"Pagine
corsare"
I
ricordi
Intorno a Pasolini
di Franco Fortini.
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Franco Fortini (Franco
Lattes, 1917-1994) è stato scrittore e critico, autore di raccolte
di poesia, di narrativa, di saggi. Ha intrattenuto con Pier Paolo Pasolini
un'amicizia/collaborazione che fu soprattutto un confronto, fatto anche
di polemiche serrate e di duri scontri. Il volume di «memorie»
– rievocazione dei tempestosi rapporti tra i due poeti – da cui sono tratte
le citazioni qui di seguito riportate (Attraverso Pasolini, Einaudi,
Torino 1993) inizia con queste parole: «Aveva torto e non avevo ragione.
Una differenza c'è, la conosco. Il conflitto di indoli, poetiche,
intelligenze e impegni, che fu il nostro, il tempo non sopravviene a renderlo
illusorio più di quanto non faccia con ogni impresa ed esistenza.
Lo tramuta in una parte sempre più opaca; ma un'altra renderebbe
preziosa, purché ci fosse chi sapesse leggerla come qualcosa di
meglio che due singoli destini».
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... aveva torto e
non avevo ragione...
Seppi la notizia dalla Tv
nel buio di una casa isolata tra lecci bagnati e pini di autunno, un lume
debole sul tavolo. Senza stupore, avevo sempre pensato che Pier Paolo avrebbe
potuto incontrare quella fine. Il dolore (oggi [1993] non mutato e neanche
lavorato dal tempo) fu di non aver potuto risolvere le nostre ostilità
e vincere il silenzio degli ultimi sei anni. Non avevo letto quel che di
me aveva scritto nel 1969 (ancora nel segno dello scontro di pochi mesi
prima), e neanche – pochi mesi innanzi del suo assassinio, nel febbraio
del 1975 – l'accenno di consenso e dissenso ad un mio intervento, in un
suo articolo, divenuto poi molto noto come quello «delle lucciole»
(1).
Partii per Roma, ero tra
la folla del funerale, vidi la bara. Pochi giorni più tardi, iniziando
il mio corso a Siena, ne parlai agli studenti. Mi ripugnarono i commenti
a stampa, lo sgomitare di amici falsi e veri. Nel suo ultimo intervento
pubblico, ad un congresso del Partito radicale, aveva riaffermato sé
come marxista e votante per il Pci. Era un messaggio di coerenza: quando,
come lui, non si credeva più che alla «santità del
nulla», era giusto che testimoniasse per simboli che erano stati
i suoi per vent'anni.
Domandato, mandai poche
righe al «manifesto». Aggressive verso quei miei medesimi compagni.
Anche oggi credo a quel che vi è detto. (Nascosta citazione, c'è
Apollinaire, quello di Il poeta assassinato: «nous ne sommes
pas vos ennemis... pitié pour nos erreurs, pitié pour nos
péchés»). Come nel sonetto a Zanzotto che avrei scritto
dopo un mese, mi permettevo un gesto di consenso alla corporazione letteraria.
Oggi però non riconoscerei al «manifesto» «il
grande merito di aver sempre lasciato intendere che, della poesia, non
gliene importava nulla». Dopo diciassette anni, purtroppo, "gliene
importa", come a qualunque altro foglio, ognuno col suo minimarket "culturale".
Ma quella emozione di sorte
comune non mi vieta di soffrire pietà per quell'uomo costretto a
vivere in una consumazione di alienato, in lotta con un nullismo che lo
divorava vivo, senza tremito religioso quanto più della religione
conosceva e impiegava tutte le parole.
Da una mia ossessione infantile,
una volta avevo scritto di volti uccisi minaccianti da volute di fumi necromantici,
«storti» da «pugni atroci». Il corpo schiacciato
di Pier Paolo era quello, allegoria satanica e cerimonia.
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(1) «"La distinzione
tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente meno che al
giornale 'Il Politecnico', cioè all'immediato dopoguerra..." Così
comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo ("L'Europeo", 26-12-1974):
intervento che, come si dice, io sottoscrivo tutto, e pienamente. Non posso
però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione
tra "fascismi" fatta sul "Politecnico" non è né pertinente
né attuale. Essa poteva valere ancora fino circa una decina di anni
fa: quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione
del regime fascista.[...]»
Pier Paolo Pasolini, Scritti
corsari, "L'articolo delle lucciole, 1° febbraio 1975", Garzanti,
Milano 1975.
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Il pezzo, richiesto
dal "manifesto", scritto da Franco Fortini e pubblicato il 7 novembre 1975
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In morte.
Il solo modo decente di parlare
di Pasolini, in mezzo al vocio autopunitivo di questi giorni, è
leggerlo. Il quotidiano che mi chiede queste parole ha avuto, rispetto
agli altri quotidiani italiani, il grande merito di aver sempre lasciato
intendere che, della poesia, non gliene importava nulla; e così
facendo, di interpretare l'animo dei suoi lettori e ispiratori. Ho creduto
per alcuni anni che a questo corrispondesse, più in profondo, una
azione che mirasse, per sue vie, alla medesima meta della poesia. Mi rendo
conto oggi che non è così: o, se lo è, questo avviene
su una tale distanza che, nella pratica, continua ad aver ragione Lu Hsün:
«i politici desiderano uccidere i letterati».
C'è una qualità
umana che odia la poesia, che sopporta a fatica la letteratura, che non
sa e non vuole sapere quale luogo assegnarle nella città presente
e futura. Ci si commuove per la morte di Pasolini più che per quella
di un altro qualsiasi militante solo perché era l'autore di qualcosa
che è, o può, diventare nostro. Questo qualcosa, questa eredità,
guardiamola. Molti non vogliono saperlo perché questo farebbe crollare
tante loro miserabili speranze e certezze. Non capiscono che quel crollo
li indebolirebbe solo in apparenza, in realtà li farebbe più
forti contro chi sfrutta e strazia. Non capite che non siamo, noi poeti,
i vostri nemici e che chiediamo qualche volta pietà per i nostri
errori perché invero è il nostro modo di chiedere pietà
anche per gli errori vostri?
Per questo non ho nulla
da dire per la morte di Pasolini che non sia stato detto in questi giorni,
anche egregiamente, dai miei colleghi in letteratura; fuor del consiglio
di prendere i suoi libri di versi e capirli. Gli sono stato amico per molti
anni; avverso per altri; sempre ho cercato di intenderlo e amarlo. Ho in
comune con lui la divisione, la duplicità, di cui si fa, quando
si fa, la poesia. Nel testo autentico, d'altronde, come nell'attimo della
morte, coincidono elezione e destino, scelta e inevitabilità. Meno
commozione per Pasolini, più amore e intelligenza per quello che
egli ci ha detto.
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Richiesto di un intervento
su "Nuovi Argomenti",
Franco Fortini scrisse i
seguenti versi, che furono
pubblicati sul numero di
gennaio-marzo 1976.
Dicevi di voler
ritornare al tuo paese. Ma quello
non era il tuo paese. Così
l'inganno
di oggi ti rivelava quello
di allora, o infelice.
Nulla ti fu mai vero. Non
sei mai stato.
I tuoi versi stanno. Tu
mostruoso gridi.
Cosi le membra dello squartato
sul palco.
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