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La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

Pasolini corsaro e luterano
di Marco Belpoliti
da “Nuovi Argomenti”, n°21, gennaio-marzo 2003

Il 7 gennaio 1973 nella rubrica “Tribuna libera”, collocata nella seconda pagina del “Corriere della sera”, il lettore può leggere il primo intervento di Pier Paolo Pasolini: “Contro i capelli lunghi”. A scrivere sul più importante giornale italiano lo hanno invitato Piero Ottone e Gaspare Barbiellini Amidei. È il primo tassello dei futuri Scritti corsari. Il successivo articolo è di quattro mesi dopo, “Il folle slogan dei jeans Jesus”.

Si tratta ancora di articoli tangenziali rispetto al dibattito culturale e politico in corso. Pasolini non ha ancora messo a fuoco i suoi argomenti polemici “maggiori” - la “mutazione antropologica”, il divorzio come vittoria di “destra”, l’aborto e il coito eterosessuale - né il direttore del “Corriere” ha preso la decisione di pubblicare in prima pagina gli articoli dei più scandaloso letterato italiano. Tuttavia il Pasolini corsaro è già tutto in quell’articolo di esordio.

In quei primi mesi del 1973 Pasolini collabora anche a un settimanale, dove tiene una rubrica di recensioni letterarie (poi raccolta postuma con il titolo di Descrizioni di descrizioni). Non disdegna neppure di scrivere saltuariamente su altri periodici e quotidiani (“Paese sera”, “Rinascita”, “L’Espresso”), sovente in risposta a polemiche provocate da lui stesso. È un infaticabile collaboratore di giornali.

La sua passione per la carta stampata è molto antica; rimonta agli anni giovanili, a Bologna, prima, e in Friuli, poi, dove scrive sui giornali studenteschi, fonda riviste e altre ne progetta. È da subito un giornalista-pedagogo, ma anche uno scrittore-critico. Legge e recensisce, discute e polemizza. Probabilmente non è ancora un vero e proprio giornalista, o meglio un pubblicista, ma già in quegli anni friulani i suoi articoli si muovono tra letteratura, società e politica.

L’invenzione di Pasolini giornalista viene attribuita a Maria Antonietta Macciocchi, direttrice del settimanale comunista “Vie Nuove”, che nel maggio del 1960 lo invita a collaborare al suo giornale con una rubrica fissa, “Dialoghi con Pasolini”. Dura, con varie interruzioni, fino al 1965. Poi tra l’agosto del 1968 e il gennaio del 1970, tiene una rubrica, “Il caos”, sul settimanale “Tempo”, dove succede a Salvatore Quasimodo (in precedenza la rubrica, con altro titolo, era stata di Curzio Malaparte). Si tratta di due collaborazioni differenti: la prima, una vera e propria rubrica di lettere, la seconda una serie di interventi di argomento vario, dalla letteratura alla politica, dal costume alla recensione. 

Gian Carlo Ferretti ha sostenuto che il Pasolini della rubrica “Il caos” contiene in potenza il Pasolini corsaro: la critica del neocapitalismo, la fine dell”‘impegno” dell’intellettuale, il superamento della distinzione tra destra e sinistra, l’intreccio tra “privato” e “pubblico”, tra biografia e letteratura. Di sicuro è così. Rileggendo oggi gli interventi sul “Tempo” e raffrontandoli con quelli degli Scritti corsari, si scoprono molti punti di contatto, tante anticipazioni, ma anche una maggior moderazione nello spingere fino in fondo le proprie tesi. 

Mario Isnenghi, uno dei pochi che si è occupato di Pasolini giornalista, ha sviluppato la metafora del “corsaro”, cara a Pasolini stesso, parlando di un intellettuale che, dopo aver scritto pensando negli anni sessanta ai suoi interlocutori comunisti, negli anni Settanta “veleggia in mare aperto, non responsabile di fronte a nessuno, fuor che a se stesso”. Del resto, a leggere oggi con attenzione quel primo articolo sui capelli lunghi, posto da Pasolini all’inizio degli Scritti corsari, ci si accorge che qualcosa è cambiato nella lettura che il poeta fa della realtà contemporanea.

