."Pagine
corsare"
I
processi
.
Il processo
a Pino Pelosi per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini
Il testimone misterioso
di Oriana Fallaci
|
Nossignori, l'intervista
col ragazzo-che-sa non appare col nome
del ragazzo-che-sa. Non
daremo il nome di quel ragazzo. Non ne forniremo neppure i dati somatici,
nella speranza che ciò serva a non farlo riconoscere dagli assassini
di Pasolini prima che la polizia possa trovarlo e interrogarlo e proteggerlo.
Oltretutto la sua non è un'intervista data spontaneamente e con
gioia. È un'intervista strappata, estorta pezzo per pezzo, giorno
per giorno, attraverso preghiere, chiacchiere, promesse, a un poveretto
sconvolto dal terrore d'essere punito da «una pistolettata in bocca».
Un poveretto che appartiene al mondo dei prostituti romani, cinquemila
al colpo, dieci se va bene, e zitto sennò ti ritrovi morto anche
te sul sentiero di qualche borgata. Chi ha visto il suo volto pallido di
paura, i suoi occhi bagnati di angoscia, chi ha udito la sua voce disperata
mentre si raccomandava: «Tu me devi capì, cerca de capì,
la verità io ce l'ho qua in bocca. E me brucia. Vorrei dirtela proprio,
vorrei dirtela tutta. Ma nun ce la faccio perché quelli m'ammazzeno
con 'na pistolettata in bocca», si farebbe fare a pezzi prima di
tradirlo. E io con lui. Costi ciò che costi, riteniamo e ritengo
che non spetti a noi consegnarlo alla sua fine. A noi spetta soltanto registrare
le sue frasi smozzicate, le sue ammissioni agghiaccianti, le sue piccole
rivelazioni terribili, insomma la conferma che Pasolini non fu ucciso da
Pelosi e basta: fu ucciso da un gruppo di teppisti che lo seguirono e gli
tesero un agguato per rapinarlo o punirlo, magari su incarico altrui, quindi
il testimone di cui parlai la scorsa settimana aveva visto bene, luna o
non luna. A me, poi, spetta anche dimostrare che tra i diritti e i doveri
di un giornalista v'è quello di pubblicare un'informazione che riguarda
la comunità: sia pure col dubbio di un punto interrogativo.
Prima però devo chiarire
qualcosa che mi sta molto a cuore. lo disprezzo chi non parla per paura,
chi si nasconde dietro l'anonimato. lo ritengo complice in omicidio chi
assiste a un omicidio o a una qualsiasi violenza e non tenta di impedirlo
e poi tace. Io sputo il mio disgusto su chi vide ammazzare Pasolini e invece
di corrergli in aiuto si rintanò zitto zitto nella sua baracca ad
attendere che gli assassini scappassero via. La vigliaccheria, l'omertà,
l'egoismo, la stessa prudenza sono a mio avviso crimini immondi. E aggiungo:
niente, per me, è più immorale della paura. Non la paura
che si prova, volenti o nolenti, ma la paura che non si vince con uno sforzo
dell'anima. Però l'immoralità altrui ha un effetto delizioso
su me: rafforza la mia moralità. E la mia moralità, sia personale
che professionale, mi impone di non tradire la parola data a chi mi raccontò
che Pasolini era stato ucciso da tre persone e non da una, e che non lo
dicessi per carità, sennò- avrebbero-fatto-fuori-anche-me.
(Oltretutto, le minacce mi infuriano, mi inducono a comportarmi subito
nel modo opposto a quello che mi viene ordinato.)
Non tradire la parola data
in questo caso era, ed è, un atto di umanità. Non siamo tutti
uguali, non abbiamo tutti le stesse debolezze o gli stessi rigori. La persona
che mi raccontò non mi assomiglia. Non è pronta a rischiare,
non è pronta a pagare sebbene abbia già pagato un pochino:
la sera stessa in cui seppero che non aveva taciuto, venne picchiata e
minacciata. E da allora vive in una paura che, se non è pari a quella
del ragazzo-che-sa, vi assomiglia molto. Del resto anche le persone che
stanno intorno a questa persona, i suoi amici e parenti e colleghi, hanno
paura. Tutti coloro che hanno udito il suo racconto, con me e oltre a me,
hanno paura. E son tanti. Il testimone cui allusi la scorsa settimana non
si confidò, infatti, a un individuo e basta. Per due giorni disse
a un mucchio di gente ciò che aveva visto e udito. Solo quando ne
capì le conseguenze si decise a «chiudere il becco»,
anzi a minacciare gli stessi che aveva informato senza che glielo chiedessero.
