ematica da parte
del Pasolini, avvenne sicuramente nelle vicinanze o proprio nella area
di porta (è sintomatico che in questa area vennero come sopra
detto rinvenute numerose impronte di scarpe diverse) e che questa prima
fase non è immediatamente collegata con la seconda fase che si sviluppò
nei pressi della baracca del Buttinelli.
[...]
Ma se tutto ciò è
vero, non solo "salta" completamente la ricostruzione dei fatti fatta dal
Pelosi ma prende consistenza la ipotesi che le ferite inferte al Pasolini
nella prima fase dell'aggressione siano state prodotte da corpi contundenti
diversi da quelli rinvenuti sul posto e repertati. Non può esser
stata infatti utilizzata nella prima fase la tavoletta con la scritta Buttinelli
sia perché la tavola era collocata molto lontano dal luogo ove la
prima fase della aggressione avvenne [...] sia principalmente perché
numerosi frammenti del legno della tavoletta sono stati rinvenuti «sul
terreno sottostante il tronco del cadavere e nelle immediate vicinanze
dello stesso».
Non appare probabile neppure
l'uso del bastone nella prima fase, sia perché la friabilità
dello stesso mal si concilierebbe con il pesante quadro emorragico che
pure il Pasolini dovette presentare quando si tolse la camicia per tamponare
le ferite, sia perché il bastone venne sicuramente usato nella seconda
fase (lo dimostra il fatto che la parte più imbibita di sangue venne
rinvenuta sotto il corpo di Pasolini e che il Pelosi ha ammesso di aver
preso l'altro pezzo del bastone che era vicino al corpo del Pasolini per
buttarIo poi nel campo vicino alla porta). Ma se il bastone che sicuramente
dovette spezzarsi al primo colpo perché una parte non è quasi
sporca di sangue si ruppe nella seconda fase, è da escludere che
abbia potuto operare nella prima fase producendo al Pasolini quelle notevoli
ferite da cui uscì una così copiosa quantità di sangue.
Deve pertanto necessariamente concludersi ritenendo che nella prima fase
dell'aggressione che si svolse nei pressi della porta di calcio altri
mezzi produttivi di lesioni vennero usati, mezzi che non sono stati rinvenuti
e che conseguentemente debbono esser stati portati via da persone diverse
dal Pelosi [...]
Deve inoltre rilevarsi che
altri elementi portano a ritenere che anche mezzi diversi da quelli rinvenuti
sul posto e repertati abbiano prodotto le lesioni riscontrate sul Pasolini
e non riconducibili al sormontamento della macchina. Le lesioni fratturative
alle falangi (due fratture e una lussazione) poco verosimilmente possono
esser state procurate da un bastone estremamente friabile e da due tavolette
del peso di 765 grammi una e di 700 grammi l'altra; [...] È pertanto
assai probabile sulla base di queste lesioni - che a provocarle siano
stati mezzi di maggiore consistenza di quelli rinvenuti, e questo elemento
collegato con quello precedentemente analizzato dà la sicurezza
della presenza di altri corpi contundenti e quindi di altre persone.
Vi sono infine altri due
elementi desunti dalle lesioni e dalla dinamica degli avvenimenti ricostruita
sulla base dei rapporti in atti che fanno ritenere la presenza di una pluralità
di persone al momento dell'aggressione al Pasolini.
Se il bastone e le tavolette
furono usati nei pressi della baracca del Buttinelli e ciò è
comprovato dagli elementi sopra indicati
deve escludersi che siano
stati usati dalla stessa persona in momenti successivi e deve invece ritenersi
che furono tutti usati contestualmente da una pluralità di persone.
Secondo la tesi del Pelosi, nella zona ove poi cadde esanime il Pasolini
lo stesso venne prima colpito dal bastone che si ruppe; poi il Pelosi buttò
via il bastone, raccolse la tavoletta, colpì con questa il Pasolini,
la ruppe, continuò a colpire con l'altro moncone di tavoletta.
Ma se ciò fosse stato
vero il bastone si sarebbe dovuto trovare per lo meno qualche metro distante
dal luogo ove successivamente stramazzò il Pasolini, mentre il pezzo
del bastone che colpì più pesantemente la vittima fu rinvenuto
proprio sotto il corpo della stessa. È infatti evidente che Pasolini
non poteva, in una colluttazione a due, rimanere immobile sullo stesso
posto attendendo che il suo aggressore momentaneamente sfornito di un'arma
si chinasse, raccogliesse la tavoletta e ricominciasse a colpirlo.
