La vita

"Pagine corsare"
Vita

Il Petrolio al veleno di Pasolini
Il caso Mattei, i sospetti su Cefis e la morte violenta del poeta
Paolo Di Stefano, "Corriere della Sera" 7 agosto 2005

Chi leggerà il nuovo libro di Gianni D'Elia, L' eresia di Pasolini (in libreria in settembre, Effigie, pagine 167, euro 17), a un certo punto avrà un sussulto. Il capitolo dedicato a Petrolio si conclude in modo inatteso: poche righe ma intense. Vi si accenna al fatto che parti del romanzo di Pasolini, apparso postumo nel 1992, sono contenute negli atti della richiesta di archiviazione del caso Mattei depositata a Pavia dal giudice Vincenzo Calia nel 2003. Fin qui niente di inedito, perché già alcuni (anzi pochissimi) pasoliniani di ferro sapevano di questo curioso accidente. «Le carte di Petrolio - scrive D' Elia - appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di Stato». Quel che più colpisce è il fatto che Pasolini, lavorando alla stesura del magmatico Petrolio, aveva messo le mani su materiali introvabili e spesso molto riservati. È un Pasolini ben diverso da quello fin qui immaginato. Non già il poeta-narratore-corsaro istintivo, tutto rabdomantica intuizione, ma un accanito ricercatore di documenti, che intendeva scrivere su dati certi e attestati. Il Pasolini che il 14 novembre 1974 scrive sul Corriere «Io so. Io so i nomi dei responsabili...», probabilmente sapeva davvero e non solo per intuito poetico. 

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Stralcio dell'ultima pagina del capitolo "Il nome del Petrolio" dal libro di Gianni D'Elia L'eresia di Pasolini.
A questa pagina si riferisce Paolo Di Stefano all'inizio dell'articolo qui riportato.

Erano infatti gli anni in cui andava scrivendo, oltre agli articoli che l'avevano reso l' intellettuale più ascoltato d' Italia, anche il suo romanzo «politico», Petrolio appunto, cominciato nella primavera del '72. E per farlo a ragion veduta raccoglieva materiali scottanti, probabilmente grazie a «entrature» privilegiate nell'industria e nel mondo della politica. Vari elementi, desunti dal libro di D' Elia e via via verificati, concorrono a dare questa idea. Primo elemento. Come fa notare D' Elia, il giudice Calia ha scoperto una fonte di Petrolio. Il volume, «nato dai veleni interni all'ente petrolifero italiano», fu scritto da tale Giorgio Steimetz, si intitolava Questo è Cefis. L' altra faccia dell' onorato presidente e uscì nell'aprile 1972 presso una non meglio identificata Agenzia Milano Informazioni (Ami). Si trattava di un pamphlet sulla vita, sul carattere e sulla carriera del successore di Mattei alla guida dell'Eni. Soprattutto, raccontava alcuni passaggi biografici, da quando Cefis fu partigiano in Ossola (con alcuni risvolti poco chiari) alla rottura con Mattei nel '62, mai perfettamente spiegata; dal rientro all'Eni al salto in Montedison. 

Pasolini ne fa la parafrasi, elenca le stesse società (petrolifere, metanifere, finanziarie, del legno, della plastica, della pubblicità e della comunicazione) più o meno collegate a Cefis, vi assegna acronimi o sigle d' invenzione. Operazione di uno scrittore che fonda su basi rigorosamente documentarie la sua scrittura romanzesca. Secondo elemento. Non è facile individuare chi si celi dietro lo pseudonimo di Steimetz, ma certo si tratta di persona ben inserita negli affari interni dell' Eni. Il fatto che il suo libro sia immediatamente sparito dalla circolazione e che oggi non compaia in nessuna biblioteca nazionale e in nessuna bibliografia, la dice lunga sul tenore della denuncia. Scrive lo stesso fantomatico Steimetz: «Ridurre al silenzio, e con argomenti persuasivi, è uno dei tratti di ingegno più rimarchevoli del presidente dell' Eni». Gli fa eco Pasolini in Petrolio: «Egli doveva, per la stessa natura del suo potere, restare in ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile "fonte" d' informazione su di lui, era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire». 