I protagonisti dell’articolo sono i giovani che si sono lasciati crescere i capelli, i capelloni, appunto, visti per la prima volta nella hall di un albergo a Praga negli anni sessanta. Pasolini legge questo “segno” come l’indicazione di una trasformazione antropologica, meglio fisica. Dopo aver sunteggiato in modo parziale gli avvenimenti della fine degli anni sessanta, ciò che precede e segue la contestazione studentesca del Sessantotto, Pasolini tira una conclusione precisa: il “linguaggio dei capelli” esprime in modo preciso l’identificazione tra Destra e Sinistra, tra giovani che appartengono a una sottocultura di Destra e giovani che appartengono a una sottocultura di Sinistra.

Il criterio è fisico, riguarda il corpo. L’argomentazione di Pasolini non è tuttavia perfettamente chiara. Ci sono tra le varie parti dell’articolo salti, passaggi non del tutto conseguenti. Il problema non è infatti, come il lettore è portato a credere sino a oltre la metà del pezzo, la politica, ma l’aspetto fisico dei giovani. Lo chiarisce un’immagine.

Nel settembre del 1972 Pasolini è a Isfahan, in Persia. Sta guardando i ragazzi che verso sera passeggiano. Assomigliano in tutto e per tutto “ai ragazzi che si vedevano in Italia una decina di anni fa: figli dignitosi e umili, con le loro belle nuche, le loro belle facce limpide sotto i fieri ciuffi innocenti”. Poi di colpo, in mezzo a “tutti quei ragazzi antichi, bellissimi e pieni di antica dignità umana”, appaiono “due esseri mostruosi”. Non sono proprio dei capelloni, “ma i loro capelli erano tagliati all’europea, lunghi di dietro; corti sulla fronte, resi stopposi dal tiraggio, appiccicati artificialmente intorno al viso con due laidi ciuffetti sopra le orecchie”. l due ragazzi mostruosi parlano il linguaggio dell’Europa: sono moderni, privilegiati, per nulla identificabili con gli altri ragazzi, “sottosviluppati, rimasti indietro alle età barbariche”. Sembrano dire: “ed ecco qui i nostri capelli lunghi che testimoniano la nostra modernità internazionale di privilegiati!”.

Nelle righe che seguono Pasolini torna al discorso “politico”: i capelli lunghi sono di Destra; e con loro si è chiuso un ciclo: “la sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura dell’opposizione e l’ha fatta propria”. È un tema estetico che Pasolini traduce in un linguaggio etico: “Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di una ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente condannano per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti. Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri”. I giovani, sostiene, hanno mancato il rapporto dialettico coi padri, l’unico che consente loro di andare avanti, di “superare” i padri; si sono chiusi in un mondo a parte, in un ghetto riservato a loro, e sono andati più indietro. Il centro dell’argomentazione di Pasolini non è tuttavia né il superamento della distinzione fisica, visiva, tra destra e sinistra, e neppure il rapporto figli-padri, ma proprio l’aspetto estetico, il passaggio dalle “belle nuche” e “belle facce limpide sotto i fieri ciuffi innocenti” ai capelli lunghi. A testimoniarlo è il primo articolo che apre la seconda sezione di Scritti corsari, che s’intitola “Documenti e allegati”.