E se baso i miei calcoli sul fatto che chiunque venga a sapere una cosa
sensazionale la confida a sua volta a due o tre, concludo che esistono
alcune decine di cittadini italiani a Roma in grado di fornire il nome
del testimone. Perché non lo fanno? Perché hanno paura? Perché
si trasmettono le minacce? Cosa c'è dietro questa lurida storia?
"Chi" c'è? È così grande il rischio che corrono da
fargli dimenticare un dovere civile e il bisogno di scaricarsi d'un peso
greve come il nome di colui che vide?
Quel nome io non lo conosco.
Ogni volta che il telefono squilla spero che sia per darmi il nome. E invece
mi dà solo una voce strozzata dalla paura. La centnilinista dell'"Europeo"
v'è così abituata che, ogni volta, mi passa la comunicazione
dicendo: «E uno di quelli con la voce strozzata dalla paura».
Poi me lo passa e la voce strozzata dalla paura chiede ansimando: «E
proprio lei Oriana Fallaci?». E io rispondo: «Sì, sono
io. Lei chi è?». E la voce: «Non posso dirglielo...
ma ho da riferire che... quel delitto... Posso fidarmi?». «Sì,
può fidarsi». «Guardi che per me è un rischio
grosso e... Be', richiamo dopo». Dopo richiama, magari, per farfugliare
il suo panico, offrire appuntamenti impossibili, innervosirsi se mi spazientisco.
E, ammenoché io non sappia più intuire le cose, e all'improvviso
sia rimbecillita, finisco col pensare che il suo nervoso sia autentico,
il suo panico sia sincero. V'è qualcosa o qualcuno che li spaventa.
E, tanto per restare sul tema della paura, non credo che la paura del testimone
che tace sia paura della moglie. Certi colleghi cui non è piaciuto
ch'io stuzzicassi il vespaio mi fanno torto a ritenere che abbia preso
per buono l'intero racconto. Il particolare delle catene e delle rnoquettes,
per esempio, mi ha sempre lasciato perplessa, ma alla storia dello sciagurato
che non vuoI compromettersi per via della moglie non ho addirittura creduto.
Non è lei che il testimone teme, sono coloro che terrorizzano i
probabili informatori. Stanno troppo in basso o troppo in alto?
Forse egli li conosce bene,
ed essi conoscono bene lui. Forse egli si fece vedere quando accese la
luce nella baracca. Forse essi sanno che la baracca dove si accese la luce
era sua. E a proposito della luce accesa: chi ha detto che fosse luce elettrica?
Avrebbe potuio essere un lume a batteria e anche una torcia elettrica.
Avanti, signor testimone che ora mi legge, ce lo dica con una lettera anonima.
Per rinfrescarle la memoria, intanto, io le dico che cosa ho appreso di
lei: che la sua casa è a Roma e che la sua moglie è siciliana
o calabrese, che ha due figli, che un suo amico è camionista o addetto
ai trasporti, che un altro è un muratore uso a costruire abusivamente
"villette" all'idroscalo. La persona che mi raccontò e che io non
tradisco, sennò lei la picchia, mi disse anche qualcos'altro. Fu
quando esclamai: «Se costui ha paura che sua moglie scopra che era
a letto con un'altra donna o una prostituta, perché non telefona
alla polizia senza dare il suo nome?» Mi disse: «Perché
quelli capirebbero lo stesso che a smascherarli è stato lui. Se
la fanno con la droga e, quando c'è di mezzo la droga, chi canta
finisce sottoterra».
Vediamo dunque perché
esistono almeno numerose probabilità che abbia fatto centro riferendo
una storia che era mio dovere riferire e insinuando il dubbio che la polizia
ci avesse regalato una versione un po' sbrigativa o un po' ingenua. Vediamolo
rifacendoci alle domande che io ponevo in base a un ragionamento così
elementare da non andarne fieri: «Perché il Pelosi non parla
e si assume tutte le responsabilità? Perché lui stesso ha
messo sulla pista la polizia raccontando di avere perso un anello che nessuno
fino a quel momento sapeva che fosse suo? È possibile perdere un
anello durante una colluttazione? Non si darà il caso che Pelosi
abbia gettato l'anello lì di proposito?» Di proposito
lo ha gettato davvero. Non solo Io afferma il ragazzo intervistato da Mauro
Volterra prima di pentirsi e gridare: «Lasciame andà, nun
so gnente, nun t'ho detto gnente!», ma lo si deduce dal fatto che
non poteva perderlo durante la colluttazione. Infatti gli era stretto.
