"Pagine
corsare"
I
ricordi
Un poeta e narratore
che ha segnato un’epoca
di Alberto Moravia
In principio c’era l’omosessualità
intesa, però, nella stessa maniera dell’eterosessualità,
cioè come rapporto con il reale, come stendhaliana cristallizzazione,
come filo d’Arianna nel labirinto della vita. Pensiamo per un momento solo
alla fondamentale importanza che ha sempre avuto nella cultura occidentale
l’amore; come esso abbia ispirato le grandi costruzioni dello spirito,
grandi sistemi conoscitivi; e si vedrà che l’omosessualità
ha assolto nella vita di Pier Paolo Pasolini la stessa funzione che ha
avuto l’eterosessualità in tante vite non meno intense e creative
della sua.
Accanto all’amore, in principio,
c’era la povertà. Pasolini era emigrato a Roma dal Nord, era andato
a vivere in un modesto alloggio in periferia, si guadagnava la vita insegnando
nelle scuole medie delle borgate. È in quel tempo che si situa la
sua grande scoperta del sottoproletariato come società alternativa
e rivoluzionaria, analoga alle società protocristiane ossia portatrice
di un inconscio messaggio di umiltà e povertà da contrapporre
a quello edonistico e nichilista della borghesia. Questa scoperta, Pasolini
la fa sia attraverso la sua professione di insegnante, sia, soprattutto,
attraverso i suoi amori coi sottoproletari delle borgate. Quanto a dire
che, nelle borgate, egli trova se stesso, o meglio il se stesso definitivo,
come lo conosceremo in seguito per tanti anni fino alla morte.
La scoperta del sottoproletariato
trasforma profondamente il suo comunismo fino allora probabilmente ortodosso.
Non sarà, dunque, il suo, un comunismo illuministico e, tanto meno,
scientifico. Non sarà, cioè, un comunismo marxista ma populista
e romantico animato da pietà patria, da nostalgia filologica e da
riflessione antropologica, radicato nella più arcaica tradizione
e al tempo stesso proiettato nella più astratta utopia. È
superfluo aggiungere che un simile comunismo era fondamentalmente sentimentale,
nel senso di esistenziale, creaturale, irrazionale. Perché sentimentale?
Per scelta, in fondo, consapevolmente culturale e critica. In quanto ogni
posizione sentimentale consente contraddizioni che l’uso della ragione
esclude. Ora Pasolini aveva scoperto molto presto che la ragione non si
adatta a servire, va servita. E che soltanto le contraddizioni permettono
l’affermazione della personalità. Ragionare, insomma, è anonimo;
contraddirsi, personale.
Comunque, la scoperta sociologica
ed erotica delle borgate fece passare Pasolini dalla poesia "privata" dei
versi in friulano alla poesia civile delle Ceneri di Gramsci e de La
religione del mio tempo; nonché lo rivelò a se stesso
narratore nei due romanzi: Ragazzi di vita e Una vita violenta e
regista in Accattone. Un balzo in avanti straordinario, proprio
di una vocazione prepotente e vitale.
In particolare, poi, a proposito
della poesia civile, va sottolineato che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta,
Pasolini riuscì a fare per la prima volta nella storia recente della
letteratura italiana, qualche cosa di assolutamente nuovo: una poesia civile
insieme decadente e di sinistra. La poesia civile era sempre stata a destra
in Italia, dall’inizio dell’Ottocento, da Foscolo su su passando per Carducci
fino a D’Annunzio, sia per i contenuti sia, anche quando i contenuti erano
rivoluzionari, come nel primo Carducci, per moduli formali. I poeti italiani
del secolo scorso avevano sempre inteso la poesia civile in senso trionfalistico
eloquente, celebrativa. Pasolini, invece, ci diede una poesia civile che
aveva tutta l’intimità, la sottigliezza, l’ambiguità e la
sensualità del decadentismo e lo slancio ideale dell’utopia socialista.