Il libro è stato diviso dall’autore in due parti: nella prima sono raccolti gli articoli apparsi sul “Corriere” e su altri giornali, tra il gennaio 1973 e il febbraio 1975; sono interventi giornalistici, polemici; nella seconda parte sono invece raccolte le recensioni o prefazioni di libri; l’argomento analogo ai materiali che Pasolini ha già raccolto in una cartellina e che poi assumerà il titolo di Descrizioni di descrizioni. Nella prefazione a Scritti corsari lo scrittore si rivolge al lettore e gli affida la ricostruzione del libro composto di frammenti “di un’opera dispersa e incompleta” (prima o poi bisognerà tornare su questa scrittura per “frammenti”, questo non-finito che è tipico dell’opera di Pasolini, a partire da quella in versi). Ci sono gli scritti “primi” e la più “umile” serie degli scritti integrativi, corroboranti e documentari. L’occhio del lettore deve correre tra l’una e l’altra serie, ma anche tener presente, sottolinea l’autore, alcune poesie in italo-friulano poi raccolte in La nuova gioventù, presso Einaudi nel 1975.

Il primo pezzo della serie “umile” è una recensione a Un po’ di febbre di Sandro Penna, pubblicata nel 1973 sul settimanale “Tempo”. In realtà non è una vera recensione, ma la rievocazione nostalgica di un’Italia che non c’è più, quella che s’incontra nelle pagine del poeta: “Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo! La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata...”. Come nel caso dell’articolo sui capelli lunghi, anche qui si parla di apparenze, di estetica, di corpi. Là il corpo dei ragazzi, qui il corpo dell’Italia, ovvero il suo paesaggio: “I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi”. Non è solo questione di forme spaziali, ma anche di costumi: “La gente indossava vestiti rozzi e poveri (non importa che i calzoni fossero rattoppati, bastava che fossero puliti e stirati)”; i ragazzi stavano in disparte rispetto agli adulti, erano ignoranti, timidi, umili. Tutto, paesaggio, luoghi, persone, vestiti, atteggiamenti, sembrava segnato dalla “grazia”.

Anche qui al centro del discorso, che passa dall’estetica all’etica, ci sono i giovani, i ragazzi: “La naturale sensualità, che restava miracolosamente sana malgrado la repressione, faceva sì che essi fossero semplicemente pronti a ogni avventura, senza perdere neanche un poco della loro rettitudine e della loro innocenza”. A quel mondo di ieri si contrappone quello di oggi: “Ora che tutto è laido e pervaso da un mostruoso senso di colpa - e i ragazzi brutti, pallidi, nevrotici, hanno rotto l’isolamento cui li condannava la gelosia dei padri, irrompendo stupidi, presuntuosi e ghignanti nel mondo di cui si sono impadroniti, e costringendo gli adulti al silenzio o all’adulazione - è nato uno scandaloso rimpianto; quello per L’Italia fascista o distrutta dalla guerra”.

Quello che è accaduto non è solo un cambiamento d’epoca, ma, scrive Pasolini, una tragedia: “ciò che si è amato ci è tolto per sempre”. Lo condensa con un’immagine, un’apparizione che sia nella poesia sia nella prosa di Penna non manca mai: “un ragazzo amato subito per la innocente disposizione del suo cuore, per l’abitudine a una obbedienza e a un rispetto non servili, per una sua libertà dovuta alla sua grazia: per la sua rettitudine”.

In un ipotetico indice tematico degli Scritti corsari al primo posto dovrebbero figurare le parti che riguardano la “mutazione antropologica” degli italiani, che ha il suo centro focale nel celebre “articolo delle lucciole”, non a caso è il penultimo della prima parte (18 febbraio 1975). Su questo tema, sul neo-capitalismo e sulla società dei consumi, si soffermano la maggior parte degli articoli della prima e della seconda parte (Penna e Comisso come autori di riferimento dell’Italia arcaica, contadina e premoderna nella seconda parte); poi c’è il blocco degli articoli dedicati al declino della Chiesa cattolica, altro argomento decisivo per Pasolini; quindi gli articoli sul referendum per l’abolizione del divorzio (ma è un sotto argomento dell’argomento “mutazione antropologica” e Chiesa) e la serie degli articoli dedicati all’aborto, forse i più rivelatori e complessi dell’intero volume; e ancora: una serie di articoli dedicato alla coppia fascismo/antifascismo, alla cultura della Destra, al Sessantotto (sottoargomento dell’argomento giovani); infine, gli articoli sull’omosessualità, due soli, ma decisivi.

