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La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Quel sublime teppista letterario di nome
Giorgio Manganelli
e l'attacco malriuscito a Pasolini
di Alfonso Berardinelli, il foglio 17 marzo 2007

Giorgio ManganelliRicordavo i corsivi di Giorgio Manganelli come un puro spasso. Perciò, con le migliori intenzioni e per pura simpatia, mi sono messo a leggere “Mammifero italiano”, un tascabile Adelphi di 150 pagine per soli 10 euro, che contiene appunto una bella serie di corsivi apparsi su vari giornali tra il 1972 e il 1989. Gli articoli vengono pubblicati dal curatore Marco Belpoliti, esperto manganellista, in ordine alfabetico, come una minuscola enciclopedia morale e fantastica dello zoo Italia. Cosicché si va dalla voce “Aborto” alla voce “Zio”, toccando l’alfa e l’omega della filosofia manganelliana, nonché ovviamente della gamma formale di questo scrittore tanto sorprendente quanto monocorde.

Autorizzato ad essere capriccioso da quel capricciosissimo autore che è Manganelli, ho letto per prima cosa il pezzo conclusivo sullo zio, un delizioso capolavoro di grazia perfida, di affettuosità visionaria e, ovviamente, di surreale e domestica misantropia. Parlando dello zio in generale e dei diversi tipi di zii, Manganelli parla molto di se stesso, come sempre. Si definisce e si autodifende come una specie di angelo comico, un angelo goffo e brutto, ma più bello di ogni bello, perché non può amare la vita pur standoci dentro: o meglio finge di viverla e fa di tutto per beffare la sua pretesa di impadronirsi di lui. Lo zio per Manganelli è essenzialmente romagnolo. Nessun’altra regione riesce a produrre degli zii in piena regola: “A mio avviso la produzione di zii, che in Italia è diffusa in tutte le regioni e non pare legata al censo, raggiunge il suo meglio in Emilia e Romagna (…) Possiamo anche dire che nel sangue emiliano-romagnolo è diffusa una percentuale elevata di zietà, donde discende quella benevolenza chiassosa e anche un po’ sboccata, una tendenza a farsi complici di tutti gli altri zii, una certa irresponsabilità lieta e sbadata; infatti, l’essere umano, in quanto zio, non è propriamente dentro la famiglia (…) ma ha indosso un bizzarro odore di futuro, e insieme qualcosa di più che una inclinazione all’infantilismo” (pp. 127 – 8).

Preso l’avvio, Manganelli non si ferma più. Procedendo per implacabili deduzioni analogiche, sa arrivare a picchi di perspicuità tanto più inoppugnabile quanto più esilarante e onirica. La comicità di Manganelli ha qualcosa di divinatorio. Va sempre al di là delle apparenze senza cancellare mai le apparenze. Cosicché tutto diventa pura e immobile essenza ma non smette di restare puro e icastico fenomeno. Stiamo a sentire di che cosa è capace Manganelli quando è felice e non ce l’ha con nessuno: “I fratelli riescono bene, nel tipo abboccato in Lombardia e Veneto, più sul secco in Sardegna e Sicilia. Ora, i fratelli sono la materia prima per fare uno zio, tuttavia un fratello lombardo.veneto, se vogliamo ricavarne uno zio decorso, dobbiamo acclimatarlo o innestarlo con un che di emiliano; se resterà in patria, riuscirà freddino freddino, anche se simpatico. Il Piemonte mi pare insigne per la produzione di cugini, specie se di secondo o terzo grado, consanguinei reciprocamente periferici, peritosi, cortesi, dal profilo un po’ nebbioso. Un cugino toscano rischia di riuscir petulante – meglio un fratello, ci si litiga una volta e non ci si parla più per il resto della vita. Il cugino meridionale presuppone calde famiglie numerose ma dai ruoli un po’ generici, e un numero enorme di divani letto” (p. 129).