Una simile operazione era riuscita in passato soltanto a Rimbaud poeta
della Comune di Parigi e della rivolta popolare e tuttavia, in eguale misura,
poeta del decadentismo. Ma Rimbaud era stato assistito da tutta una tradizione
giacobina e illuministica. La poesia civile di Pasolini nasce, invece,
miracolosamente in una cultura ancorata da sempre su posizioni conservatrici,
in una società provinciale e retriva.
Questa poesia civile raffinata,
manieristica ed estetizzante, che fa ricordare Rimbaud e si ispira a Machado,
era tuttavia sottilmente collegata ai due romanzi delle borgate: Ragazzi
di vita e Una vita violenta, dall’utopia di un rinnovamento sociale
che sarebbe venuto dal basso, dal sottoproletariato descritto con tanta
pietà e simpatia nei due romanzi, quasi come una specie di ripeti-zione
di quella rivoluzione che si era verificata duemila anni or sono con le
folle di schiavi e di reietti che avevano abbracciato il cristianesimo.
Pasolini supponeva che le disperate e umili borgate avrebbero coesistito
a lungo, vergini e intatte, accanto ai cosiddetti quartieri alti, fino
a quando non fosse giunto il momento maturo per la distruzione di questi
e la palingenesi generale: un’ipotesi in fondo non tanto lontana dalla
profezia di Marx, secondo la quale, alla fine, non ci sarebbero stati che
un pugno di espropriatori e una moltitudine di espropriati che li avrebbero
travolti. Sarebbe ingiusto dire che Pasolini aveva bisogno, per la sua
letteratura, che la cosa pubblica restasse in queste condizioni. Più
esatto è affermare che la sua visione del mondo poggiava sull’esistenza
di un sottoproletariato urbano rimasto fedele, appunto, per umiltà
profonda e inconsapevole, al retaggio dell’antica cultura contadina.
Il rapporto di Pasolini
con la realtà stava a questo punto quando è sopravvenuto
quello che gli italiani, in maniera curiosamente derisoria, chiamano il
"boom". Cioè, quando si è verificata, in un paese come l’Italia
del tutto impreparato e in qualche modo ingenuo, l’esplosione del consumismo.
Cos’è successo con il "boom" in Italia e, per contraccolpo nella
ideologia di Pasolini? È successo che gli umili, i sottoproletari
di Accattone, di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, quegli
umili, quei sottoproletari che, nel Vangelo secondo Matteo, Pasolini
aveva accostato ai cristiani delle origini, invece di restar fermi e, così,
di costituire il presupposto indispensabile della rivoluzione populista
apportatrice di totale palingenesi, cessavano, ad un tratto, di essere
umili nel duplice senso di psicologicamente modesti e socialmente inferiori,
per trasformarsi in un’altra cosa. Essi continuavano, naturalmente, ad
essere miserabili; ma sostituivano la scala di valori contadina con quella
consumistica. Cioè, diventavano, a livello ideologico, dei borghesi.
Questa scoperta dell’imborghesimento dei sottoproletari avvenne allo stesso
modo della prima scoperta delle borgate dei ragazzi di vita, attraverso
la mediazione omosessuale. Questo spiega tra l’altro perché essa
costituì per Pasolini non già una tranquilla e distante constatazione
sociologica ma un vero e proprio trauma politico, culturale e ideologico.
Infatti: se i sottoproletari
delle borgate che, attraverso il loro amore disinteressato gli avevano
dato la chiave per comprendere il mondo moderno, diventavano ideologicamente
dei borghesi, prim’ancora di esserlo davvero materialmente, allora tutto
crollava, a cominciare dal suo comunismo populista e cristiano. I sottoproletari
del Quarticciolo erano oppure, che faceva lo stesso, aspiravano a diventare
dei borghesi; allora erano o aspiravano a diventare dei borghesi anche
i sovietici che pure avevano fatto la rivoluzione nel 1917, anche i cinesi
che l’avevano fatta nel 1949, nonché i popoli del Terzo Mondo un
tempo considerati come la grande riserva rivoluzionaria del mondo. Allora
il marxismo era una cosa diversa da quella che credeva e diceva di essere;
e la lotta di classe, la rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato
diventavano semplicemente dei nomi rivoluzionari per coprire una inconscia
operazione antirivoluzionaria. Non è esagerato dire che il comunismo
irrazionale di Pasolini non si è più risollevato dopo questa
scoperta. Pasolini è rimasto, questo sì, fedele all’utopia
ma intendendola come qualche cosa che non aveva più alcun riscontro
nella realtà e che era una specie di sogno da vagheggiare e da contemplare
ma non più da difendere e cercare di imporre come progetto alternativo
e storicamente giustificato e inevitabile.