Se questo è l’ipotetico indice tematico del volume, da mettere a fuoco c’è però il metodo d’indagine adottato da Pasolini per esplorare la realtà italiana, sia che si tratti dei costumi o comportamenti sia che si tratti delle opere letterarie o saggistiche. Potremmo definire questo metodo con un termine che usa l’autore stesso, semiologico; ma non sarebbe completo se non aggiungessimo: semiologico-visivo. Il metodo attraverso cui Pasolini legge la realtà è visivo. Egli infatti osserva i segni, i comportamenti, i gesti; osserva i corpi e i segni fisici. Non si tratta, come sospetta uno dei suoi critici, di una forma di positivismo lombrosiano, ma proprio di “semiologia”, come scrive Pasolini il 24 giugno 1974. La cultura - afferma - produce dei codici; i codici a loro volta producono comportamento; e il comportamento è un linguaggio: “in un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato), il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza”. La sua convinzione è che in quel preciso momento la cultura della nazione italiana è “espressa soprattutto attraverso il linguaggio del comportamento, o linguaggio fisico, più un certo quantitativo - completamente convenzionalizzato e estremamente povero - di linguaggio verbale”.

È un significativo cambiamento di prospettiva rispetto alla chiave di lettura assunta negli anni sessanta, tutta focalizzata sul linguaggio, che aveva dato origine a una prima polemica tra studiosi e letterati sul cambiamento linguistico dell’italiano, sulla lingua che diviene sempre più tecnica e tecnologica. Negli anni settanta l’attenzione è invece posta sul comportamento, cioè sui gesti e sui corpi. Nel medesimo articolo del giugno del 1974 Pasolini ribadisce il doppio cambiamento visivo: 1) mutazione antropologica degli italiani; 2) omologazione in un unico modello. In una piazza, dice, non si riescono più a differenziare i giovani di destra da quelli di sinistra: il loro linguaggio fisico è intercambiabile.

Meno di un mese dopo rispondendo a Italo Calvino su “Paese sera” (testo raccolto in Scritti corsari) ribadisce il concetto: il modello omologante lo si legge prima di tutto “nel vissuto, nell’esistenziale: e quindi nel corpo e nel comportamento”. Aggiunge anche una specificazione sul linguaggio verbale: la lingua si è ridotta a lingua comunicativa con grave perdita dell’espressività. La fine dei dialetti, scriverà di lì a poco, è la fine di questa capacità di invenzione, di espressione, per cui la lingua è continuamente ricreata dai parlanti, per strada, al bar, dal popolo e non solo dagli intellettuali, nella comunicazione interpersonale. Ampliando il suo bozzetto sulla mutazione antropologica, come lo chiama sulle pagine del suo libro, torna più volte sul tema del linguaggio fisico-mimico.

AI centro dell’attenzione di Pasolini corsaro ci sono dunque i corpi, i corpi dei giovani ragazzi. Come ha notato Marco A. Bazzocchi un’opposizione attraversa tutta l’opera di Pasolini, fino a corrispondere a una cesura cronologica vera e propria: i capelli corti sulla nuca e i capelli portati lunghi. Negli scritti del periodo friulano la nuca e i capelli corti hanno un preciso valore erotico: “Aveva i capelli nerissimi, lucenti e lisci, ma pettinati con la riga in parte, facevano sulla fronte un’onda graziosa” (Atti impuri). È un tema che si mantiene inalterato, seppure con accenti diversi (i ciuffi del ragazzi delle borgate e i riccioli di Ninetto) fino a quell’articolo del gennaio 1973. Nell’introduzione alla Seconda forma della Meglio gioventù (1974), è scritto: “Se tutti i giovani comunisti si tagliassero i capelli, cadrebbe la maschera ai giovani fascisti”.
La vera questione che sottende la polemica che Pasolini conduce negli Scritti corsari è prima di tutto un fatto erotico: i corpi dei ragazzi sono diventati brutti, e loro stessi nevrotici e complessati. In particolare lo sono i ragazzi che vengono dalle classi più povere, i figli di contadini e operai, che scimmiottano i comportamenti e i gesti dei piccolo borghesi. La bruttezza è il loro inevitabile destino. Questo aspetto, che ho definito estetico, è immediatamente colto dai critici di Pasolini, che lo traducono in termini politici e non sessuali. Lo scrittore è accusato di estetismo, di essere un reazionario, di avere nostalgia per il passato, ma mai di amare una gioventù che si è fisicamente trasformata: dalle belle nuche ai capelli lunghi. Dobbiamo supporre una forma di rimozione del tema omoerotico da parte di coloro che polemizzavano con lui? In parte si.