Lo afferma la sua amica Stella Angeletti Di Martino che glielo notò
e chiese di guardarlo sul proprio dito ma lui non riusciva a sfilarlo.
(La notizia è di "Paese Sera".) Lo sanno i carabinieri che sul Pelosi
hanno fatto una prova e hanno concluso: «Novecentonovantanovemila
casi su un milione non poteva perdere l'anello».
Quindi Pelosi imbeccò
la polizia, contando sul fatto che essa ci sarebbe cascata. E la polizia
ci cascò, non conoscendo la legge di gravità formulata da
Newton e nota in tutte le scuole elementari come "la mela di Newton". Sulla
testa di Newton era caduta una mela, grazie alla legge di gravità.
Sulla testa della polizia italiana era caduto un anello, grazie alla stessa
legge di gravità. Però mentre Newton ci aveva ragionato un
po' su, la polizia italiana non ci aveva ragionato su per niente. Era una
domenica piena di sole, e con un bel ponte. Perché cercare complicazioni?
Regalarsi il sospetto che Pelosi avesse voluto firmare il delitto lasciando
l'anello avrebbe posto una quantità di domande difficili. Ad esempio:
per quale motivo il ragazzo voleva accusarsi, assumersi ogni responsabilità?
Poteva esistere un motivo?
Non c'è bisogno d'essere
Newton per concludere: sì. Supponiamo infatti ch'io sia un ragazzaccio
senza nulla da perdere e supponiamo ch'io viva di furtarelli, di scippi,
di auto rubate e poi rivendute a pezzi, nel mondo della prostituzione e
della droga. Supponiamo che io abbia un debito da saldare con quel mondo
perché ho fatto uno sgarro o un errore, e che i miei compari vogliano
servirsi di me per rapinare Pasolini. È già successo, a Pasolini,
d'essere rapinato dai ragazzacci: più volte, e anche pochi mesi
fa. Di notte Pasolini non va mai in giro con più di ventimila lire
in tasca, però porta sempre con sé il libretto degli assegni.
Alcuni mesi fa, il colpo degli assegni è riuscito. Pasolini voleva
farsi un sandwich con due del Colosseo e, anziché in un prato, quelli
l'hanno portato su un ponte. Qui, minacciandolo di buttarlo sotto, nel
Tevere, gli hanno fatto firmare un assegno da 250 mila lire. (I carabinieri
lo sanno, l'episodio è agli archivi.) Al Colosseo e ai giardinetti
se ne parla ancora, con ammirazione e con rabbia: bravi, sì, ma
perché solo duecentocinquantamila? Col libretto degli assegni potevi
pretendere molto di più, tutto ciò che volevi. Il colpo va
tentato di nuovo, e Pelosi ci sta. Farà da esca. Lo condurrà
in un luogo sicuro, e in pochi minuti tutto sarà sistemato.
Così avviene. Pasolini
è però coraggioso e robusto. Tenta di ribellarsi e bisogna
pestarlo: a un punto tale che resta lì come morto. C'è una
breve discussione concitata: che fare? Tanto vale finirlo, sennò
ci riconosce. D'accordo: e se gli passassimo sopra con l'automobile? Sì,
e poi? Poi nulla: gli si porta via l'automobile e la si vende a pezzi.
Grazie tanto, dice Pelosi, ma ai giardinetti hanno visto salire me sulla
"GT": la colpa la daranno a me. A te la danno comunque, rispondono i compari,
però una cosa è se scoprono che hai agito con altri a scopo
di rapina e una cosa è se gli racconti d'aver agito da solo: per
legittima difesa in quanto Pasolini ha offeso il tuo onore didietro. Sei
minorenne. Nel caso peggiore ti becchi due o tre anni, nel caso migliore
vai assolto: povero-ragazzo-insidiato-e-sedotto-da-un-depravato- come-Pasolini.
