Il cinema

"Pagine corsare"
Cinema

Pasolini, un film per la verità
Anna Maria Mori intervista Marco Tullio Giordana
"la Repubblica", 20 febbraio 1993 e 21 ottobre 1994

"Ho già fatto un film su Pasolini. Nel l980. Si chiamava Maledetti vi amerò, era il mio primo film. Ho già visto quelle immagini orrende del cadavere, le ho già filmate. Insieme a quelle di Aldo Moro, l'altro grande delitto italiano epònimo del decennio, l' assassinio di Pasolini aleggiava sul film, a circoscrivere lo smarrimento la confusione e il furore degli anni Settanta... A qualcuno sembrò azzardato associare due figure diverse e due delitti di segno addirittura opposto. Ricordo ancora i rimproveri per la scelta di quelle due virtuali figure paterne, il sarcasmo sulla mia ingenua passione civile, sul mio Edipo confuso e schizoide. Ma ancora oggi non credo di aver commesso una gaffe... Quasi dodici anni dopo quel film, mi sono chiesto se ancora fosse possibile non dico sapere la verità, ma sapere almeno perché la verità non si è saputa, e, forse, non si saprà mai". 

È Marco Tullio Giordana. Ha scritto un film, non su Pasolini ma sulla morte di Pasolini, insieme agli ormai ' quasi mitici' Rulli e Petraglia. Ci ha lavorato insieme a loro per più di un anno. Un anno a studiare, leggere, rileggere: quel che ha scritto Pasolini, e quello che gli altri hanno scritto di lui, libri, giornali e atti processuali. Adesso, fra un mese o poco più, dovrebbe cominciare a girare. C' è un produttore, Claudio Bonivento: "Ho trovato in lui" dice Giordana senza vergognarsi di un sentimento abbastanza impopolare fra gli autori, ed è la gratitudine, "un produttore entusiasta del progetto, uno che non si è mai spaventato, sin dall' inizio, né del personaggio Pasolini, né dalla probabile durata del film superiore agli standard abituali, nè dalla lunghezza del lavoro preparatorio. 

Né si è lasciato bloccare dalla sua personale odissea produttiva, in quanto è riuscito a trovare finanziamenti per questo film in Francia, in Germania, in Inghilterra, e persino in America, mentre non ne ha ancora trovati in Italia: in ciò servendo involontariamente da specchio a questo nostro Paese in cui c' è l'assoluto rifiuto per l' intel- ligenza, e l' altrettanto assoluto disprezzo per lo spettatore cinematografico, che si pensa debba avere e volere unicamente l' evasione... Del resto proprio Pasolini lo dimostra: è considerato un tesoro dell' umanità in tutto il mondo, e da noi viene ancora vissuto come un personaggio ingombrante, 'un noioso' , come si dice da qualche tempo di qualsiasi cosa o persona che ci costringa per davvero a pensare". Il problema di trovare un attore che sia Pier Paolo Pasolini sullo schermo: "... Non è risolto: è difficilissimo. Perché Pasolini è troppo presente nella memoria di tutti, con quella sua voce speciale, quel suo viso tutto sommato così poco italiano... E così alla fine abbiamo deciso che Pasolini, sullo schermo, sarà proprio e soltanto lui: Pasolini, come risulta dai filmati e dai documenti... Il racconto sarà intervallato dalle sue apparizioni...". Nessuna tesi preconcetta.

L' andamento del film: "È costruito un po' come il Salvatore Giuliano di Rosi: è un film corale con tantissimi personaggi che cercheremo di rispettare, portando alla luce tutti i punti di vista, e le ragioni di tutti. E la maggior parte delle testimonianze, ivi comprese quelle contro, saranno una dimostrazione per assurdo della grandezza di Pier Paolo Pasolini". La tesi del film: "Nessuna tesi preconcetta. Noi volevamo esporre tutte le tesi esistenti, per fornire allo spettatore la reale possibilità di scegliere e di decidere personalmente. Attentissimi a non forzare mai la mano". La domanda è: insomma, il contrario di quello che ha fatto Oliver Stone con il film sulla morte di Kennedy? La risposta: "...Il riferimento è piuttosto, come dicevo, a Salvatore Giuliano, fermo restando l'infinito rispetto e ammirazione per il film di Stone, ricco soprattutto di un linguaggio cinematografico straordinario." 

