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Saggistica Pasolini, la vita tra
violenza e poesia
«L' errore culturale e politico compiuto dal Pci in quegli anni nei confronti di Pasolini fu enorme. Penso soprattutto agli attacchi del professor Carlo Salinari, sul terreno letterario, e a quelli politici di Giovanni Berlinguer o Mario Montagnana. Il Pci era rimasto indietro nell' analisi del sottoproletariato, immaginandolo pronto alla rivoluzione. Invece Pier Paolo scoprì un sottomagma, un assemblaggio sociale casuale e disgraziato che con la passione politica non aveva nulla a che fare». Il poeta e scrittore Nico Naldini è non solo il cugino di Pasolini ma anche un suo puntiglioso biografo e il custode di molti comuni ricordi. Per esempio, quelli legati alla gestazione e alla nascita di Una vita violenta, romanzo pasoliniano per eccellenza del 1959 ambientato nella miserabile periferia romana esplosa nel dopoguerra. La storia è quella di Tommaso Puzzilli, «ragazzo di vita» violento e rabbioso che prima tenta il salto sociale verso la piccolissima borghesia con l' assegnazione alla sua famiglia di un piccolo appartamento in una casa popolare dopo anni di baracche ma poi, per colpa della tubercolosi, finisce in sanatorio dove scopre l' impegno politico. Si iscrive al Pci e rompe coi suoi amici di un tempo. Quando l'Aniene inonda un'area di baracche, Tommaso si impegna nei soccorsi e quando tenta di coinvolgere gli altri «ragazzi di borgata» riceve solo insulti. Lo sforzo, la fatica lo uccidono. Lei allude al Berlinguer che per Ragazzi di vita parlò poco prima di Una vita violenta di «morboso compiacimento degli aspetti più torbidi di una verità complessa e multiforme», al Salinari che condannò il «gusto morboso dello sporco, dell' abietto»...«Infatti. Il Pci si fermò all' accusa di estetismo, alla questione del "vizio" e ovviamente della omosessualità. Invece Pasolini aveva semplicemente scoperto una dimensione reale del sottoproletariato urbano: quell'irripetibile misto tra immigrazione composita sbarcata nella capitale dal Sud Italia e l'antico popolo del centro di Roma, deportato in estrema periferia dopo gli sventramenti del centro. Un fenomeno unico che ebbe in Pier Paolo il suo esploratore attento soprattutto al momento acustico, cioè alla lingua che ne era sgorgata. So bene che non si può paragonare un poeta come Pasolini a un grande antropologo, ma Pier Paolo ebbe nei confronti del Tiburtino III la stessa passione di un Lévi Strauss alle prese coi Maori. Di materiale ce n'era in abbondanza: baracche tirate su in poco tempo, un pavimento fatto di terra battuta, il lettone dei genitori lì all'ingresso, una vita quotidiana che si svolgeva principalmente all'esterno. Infatti uno dei temi ricorrenti in Una vita violenta è la "zella", cioè il fango sporco». Possiamo, dunque, parlare di Una vita violenta come di una testimonianza antropologica?«Esatto. Ciascuno può avere il proprio punto di vista letterario sul romanzo. Ma sono sicuro che più il tempo passerà e più il romanzo avrà la sua importanza come testo appunto antropologico. Se vogliamo, è ciò che accade oggi con Balzac e con la borghesia francese dei suoi anni. Se non avessimo a disposizione Madame Bovary, non potremmo capirla con la stessa immediatezza. E così accadrà con i romanzi pasoliniani, e tra i primi Una vita violenta». Alberto Asor Rosa in Scrittori e popolo, edito da Einaudi, parlò di un Pasolini che in quegli anni Cinquanta si buttava nelle periferie romane sui fatti narrati «come un affamato».«Pasolini aveva davvero fame di realtà. Infatti arrivò al cinema per raccontare la realtà con la realtà stessa. Non c'era un istante della sua vita quotidiana di quegli anni romani, dalla gita a Ostia alla passeggiata sul lungotevere, che non avesse una parte nel suo progetto narrativo. Realizzava l'ideale di Stendhal: il romanzo è uno specchio nel quale si riflette la vita. E a quello specchio bisogna aggiungere il suo straordinario orecchio per i caratteri sonori: dalla musica alla lingua che registrò con una precisione figlia del suo interesse per le lingue neolatine. Infatti cominciò confrontandosi col dialetto friulano». Pasolini prendeva appunti durante quelle sue escursioni per Roma organizzate prima di affrontare la scrittura?«Solo piccoli spunti su pezzetti di carta. Nulla di sistematico, rielaborava e ripensava poeticamente e completamente tutto il materiale raccolto». Pasolini, in quegli anni e nei seguenti, frequentò molti altri letterati: Sandro Penna, ovviamente Moravia e poi Bassani, Caproni, Bertolucci... Ne fu influenzato, in qualche modo?«Nessuna influenza, fatta forse eccezione per le tracce lasciate nella sua poetica da Sandro Penna. Ma Pasolini, nel lavoro, non esprimeva nulla che non avesse già dentro di sé. Il famoso rapporto con Moravia era uno scambio intellettuale fatto di reciproci chiarimenti. E poi, Pasolini era un solitario. Quegli amici andavano a letto presto la sera. Lui cominciava a vivere di notte». Chi potrebbe essere oggi un Tommaso Puzzilli? Forse un immigrato?«Non potrebbe esserci per una ragione precisa. Il personaggio di Tommaso Pezzulli si realizza su una ideologia marxista, sul bisogno di riscatto. Nel mondo attuale privo di ideologia, un personaggio simile può davvero attirare un interesse da museo antropologico». Chi metterebbe accanto a lui in quel museo?«Per esempio, i personaggi di Carlo Levi, uno dei pochi con Antonello Trombadori nel Pci a difendere Pasolini. Penso anche ai tipi di Giovanni Comisso, a un certo Corrado Alvaro». Impossibile ritrovare anche «quella» Roma...«Impossibile. Già nel 1972, quando lo raggiunsi a Roma per dare una svolta alla mia vita, per Pasolini i giovani di Una vita violenta erano spariti, lontani - diceva - come pezzi di arte vascolare greca. Di quella Roma sopravvivono rari relitti che galleggiano sul cupo, identico mare anonimo che ricopre ogni grande città del mondo».
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