Quel che sappiamo è che dietro l' Ami, che pubblicò solo quel titolo, c' era il senatore democristiano Graziano Verzotto, capo delle pubbliche relazioni Eni in Sicilia e segretario regionale della Dc (corrente Rumor) ai tempi di Mattei, di cui fu amico personale. Verzotto ha rilasciato a Calia una lunga deposizione, in cui per spiegare l'«incidente» aereo dell' ottobre '62 esclude l' ipotesi delle «Sette sorelle», quella dei servizi segreti francesi e la pista algerina, arrivando a porre la domanda: «A chi ha giovato?». La risposta di Verzotto è: al successore di Mattei. Non stupisce dunque che (giusta o sbagliata che sia la versione di Verzotto) il libro di Steimetz sia stato pensato a scopo di ricatto o di intimidazione nei confronti di Cefis. Sta di fatto che quel libro sparì dalla circolazione. 

Terzo elemento, che conferma quanto Pasolini si desse da fare per documentarsi al meglio. Come faceva lo scrittore, due anni dopo un'uscita così fulminante, a conoscere quel libro-fantasma, fino a farne la fonte del suo Petrolio? Si sa che Pasolini tanto fece che riuscì ad averlo, quel libro, come dimostra una lettera del 20 settembre 1974 inviatagli dallo psicoanalista Elvio Fachinelli, in cui si parla delle fotocopie del «libro (...) ritirato». Le fotocopie sono conservate tra le carte di Petrolio. Nell' archivio pasoliniano del Gabinetto Vieusseux, nella stessa cartella che contiene le fotocopie dello Steimetz, si trovano altri materiali preparatori del romanzo: articoli su Cefis pubblicati dalla rivista dello stesso Fachinelli, "L' erba voglio"; un «Discorso commentato di Eugenio Cefis all' Accademia militare di Modena», pronunciato il 23 febbraio 1972; i ciclostilati di altre conferenze dello stesso presidente, addirittura l'originale di una conferenza intitolata «Un caso interessante: la Montedison», tenuta l' 11 marzo '73, presso la Scuola di cultura cattolica di Vicenza, con annotazioni a margine (dello stesso Cefis) mai pronunciate. Infine, diversi ritagli di giornale sui «segreti dell' Eni». In uno degli appunti progettuali del romanzo (16 ottobre '74), Pasolini ci informa dell' intenzione di inserire nel libro il testo integrale dei discorsi di Cefis, che avrebbero dovuto fare da «cerniera» tra una prima e una seconda parte. 

Quarto elemento: ci viene fornito sempre da D' Elia quando afferma che «il mandante possibile è in Petrolio». Il mandante di che? Dell' ipotizzato assassinio di Mattei. In effetti, non è difficile, leggendo i frammenti del romanzo, conoscere la convinzione di Pasolini. Si tenga presente che in Petrolio Cefis è Troya e Mattei è Bonocore, e si legga, per esempio, un appunto del '74 dove si parla di un «preciso momento storico» in cui «Troya (!) sta per essere fatto presidente 
dell'Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore». È curioso che Pasolini sia arrivato con quasi trent' anni di anticipo alle stesse conclusioni cui più o meno è giunta la indagine del giudice Calia. 

Quinto elemento. D' Elia afferma: «Forse (Pasolini) aveva capito troppe cose». Troppe? D' Elia aggiunge una postilla: «Dopo la morte violenta di Pasolini, si scopre che un capitolo di Petrolio (Lampi sull' Eni) è sparito». Si sa bene che Petrolio è un libro che contiene i frammenti di un grande romanzo che l' autore non riuscì a portare a termine (ne prevedeva 2000 pagine). Pasolini lo definì «il preambolo di un testamento», «la mia ultima risposta al mondo». E ancora (in un' intervista a Lorenzo Mondo del gennaio 1975): «Petrolio contiene tutto quello che so, sarà la mia ultima opera: mi diverte moltissimo avere questo segreto». C'è attorno a Petrolio la curiosa consapevolezza pasoliniana di avere superato una soglia. 

