|
|
|
Saggistica Pasolini e il Mostro
Tornai a casa quella sera con un’unica e chiara domanda. Che cosa era insostenibile per me spettatore di Salò? E da quell’unica domanda si diramavano altri interrogativi. La compiacenza dell’occhio del regista? La pietas totalmente assente negli sguardi tanto degli aguzzini che nelle vittime? L’assoluta arbitrarietà del potere nell’esercizio della violenza e che per quanto abbigliato in camicia nera poteva senza particolari difficoltà vestire i panni borghesi dei teppisti del Circeo o redingote poco illuminate di nobili francesi? Il sangue? La merda mangiata e fatta mangiare su tavoli eleganti? Il sesso? Domande cui fino ad oggi non avevo trovato una risposta esauriente. Con l’unica eccezione di uno scritto di Leonardo Sciascia, presente credo nella raccolta Nero su nero, Einaudi, Torino, 1979, in cui lo scrittore siciliano raccontava di quella stessa esperienza di insostenibilità ma le cui motivazioni mi apparivano troppo legate al tipo di intellettuale ovvero a quella generazione di guerra dopoguerra per cui una reazione del genere era anche prevedibile. Il documentario - film? Inchiesta? - di Giuseppe Bertolucci, Pasolini prossimo nostro, che è possibile vedere in questi giorni nelle sale italiane, è stato per me a dir poco illuminante. A partire dal titolo. La parola prossimo nel suo risuonare cristiano e da sempre legata a un amore malgrado noi - ama il prossimo tuo come te stesso, insomma fa uno sforzo e che diamine! - sembra suggerire “ecco, una ragione in più per amare Pasolini”. E precisamente nell’unica opera che nessun conciliante personaggio o teologo vaticano, né intellettuale neo conservatore potrà difendere. Salò è indifendibile o almeno, se n’è sempre parlato come quando scrivendo di Céline si tacciono gli scritti antisemiti o di Pound qualsiasi cosa non fosse poesia. E a torto. Perché grazie alla lunghissima intervista fatta al regista durante le riprese - il film ricostruito come un diaporama lascia che ogni fotogramma esploda nelle voci o nei rumori delle sequenze - non solo se ne coglie la necessità ma soprattutto si apre un vero e proprio baratro per la scrittura qui intesa come letterarietà. A lungo si è parlato di Salò come del testamento di Pasolini che quasi mette in scena la propria morte di poco successiva. In realtà a morire è lo scrittore ma non l’artista che, a un certo punto, afferma di non potere usare più le parole per descrivere il cataclisma annunciato dalla eliminazione sistematica delle comunità pre- società dei consumi. In altri termini che solo la macchina da presa potrà interferire con la realtà perché è la sola a possedere una grammatica capace di catturarla. Con vent’anni di anticipo sui registi di Dogma, Pasolini enuncia uno per uno gli attrezzi del suo atelier: l’assenza di una post produzione e di un montaggio selettivo - il film si monta facendolo, dirà - la necessità di non irrompere in un ambiente con una scena pre costruita ma tradurre quanto preesista alla narrazione in un momento stesso del racconto. Insomma qualcosa agli antipodi degli Studios americani o dell’utopia scenica di Sergio Leone. La suddivisione in gironi, ispirazione dantesca, spiega come gli sia venuta durante la prima fase della lavorazione di un film, all’origine, commissionato a Maselli e poi da quest’ultimo abbandonato nel momento in cui Pasolini se ne innamora attraverso la trasposizione del racconto sadiano in piena Repubblica di Salò. Eppure il vero bersaglio del regista non è il fascista in doppio petto e il potere, la tradizione di chi comanda nelle figure di un banchiere di un giudice e di un cardinale. Seguendo i propositi che rilascia ci rendiamo conto di come il vero Mostro sia la società dei consumi, che come il soldato blu si avventa sulle riserve indiane per creare un nuovo modello antropologico: il consumatore. Pasolini, e qui sta tutta la sua grandezza, non solo coglie per tempo il principio di metastasi che sta divorando dal di dentro il corpo sociale ma decide di non fare sconti al malato e di schiaffargli in faccia la gravità della situazione. Ecco allora profilarsi la risposta alla domanda posta all’inizio di questo scritto. E precisamente quando l’intervistatore gli chiede a chi sia rivolta quest’opera, “a tutti” risponde per poi aggiungere “all’altro, che è in me”. Perché allora il viaggio all’inferno sia non solo sostenibile ma a dir poco necessario, bisogna avere il coraggio di parlare a quell’altro che è in noi, e una volta accettato, chiedergli di raccontare ogni cosa, tutto, perché solo allora sarà possibile evitare il peggio, ovvero la distruzione capillare e totale di ogni forma di comunità in nome dell’ultimo uomo. L’ultimo uomo annunciato in questi anni da Sloterdjik, (vd Essai d’intoxication volontaire Calmann-Lévy, 1999) ovvero quello messo al capolinea del genere umano e che incapace di trasmettere alcunché ai propri discendenti consumerà ogni cosa, con la stessa ingordigia di chi convinto di aver fame e ancora gusto mangerà della merda convinto che non solo tutto quel ben di dio gli spetti, ma che a pagare il conto saranno altri. Foto: Pasolini sul set di Salò in una pausa di lavorazione.
|
. |
|
|
|