Da quel momento, Pasolini
non ha più parlato a nome dei sottoproletari contro i borghesi,
ma a nome di se stesso contro l’imborghesimento generale. Lui solo contro
tutti. Di qui l’inclinazione a privilegiare la vita pubblica, che non poteva
non essere borghese, rispetto alla vita interiore, ancora legata nostalgicamente
alle esperienze del passato. Nonché una certa volontà di
provocazione non già, però, a livello del costume ma a quello
della ragione. Pasolini non voleva scandalizzare la borghesia consumistica,
sapeva che ormai avrebbe consumato anche lo scandalo. La provocazione era
diretta invece contro gli intellettuali che, loro sì, non potevano
fare a meno di credere ancora alla ragione. Di qui, pure, un continuo intervento
nella discussione pubblica, basato su una sottile, brillante e fervida
ammissione, difesa e affermazione delle proprie contraddizioni. Ancora
una volta Pasolini si teneva alla propria esistenzialità, alla propria
creaturalità. Solo che un tempo l’aveva fatto per sostenere l’utopia
del sottoproletariato salvatore del mondo; e oggi lo faceva per esercitare
una critica violenta quanto sincera contro la società consumista
e l’edonismo di massa.
Non possiamo sapere cosa
avrebbe ancora scritto e fatto Pasolini. Certo per lui stava per cominciare
una nuova fase, una nuova scoperta del mondo. Sembra verosimile che dopo
il trauma e la delusione di cui sono diretta espressione tanti articoli
recenti e, soprattutto, il suo ultimo film Salò o le centoventi
giornate di Sodoma, egli sarebbe riuscito a sormontare l’agghiacciante
constatazione del "mutamento antropologico" causato dal consumismo, nel
solo modo possibile per un artista: con la rappresentazione del mutamento
stesso. Una rappresentazione che, per forze di cose, avrebbe portato ad
un superamento positivo dell’attuale momento pessimista. E che questo sia
vero, lo dimostra, se non altro, la sua morte così tragica e così
spietata. È vero, aveva scoperto che il consumismo era ormai penetrato
ben dentro l’amata cultura contadina. Ciononostante, questa scoperta non
l’aveva allontanato dai luoghi e dai personaggi che un tempo, grazie ad
una straordinaria esplosione poetica, l’avevano così potentemente
aiutato a crearsi una propria visione del mondo. Affermava in pubblico
che la gioventù era immersa in un ambiente criminaloide di massa;
ma, in privato, a quanto pare, si illudeva che ci potessero essere delle
eccezioni a questa regola.
La sua fine, ad ogni modo,
è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui.
Simile perché egli ne aveva già descritte, nei suoi romanzi
e nei suoi film, le modalità squallide e atroci; dissimile perché
egli non era uno dei suoi personaggi come qualcuno, dopo la sua morte,
ha tentato insinuare, bensì una figura centrale della nostra cultura,
un poeta e un narratore che aveva segnato un’epoca, un regista geniale,
un saggista inesauribile.
Il brano è stato
scritto, all’indomani della morte di Pasolini, da Alberto Moravia per i
due romanzi di Pier Paolo Pasolini Ragazzi di vita e Una vita
violenta editi da Garzanti nella collana "I Grandi Libri". È
una interpretazione della poetica pasoliniana oltre che una guida alla
lettura.
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