Pelosi se ne convince. I due scappano e lui resta solo, accanto al cadavere
sfigurato. Ha un attimo di smarrimento, grida la frase udita dal testimone
che tace: «Mo' me lasciate solo, mo' me lasciate qui!». Ma
subito si riprende. Si sfila l'anello, lo getta per terra, parte con la
"GT" contromano e a velocità esagerata. Lo beccano in un quarto
d'ora. E poiché in Italia i tutori dell'ordine non sono certo come
Newton, accettano senza fiatare la tesi dell'auto rubata. Non si disturbano
neanche a notare che sul sedile posteriore c'è, bene in vista, un
golf macchiato di sangue. Il golf di Pasolini. Se ne accorgeranno
tre giorni dopo. E allora sorgerà il problema: perché il
golf macchiato di sangue stava nell'automobile e la camicia macchiata di
sangue stava tra le immondizie, cioè lontano dal corpo di Pasolini
in canottiera? Possibile che Pelosi abbia fatto tutto da sé, compreso
spogliare un corpo pesante come un corpo senza vita? E com'è che,
malgrado quel traffico, Pelosi non è quasi macchiato di sangue?
Non si darà il caso che qualcuno lo abbia aiutato?
Ora supponiamo che io sia
lo stesso ragazzo e che qualcuno mi voglia usare per tendere un agguato
non a scopo di rapina ma per eliminare un uomo scomodo come Pasolini. Dietro
di me, stavolta, non due compari della mia età ma alcuni magnaccia
o alcuni tipi molto potenti che Pasolini ha disturbato e disturba. Alcuni
tipi, diciamo, che vogliono farlo morire due volte, cioè fisicamente
e moralmente: nella vergogna. Se mi chiamo Pelosi servo bene allo scopo.
E, se accetto, è un gioco da nulla. Magari accetto perché
non ho scelta, perché anche in questo caso ho un debito da saldare.
Un debito che vale un'incriminazione per omicidio, un processo dove vengo
assolto per legittima difesa o condannato a una pena mite perché
sono minorenne e ho difeso il mio onore. Un processo insomma dove il vero
imputato non sono io ma Pasolini. Del resto non è detto che lo debba
ammazzare, questo Pasolini. A chi ci ha ordinato e pagato l'agguato io
ho ben ripetuto che preferirei un pestaggio e basta. E questa ipotesi non
è fantasia. Si basa sulle dichiarazioni fatte a me da un barista
che si chiama Gianfranco Sotgiu e che si dice disposto a deporre dinanzi
al giudice istruttore. L'incontro col Sotgiu è avvenuto nel mio
ufficio, presenti il nostro collega Paolo Berti e il nostro collaboratore
Mauro Volterra.
L'uomo era molto spaventato
ed esitante. M'aveva telefonato più volte, dandomi appuntamenti
che non si materializzavano mai, e solo dopo infinite incertezze s'è
deciso a venire da me. Ecco la sua testimonianza, parola per parola. «Fu
giovedì pomeriggio, verso le quattro o le quattro e mezzo. Giovedì
30 ottobre. Fu al bar Grande Italia, in piazza Esedra. Nel bar ci sono
due telefoni a gettone, uno per le chiamate urbane e uno per le chiamate
interurbane. Io ero entrato per cercare un numero nelle Pagine gialle.
Il numero era di un campo sportivo a Trastevere, diretto da un prete. Volevo
telefonare al prete e chiedergli se il campo era disponibile per una partita.
Le Pagine gialle stavano sotto l'apparecchio delle interurbane, quel ragazzo
stava telefonando dall'apparecchio accanto. Non mi ricordo tutto ciò
che diceva ma ricordo queste parole: "Va bene, mi faccio portare al posto
dove sono già stato. Se è solo da menargli ci sto, sennò
lasciamo perde". E dopo un po' disse: "Aò, me raccomando. Solo pe'
un po' de botte e basta". E poi disse: "Ah, senti. Me servirebbe un po'
de soldi". E poi disse: "Eh, no, che faccio. Aspetto fino a sabato pe'
un po' de soldi?". E poi: "Vabbe', t'aspetto qui sotto i portici, se poi
venire in piazza Esedra sotto il cinema Moderno". Attaccò il ricevitore,
uscì, e quasi subito tornò. Dico quasi subito perché
io stavo ancora lì a cercare il numero del campo sportivo in Trastevere.
E questa telefonata la sentii tutta, insomma la ricordo tutta. Io mi girai
quando sentii che faceva il numero, mi venne spontaneo. Fu una telefonata
breve. Disse: "Pronto, me chiami Franz". Poi disse, e non so se lo disse
a Franz: "Senti, ci ho ripensato. Vorrei andare al cinema e se è
possibile ti aspetto alle otto, Otto e mezzo. Se vieni a quell'ora". E
l'ultima parola che disse prima di riattaccare fu: "Aò, me raccomando.