Prendiamo il celebre articolo in cui Pasolini si dichiara contro l’aborto. È del 19 gennaio 1975, e la sua pubblicazione scatena una polemica molto forte, ma in pochi, pochissimi, si rendono conto che il centro dell’argomentazione di Pasolini è l’omosessualità. Vediamolo in dettaglio: lo scrittore si dichiara traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto; la considera un omicidio. Scrive: “Nei sogni, e nel comportamento quotidiano - cosa comune a tutti gli uomini - io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente”. E subito vira il discorso: la legalizzazione dell’aborto è “una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe più facile il coito - l’accoppiamento eterosessuale - a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli”. È un aspetto della nuova permissività della società neo-capitalista, del potere dei consumi, del nuovo fascismo. È un paradosso, ma si basa su un precisa convinzione. Scrive Pasolini: “Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità della vita del consumatore”. La libertà sessuale è stata regalata dal potere perché è una forma di conformismo utile al nuovo potere. il sesso è divenuto un’ossessione; inoltre protegge unicamente la coppia (non quella matrimoniale) e la coppia è diventata un “segno di libertà e felicità”. Al contrario, tutto quello che è sessualmente “diverso” è ignorato e respinto.

Sta parlando dell’omosessualità, e aggiunge: le élite sono diventate più tolleranti, mentre le masse più rozze, violente e infami, come non “è certo mai successo nella storia italiana”. Pasolini sta dicendo, ma senza affermarlo in modo esplicito, che un tempo c’era più tolleranza verso la pratica omosessuale anche degli eterosessuali, per quanto, aggiunge più avanti, si fosse in presenza di un regime repressivo. Oggi si è formalmente tolleranti (“il coito è un obbligo sociale”) mentre ieri esisteva la repressione (“e quindi il coito, al di fuori del matrimonio, era scandalo). Non sempre il discorso dello scrittore è lineare e diretto, ma è evidente che per lui la tolleranza di oggi è il dominio del coito eterosessuale, imposto quasi come un dovere anche nelle giovani generazioni, mentre un tempo la repressione sessuale, la proibizione dei rapporti tra ragazzi e ragazzi, uomini e donne, lasciava spazio a una tolleranza verso la pratica omosessuale degli eterosessuali. Quando scrive “il coito è politico”, vuole evidenziare questa realtà. Più avanti avviandosi verso la conclusione, ribadisce, anche alla luce delle polemiche sulla regolamentazione delle nascite, del problema della sovrappopolazione, che è “il rapporto eterosessuale a configurarsi come un pericolo per la specie, mentre quello omosessuale ne rappresenta la sicurezza”.

Oggi fuori dalle polemiche roventi del periodo, l’articolo di Pasolini risulta ripetitivo, contraddittorio e sostanzialmente non esplicita la sua tesi di fondo. Se ne accorge Goffredo Parise, ma l’articolo di risposta che mette in gioco il tema dell’omosessualità, non è pubblicato o forse neppure spedito al “Corriere della sera”, cui anch’egli collabora, e resta sepolto nel suo archivio, dove lo si è potuto leggere solo poco tempo fa.