Magnifico, delizioso. Pezzi di bravura come questo non ci si stanca mai di rileggerli a voce alta al primo amico che si incontra. Delizioso, Manganelli. Ma anche, a volte, un po’ ripugnante: senza che se ne accorga (e questo per uno come lui è forse troppo!). Degusta, assaggia, sputa. L’ossimoro, che è la figura ossessivamente ricorrente nella prosa di questo autore così degustabile, tende ad accostare squisitezze e schifezze. In fondo, Manganelli è un “palato letterario”. Degusta, assaggia, sputa. Ma che cosa sputa? Se si passa dall’eccellente clausola sugli zii e le famiglie al pezzo di apertura sull’aborto, si vede Manganelli nell’atto di sputare via Pasolini. Niente di più prevedibile.

I due non erano nati per convivere. In un articolo del 1973, poi raccolto in “Descrizioni di descrizioni”, Pasolini includeva il letterato manierista Manganelli nientemeno che nella categoria morale e culturale dei teppisti. “Che cos’è il teppismo?” si chiedeva Pasolini. “E’ un comportamento sociale attraverso cui il potere assume forme apparentemente rivoltose, in contraddizione con le proprie leggi (…). C’è anche un teppismo letterario”.

Come si fa a concepire Manganelli in forma di teppista? Eppure, se Manganelli parla di Pasolini, un po’ lo diventa. Quando nel 1975 Manganelli se la prende con Pasolini doveva aver letto l’articolo sul teppismo. Ma non credo che si trattasse da parte sua di una volgare ritorsione. È che Manganelli, masochista squisito quale era, sente il bisogno di dare ragione a colui che aveva sadicamente indovinato in lui il teppista. Pasolini aveva un’arte tutta sua nel far diventare un po’ teppisti non solo coloro che nascondevano bene questa inclinazione, ma anche quelli che non lo erano. All’epoca condannò la legalizzazione dell’aborto come una manifestazione del dilagante “consumismo sessuale” tipico di una nuova Piccola Borghesia da cui si sentiva perseguitato. Pasolini faceva ogni tanto qualche errore di logica, ma seppe anche costruire qualche geniale teorema sociologico e politico. Il nuovo e più atroce “fascismo” era per lui il consumismo laico e progressivo degli italiani medi e modernizzati per i quali non c’è al mondo niente di “sacro”.

L’attacco del corsivo di Manganelli è subito un errore, ma un errore perfetto, poiché dimostra che cosa può voler dire fare del teppismo letterario, professorale e goliardico insieme, per aggredire un tipo di scrittore e di letteratura che gli riescono incomprensibili: “Da qualche tempo mi accade di leggere le prose teoretiche di Pier Paolo Pasolini con una sorta di devozionale raccapriccio: non oserò dire che scrive male, tenuto conto anche della media nazionale, ma che scrive, all’incirca, come un sociologo che, dopo passionali e discontinui studi giuridici, abbia scoperto e incautamente amato una letteratura, degli autori non indiscriminatamente consigliabili, tanto per fare un esempio, Giovanni Papini, Luigi Russo e l’ultimo Pier Paolo Pasolini (…). Quello che si nota, in questi scritti, è una tale quantità di superiorità morale nei confronti dell’universo, da essere difficilmente compatibile con una prosa comprensibile” (p.11).

E così vediamo in azione, contro Pasolini, un Manganelli che difende la legalizzazione dell’aborto, come se ce ne fosse pubblicamente bisogno, o meglio come se lui, il puro singolo, l’idiosincratico inflessibile, ne sentisse il bisogno. Manganelli aveva un tale orrore della società da preferire che della società non si parlasse in letteratura, a meno di considerarla come un dato di natura, come un bizzarro e prezioso oggetto di descrizioni preziose e bizzarre. (Fa pensare a un Gadda senza dolore che sia diventato un Emilio Cecchi squilibrato e senza remore).

A questo punto il titolo delizioso di “Mammifero italiano” suona meno delizioso e più ripugnante. Gli esseri umani sono per Manganelli una specie animale, ma naturalmente senza l’innocenza degli animali. Una specie “animalesca”, più che animale. Il suo moralismo oltranzistico degusta così l’eternità naturale dei vizi umani.