La sceneggiatura: "Si parte dalla morte: dall'affollarsi intorno a questa morte dell'intero nostro Paese... Non sarà un caso che nel corso degli incontri e delle lunghe interviste che abbiamo fatto alle persone coinvolte nel processo, ma anche a osservatori quasi totalmente esterni, tutti ci abbiano raccontato dov'erano e cosa facevano nel momento in cui apprendevano della morte di Pasolini: sensazioni e luoghi avevano resistito agli anni, e ritornavano a galla con una precisione di dettagli assoluta: è evidente che quella morte ha un significato di discrimine epocale... Abbiamo fatto nostra l'opinione dello stesso Pasolini, quando scriveva, in Empirismo eretico, ' la morte opera una rapida sintesi della vita passata, e la luce retroattiva che essa rimanda su tale vita ne trasceglie i punti essenziali, facendone degli atti mitici o morali, fuori dal tempo' . E abbiamo lavorato in questa direzione: abbiamo capito che il momento della morte, e il pathos che ha creato nel Paese, misto di ammirazione e volontà di linciaggio, di adorazione e di presa di distanza, doveva essere il punto di partenza del nostro racconto". 

Il film e gli atti processuali, ivi comprese le successive sentenze che incolpavano e discolpavano il Pelosi ed eventuali complici: "...Curioso: il processo di primo grado accertò che Pelosi aveva "agito in concorso con ignoti", lui fu riconosciuto "immaturo", e gli fu comminato il minimo della pena, consistente in nove anni, sette mesi e dieci giorni. E il dispositivo della sentenza conteneva evidentemente un avviso di reato in base al quale si doveva procedere ad accertare chi fossero gli "ignoti" chiamati in causa. Invece poi successe che la Procura generale impugnò la sentenza proprio nella dicitura "in concorso con ignoti", anziché impugnare la cosa davvero più azzardata di quella prima sentenza, ed era quella dichiarazione sulla"immaturità" del Pelosi: è stato un po' come se lo Stato volesse in qualche modo tutelare questi "ignoti", proteggerli. Tant' è che, dopo, non fu più fatta nessuna indagine in quella direzione, e dire che di piste, da seguire, ce n'erano, e tante: almeno una decina di indizi che dimostravano in maniera imponente la presenza di più persone a quell'orrendo omicidio. Ma in appello scomparvero anche gli indizi, non foss'altro nel senso che anziché essere esaminati accorpati, furono separati, e, visto uno ad uno, nessuno era di per sé probante... Insomma, se Pelosi, come ha deciso la sentenza di appello, ha agito da solo, doveva cadere la ragione per la quale il primo tribunale lo aveva dichiarato "immaturo", e gli aveva comminato il minimo della pena. Non è andata così: la sentenza di appello ha eliminato gli ignoti, e ha conservato per Pelosi la stessa pena da "immaturo"... Oggi è quanto mai impopolare muovere obiezioni alla magistratura, però bisogna avere il coraggio di tornare indietro, a vent'anni fa, e riesaminare gli insabbiamenti dell' epoca, anche in quella zona". Il film potrà servire a riaprire il processo? 
l'opinione di Giordana è "sì": "Non foss' altro perché riporta all' attenzione persone e testimonianze che non sono mai state raccolte." Marco Tullio Giordana, insieme a Rulli e Petraglia, e le tesi 'anticonformiste' di quella sinistra che, al tempo dell' omicidio di Pasolini, trovarono voce e autorevolezza per esempio nei fondi di Pintor sul "manifesto" che si schierò dalla parte di Pelosi, non foss'altro perchè giovane, sottoproletario e 'innocente', nei confronti di un Pasolini ricco, famoso, e corruttore: "...

Cominciamo col dire che Pelosi ha comunque pagato il suo debito, forse anche al di là di quello che avrebbe pagato se la sua vittima non fosse stata così illustre. Personalmente aggiungo anche che io provo una profonda pietà per questo ragazzo, perché penso che abbia avuto una responsabilità addirittura marginale in quello che è successo" dice Giordana "e la prova di quello che dico sta nel fatto che si mostrò, dopo il delitto, che le immagini ci hanno mostrato mostruoso per violenza distruttrice nei confronti del corpo di Pasolini, senza uno strappo sul pullover, con una sola macchiolina di sangue sul polso della camicia, dalla quale mancava un unico bottone". 

E alla domanda su chi darà volto e credibilità a Pelosi sullo schermo, la risposta è: "Stiamo ancora cercando un ragazzo di diciassette anni, sconosciuto, e capace di restituire una psicologia che non è di oggi ma di un Paese, il nostro, e il suo sottoproletariato, di diciotto anni fa... Il cinema è particolarmente difficile da questo punto di vista: è come una radiografia, che mostra, attraverso un volto, quello che pensa, e che magari compra, o vorrebbe comprare 
l'intera classe cui esso appartiene... I volti dei giovani sottoproletari di oggi sono diversi da quelli di allora: Pelosi appartiene a una generazione che non aveva un'eccessiva dimestichezza con la tv, tanto per dire un solo particolare...". Giordana: Pier Paolo Pasolini è stato un personaggio difficile e scomodo anche perché ha tentato di coniugare quello che tutti, per anni, si sono affannati a dire che non doveva essere coniugato, pena le atrocità di Robespierre, o quelle del socialismo reale: e cioè morale e politica. "Ed è proprio questa la ragione prima per la quale faccio questo film". Perché credo che sia il tema del giorno: è il terreno sul quale ricostruiremo, o distruggeremo definitivamente questa nostra Repubblica".