Nella vulgata che è stata fatta del Pasolini corsaro, critico rispetto alla società dei consumi, rispetto alla distruzione delle lingue locali, rispetto alla mutazione antropologica, rispetto alla distruzione del paesaggio e della cultura tradizionale dell’Italia, si è quasi sempre sorvolato sul tema dell’omosessualità e sull’elemento estetico. In realtà il centro della sua argomentazione è proprio qui. Leggendo con attenzione le sue critiche si coglie sotto la superficie il dolore per una doppia tragedia perpetuata con il cambiamento dei costumi degli italiani, della mutazione antropologica: i ragazzi sono diventati più brutti, hanno perso l’innocenza e la purezza delle classi popolari di un tempo; la loro disponibilità alla pratica omosessuale è venuta meno per via del sesso permissivo tra eterosessuali, elemento che li rende nevrotici e insicuri (“La naturale sensualità, che restava miracolosamente sana malgrado la repressione, faceva sì che essi fossero semplicemente pronti a ogni avventura, senza perdere neanche un poco della loro rettitudine e della loro innocenza” (Sandro Penna: “Un po’ di febbre”).

Che quello dell’omosessualità sia uno dei temi centrali degli Scritti corsari e la vera fonte della sua forza polemica, lo testimoniano altri passaggi del libro. Nella parte dei “Documenti e allegati”, Pasolini ha voluto inserire due scritti sull’argomento: Il carcere e la fraternità dell’amore omosessuale e la recensione al libro di M. Daniel e A. Baudry, Gli omosessuali. In particolare questo testo, apparso sul “Tempo” nell’aprile del 1974, contiene una critica molto forte dell’idea di omosessualità dei due autori: “dal libro di Daniel e Baudry risulta, almeno implicitamente, che un omosessuale ama, o fa l’amore, con un altro omosessuale. Mentre le cose non stanno affatto così. Un omosessuale, in genere (almeno nei Paesi mediterranei) ama, e vuol fare l’amore con un eterosessuale. disposto a una esperienza omosessuale, ma la cui eterosessualità non sia posta minimamente in discussione. Egli deve essere ‘maschio’. (Da ciò la mancanza di ostilità verso l’eterosessuale che accetta il rapporto sessuale per semplice sfogo o interesse: cosa che garantisce infatti la sua eterosessualità)”.

Con un evidente disegno autobiografico, Pasolini passa subito dopo a parlare del rapporto omosessuale tra appartenenti a classi diverse, e cita il libro che ha recensito qualche tempo prima, Maurice di Foster (l’articolo di recensione apre Descrizioni di descrizioni): Maurice, uomo dell’alta borghesia inglese, vive “nell’amore del “corpo” di Alec, che è un servo, un’esperienza eccezionale: la “conoscenza dell’altra classe sociale”. Questo è il modo in cui Pasolini rappresenta l’atto di amore omosessuale: l’amore come conoscenza. E esattamente questo che si è interrotto e si è degradato nell’atto d’amore con i ragazzi della società neocapitalista: non c’è più conoscenza dell’altro e con lui delle classi popolari. Per Pasolini è decisivo, come ha visto Bazzocchi, che l’erotismo si trasformi in azione culturale diretta verso il basso, verso le classi inferiori escluse dalla storia. Solo in questa chiave si capisce la sua attenzione al dialetto friulano, alla parlata romana delle borgate.

Walter Siti ha scritto che la sessualità di Pasolini oscilla tra due poli estremi: eros e agape; tra I’amore sessuale e l’amore sublimato in amicizia, in ammaestramento, in pedagogia. Senza ripercorrere qui le diverse forme dell’amore omosessuale nella sua opera letteraria, in poesia e in versi, vorrei solo richiamare l’attenzione sulla vocazione pedagogica di Pasolini, che si presenta come una forma sublimata di amore. Senza il desiderio omosessuale, non si spiegherebbe l’attitudine pedagogica dello scrittore, la particolare forma di impulso intellettuale che si coglie nella sua opera scritta e visiva.

