I ricordi - Sommario

"Pagine corsare"
I ricordi
 
 


3 novembre 1975

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È riportato, qui di seguito, il titolo di testa del quotidiano. A seguire, alcuni degli interventi più significativi di quella edizione: gli articoli di Pietro Citati, di Lietta Tornabuoni e di Fabrizio De Santis

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Tutta la vita per una morte violenta
di Pietro Citati

Ho conosciuto per la prima volta Pier Paolo Pasolini ventidue anni fa, quando era un giovane scrittore completamente ignoto, che viveva alla periferia di Roma, insegnando per ventimila lire al mese in una scuola media di Ciampino. Mi pregò di accompagnarlo a Fiuggi, dove cercava materiale per un libro, che due anni dopo sarebbe comparso con il titolo di Ragazzi di vita
Per tutto un pomeriggio, lo ascoltai domandare notizie su un furto a un ragazzo delle borgate romane. Voleva sapere tutto – l'ora della notte, il quartiere, la casa, le cancellate, la fuga per le strade di Roma inseguiti dalla polizia – con  una  minuzia meticolosa, come se il destino del libro e di lui stesso dipendessero dalla sua esattezza nel registrare ogni gesto e colore. Così imparai che la letteratura è  soprattutto figlia della precisione. 
Allora  era  lontanissimo dall'immagine pubblica che, cogli anni, si è incrostata sopra di lui. Non ho mai conosciuto una persona così innaturalmente e dolorosamente gentile: così pronta a chiarire, a spiegare, a venire incontro, a  cancellarsi dietro il suono lento e un poco spento della sua voce. Mi domandavo perché fosse tanto gentile. Non chiedeva perdono per le proprie colpe, sebbene sapesse di averne. Non chiedeva nemmeno il piacere dell’amicizia, sebbene allora ne avesse disperatamente bisogno. Col  passare  del  tempo uno capiva che questo innaturale fiore di gentilezza nasceva dalla dolcezza morbida e correggesca del giovane Narciso, che non distingue tra sé e il mondo, che si sente illimitato come il mondo, e riversa sopra di esso l’indistinta pienezza di sensazioni che attraversa la sua mente e il suo corpo. Quando si guardava allo specchio e dallo specchio emergevano insieme al suo volto tutte le cose  della  terra,  doveva avere il timore di perdersi: di diventare pianta, erba, animale, pioggia d'autunno, temporale che si scatena all'orizzonte. 
Ho sempre avuto paura per lui, come fosse un’ombra che può dissolversi da un  momento all’altro o venire  calpestata  dai  piedi ignari e crudeli dei passanti. 
Tra il l955 e il 1961, ebbe la sua stagione gloriosa: una serie di libri diversi (La meglio gioventù, L’usignolo della chiesa cattolica, Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo), due romanzi (Ragazzi di vita, Una vita violenta) e il  Canzoniere italiano rivelarono il maggior talento della sua generazione. 
Sembrava che avesse tentato una scommessa con se stesso: mettere in ogni  modo alla prova la sua sensibilità illimitata, suscitarla con tutte le armi dell'intelligenza e della cultura, battezzarla in forme sempre diverse, come un manierista del Cinquecento o un decadente del principio del nostro tempo. Tutto pareva riuscirgli, quasi avesse scoperto dentro di sé un tesoro così ricco che solo i decenni  potevano esaurire. Ma all'improvviso, diventò più secco e distante: i suoi occhi infantili si spensero: la sua gentilezza non era più quella di chi si perde nella sfinita dolcezza della terra, ma di chi capisce guardando da molto lontano. 
Poco dopo Pasolini si mise a fare film di successo, e a scrivere articoli sui giornali. Per quanto potessero significare queste produzioni, erano appena la pallidissima eco di ciò che aveva scritto una volta. Pasolini lo sapeva benissimo. Pensavo che il suo talento si fosse esaurito: che fosse troppo orgoglioso per accettare la dorata e bene amministrata decadenza del letterato; e volesse agire freneticamente, offendere e colpire, venire offeso e colpito, per dimostrare di essere vivo. 
Non era così. Una figura lo aveva sempre ossessionato: Cristo deriso, sputato, colpito, lapidato, inchiodato, ucciso sulla croce. Facendo film, scrivendo e  vivendo, egli cercava soltanto di venire lapidato ed ucciso, come la pietra dello scandalo, la pietra d'inciampo, che viene respinta dalla società umana. Ma Cristo morì per salvare gli uomini. Lui sapeva di non potere salvare nessuno, tanto meno se stesso. Voleva soltanto conoscere la morte  atroce,  immotivata, vergognosa  –  la vera morte, non quella lenta e pacifica che noi sopportiamo nei nostri letti educati –: la morte che aveva sempre reso terribile la sua dolcezza. 
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La difficile scelta di essere “contro”
L’orrore della sua fine pareva presagito negli ultimi scritti.
Non era mai stato accettato dalla Roma intellettuale:
aveva invece amicizie anonime e popolane.
Accuse e insulti
di Lietta Tornabuoni

