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La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

La discesa nell'inferno della
periferia romana
di Massimo Ilardi, www.carta.org

È passato Tiburtino, ecco Tor dei Schiavi, il Borghetto Prenestino, l’Acqua Bullicante, la Maranella, il Mandrione, Porta Furba, il Quarticciolo, il Quadraro […] Altri centinaia di centri come quello lì al Tiburtino: con un mare di gente sotto il semaforo, che man mano andava sparpagliandosi nelle strade intorno, rumorose come androni, coi marciapiedi tutti rotti, e lungo ruderi colossali di mura con sotto file di tuguri. E bande di giovanotti che facevano a fugge coi loro motorini, Lambrette, Ducati, Mondial mezzi ubriachi, con le tute unte aperte sul petto nero, oppure acchittati che parevano usciti da una vetrina di Piazza Vittorio. Tutto un grande accerchiamento intorno a Roma, tra Roma e le campagne intorno intorno, con centinaia di migliaia di vite umane che brulicavano tra i loro lotti, le loro casette di sfrattati e i loro grattacieli».

È questo l’inferno della periferia romana dove Pier Paolo Pasolini discende negli anni cinquanta senza più risalirne. È l’inferno popolato dai «senza speranza» e dove gli istinti
elementari, fame sesso e denaro, perpetuamente insoddisfatti, spingono i «ragazzi di vita
» dentro Roma. L’aggressione al «centro» della città parte da qui, dalle baracche di Pietralata
e del Tiburtino, parte da tutta la fascia periferica della città che diviene negli anni sessanta il principale motore dello sviluppo urbano.

È nella periferia romana descritta da Pasolini che ritroviamo, infatti, quei laboratori sociali che producono innovazione culturale e quindi il passaggio da città a metropoli: da una cultura del tempo [storia e politica] a una cultura dello spazio [basata sul presente e sull’azione], da un territorio chiuso e delimitato dalle mura e dall’ordinamento razionale della legge a un territorio senza confini attraversato dalla illegalità e da una richiesta di libertà che non cerca partecipazione e non vuole impedimenti, dalla sacralità dei luoghi nominati e identificati dalla Storia alla indifferenza verso la memoria e il passato dei non luoghi creati dal consumo. In altre parole, dal cittadino all’individuo consumatore.

Mobilità, individualismo, impoliticità, violenza, libertà di movimento, rifiuto della disciplina del lavoro, subordinazione del rapporto tra gli uomini rispetto a quello tra gli uomini e le cose: è con queste pratiche e con queste emotività che i giovani sottoproletari si «mettono in viaggio» e invadono l’antica città di pietra innestando una rivoluzione spaziale e culturale senza precedenti che fa intravedere loro come i futuri protagonisti della scena metropolitana e la periferia come il paradigma delle opposizioni sociali di oggi.

Ma un protagonismo che Pasolini non può prevedere, troppo legato come è alla sua utopia di salvare la purezza di una realtà fino ad allora disprezzata ed emarginata e dalla quale si sente passionalmente e ideologicamente attratto.

Scrive Alberto Asor Rosa: «La discesa agli Inferi richiede una saldezza di nervi, una violenza
di passioni, un lucido rifiuto di ogni risarcimento intellettuale e sentimentale, che Pasolini qui più che altrove dimostra di non possedere. Apparentemente violento ed aggressivo, svela in realtà una indole facile alla commiserazione e al compianto». Compianto verso un mondo che, a suo parere, sta perdendo la sua ancestrale purezza sotto l’incalzare della società
dei consumi che tutto sembra rendere omogeneo e uguale. E invece stava accadendo proprio
il contrario. Pasolini non intuisce che quell’aggressione al mondo da parte dei suoi «ragazzi
di vita» se, da una parte, salda oggettivamente un certo costume sottoproletario a quello piccoloborghese da lui tanto odiato; dall’altra, modifica radicalmente quest’ultimo in favore di una koiné culturale che sarebbe diventata la «lingua» ufficiale della futura metropoli.

In altre parole, da quegli anni in poi, la cultura allora dominante incentrata sulla famiglia, sull’etica del lavoro, sull’ergastolo di una identità preconfezionata fin dalla nascita, sulla universalità dei valori, sull’ideologia dell’interesse generale dovrà fare drammaticamente i conti con una rivolta sociale che rivendicherà, in molte sue richieste, proprio quelle pratiche, quei linguaggi, quelle affettività dei «ragazzi di vita».

Ma non solo. La metropoli e le sue culture, che nasceranno da questo scontro, non si
identificheranno più in un soggetto egemone determinato – declino quindi delle tesi della
«città come fenomeno di classe» e della periferia come luogo dell’emarginazione che alcuni
settori della letteratura sociologica contribuiranno a mantenere in vita ancora per molti anni – ma nell’azione che attraversa il territorio, che occupa spazi, che si appropria di merci. Ed è nell’azione che i nuovi soggetti sociali stabiliranno, sulla base materiale della loro esistenza, forme di socializzazione addestrate alla precarietà e alla violenza. Quella stessa violenza che ucciderà poi Pasolini.

Non a caso, dagli anni sessanta, la violenza inizia a diventare costume, comportamento,
codice morale di una società che stava annientando e contemporaneamente assorbendo la politica: annientando i valori tradizionali della rappresentanza e della mediazione e assorbendo a livello sociale l’intensità del conflitto politico. Come poteva essere altrimenti, da parte di soggetti da sempre esclusi dalla rete di negoziazione di governi e sindacati a cui hanno sempre avuto accesso i soli interessi forti?

La violenza, dunque, non era né un fenomeno naturale né un processo vitale. E saranno proprio la pratica della violenza e la sua rappresentazione a mettere in rapporto la cultura dei «ragazzi di vita» con la realtà di una nuova società che stava emergendo. Siamo negli anni settanta.

Da qui prende le mosse «Romanzo criminale» di De Cataldo. Ma questa è un’altra storia.
Oppure no?
 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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La discesa nell'inferno della periferia romana, di Massimo Ilardi

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