"Pagine
corsare"
I
ricordi
Pasolini, il caso è
chiuso
di Michele Serra
Un film e una polemica
giudiziaria (la centomillesima dell'anno) cercano di riaprire, vent'anni
dopo, il "caso Pasolini". Si vuole sapere se la morte cruenta del poeta
sia stata l'opera solitaria di un giovane prostituto di borgata, il famoso
Pina la Rana, come le autorità hanno sancito, oppure se dietro l'omicidio
ci siano state anche altre persone, e altre intenzioni. Molti tra gli amici
di Pasolini, basandosi sulle solite sconcertanti omissioni nell'inchiesta,
sospettano addirittura il movente politico: una vendetta fascista contro
l'omosessuale, contro il comunista, contro lo scandaloso artefice di una
delle più complesse denunce del degrado antropologico della società
detta del benessere.
La volontà di far
riaprire le indagini (l'Italia ci ha dolorosamente abituato agli occultamenti
della verità) è del tutto comprensibile. Ma il rischio è
quello di mettere l'accento su di una rivendicazione quasi notarile del
significato di una morte che già di per sé, in qualunque
circostanza sia avvenuta, ha avuto una lacerante, terribile e a suo modo
luminosissima potenza simbolica.
Che Pasolini sia stato ucciso
dalla furia bestiale di uno dei suoi amori notturni oppure da una "spedizione
punitiva" è certo assai rilevante dal punto di vista giudiziario.
Ma da troppo tempo il punto di vista giudiziario sembra essere diventato
il solo, palpitante luogo dove si distribuiscono le ragioni e i torti,
dove si cerca di dare un senso e un nome alle vicende della comunità
nazionale.
Bene, la morte "sul campo"
di Pasolini, fin dai primi minuti dopo il ritrovamento del suo corpo macellato
prima dagli assassini poi dalle rotative, apparve subito a tutti - tranne
che hai poveri di spirito, che ghignarono sul "meritato" destino del frocio
ucciso da un frocio - un evento da tragedia greca, cioè un accadimento
rappresentativo del destino comune di un paese e di una società
intera. Colui che giaceva informe sull'egualmente informe litorale romano,
massacrato a bastonate come un cane, era quello stesso Pasolini che raccontava
la fine del popolo come fine dell'Umano, e la sua sostituzione irrevocabile
con una neo-classe mostruosa, immemore, feroce, la piccola borghesia consumatrice.
Era l'uomo che aveva descritto,
con una passione intellettuale semplicemente sconvolgente, il passaggio
dalla lotta di classe (lotta di valori contro valori, di culture contro
culutre) alla ferocia diffusa e insensata di ognuno contro tutti. Salò,
il suo ultimo film, aveva portato fino all'intollerabile, fino al patologico,
fino all'insostenibile la sua percezione dell'odio e del terrore come soli
residui ingredienti del dominio e veri rapporti tra gli uomini: una specie
di fascismo metaforico, eternato, grottesco quanto demoniaco, smembratore
e torturatore di corpi quanto (e in quanto) negatore di anime.
Questo, di Pasolini, era
chiaro a tutti, a chi gli era grato di svolgere questo tormentato, esagerato,
offensivo ruolo tragico o lo irrideva. Altrettanto chiaro, quando morì
in quella maniera, fu il significato letteralmente testimoniale di quel
martirio: tanto che il beffardo "se l'è andata a cercare" che qualche
squallido italiano osò pronunciare, poteva in fondo essere fatto
proprio anche da chi lo aveva capito e amato. Sì, se l'era andata
a cercare, ostinandosi a individuare amore e piacere nello squallore decerebrato
di una ormai inesistente plebe romana, inseguendo nei suoi itinerari sessuali
la mitologia letteraria dei suoi Ragazzi di vita, proprio lui che
ne aveva descritto, soprattutto sul "Corriere della Sera", la scomparsa.
Si disse che era morto per mano di uno dei suoi personaggi. Certo lo squallore
e la cruenza della sua fine, se si considera la sua vita, apparvero di
una coerenza quasi didascalica, ripeto: un martirio. Seppi la notizia dal
telegiornale delle 13 e 30, una domenica di novembre, mentre ero a pranzo
da amici. Molti di noi piangevano, tutti rimanemmo sconvolti come raramente
mi ricordo mi sia capitato di cogliere, considerando quanto munita fosse
già allora la crosta di indifferenza con la quale ci difendevamo
dal mondo.
Per quanto mi riguarda (per
quanto sento) la morte di Pier Paolo Pasolini è uno degli avvenimenti
più significativi e commoventi dei questo secolo. E giusto o sbagliato
fosse il suo populismo, corretta o esagerata la sua percezione del moderno
come catastrofe antropologica, credo che nessun intellettuale o artista
italiano contemporaneo abbia così fortemente affrontato l'epoca
fino a farsene divorare, fino a distruggersi. Per queste ragioni, e per
la nostalgia struggente che ho per la sua scrittura acuminata e accesa
e perfino per il suo viso e la sua voce, mi chiedo se il vero e grande
scandalo sia la sciatta negligenza con la quale si è indagato sulla
sua fine, e non piuttosto il fatto che non esista una piazza o una strada
o una scuola d'Italia dedicata al suo poeta, vissuto per le sue strade,
anzi nel punto indeterminato, annichilente nel quale tutte le strade, perfino
quelle di periferia, si interrompono.
Recentemente l'ho rivisto
in una vecchia intervista, mentre ripeteva di "non riuscire a scrivere
una riga sulla piccola borghesia italiana, né a frequentarla. Per
me esistono solo il popolo e gli intellettuali". La piccola borghesia italiana
è diventata, tout court, l'Italia intera, esattamente come Pasolini
andava dicendo che sarebbe avvenuto. Anche per lei, molto spiegabilmente,
è impossibile frequentare Pasolini.
(da "Cuore - settimanale
di resistenza umana", n. 239 del 9/9/95)
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