Se la questione è sviluppata solo di scorcio negli Scritti corsari, nel volume che gli è gemello, Lettere luterane, diventa decisiva. Pasolini “corsaro” è solo una faccia, l’altra è il Pasolini “pedagogo”. Lettere luterane è pubblicato postumo, poco dopo la morte di Pasolini, da Graziella Chiarcossi che ha raccolto gli articoli successivi secondo un progetto già abbozzato dall’autore. La prima parte del volume, che si apre con un inedito, I giovani infelici, è costituita da un trattatello pedagogico che lo scrittore pubblica a puntate sul settimanale “il Mondo”, Gennariello, rimasto incompiuto. Pasolini ha deciso di fare da pedagogo a un immaginario ragazzo napoletano, che vuole bello e allegro, per insegnargli i rudimenti della vita e ammaestrarlo. Il progetto, enucleato in uno schema conservato tra le carte del poeta, comprende diversi argomenti: dalla famiglia alla scuola, dall’educazione alla televisione; i tre temi che avrebbero dovuto essere sviluppati con maggior ampiezza riguardano il sesso (10 paragrafi), la religione (10 paragrafi) e la politica (10 paragrafi).

Gennariello è il libro-trattato dell’agape, in cui l’eros omosessuale si sublima e diventa, attraverso l’educazione del giovane, critica della società presente. All’inizio del primo articolo, Pasolini dichiara di aver scelto un ragazzo napoletano, perché con i napoletani non ha ritegno fisico, e lo scambio di sapere è per lui un fatto assolutamente naturale, addirittura fisico. Quello che colpisce in questi quattordici capitoli è il tono. Pasolini ripercorre le stesse questioni esposte negli Scritti corsari, ma lo fa con un tono molto più pacato, persino distaccato. L’argomentazione è meno concitata, più limpida, distesa. Il ruolo di pedagogo omosessuale lo induce a forme di maggior intimità con il suo discepolo immaginario; la sua argomentazione giunge al lettore, che è virtualmente nascosto dietro a Gennariello, in modo indiretto.

Nel terzo paragrafo Pasolini presenta se stesso, parla del suo ruolo di “tollerato”, di “diverso” con accenti pacati, per quanto rimandi ad altri capitoli per la trattazione estesa dell’argomento sesso. Nel secondo accenna a un argomento altrettanto importante, la “desentimentalizzazione” della vita da parte degli intellettuali di sinistra, la loro volontà di sconsacrare la vita. Sono loro che “continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi fosse meccanicamente passato alle scienze umane, argomento centrale per Pasolini. Anche in queste pagine il metodo pasoliniano è visivo: “I primi ricordi della vita sono ricordi visivi”. È il discorso sulle cose. L’educazione è impartita “a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica - in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale”. In questo modo si educa la sua carne e il suo spirito. Le parole si sovrappongono, aggiunge, “cristallizzandosi su ciò che a un ragazzo hanno già insegnato le cose e gli altri”.
Pasolini riprende qui, e svolge in modo differente, il suo discorso sul cinema come linguaggio visivo che esprime la realtà attraverso la realtà stessa. I segni, scrive nel sesto paragrafo rivolto a Gennariello, “del sistema cinematografico sono appunto le cose stesse, nella loro materialità e nella loro realtà”. E subito dopo sottolinea l’elemento estetico della sua cultura, anzi il suo “estetismo” (“Il mio estetismo è inscindibile dalla mia cultura”). Il sentimento del bello è per lui decisivo.