Delle due ipotesi l'una:
o Pasolini era in fuga rincorso dal Pelosi [...] o era in corso un avvinghiamento
tra Pelosi e Pasolini e allora quest'ultimo avrebbe potuto approfittare
del periodo in cui il Pelosi aveva buttato il bastone ed era chinato per
raccogliere la tavoletta per soverchiarlo e per impedirgli di prendere
la tavoletta e ricominciare a colpirIo. In realtà nessuna delle
due ipotesi appare accettabile. [...] Assai più logica appare invece
l'ipotesi che il Pasolini mentre stava fuggendo venne raggiunto da più
persone che, dopo averlo fermato per i capelli, iniziarono a colpirlo tanto
con il bastone che con la tavoletta (e probabilmente anche con altri mezzi
contundenti, come sopra rilevato).
Il secondo elemento che
fa presumere la esistenza di una pluralità di persone è dato
dalla lesione che in sede peritale è stata così descritta:
«ampia soffusione ecchimotica all'emiscroto destro estesa al versante
infero-laterale destro del terzo medile del pene con zona escoriativa di
cm 2 circa localizzata al centro della superficie anteriore dell'emiscroto
medesimo» e che, sempre secondo i periti, è stata cagionata
dalla «applicazione violenta di un mezzo contusivo che ha agito sulla
regione determinando una infiltrazione emorragica anche del piano profondo».
(Una simile lesione non può certo essere stata cagionata se il Pasolini
era in fuga rincorso dal Pelosi, né se vi era una colluttazione
a breve distanza tra due contendenti più o meno avvinghiati, come
è la lotta descritta dal Pelosi). La precisione e la violenza del
calcio inferto ai testicoli che come affermano i periti provocò
una sensibile riduzione della capacità di difesa del soggetto
fa presumere non solo che il calcio costituì l'atto terminale della
seconda fase di aggressione ma anche che esso venne assestato da una persona
mentre altre tenevano ferma la vittima perché subisse il colpo di
grazia.
i) È provato, dal
rinvenimento di un pezzo del bastone sotto il corpo del Pasolini, che bastone
e tavolette sono state usate nella fase che si è svolta vicino alla
baracca del Buttinelli. Anche il Pelosi riconosce ciò, aggiungendo
che quando la colluttazione ebbe termine per l'abbattimento del Pasolini,
egli "d'istinto" raccolse i pezzi della tavoletta e il paletto e li buttò
vicino alla macchina.
Ora - a parte l'evidente
stranezza di un ragazzo terrorizzato che, volendo scappare dal luogo ove
vi è stata una così grave colluttazione si attarda al buio
alla ricerca delle tavolette e del paletto e li porta tutti insieme senza
minimamente macchiarsi di sangue gli abiti di cui pure le tavole erano
assai imbevute - deve rilevarsi che il paletto venne rinvenuto a una notevole
distanza dalle due tavolette (a 56 metri dal cadavere, mentre le tavolette
erano a 90 metri dallo stesso).
Non è questa una
ulteriore conferma che se il bastone, meno imbrattato di sangue, venne
preso e poi buttato dal Pelosi, le due tavolette che dovettero necessariamente
lasciare delle macchie di sangue sulle mani e sugli indumenti di chi li
raccolse vennero prese da una terza persona che le buttò poi più
vicino alla macchina?
1) Un ulteriore elemento
che fa ritenere la presenza di più persone sul luogo del delitto
e un loro concerto successivo alla commissione del reato è dato
dal tempo che trascorse tra l'arrivo del Pelosi e del Pasolini all'Idroscalo
e l'arresto del Pelosi da parte dei Carabinieri sul Lungomare di Ostia.
È accertato (deposizione
Panzironi) che Pasolini e Pelosi lasciarono la trattoria a mezzanotte e
cinque e che impiegarono non più di venti minuti per raggiungere
l'Idroscalo (la distanza dalla trattoria era di 30 km circa per cui anche
se la macchina fosse andata a soli 120 km all'ora - ma il Pelosi ha dichiarato
in dibattimento che la macchina "correva", il che è logico dato
che a quell'ora la strada era completamente sgombra e l'auto aveva un motore
assai potente il tempo impiegato doveva essere di circa un quarto d'ora):
può pertanto ritenersi, anche calcolando la fermata per il rifornimento
di benzina, che i due arrivarono all'Idroscalo non oltre mezzanotte e mezza.