Sesto elemento. Pasolini ci informa spesso dello stato dei lavori. Oltre a dirci, come si è visto, che al centro del romanzo ci saranno i discorsi di Cefis, ci dice altro: per esempio, nell'Appunto 22, intitolato «Il cosiddetto impero dei Troya: le filiali più vicine alla casa madre», ci ricorda che ha già scritto il capitolo Lampi sull' Eni, dove presumibilmente doveva comparire il grosso della vicenda legata all' economia petrolifera italiana. Quel che ne resta, però, è solo il titolo, sotto l'Appunto 21. Dove sono finite quelle pagine date per scritte? A ciò non sa rispondere neppure il filologo che ha fatto la ricostruzione del romanzo, Aurelio Roncaglia, il quale si limita a sottolineare che Pasolini all' inizio del '75 parlava di una stesura arrivata a 600 pagine, mentre ce ne sono pervenute poco meno di 400. Dunque, si può ipotizzare che con Lampi sull'Eni siano sparite anche altre (e non poche) pagine. Roncaglia parla di buchi «di fronte ai quali (...) la filologia rimane impotente». Qualcuno, tra cui lo stesso D'Elia, allude a un'effrazione in casa Pasolini dopo la sua morte, ma nessuno è in grado di chiarirne i contorni, anzi di confermarla. 

Settimo elemento. A questo punto lasciamo D'Elia, e chiediamo lumi al giudice Calia sul rapporto tra Petrolio e il caso Mattei. Risposta: «Basta fare due più due». Nient'altro. Allora, lasciamo parlare il suo braccio destro, il maresciallo Enrico Guastini, responsabile della parte investigativa delle indagini. Il suo «personale pensiero» è che Pasolini sia arrivato alle stesse conclusioni cui arrivò il giornalista Mauro De Mauro, che aveva cominciato a indagare sulla morte di Mattei per incarico del regista Rosi (ma non solo) e che venne eliminato quando ormai aveva scoperto la verità. Non per nulla l' inchiesta di Calia incrocia spesso e volentieri la tragedia di De Mauro. E con la vicenda De Mauro, incrocia anche il nome del solito noto Verzotto. Guastini elenca un lungo numero di nomi che «toccando il caso Mattei ci lasciarono le penne». E precisa: «L'ipotesi che l'ambiente politico-economico avesse tutto l' interesse a eliminare Pasolini merita un serio approfondimento, specialmente dopo che Pelosi ha fatto le sue ammissioni. Diciamo che è una possibilità logica». 

Ottavo e ultimo elemento: lo affidiamo a un amico di Pasolini, Gianni Borgna, assessore del Comune di Roma, che si è dichiarato parte lesa nel processo riaperto. «Noi abbiamo sempre pensato che non si tratta di un omicidio sessuale ma politico. In Italia dietrologia è sinonimo di fantasticheria: invece purtroppo la nostra storia è fatta di misteri. Nel caso di Pasolini si voleva eliminare una voce scomoda, facendo passare il tutto per un delitto sessuale. Il caso Mattei è una possibile chiave». E aggiunge: «In quei mesi le sue accuse politiche erano diventate sempre più dure e circostanziate, cominciava a fare dei nomi. Bisognerebbe collegare il suo omicidio con Petrolio e con il fatto che proprio in quel periodo Pasolini maneggiava materiale incendiario». È scomparso un capitolo scottante, che l'autore attesta di aver scritto. Al manoscritto mancano 200 pagine. Sono buchi «di fronte ai quali la filologia è impotente».

 

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Il Petrolio al veleno di Pasolini. Il caso Mattei, i sospetti su Cefis e la morte violenta del poeta,
di Paolo Di Stefano

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