Ma qui c’è un salto rispetto al suo allievo: mentre la sua cultura (visiva, estetica) lo pone in un atteggiamento critico rispetto alle “cose” moderne “intese come segni linguistici”, la cultura di Gennariello gli fa accettare “quelle cose moderne come naturali, e ascoltare il loro insegnamento come assoluto”. Di fronte all’insegnamento impartito dalle “cose” a Gennariello, Pasolini è assolutamente impotente. Sono due estranei, e nulla li può avvicinare. I due capitoli seguenti, o paragrafi, come li chiama l’autore, sono dedicati all’analisi del “linguaggio delle cose” contemporanee. Sono pagine più amare che polemiche, pervase di nostalgia, ma anche di virile dolore e forza. Pasolini si dichiara insieme rivoluzionario e conservatore, anticipatore e ritardatario.

Quindi passa ad esaminare i giovani contemporanei. Sono tra gli ultimi paragrafi scritti da Pasolini, anche questi centrati su questioni estetiche: bellezza e bruttezza. In Vivono, ma dovrebbero essere morti c’è anche una curiosa osservazione su una categoria di giovani che Pasolini definisce “destinati ad essere morti”. Vi sviluppa un argomento che sembra, almeno lontanamente, lombrosiano. Tra le tante categorie di giovani c’è anche quella di colore che nel passato sarebbero sicuramente morti in tenera età, ma che la medicalizzazione della vita (Ivan Illich) “ha salvati dalla morte fisica”: “Essi sono dunque dei sopravvissuti, e nella loro vita c’è qualcosa di artificiale, di ‘contro natura’. Lo so bene che dico cose terribili, e anche apparentemente un po’ reazionarie”.

Con un ragionamento non completamente chiaro, lo scrittore arriva a sostenere che la “nuova generazione è infinitamente più debole, brutta, triste, pallida, malata di tutte le precedenti generazioni che si ricordino” proprio per la presenza in mezzo ad essa dei “destinati a morire”. Sono loro, aggiunge nel capitolo seguente (Siamo belli, dunque deturpiamoci), a insegnare a Gennariello e ai suoi coetanei “belli” la rinuncia, il conformismo, la mancanza di vitalità, che in loro è un dato fisico e in Gennariello invece “una tentazione”. L’altra cosa fondamentale che i “destinati a morire” insegnano è l’infelicità. E insieme ad essa la “retorica della bruttezza”. I giovani oggi, scrive, si vergognano di essere belli: “Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi, dovuta appunto al candore della giovinezza, si vergognano della bellezza del loro corpo”. Il discorso si ferma qui, perché il trattatello pedagogico si interrompe per la morte di Pasolini, nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975.
 

Marco Belpoliti è nato a Reggio Emilia nel 1954. È saggista, scrittore e docente di Sociologia della Letteratura presso il dipartimento di Scienze della Formazione e della Comunicazione dell’Università di Bergamo. I suoi interessi di ricerca sono orientati verso la letteratura italiana contemporanea; ha curato l’edizione delle opere e un volume di interviste di Primo Levi (Opere, 1997; Primo Levi. Interviste e conversazioni 1963-1987, Einaudi 1997); ha pubblicato un saggio su Italo Calvino (L’occhio di Calvino, 1996), dedicato al rapporto tra arte e letteratura in Calvino, e uno studio sulla vicenda degli scrittori italiani negli anni Settanta (Settanta, 2001). Cura Riga (Marcos y Marcos), una rivista di arte, letteratura, scienza e filosofia, dove ha pubblicato volumi monografici dedicati a Alberto Giacometti, Italo Calvino, Alberto Arbasino, Primo Levi e al tema dei Nodi. Ha particolari interessi per i temi della percezione visiva, l’arte contemporanea, il colore. Svolge attività giornalistica per quotidiani e settimanali, come La Stampa, L’Espresso, il supplemento Alias del quotidiano "il manifesto". Nel 2007 sono usciti il libro La prova e il documentario La strada di Levi, nei quali, insieme al regista Davide Ferrario, ha rifatto a tappe il percorso di Primo Levi sessant’anni dopo, seguendo lo stesso itinerario tornando in Italia dal Lager attraverso l’Europa post-comunista di oggi.
 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Pasolini corsaro e luterano, di Marco Belpoliti

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