L'altro dato certo è che il Pelosi venne fermato dai Carabinieri
alla 1 e 30.
La domanda che ci si deve
rivolgere è se appare pienamente coperto l'arco di un'ora dalla
descrizione degli eventi così come l'ha raccontata il Pelosi. Appena
giunti dice il Pelosi fumai una sigaretta: 5 minuti circa; quindi Pasolini
cominciò ad accarezzarmi i genitali e «mi prese il pene in
bocca per circa un minuto»: può ritenersi, con criteri di
larghezza, che siano trascorsi altri 5 minuti; quindi scesi dalla macchina
si iniziò l'aggressione, la fuga, la colluttazione, l'abbattimento
del Pasolini, senza alcuna soluzione di continuità ma in modo piuttosto
concitato e veloce: al massimo può ritenersi che in questa fase
sia stato impiegato un quarto d'ora; corsi quindi alla macchina in preda
al terrore, misi in moto l'auto, mi allontanai dall'Idroscalo e mi fermai
alla fontanella per lavarmi: in questa fase non poté impiegare più
di 5 minuti. Nell'insieme dunque può ritenersi che al massimo sia
stata impiegata mezz'ora. E seriamente pensabile che un'altra mezz'ora
sia stata impiegata dal Pelosi per lavarsi sommariamente e per raggiungere
il lungomare vicinissimo alla fontanella, dove la macchina fu vista dai
Carabinieri procedere a 180 km all'ora (teste Guglielmi)? Non è
invece molto più logico ritenere che il tempo "vuoto" sia stato
impiegato per decidere una comune linea di condotta tra le più persone
che avevano partecipato all'aggressione?
Certo questo elemento
come tutti gli elementi sopra considerati da solo non potrebbe avere
valore determinante e costituire prova sicura della presenza di piu persone:
ma la pluralità di elementi tutti gravemente indiziari e tutti concordanti
in un unico senso, la imponenza di essi, la univocità della loro
direzione nonché l'esistenza di alcune prove positive della presenza
di altre persone danno, attraverso l'esame globale della situazione,
la tranquillante certezza che la proposizione del Pelosi "ero solo" non
è affatto veritiera.
2) Neppure la proposizione
del Pelosi: «Fui aggredito dal Pasolini e per difendermi dovetti
colpirlo» trova riscontro negli atti di causa; anzi, è chiaramente
smentita da tutte le risultanze probatorie.
Appare innanzitutto evidente
che, se più persone furono quella sera presenti all'idroscalo e
parteciparono all'aggressione del Pasolini, la tesi dell'aggressione subita
dal Pelosi diviene automaticamente priva di ogni fondamento.
Inoltre deve rilevarsi come
molte delle argomentazioni poste a base della dimostrazione che il Pelosi
non era solo valgono comunque a escludere che vi sia stata un'aggressione
da parte del Pasolini al Pelosi: basta qui accennare riportandosi a quanto
sopra già detto alla divisione della colluttazione in due fasi
e alla assurdità che il Pasolini, già grondante di sangue
e quindi in qualche modo menomato, abbia spontaneamente aggredito nuovamente
il Pelosi dopo averlo rincorso e raggiunto presso la baracca del Buttinelli;
alla ciocca di capelli del Pasolini ritrovata lungo la stradetta che dimostra
come lo stesso mentre fuggiva venne raggiunto e afferrato per i capelli;
alla mancanza di significative lesioni sull'aggredito Pelosi mentre rilevanti
lesioni furono rinvenute sul corpo del presunto aggressore.
[...]
Appare molto strano che
il Pelosi profondamente traumatizzato e sconvolto, come afferma di essere
stato, per l'aggressione subita fermato dai Carabinieri nella imminenza
del fatto non abbia raccontato immediatamente di esser stato vittima dell'aggressione
di un bruto: ciò avrebbe anche pienamente giustificata l'appropriazione
della macchina. Invece il Pelosi con molta padronanza di sé dice
prima ai Carabinieri che la macchina l'aveva avuta in prestito da un amico,
poi di averla rubata davanti a un cinema, senza minimamente accennare alla
aggressione a cui si era sottratto. E nasconde pure di aver subito lesioni
durante l'aggressione, affermando oggi, dice, falsamente di averle
riportate urtando contro il volante della macchina.
