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Pasolini nei blog Il mio primo incontro
con Pasolini
Era il 1961 quando mi chiamarono per un provino per il doppiaggio di Accattone. Bisognava doppiare Franco Citti, il protagonista. Sapevo poco di Pasolini. Sapevo che per quel doppiaggio aveva provinato mezza Roma. Sapevo che era uno scrittore noto, che aveva scritto alcune sceneggiature e che quella era la sua prima regia. Avevo letto alcune pagine del suo romanzo Ragazzi di vita; per me erano solo parolacce; non mi interessava. La mia cooperativa di doppiaggio mi disse che il film era molto importante e che doppiarlo avrebbe aumentato il nostro prestigio. Mi convinsero quindi ad accettare il provino. Ci andai di malavoglia; perchè Pasolini non aveva preso un attore invece di affidarsi a un ragazzo di borgata? Arrivai in sala di doppiaggio; c'era soltanto il fonico e Pier Paolo che mi diede le battute della scena da doppiare; io la lessi, guardai la proiezione un paio di volte e dissi: "Io sono pronto, se vuole possiamo cominciare." Alla fine della prima registrazione Pier Paolo mi disse semplicemente: "Le dispiace farne un'altra ?" Aveva una voce sottile, delicata ma estremamente incisiva. Seconda registrazione, terza registrazione, quarta registrazione. A questo punto gli dissi con una certa sufficienza: "Senta, se lei non mi spiega esattamente cosa vuole, qui perdiamo tempo sia io che lei". Pasolini mi pregò di andare nella cabina di regia, disse al fonico di farmi riascoltare la terza della quattro incisioni che avevo fatto, a metà fermò il nastro, tornò indietro di una battuta, me la fece riascoltare e mi disse: "Io non so bene come spiegarle , ma lo sente anche lei, questa battuta... questa battuta l'ha detta 'vera', le altre... sono un po' 'recitate'. Mi spiegò che voleva delle intonazioni vere, insomma non da attore. Allora capii. Capii che avevo di fronte
un artista che parlava poco, quasi con pudore, un Poeta. Capii anche la
scelta del protagonista. La faccia, le espressioni, il modo di ridere sguaiato
ma coinvolgente di Franco Citti e dei suoi compagni era inimitabile e quindi
per Pasolini vitale per il suo film.
La voce del ragazzo romano di borgata è particolare, leggermente gutturale e, come diciamo noi attori, 'sporca'. Chiesi di poter avere vicino in sala di registrazione il fratello di Franco Citti, Sergio. Prima di registrare ogni scena mi facevo leggere da lui le battute e cercavo di imitare quel particolare colore romanesco, autentico e necessario al personaggio. E intanto conoscendo meglio Sergio e gli altri ragazzi che avevano recitato nel film, mi rendevo conto del tipo di rapporto che Pier Paolo era riuscito a stabilire con loro; si fidavano di lui, pendevano dalle sue labbra, lo avevano accettato come amico, si sfottevano, scherzavano. Pier Paolo era diventato uno di loro, e di questo erano fieri. E man mano che il doppiaggio continuava, anche io entrai in confidenza con i 'borgatari'. Sentii che anche loro mi avevano accettato; avevano accettato che un attore, un 'Signorino per bene', un borghese, potesse rendere credibile Accattone. Quel primo incontro mi aveva
segnato profondamente, non solo artisticamente ma anche e forse soprattutto
umanamente.
La cecità di
Edipo
Quando più tardi incontrai nelle mie letture Saramago, non potei fare a meno di ritrovare nel suo stupendo romanzo La cecità analogie e messaggi che mi riportarono con un filo diretto all'interpretazione pasoliniana della cecità di Edipo. Durante la lavorazione ridemmo spesso insieme perchè, nella scena in cui Edipo si acceca, la faccia, l'espressione di Citti, erano tragicamente bellissime, solo che invece di recitare le battute di Sofocle: "Luce del sole, che io ti veda per l'ultima volta, io che da chi non dovevo nascere sono nato, io che con chi non mi dovevo congiungere mi sono congiunto, io che chi non dovevo uccidere ho ucciso" diceva: "uno, due, tre, quattro, uno, due, tre, quattro...". Suggerii a Pier Paolo di non doppiarla quella scena: "Lasciala così, forse qualche critico può interpretarla come una trovata di regia, Edipo nella sua disperata follia dà i numeri... La scena in cui Edipo uccide suo padre Laio era stata realizzata da Pier Paolo in maniera secondo me stupenda. In campo lunghissimo cinematograficamente parlando, si vedeva la figura di Franco-Edipo che attraversava da una parte all'altra tutto lo schermo, con un urlo disumano, quasi bestiale. Quando si trattò di doppiare la scena, dissi a Pier Paolo che sarebbe stato bene tenerla come ultima perchè sicuramentemi mi sarei spaccato la voce. Urlare a freddo in una sala di doppiaggio, è una delle cose più difficili, ma nel caso specifico la difficoltà maggiore consisteva nel fatto che l'urlo non doveva essere interrotto e ripreso; doveva essere tutto un fiato. Pasolini mi disse che avevo ragione ma che dovendo il film partecipare al Festival di Venezia, per ragioni di montaggio la scena doveva essere doppiata subito. Urlai ininterrottamente per circa due ore. L'urlo venne come Pier Paolo desiderava ma la voce se ne era andata. Pier Paolo mi caricò in macchina e facemmo tutto il giro degli specialisti che conosceva. Scartammo subito quelli che cominciavano a visitarmi dicendo che avrei dovuto fumare di meno; saggio consiglio ma che non mi avrebbe restituito la voce in un paio di ore. La situazione era veramente disperata, allora ebbi un'idea, dissi a Pier Paolo che avremmo dovuto tornare in sala di registrazione; a quel punto del film nella trasposizione di Pasolini, Edipo era vecchio, malato e stanco. Forse, parlando con quel filo di voce che mi era rimasta, molto vicino al microfono, filtrando i fiati, qualcosa si poteva ottenere. Così facemmo. E alla fine della registrazione,
Pier Paolo uscì dalla cabina di regia e mi venne incontro.
NOTA - Il testo è ripreso dal blog di Paolo Ferrari: Licenza Creative Commons |
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