E’ la prima volta, almeno nel Novecento, che a uno scrittore italiano tocca una fine così atrocemente violenta. Adesso, a Roma, gli amici dicono che Pasolini è morto, nel giorno dei morti, come uno dei suoi personaggi; dicono che l’orrore di questa morte pareva presentito e prefigurato nei suoi ultimi articoli, dedicati alla nuova oscura ferocia della criminalità giovanile a Roma. 
Roma non gli piaceva più: «E’ cambiata estremamente in peggio, diventata piccolo-borghese, meschina, impastata di inautenticità e di nevrosi. Non voglio più capirla, provo verso la città un rifiuto totale». Ventisei anni fa, il suo arrivo a Roma, metropoli «scomposta, stupenda e misera» aveva invece coinciso con la scoperta del mondo popolare, del sottoproletariato protagonista delle sue prime opere: le borgate calcinate e povere. 
Quella era la Roma che aveva amato e raccontato negli anni Cinquanta; non la Roma monumentale, con il Colosseo o le Terme di Caracalla sviliti a luogo di incontri loschi; non la Roma bianca, squadrata e anonima dell’Eur, dove abitava. 
A Roma, lui non è mai piaciuto. Ne era uno dei personaggi più famosi, ma per anni ha rappresentato per molti l’emblema dello scandalo, la personificazione della trasgressione provocatoria. Gli sketches radiofonici o i settimanali umoristici lo citavano beffardi come prototipo di indecenza, i giornali di destra lo attaccavano con volgarità furibonda. I fascisti lo assalivano picchiandolo, lordandolo di vernice rossa; in tribunale lo accusavano di rapina a mano armata contro un benzinaio di San Felice Circeo. Vocazione e condanna, lo scandalo ha continuato anche più tardi a circondare i suoi film censurati, vituperati, sequestrati, accusati d’essere veicolo di corruzione. 
Anticonformista, scomodo, estremo, Pasolini non era certo per piacere al pigro cinismo dei romani: e anche all’ambiente degli intellettuali e dei letterati non si era mai integrato. Tra gli scrittori, i suoi amici veri erano veramente pochi. 
La società letteraria romana ne subiva la soggezione; ne riconosceva la genialità di scrittore e di polemista; ne ammirava l’intuito, il talento di suscitare discussione e dibattito con ogni intervento sui problemi della collettività; ne rispettava la figura recente di moralista in pubblico, di predicatore violento e «ingenuo»; ne discuteva appassionatamente le idee; ne invidiava la versatilità, la prontezza, la grande capacità di lavoro. 
Ma, anche nell’ambiente intellettuale romano, Pasolini suscitava disagio per la sua diversità. Salotti o cerimonie letterarie, persone «giuste» o importanti non  ne frequentava mai: aveva invece amicizie popolane, anonime e pericolose. Lavorava disperatamente. Si divideva tra il mondo borghese della vita familiare (l’appartamento all’Eur, il vecchio castello di Chia nella campagna viterbese per i periodi di riposo, la villa di Sabaudia per l’estate, i rapporti ubbidienti e tenerissimi con la madre o la cugina) e il mondo segreto della vita personale. Non aveva il gusto del mangiare né del bere, non faceva mai pettegolezzi né distratte conversazioni qualsiasi. 