Manganelli è un virtuoso nella demolizione di ogni idealismo retorico, ma si crede depositario di un valore supremo: la prosa elegante, perfetta, umoristica, paradossale. Parlando di Pasolini non poteva che sbagliare. Finge di essere ironico e invece è rabbioso. Errore stilistico imperdonabile. Manganelli dimostra in questo caso di essere stilisticamente non meno “monotono” di Pasolini. Crede cioè anche lui di poter scrivere in ogni occasione e di qualunque cosa usando lo stesso tono, il suo tono di sempre. Difendendo i diritti delle donne e la democrazia della maggioranza, Manganelli si mette dalla parte della ragione. Solo che, come fa capire Belpoliti nella postfazione, lo stile “del Manga” (perché Belpoliti si permette di chiamarlo così?) funziona solo se lui ha “la netta sensazione di essere dalla parte del torto”. Qui no. Contro Pasolini che condanna l’aborto legalizzato, Manganelli si compiace di avere ragione, in compagnia di una maggioranza democratica che ha ragione. Per uno come lui è il colmo del ridicolo (o dell’ipocrisia). È così che il delizioso Manganelli diventa un po’ ripugnante. Credo che lui lo sapesse.

Ma quando incontra qualunque realtà su cui stilisticamente è difficile scherzare, Manganelli crolla.

Alfonso Berardinelli
* * *

Qui di seguito è riprodotta la parte dell’articolo [pubblicato su “Tempo” del 21 ottobre 1973 col titolo “ In vari modi uno scrittore può essere teppista”] riguardante la recensione a Giorgio Manganelli, Lunario dell’orfano sannita, Einaudi, Torino 1973.

Giorgio Manganelli ha fatto parte del Gruppo 63, quello di cui Pasolini disse:«La loro furia iconoclasta ha fatto perdere troppo tempo a troppi giovani, hanno interrotto stupidamente, per puro snobismo, lo sviluppo di tutta una corrente della cultura italiana. Hanno fatto il vuoto gratuitamente, per pura isteria di “superamento”».

[«Che cosa è il teppismo?»], di Pier Paolo Pasolini, 21 ottobre 1973, da Descrizione di descrizioni, Garzanti, Milano 1996.

Che cosa è il teppismo? E un comportamento sociale attraverso cui il potere assume forme apparentemente rivoltose, in contraddizione con le proprie leggi, e l’autorità viene accettata faziosamente, quasi che la dichiarazione di lealismo ad essa fosse scandalosa. C’è anche un teppismo letterario. In tal caso il «potere» e l’«autorità» sono da accepirsi in un senso parziale e particolare: cioè nel senso generico di «conformismo». Quasi sempre i conformisti sono teppisti: cioè oppongono al vero scandalo della ricerca libera e critica, il falso scandalo dell’accettazione di una cultura stabilita. Ci sono stati i teppisti del conformismo dell’«impegno», negli anni Cinquanta; i teppisti del conformismo del disimpegno, negli anni Sessanta; i teppisti del conformismo della contestazione e della rivangelizzazione marxista-leninista, negli anni Settanta. Ma questi teppisti del conformismo che inevitabilmente nasce dalla codificazione immediata di idee ancora in formazione e in progresso, sono minoranze inevitabili: dei deboli, dei nevrotici, degli improvvisatori, dei provocatori inconsci, appartenenti in realtà, ancora, a cultura contestata, superata.

Ma c’è anche un conformismo di carattere, come dire, ortodosso, quasi metastorico. C’era al tempo del fascismo, c’era ai tempi dell’illusione gramsciana di una egemonia culturale marxista, c’era ai tempi più caldi della contestazione e c’è oggi (nel momento cioè di una falsa restaurazione classica che maschera in realtà un processo rivoluzionario del nuovo capitalismo). Si tratta della continuità piccolo-borghese, la cui struttura economica, i cui modi di esistere e la cui qualità di vita non sono mai (fino a oggi) sostanzialmente cambiati. Questo universo piccolo-borghese, è follemente composito, complesso, enigmatico, magmatico: in esso c’è di tutto, la piccola borghesia piemontese e la piccola borghesia siciliana, tanto per dare un esempio, che, pur non amalgamabili, finiscono con l’essere tuttavia gli elementi di un «insieme solidale». Alla superficie, questo universo irriducibile a un ordine qualsiasi (e che appunto, noi, genericamente, chiamiamo piccolo-borghese) produce dei caratteri che esso considera propri (pur senza reale coscienza), ed emana delle norme. Norme per eccellenza. Le norme della normalità. Non sono scritte, e neanche orali. Ma se ne potrebbe fare un «Libretto nero». Tali norme sono assolutamente rigide, da una parte; dall’altra sono abbastanza elastiche da consentire abbondanti serie di «sotto-norme», in cui i diversi gruppi di piccoli borghesi, geopoliticamente innumerevoli, possano meglio riconoscersi. Resta fermo il canone del conformismo come fonte di violenza.