Giordana: storia di una passione
"la Repubblica", 21 ottobre 1994

Pasolini-Un delitto italiano: un libro (edito da Mondadori, in libreria a giorni); e un film (in fase di montaggio, nelle sale a gennaio o febbraio prossimi). Ma soprattutto una grande, autentica, testarda, paziente e assoluta passione: la passione di Marco Tullio Giordana, che firma, e il libro e il film (scritto però insieme a Stefano Rulli e Sandro Petraglia). E non è poco, la passione, il coraggio dell' inattualità della passione, in tempi di astenia generale, di noia, di diffusa "infelicità senza desideri" per dirla con il bel titolo di Peter Handke: con questa credenziale, non foss'altro perché ormai così rara soprattutto nella letteratura e nel cinema italiani dove la passione eventuale e più frequentata è quella del culto dell' "io", il libro e il film di Giordana si accreditano subito, persino a scatola chiusa, per essere letti e visti. 

Racconta, Giordana: "Non ho mai conosciuto Pasolini, e credo che proprio questo mi abbia dato più forza rispetto al mio film e al mio libro su di lui. Parlavo di questo con Bernardo Bertolucci che, come tutti sanno, ha molto lavorato con Pier Paolo Pasolini: lui mi diceva che gli sarebbe piaciuto fare qualcosa su un uomo, un poeta e un autore di cinema che è stato suo maestro ed amico, una persona che lui ha molto amato, e mi confidava di non esserci riuscito, per eccesso di coinvolgimento... Forse è giusto che lo faccia adesso qualcuno come me, uno che abbia, come io ho, un grande debito culturale, politico e morale nei confronti di Pasolini, e un debito affettivo che però è soprattutto conseguente agli altri tre: e nonostante tutto parlare e scrivere di lui, mi mette in una soggezione terribile". 

Ricorda ancora il regista di "Maledetti vi amerò", che già in quel suo primo film, quattordici anni fa, aveva messo in scena una sua passione anche edipica nei confronti dell' autore delle "Ceneri di Gramsci": "Quando Pasolini è stato ucciso, io avevo venticinque anni: era stato una figura formativa della mia adolescenza, l'avevo sempre considerato un 'maestro' secondo una accezione che oggi purtroppo non usa più. Così mi è venuto subito naturale mettermi, nei suoi confronti, nella posizione dell'allievo che ascolta: è la posizione che conservo a tutt'oggi, nel fare questo film su di lui e sulla sua morte". Sui due schermi affiancati di due Macintosh "specializzati in cinema" sui quali il film viene montato da una bravissima e rapida Cecilia (Zanuso), con il bianco e nero dei documenti d'epoca (ecco Moravia, accorso all' Idroscalo, che dice la famosa frase che allora parve persino riduttiva, "è morto un poeta, e, di poeti, ce ne sono pochi: ne nascono due o tre ogni secolo...") che si succede, si alterna, si sovrappone, e qua e là persino si stempera nei colori del girato delle dieci settimane della lavorazione del film appena concluse, l'assassino di Pasolini ha i ricci, lo sguardo ambiguo e innocente del vero Pino Pelosi. Ma ad interpretarlo è un ragazzo scoperto in un bar di periferia, a Roma, dal- 
l'aiutoregista di Giordana, Barbara Melega: si chiama Carlo De Filippi, prima di questo film aveva fatto la comparsa in "Mery per sempre", "di Pasolini sapeva quello che oggi sanno tutti i ragazzi della sua età, e cioè che era stato ucciso da un ragazzo che lui aveva preteso di violentare", aveva anche visto e ammmirato due film suoi, e cioè "Accattone" e "Mamma Roma". Restituisce lacrime e pallore silenzioso alla cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi - unico pezzo di famiglia sopravvissuto alla morte del poeta, e a quella di sua madre Susanna - 
l'attrice Nicoletta Braschi, straordinariamente intensa nel ruolo: "La più brava che ha oggi il cinema italiano, dal mio punto di vista", la presenta Giordana. 