Gli altri scrittori capivano male il «mito della gioventù» che a 53 anni lo ossessionava, i suoi vestiti da ragazzo (giubbetti, jeans, stivaletti con i tacchi), la sua snella magrezza, la vanità delle automobili veloci e vistose; capivano male la sua vitalità fisica, le partite di calcio giocate coi ragazzi nei campetti di periferia, le sfide a «braccio di ferro» o a «ditate», la forza muscolare che aveva sviluppato e conservato. Ironizzavano sul suo «masochismo», sull’intrepido coraggio privo di rispetti umani con cui si esponeva nelle polemiche, affrontava nel 1969 un’intera fischiante aula universitaria di studenti ostili, fronteggiava nel 1973 a Venezia una piazza affollata di tumultuanti spettatori d’un suo film. Ironizzavano sul «narcisismo» che lo induceva a recitare parti nei film propri o altrui, a poetare: «Narcisismo! – sola forza consolatoria, sola salvezza!». Ironizzavano sulle indulgenze mondane d’un breve periodo: l’amicizia con Maria Callas, l’incontro amichevole con la moglie dell’ex presidente americano Johnson, certe serate di beneficenza mondana all’Opera di Parigi dove compariva tra la signora Pompidou e la baronessa Rotschild. 
La gente di cinema sopportava male il suo successo grandissimo di regista. Gli intellettuali della sinistra gli perdonavano a fatica il modo viscerale, «innocente», contraddittorio di intervenire sui fatti della politica, certe impreviste prese di posizione che parevano dare una dignità culturale a idee conservatrici: contro la contestazione studentesca al tempo della famosa poesia in difesa della polizia; contro il divorzio; contro l’aborto; contro la permissività contemporanea; contro la criminalità crescente; contro il progresso distorto e in lode del buon tempo antico delle «lucciole»; contro la classe dirigente chiamata alla sbarra d’un «processo» globale e senza appello; per l’abolizione della scuola o della televisione. A quel tanto di eccessivo, di fuori del comune, di diretto che caratterizzava i suoi interventi civili, il mondo politico romano, che non lo amava, rispondeva ignorandolo oppure polemizzando con ira sprezzante, dandogli sufficienti lezioni di realismo. Era soprattutto ai radicali che Pasolini, dopo anni di vicinanza ai partiti marxisti, si sentiva oggi vicino: come loro «uomo d’utopia e di rivoluzione». 
In ventisei anni a Roma, Pasolini è stato l’artista più discusso, commentato, contrastato. Anche insultato con le beffe persecutorie e razziste riservate agli omosessuali, che lo indignavano ma non lo addoloravano. Diceva una sua poesia: «Cosa conterà la mia “vita privata” / miseri scheletri, senza vita / né privata né pubblica, ricattatori / cosa conterà o conteranno le mie parole, / sarò io, dopo la morte, in primavera, / a vincere la scommessa». 
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Il dolore della madre quando ha saputo
di Fabrizio De Santis