Ma la mattina dopo con assoluta
tranquillità racconta al primo venuto (un vicino di cella di Casal
del Marmo) di aver ammazzato Pasolini specificando che era in carcere
«perché ho ammazzato un uomo e precisamente Pasolini: tanto
tra poco lo vengono a sapere; mica sono deficienti quelli». E al
Procuratore della Repubblica dà quella versione dei fatti, incentrata
sulla subita aggressione, che poi manterrà fino in fondo. Non può
non lasciare estremamente perplessi questo modo di fare: sia perché
innaturale in chi si sente sicuro di aver agito in stato di legittima difesa,
sia perché oggettivamente tende a far ritardare la scoperta del
cadavere e lo scattare delle conseguenti ricerche, il che non ha senso
per chi ha tutto l'interesse a far emergere al più presto la realtà
dell'aggressione subita.
In realtà l'unica
logica spiegazione al comportamento tenuto con i Carabinieri è che
il Pelosi volesse consentire ai suoi complici di allontanarsi indisturbati
facendo perdere le loro tracce, proprio per poter poi avvalorare la tesi
predeterminata della aggressione subita.
[...]
Sulla base dei numerosi
elementi di prova raccolti deve pertanto ritenersi non attendibile la versione
dei fatti prospettata dall'imputato, e invece accertato che il Pasolini
subì una aggressione da parte di più persone restate sconosciute,
e che lo stesso Pasolini, dopo essere stato ridotto all'impotenza, fu volontariamente
ucciso mediante il sormontamento da parte della sua macchina.
Contro una simile ricostruzione
del fatto [...] la difesa del Pelosi muove due obiezioni: nessuno poteva
sapere ove il Pasolini avrebbe accompagnato il Pelosi; nessuna causale
del delitto è stata individuata e provata.
Le due obiezioni non sembrano
rilevanti:
1) Di fronte a prove precise
della presenza di più persone sul luogo del delitto e della loro
partecipazione allo stesso, non può essere esclusa tale partecipazione
solo perché non si è potuta trovare la prova dell'accordo
nè si sono potuti identificare i coautori del reato. Deve comunque
rilevarsi come anche nella fase precedente all'arrivo del Pelosi e del
Pasolini all'Idroscalo esistono molti punti oscuri che lasciano seri dubbi
sulla versione data dall'imputato:
a) Pur non conoscendo affatto
gli amici del Pelosi che erano alla Stazione Termini e che a quel che
essi dicono non erano affatto "ragazzi di vita", il Pasolini si mostrò
nei loro riguardi estremamente diffidente e prudente. [...] Come mai, pur
avendo tanta diffidenza nella frequentatissima piazza dei Cinquecento,
il Pasolini accolse con tanta facilità nella macchina il Pelosi
che pur faceva parte di quel gruppo di ragazzi di cui diffidava e che non
conosceva affatto secondo l'affermazione di Pelosi?
b) Non si comprende perché
il Seminara entrò nel bar a chiamare il Pelosi perché andasse
a parlare con il Pasolini. Quale era il motivo per cui il gruppo ritenne
opportuno far conoscere al Pasolini il Pelosi?
c) Non si comprende bene
perché, con quali argomenti e con quali promesse il Pelosi
dopo essersi allontanato da piazza dei Cinquecento insieme al Pasolini
per una mezz'ora e cioè per un tempo sufficiente ad avere un rapporto,
convinse il Pasolini riluttante a tornare in piazza dei Cinquecento e a
impegnarsi a riaccompagnarlo nella tarda notte fino al Tiburtino. E non
può non esser fortemente sospetto il particolare riferito dal
Seminara secondo cui il Pelosi, tornando alla Stazione, avvertì
gli amici «di non farsi vedere dall'uomo in macchina».