Dicevamo che Pasolini. Un delitto italiano si propone di riaprire il caso della morte di Pasolini, troppo presto archiviata come responsabilità di uno solo: quel Pelosi, che peraltro, in proposito, ha già scontato la sua condanna. "E, quando il film sarà in sala, io mi aspetto di essere convocato dal magistrato: anzi, ne sono certo...": è Marco Tullio Giordana che parla, presentando il suo film, del quale già si è detto e scritto che riapre l'ipotesi, troppo presto rimossa dai magistrati, dell'omicidio di gruppo. Ancora Giordana: "È un film che cerca di dar voce ai tanti e diversissimi sentimenti che Pasolini ha suscitato, e non sono solo di ammirazione, c'erano anche l'ostilità e la violenza: la scommessa del film è di raccontare il suo protagonista persino attraverso la voce dei suoi accusatori". Le basteranno le due ore canoniche per tutto questo che lei vuol dire nel suo film? "Mi devono bastare: non voglio che il film abbia una durata superiore. Con un protagonista come Pier Paolo Pasolini, io non voglio annoiare, ma anzi affascinare la gente. Così come faceva lui, che non ha mai conquistato il suo pubblico mettendolo in soggezione". 

Per stringere tutto nelle due ore di un film, lei avrà dovuto fare delle scelte: quali? "Io ho messo una particolare cura nel restituire immagini a un'Italia, quella del '75, che non c'è più: il mio, oltre che su Pasolini e la sua morte, è un film persino antropologico, sui visi, i corpi, i linguaggi di un'Italia scomparsa, cancellata dalla televisione". Nell' enormità del materiale, dei temi e degli spunti per un film sulla morte, ma anche sulla vita di Pier Paolo Pasolini, qual è stato il criterio che lei ha adottato per scegliere e scartare? Qual è stata la stella polare da cui si è fatto guidare? "Nel selezionare la parte documentaristica, ho privilegiato il Pasolini ' solare' , allegro, innamorato della vita: quello della 'disperata vitalità' . Ho scelto, al posto del Pasolini solito - solitudine, ambienti chiusi e occhiali neri - il Pasolini meno frequente del rapporto con gli altri, con la natura, con gli amici, con il gioco... Ho ricostruito la casa dove Pasolini viveva, con l' aiuto e la collaborazione di Graziella Chiarcossi, che mi ha prestato i mobili veri della sua casa vera: e ancora la ringrazio. Anche la macchina da scrivere che si vede nel film, è quella autentica che usava Pier Paolo Pasolini: forse al pubblico potrà non interessare, a me però tutto questo ha dato un' energia in più, nel girare questo film...". 

In qualche modo questo film si mette sulle orme del "JFK" di Stone; come quest' ultimo, parte da un omicidio, cercando di riscostruire la verità di quell'omicidio troppo presto giudicato "risolto"; come il film di Stone, punta sul montaggio, insieme, di materiale documentario e di finzione. Il suo Pasolini avrà qualche parentela con il film di Stone? "Premesso che si tratta di due omicidi che non mi sembra abbiano grandi parentele tra di loro, è vero che i due film avranno un linguaggio comune, ed è quello dell' estrema libertà che tutti e due hanno, nello accostare le immagini della realtà documentaristica a quelle della finzione cinematografica... Posso anche aggiungere che da questo punto di vista, forse sono anche un po' debitore di Stone: mi ha dato una maggiore sicurezza nell'affontare questo lavoro di collage". 

Mentre lei si batteva nei tre anni di preparazione di questo film per dare alla luce il suo Pasolini, è uscito il "Caro Diario" di Nanni Moretti, che l' ha in qualche modo preceduto nel raccontare al mondo intero il secondo omicidio compiuto su Pasolini, ed è lo squallore di quella tomba 
all'idroscalo, una croce di legno qualsiasi, con un barattolo di conserva per un mazzo di fiori secchi. Le è dispiaciuto? "Mi ha fatto tenerezza. Con un pizzico di gelosia...". 

L' appuntamento sugli schermi italiani (e quelli del Festival di Cannes?) è fra tre o quattro mesi. Per adesso, ci sono immagini, forti e composte, la musica, che sarà forse quella, straordinaria, di Geoffrey Oryema. E, dietro alla musica e alle immagini, ad ordinarle, sceglierle, al fine di dar vita a una storia chiusa e composta, c'è il sentimento, forte, di Marco Tullio Giordana: "È anche un film che racconta chi fossero le persone più feroci, anche dal punto di vista della violenza fisica, nei confronti di Pasolini: e furono i fascisti, che lo picchiarono più di una volta. Adesso quegli stessi fascisti sono al governo, anzi, al sottogoverno. Spero che questo film sia un album di famiglia di quello che è stato il neofascismo in Italia, tanto da aiutare a far capire anche il post-neofascismo di oggi...". 

Giordana: lei dice di aver fatto un film per Pasolini, e persino per l'Italia. E per sé? "Pazienza se qualcuno mi troverà ridicolo. Ma io non posso, davvero non posso dissociare la mia fortuna personale da quella della mia patria nel senso pasoliniano di questo termine. E scriva proprio così, mi raccomando: ' patria' ..."

 

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Pasolini, un film per la verità - Anna Maria Mori intervista Marco Tullio Giordana
"la Repubblica", 20 febbraio 1993

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