Un'ombra scura dietro un vetro, un forsennato agitare di braccia, un grido disumano: questa resterà per alcuni di noi la morte di Pier Paolo Pasolini. Poche immagini  di  tragedia  in controluce, nella quiete di una  mattina  domenicale all'EUR.  A  mezzogiorno, quando  arriviamo  in  via Eufrate, la madre non sa ancora nulla. Sul cancello contrassegnato dal numero nove, un portiere segaligno e inflessibile ci impedisce di entrare. «La signora Susanna ignora tutto, la signorina Graziella mi ha ordinato  di non far salire neppure gli amici». «Ma qualcuno dovra pure informarla.» «Ci  sono i vicini, la famiglia che abita nell'appartamento accanto. E c'è Laura Betti, che frequentava la casa di Pier Paolo ordinariamente. Stanno cercando di prepararla». 
Pasolini viveva con la madre e la cugina Graziella, in  questa  casa  dell'EUR. Via Eufrate è una strada breve a un passo dal chiesone dei Santi Pietro e Paolo, che spicca sulla collina. Delimita un precipizio, sicché le palazzine che si allineano su un lato hanno una vista amplissima sulla città. La casa dei Pasolini è la più modesta della zona, non splende di ottoni e di legni pregiati, non ha balconi fioriti di fiori rari. L'appartamento dove viveva Pier Paolo e dove ora restano solo le due donne è al primo piano. 
Dalla strada si vede il terrazzo spoglio e  i vetri di due finestre dietro le quali si agitano ombre.  Sono poche stanze, ci dicono, non grandi, zeppe di libri. Qui Pier Paolo  tornava  quasi ogni  notte, verso le due, come un ragazzo che vive docilmente in famiglia. Poteva accadere, talvolta, che passasse la notte fuori, dormendo da qualche amico. Perciò la signora Susanna, non avendola visto rincasare dall'altro ieri, non s'era allarmata. 
Era  abituata  a  restare sola. La nipote, Graziella, insegna all'università. Spesso  la madre di Pier Paolo sostava per qualche ora nell'appartamento del portinaio: voleva così ammazzare il tempo, che non passava mai.  «Era felice», dice ancora l'uomo sul cancello, «dei successi di Pier Paolo. Ne era orgogliosa. Ma non riusciva ancora a darsi pace per la morte dell'altro figlio, ucciso dai nazisti in Friuli, quando la guerra stava per terminare. Era un ragazzo. Non combatteva: rimase vittima di un rastrellamento». 
Su Pier Paolo la donna aveva riversato la somma dei suoi affetti materni. Lo scrittore, si sa, conduceva vita disordinata, ma con la madre aveva un rapporto di tenerezza struggente. La misura del peso che la madre aveva nella sua vita si ebbe quando volle affidarle la parte della Madonna nel Vangelo secondo Matteo. Fu la prova di una razionale mitizzazione e di un amore totale. 
Nella strada c'è ancora silenzio; dalla casa non escono rumori. Sono giunti, a bordo di un'automobile, cinque o sei ragazzi e una ragazza  in  blue-jeans  e giacche di pelle. Chiedono di entrare, ma il custode li respinge con fermezza. Un fotografo scatta qualche fotografia inquadrando nell'obiettivo le finestre dove si fa frenetico il gioco delle ombre cinesi. E' a questo punto – da poco e passata l'una – che un grido altissimo squarcia l'aria, seguito da un altro e da un altro ancora. Sono urli che non hanno nulla di umano, urli di un animale ferito, straziato. Si attenuano e subito riprendono in un diapason più acuto. S'intuisce la scena. La madre di Pier Paolo Pasolini ha saputo, e manifesta, nonostante l'origine friulana, il suo strazio al modo delle donne del Sud, delle umili donne del meridione. Torna alla mente la scena del Vangelo con Susanna-Madonna sostenuta da mani pietose davanti al Cristo crocifisso. 
Passeranno  alcune  ore prima che amici, conoscenti, estimatori di Pier Paolo giungano in via Eufrate, in sequela interminabile. Arrivano i «ragazzi di vita» – Ninetto Davoli, Franco e Sergio Citti – che Pier Paolo Pasolini trasfigurò in personaggi  indimenticabili della tragedia umana. Si accostano alla signora Susanna: trovano una donna muta, senza sguardo, impietrita. Il medico di famiglia, presente, è preoccupato.
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I ricordi - Il "Corriere della Sera" del 3 novembre 1975

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