d) Pelosi doveva conoscere
bene la zona dell'idroscalo per esservi stato altre volte; in sede di interrogatorio
dibattimentale il Pelosi ha dichiarato che, volendosi lavare le mani alla
fontanella, lasciò la macchina in una traversa vicino alla fontana
perché aveva paura che qualcuno vedesse la macchina che aveva rubato,
e in sede di ispezione dei luoghi ha specificato che la macchina la posteggiò
all'inizio di via delle Caserme, che è una strada che sbocca
in piazza Scipione l'Africano ove è collocata la fontanella. Ma
poiché via delle Caserme, per chi viene dalla via dell'Idroscalo,
è prima della piazza e la fontanella è alla fine della piazza
all'angolo della stessa con il Lungomare, il Pelosi per posteggiare la
macchina in via delle Caserme quando ancora non poteva conoscere che alla
fine della piazza vi era una fontanella doveva perfettamente conoscere
i luoghi. Ma se il Pelosi conosceva l'Idroscalo (mentre non risulta agli
atti che Pasolini conoscesse tale luogo) è assai probabile che il
luogo del convegno fu proposto e scelto dal Pelosi e non dal Pasolini,
con la conseguente possibilità che il Pelosi abbia comunicato a
qualcuno non identificato al momento in cui tornò alla Stazione
dove si proponeva di andare con Pasolini.
e) Assai oscura appare anche
tutta la vicenda dell'anello rinvenuto sul luogo del delitto e che il Pelosi
fece cercare dai Carabinieri. A parte l'ovvia considerazione che in una
persona particolarmente agitata per quanto era avvenuto si può comprendere
il desiderio di recuperare sigarette e accendino per potersi calmare fumando
ma si comprende molto meno il desiderio di recuperare un anello di scarsissimo
valore commerciale e di nessun valore affettivo, deve rilevarsi come non
sembra possibile che l'anello sia caduto al Pelosi durante la colluttazione.
Questo perché l'anello non era affatto largo sul dito del Pelosi
[...] appare assurdo che l'anello sia caduto spontaneamente dal dito perché
andava strappato dal dito con una certa violenza, dato che era stretto;
ma se ciò è vero appare strano che possa essere stato strappato
dal Pasolini durante la colluttazione poiché come si è
già visto prima tale colluttazione avvenne tra più persone
e non vi furono avvinghiamenti tra Pasolini e Pelosi perché questi
avrebbero lasciato segni vistosi sulla persona e sugli indumenti del Pelosi.
[...] Non si può quindi quanto meno escludere che l'anello sia stato
tolto dal dito dallo stesso Pelosi e lasciato cadere nelle immediate vicinanze
del cadavere per fini che non è possibile in questa sede individuare.
2) La mancanza di un preciso
accertamento della causale del delitto non può portare alla esclusione
della responsabilità. [...]
In realtà possono
farsi varie ipotesi: che si volesse rapinare Pasolini, che gli si volesse
dare una lezione per un precedente "sgarbo", che si volesse proteggere
il Pelosi alle prime esperienze e che un "protettore" vigilasse su di lui.
Non esistono elementi
di fronte al mutismo sul punto del Pelosi. sempre ancorato alla sua versione
difensiva originaria che possano far preferire una delle causali sopra
riportate o anche una causale diversa. allo stato non facilmente ipotizzabile.
Resta comunque il fatto
che gli abbondanti elementi probatori positivi e l'assoluta inattendibilità
della versione dei fatti data dal Pelosi danno la tranquillante certezza
che almeno due persone aggredirono prima e poi volontariamente uccisero
il Pasolini, per motivi che non si sono potuti accertare.
Potrebbe astrattamente ritenersi,
una volta accolta la tesi della presenza di altre persone all'idroscalo,
che il Pelosi sia restato estraneo al delitto, semplice spettatore di una
drammatica scena in cui altri soli erano i protagonisti.
L'ipotesi che il collegio
si è dovuto porre per scrupolo ricostruttivo non appare attendibile:
perché, sia pure in misura assai limitata, qualche traccia del sangue
di Pasolini era sugli indumenti del Pelosi; perché il Pelosi era
in possesso della macchina con cui il Pasolini venne ucciso; perché,
se avesse solo assistito alla scena, avrebbe dovuto dirlo e non proclamarsi
ripetutamente unico uccisore del Pasolini: perché se fosse stato
estraneo all'omicidio non avrebbe cercato di coprire i suoi complici affermando
ai Carabinieri di aver rubato la macchina e ritardando cosi la scoperta
di un delitto che era per proprio conto pronto a confessare.