Porta il dollaro". E uscì. Io questo ragazzo non lo avevo mai visto.
E in faccia non lo vidi neanche tutto, all'inizio, perché alla prima
telefonata non faceva che sofliarsi il naso. Alla seconda mi voltava un
poco le spalle, ma era più visibile. E appena ho visto le fotografie
del Pelosi sul giornale ho pensato: io questo l'ho visto, lo conosco. Ho
riconosciuto bene la parte superiore della faccia, il naso, le sopracciglia,
gli occhi. E gli zigomi pieni. Era un ragazzo alto all'incirca come me
ma più robusto di me, soprattutto alle spalle. Più che guardo
le sue fotografie più che Io riconosco. E fu riconoscendolo nelle
fotografie che mi scattò il ricordo. Mi scattò con la frase:
"Aspetto fino a sabato pe' un po' de soldi'". Alla polizia non ho detto
ancora nulla perché ci ho paura. Una grande paura. Quella è
gente che mena, che ammazza. Magari mi trovano e poi... Ci devo pensare
bene prima di rimetterci. Io mi levo un peso dallo stomaco, ma ci rimetto.
Rischio. Da lei mi sono deciso a venire quando ho letto sul giornale di
questa faccenda. M'è sembrato che il mio fosse un episodio importante.
E se c'entrasse la politica? Lei scriva pure le cose che ho detto. lo le
giuro che sono vere. Lo giuro sull'anima mia.»
Si tende, dunque, questo
tipo di agguato. Esso richiede un appuntamento con Pasolini, è vero,
ma i suoi amici più intimi come Ninetto Davoli ammettono che di
solito Pasolini non improvvisava le sue avventure. «Prendeva l'appuntamento
anche con due o tre giorni di anticipo. Infatti, di solito, me lo diceva.
Era raro che l'avventura la decidesse lì per lì. Perché
era prudente». Però, se è vero che Pelosi conosceva
già Pasolini, tutto diventa semplice. Supponiamo che l'appuntamento
esistesse già, anche se Ninetto non lo sapeva. Pasolini arriva puntuale,
la sua cena con Ninetto e la moglie di lui è durata soltanto fino
alle dieci e mezzo. Carica prima un ragazzo che per qualche ragione non
va o che è il protettore dei prostituti, torna indietro, lo fa scendere
e costui chiama Pelosi. Si avvicina Pelosi, «Ciao, sei Pasolini?»,
e sale sulla "GT". Si allontanano discutendo dove andranno. Pelosi vuol
essere certo di dare l'indirizzo giusto, perché gli altri lo seguano
come stabilito. Dopo un poco la "GT" riappare. Pelosi scende con una scusa:
deve riprendere le chiavi di casa che aveva lasciato agli amici. Bugia
di un bugiardo irrimediabilmente e sempre bugiardo: le chiavi di casa le
prende ma allo stesso tempo consegna quelle di una "850". La sua. Il ragazzo
terrorizzato che s'è confidato col nostro collaboratore Mauro Volterra
non ha forse fatto capire che la Mini Morris non era una Mini Morris? Cos'era
dunque? La "850" di Pelosi? Durante questo scambio di chiavi Pelosi dice
anche dove andranno: prima al ristorante Biondo Tevere e poi all'idroscalo.
Quindi torna alla "GT" di Pasolini e di nuovo i due partono: seguiti da
un'automobile che potrebbe essere la "850" e da una motocicletta. A bordo
dell'auto e della motocicletta, i teppisti scelti per il pestaggio.
Un pestaggio mortale anche
nelle intenzioni? Vicino al ristorante si appostano. Oppure hanno un appuntamento
con Pasolini cui non sempre piace disporre di un prostituto soltanto? Durante
l'attesa quelli dell'automobile cambiano idea. Forse tra loro c'è
il ragazzo terrorizzato che dice: «lo so' riuscito a uscinne».