Ci sono degli scrittori che esprimono indirettamente - attraverso la pura e semplice rappresentazione - questo universo conformista a cui essi appartengono per nascita; altri scrittori, invece, dichiarano apertamente la loro scelta scandalosa dell’universo a cui sono nati e destinati. La violenza da implicita diventa esplicita. Diventa un elemento della poetica.

Giorgio Manganelli appartiene a quest’ultima categoria, ma ambiguamente. Egli fa gli elogi (ricattatori, perché condannano implicitamente chi vive diversamente) della vita sedentaria, contemplativa con umorismo e scetticismo, ora «depressa ora fatuamente euforica», dedicata al lepido insegnamento e insieme alle severe ricerche filologiche, armata di doppiopetto e occhiali, amante (in tal caso con teppismo dichiarato) della buona tavola e del buon vino, riduttiva da una parte, dilatatoria dall’altra (riduttiva quando si tratta di grandi problemi, dilatatoria fino al delirio metafisico, quando si tratta di «particulari»). Senonché in Manganelli il «teppismo mentale» è divenuto una categoria a sé, pura: è divenuto il proprio modo di esistere. Così che qualsiasi pretesto è buono per farlo funzionare. Anche ciò che è, per natura, contrario alla qualità di vita manganelliana: per esempio, la Contestazione (così poco sedentaria, almeno nel ‘68, e così deplorevolmente poco edonistica, presa com’è da uno spartano disprezzo per le comodità borghesi, incapace assolutamente di distinguere un fiascaccio di vino goliardicamente tracannato da una bottiglietta di «Picolit»). Inoltre, la cultura di Manganelli non è una cultura piccolo-borghese: essa cioè gli fornisce la coscienza esatta di ciò che può essere una grande cultura borghese, non solo, ma anche una cultura alternativa o rivoluzionaria. Il lealismo di Manganelli alla normalità piccolo-borghese - il suo farsi quasi portavoce di un padre di famiglia, serio professionista all’antica non privo di un umanistico umorismo che lo fa ridere, aristocraticamente incompetente, del calcio o del Padrino, o brontolare paradossalmente sui telefoni o la malavita - è dunque puramente manieristico. Il fatto è che in Manganelli non c’è nulla al di fuori di questo manierismo.

Nel suo ultimo libro (del resto «minore») si salvano pochissime pagine (l’elogio del Corano, la nota sulla «letteratura a Roma»: «L’Italia ha avuto una lunga e bellissima tradizione di sapide e dotte bisbocce; le brigate fiorentine, i banchetti papali, estensi e gonzagheschi, poi gli educati convegni le indulgenti cioccolate degli arcadi. Poi finì; fu una fine splendida e irrepetibile, ignara e perfetta. Accadde il 16 ottobre 1816, un mercoledì, e cinque del pomeriggio, in casa di Ludovico di Breme, a Milano...»). La cosa più bella del libro è però indubbiamente il risvolto di copertina. Leggendolo pensavo che si trattasse del riassunto del libro, e che dunque il libro fosse un miracoloso romanzo; sono rimasto così suggestionato dalla storia di questo fantasma sannita (forse anche perché avevo letto, sul n. 278 di «Paragone», un bellissimo articolo di G. Antonelli sul genocidio dei Sanniti), che già mi era balenata l’idea di usare il tutto per un film. […]

 
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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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