[...] Ricostruito il fatto,
riconosciuto che il Pelosi lo ha commesso, valutata l'esatta configurazione
giuridica dei fatti contestati, resta al Tribunale il compito di esaminare
prima di una eventuale affermazione della penale responsabilità
dell'imputato il problema se al momento dei fatti, e in ordine agli stessi,
il Pelosi fosse o meno imputabile.
Il che significa dovere
affrontare la complessa questione che ha dato luogo a profonde dispute
dottrinarie e a molte incertezze giurisprudenziali del significato della
formula usata dal legislatore nell'art. 98 C.p.
[...]
Premesso tutto ciò,
deve rilevarsi che i periti hanno ritenuto immaturo sul piano psicologico
il Pelosi perché presentava:
a) Una notevole povertà
di contenuti culturali, evidenziata dalla incapacità di uscire dal
particolare per esprimere una valutazione critica della situazione. Hanno
affermato i periti in dibattimento che «malgrado le nostre domande
non è emerso un suo concetto sulla funzione del lavoro, della giustizia,
della vita politica, della scuola, il tutto era ridotto al contingente
senza alcun giudizio critico», anche se hanno pure ammesso che «il
ragazzo è in grado di dare alcuni giudizi morali ma riteniamo che
questi giudizi non siano tali da raggiungere la maturità che dovrebbe
avere in rapporto all'età cronologica».
b) Una superficialità
affettiva per carenza affettiva larvata del soggetto con le figure genitoriali.
c) Una conseguente debole
strutturazione dell'Io e delle sue funzioni per una non raggiunta fase
della propria identità intesa come consapevolezza del raggiungimento
di uno stile individuale. Ritiene il collegio di poter condividere il giudizio
dei periti sulla povertà culturale e sulla superficialità
affettiva del Pelosi: il problema è però quello di vedere
se tale povertà e superficialità sia di cosi alto livello
da escludere del tutto la capacità di intendere il significato antisociale
dell'uccisione di un uomo e di essere inconsciamente determinato a un atto
di così rilevante gravità o se invece essa possa giustificare
la diminuente di pena per la minore età e la concessione di eventuali
attenuanti ma non escludere tale capacità.
Al riguardo il collegio
osserva:
che il non essere in grado
di concettualizzare la funzione del lavoro, della giustizia, della vita
politica, della scuola non implica di necessità una incapacità
di valutare il significato della vita e di comprendere l'elementare concetto
che non si può privare un uomo di tale bene. Anche perché,
se si può non avere una concreta e interiorizzata esperienza del
lavoro, della scuola, della giustizia, della vita politica, si ha certamente
una profonda esperienza personale di cosa significa vivere e di come la
vita debba essere preservata. Questo anche perché l'elementare concetto
che la vita è un valore e l'uccisione di un essere umano un disvalore,
è largamente percepito in ogni ambiente sociale e largamente trasmesso
come un punto fermo in una sia pur traballante scala generale dei valori
della nostra vita comunitaria;
che gli stessi periti
hanno riconosciuto che il Pelosi non è assolutamente privo della
capacità di formulare o esprimere giudizi etici: ma se una anche
elementare capacità sussiste in questo campo non può non
riconoscersi che la valutazione negativa della uccisione di un uomo doveva
essere presente in un soggetto di quasi diciassette anni e mezzo;
che il Pelosi non è
affatto apparso tanto sprovveduto culturalmente nel corso del procedimento:
ha saputo infatti imbastire con estrema abilità una tesi difensiva
che occultasse la realtà di ciò che all'idroscalo era effettivamente
avvenuto e ha mantenuto tale tesi senza cedimenti lungo tutto l'arco dell'istruttoria
e del dibattimento [...]; ha mostrato di non lasciarsi sopraffare dagli
avvenimenti ma di saperli prevedere e controllare [...]
che le carenze affettive
familiari possono aver ritardato un regolare processo di strutturazione
dell'Io e di compiuta assunzione di una identità, ma che questo
non appare sufficiente a escludere che il Pelosi potesse percepire il significato
antisociale dell'atto omicida e fosse in grado di autodeterminarsi in ordine
a un fatto di così rilevante gravità. [...]
come il Tribunale ha accertato,
con freddezza venne architettata una abile tesi difensiva che il Pelosi
ha saputo mantenere anche di fronte a tutte le contestazioni; non si può
pertanto dubitare che l'imputato aveva al momento del fatto quella capacità
di intendere e di volere che lo rende pienamente imputabile.