A seguire Pasolini e Pelosi, o a incontrarsi con loro, sono soltanto i
tipi della motocicletta. E, all'Idroscalo, la tragedia si compie più
o meno come racconta il testimone-che-tace. Insomma, più o meno
secondo la versione che io offrii sull'"Europeo" la scorsa settimana. Sottolineo
il "più o meno" perché niente ci prova per ora che l'alterco
ebbe inizio in una baracca. Con molte probabilità esplose subito
fuori. Ma il resto del racconto convince: «Pasolini riuscì
a raggiungere l'automobile e si apprestava a salirci quando i due giovanotti
della motocicletta lo agguantarono e lo tirarono fuori. Pasolini si divincolò
e riprese a fuggire. Ma i tre gli furono di nuovo addosso e continuarono
a colpirlo. Stavolta con le tavolette di legno e con le catene».
C'erano queste catene? lo non lo so, però c'erano due tavolette
e un bastone. Le due tavolette eran quelle dove c'è scritto 'Buttinelli
A." e "Via Idroscalo 93". Ma insomma! C'è bisogno di essere Newton
o Sherlock Holmes per capire che quando uno picchia da solo non adopera
tre oggetti?!? Ma quante mani ha? Tante quante la dea Kali? Oppure adopra
prima il bastone, poi una tavoletta, poi un'altra tavoletta, perdendo tempo
a cambiare, mentre Pasolini si difende? Ragioniamo col cervello o con i
piedi? Neanche sul piano della logica vogliamo prendere in considerazione
il racconto del testimone-che-tace? La polizia risponde: «Non poteva
vedere perché non c'era la luna». Non poteva neanche udire
tre voci diverse che gridavano, perché non c'era la luna? No, senza
luna diventiamo ciechi e sordi in Italia. Non udiamo più nulla e
non vediamo più nulla, neanche a cinquanta metri, a trenta, neanche
se da qualche parte giunge un chiarore, per esempio dai capannoni oltre
la strada asfaltata, neanche se la scena avviene (mettiamo) intorno a una
certa "GT" coi fari accesi. Siamo un popolo senza virtù, un popolo
che sa tenere il becco chiuso e che adora l'anonimato, ma siamo un popolo
così romantico. Facciamo dipendere tutto dalla luna, e guai se non
c'e.
Il resto è più
o meno la ripetizione di ciò che avvenne se fu un agguato a scopo
di rapina e non di pestaggio. Col particolare dell'anello eccetera. E se
quell'anello a Pelosi lo avesse regalato qualcuno, ad esempio qualcuno
che è implicato nella lurida storia? E se Pelosi se lo fosse sfilato
e lo avesse lasciato cadere per vendicarsi d'esser stato messo in un pasticcio
che (s'era raccomandato) doveva limitarsi a un po' di botte e basta? Forse
è il caso di pensarci e forse no. Ben consigliata, o mal consigliata,
la famiglia di Pelosi ci informa ora che «Pino aveva un attaccamento
feticistico per il suo anello». Feticistico? Che parole difficili
può imparare la povera gente ignorante grazie alla legge. E comunque
dubito che avremo le risposte invocate. Troppo tempo si è perso,
troppe occasioni. Se pensi che la polizia non si curò nemmeno di
recintare il luogo del delitto e impedire alla folla di cancellare le tracce.
Ad esempio, le tracce di una motocicletta. Se pensi che alcuni giovanotti
giocavano a pallone lì intorno e il pallone finiva ogni tanto sul
cadavere di Pasolini. Se pensi che il cadavere venne lavato prima di completare
gli esami della scientifica. Si voleva lavare anche la nostra coscienza?
Oddio, ma per quello non basterebbero le cascate del Niagara. Arida e sporca
come il cuore di chi non parla, essa non sa affrontare nemmeno un granello
di verità. E quando qualcuno per caso lo offre, osservando i diritti
e i doveri di un cittadino e di un giornalista, subito s'alza un gran vento.
E spazza via quel granello, in un turbinare di sabbia.
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SUL
PROCESSO
A
PINO PELOSI
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La deposizione di Oriana
Fallaci al processo istruttorio
L'arringa
dell'avvocato
Guido
Calvi
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La parte civile ritira
la sua costituzione
La personalità
di Pino Pelosi
Ricostruzione dell'assassinio
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aggressori
La personalità
e il mondo ideale di Pasolini
"Il romanzo delle stragi"
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grado, 26 aprile 1976
Dalla sentenza della
Corte d'Appello, 4 dicembre 1976
Dalla sentenza della
Corte di Cassazione, 26 aprile 1979
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SUI
PROCESSI
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Documenti relativi al
processo a Pasolini, reo di vilipendio alla religione di Stato per il film
La
ricotta
Fonti di ricerca e
documentazione
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