Accertato che il Pelosi ha
realmente commesso i delitti ascrittigli e ritenutane la piena imputabilità,
occorre infine procedere alla determinazione della pena equa.
Deve a tale scopo osservarsi
in via preliminare che la compiuta istruttoria dibattimentale ha confermato
il fondamento, anche giuridico, delle contestazioni, mettendo in luce che
il Pelosi pose in essere comportamenti indirizzati al perseguimento di
fini autonomi, e cioè azioni diverse, in momenti diversi. Tali autonome
azioni non si inseriscono in un piano criminoso unitario e quindi deve
escludersi il vincolo della continuazione tra i vari delitti. Da questo
punto di vista deve essere sottolineato che lo stesso furto dell'auto del
Pasolini è stato contestato come aggravato solo perché commesso
al fine di conseguire l'impunità del delitto di omicidio.
Ne deriva che anche nell'esercizio
del potere discrezionale di determinare l'entità della pena i delitti
contestati possono essere diversamente considerati.
[...]
Per l'omicidio, ferma la
gravità del reato per tutte le ragioni esposte in precedenza, debbono
trovare considerazione alcuni degli elementi già messi in luce nell'affrontare
il problema dell'accertamento dell'imputabilità. [...] È
pacifico che il Pelosi appartiene a un gruppo sociale di livello culturale
abbastanza povero e che nelle dinamiche dei rapporti familiari deve esserci
qualche motivo di disturbo che può dar ragione dell'instabilità
scolastica prima e lavorativa poi e della attività criminosa anteriore
a quella che è oggetto del presente procedimento.
[...]
Ponendo come base per i
delitti di atti osceni e di omicidio la pena, rispettivamente di mesi tre
e anni 21 di reclusione, attraverso la concessione delle attenuanti generiche
e con la diminuente della minore età di obbligatoria applicazione,
si perviene alla pena rispettivamente di mesi uno e giorni 10 e anni 9
e mesi 4 di reclusione.
Lievemente diverso è
il problema della determinazione della pena per il delitto sub c) e cioè
per il delitto di furto pluriaggravato dell'auto del Pasolini. Per questo
reato infatti pur rimanendo ferma la concessione delle attenuanti generiche
fondata su ragioni di equità, e della diminuente della minore età,
deve innanzi tutto affermarsi che può ritenersi la equivalenza tra
attenuanti e aggravanti contestate. Nell'applicare la pena prevista per
il furto semplice deve essere tuttavia tenuto presente che il Pelosi è
stato già altre volte arrestato per furto d'auto e che pertanto
la sua capacità a commettere tale tipo di reato [...] è abbastanza
elevata. Pena equa stimasi pertanto quella di mesi due di reclusione e
lire 30.000 di multa.
La condanna per il più
grave delitto di omicidio importa necessanamente anche la pena accessona
della perpetua interdizione dei pubblici uffici ai sensi dell'art. 29 C.p.
Segue per legge la condanna
al pagamento delle spese processuali e di custodia preventiva.
P.Q.M. - visti gli artt.
483, 488 C.p.p. dichiara Pelosi Giuseppe colpevole del delitto di omicidio
volontario in concorso con ignoti, così modificato al capo b) della
rubrica, nonché degli altri delitti a lui ascritti e, con la diminuente
della minore età e la concessione delle circostanze attenuanti generiche,
ritenute equivalenti alle aggravanti relative al delitto di furto, lo condanna
alla pena complessiva di anni 9 mesi 7 e giorni 10 di reclusione e lire
30.000 di multa oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia.
Visto l'art. 29 C.p. dichiara Pelosi Giuseppe perpetuamente interdetto
dei pubblici uffici.
Roma, 26 aprile 1976
Tribunale composto da: Alfredo
Carlo Moro, Presidente; Giudici: Giuseppe Salomè, Matteo Guarino,
Maria Grazia Milone.
|
SUL
PROCESSO
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PINO PELOSI
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del
21 novembre 1975
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L'arringa
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La personalità
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grado, 26 aprile 1976
Dalla sentenza della
Corte d'Appello, 4 dicembre 1976
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|
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