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"Pagine corsare"
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L’eresia del sacro
contro il potere del benessere
di Franco Cassano
Liberazione-Queer 30 ottobre 2005

È ormai largamente diffusa la convinzione che il Pasolini “corsaro” abbia percepito con forte anticipo il carattere drammatico della grande trasformazione che investì l’Italia nel corso degli anni sessanta. Ma questa capacità
profetica va indagata attentamente, evitando ogni tentativo di riduzione e appropriazione di un’opera, che deve la sua forza proprio alla capacità di scompigliare ogni volta gli schemi concettuali vigenti.

Qualche anno fa, nella prefazione agli Scritti corsari, Alfonso Berardinelli ha giustamente ricordato che ciò «che Pasolini diceva era (...) in larga misura risaputo. La sociologia e la teoria politica avevano già parlato. I critici
dell’idea di progresso, della società di massa, della mercificazione totale, avevano già detto da tempo tutto ciò che c’era da dire. La stessa nuova sinistra non era forse nata da queste analisi?».

La differenza del discorso di Pasolini sta dunque altrove, in una radicalità sconosciuta rispetto a quella della vecchia e della nuova sinistra. Il cuore di questa differenza sta soprattutto nel modo in cui la critica della società
consumistica s’interseca con il tema del sacro, nel modo “eretico” in cui Pasolini si collocò rispetto alla convinzione allora dominante, che vedeva nella secolarizzazione un fenomeno irrevocabile e univocamente progressivo.

In altri termini il discorso di Pasolini va ben oltre la critica alla crescita capitalistica, dice qualcosa di molto più scomodo e radicale. Esso polemizza con l’anima mitologica della sinistra, con l’ideologia dell’emancipazione
infinita, ne denuncia il clamoroso mutamento di funzione. Questo mutamento viene messo a fuoco in quel formidabile documento che è l’Abiura, con la quale Pasolini prende le distanze dai film (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte) della Trilogia della vita. Il centro dell’Abiura è proprio la proclamazione, duramente autocritica, della necessità di ribaltare completamente le categorie fin lì usate, gli assunti di fondo dell’opinione colta “progressista”.

La Trilogia, infatti, si muoveva ancora all’interno di quelle categorie, del movimento di lotta «per la democratizzazione del diritto ad esprimersi e per la liberalizzazione sessuale». Contro un potere corrotto e oscurantista si era trattato, dice Pasolini, di difendere l’ultimo baluardo della realtà, «gli innocenti corpi con l’arcaica, fosca, vitale violenza dei loro organi sessuali». Ma oggi, invece, «la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberalizzazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza». La polemica quindi è rivolta contro tutti coloro che, non essendosi accorti di questo completo ribaltamento, continuano ad usare «contro il neocapitalismo armi che portano in realtà il suo marchio di fabbrica». Le battaglie storiche della sinistra progressista, dalla scuola alla libertà di espressione, sono state usate dal nuovo potere come piste di atterraggio
per la “nuova tolleranza”. Solo un gesto clamoroso, come l’abiura, permette di far vedere che il progressismo corre il rischio di trasformarsi in una «nuova forma di clericalismo».

Siamo di fronte al punto più controverso e innovativo del discorso di Pasolini, quello del rapporto tra libertà e potere. Il vecchio potere aveva la sembianza del “Padre”, dell’interdizione, dell’autorità: il nuovo invece si nasconde tra le fila di coloro che hanno lottato e lottano contro le vecchie repressioni. Con uno scherzo diabolico, il nuovo potere ha invertito la segnaletica; la vecchia forza eversiva della trasgressione si accorge di viaggiare a bordo di esso. La dinamica della liberazione cambia segno: lo sviluppo ininterrotto crea il  consumismo, che sollecita sempre nuovi desideri e la forma di cultura più funzionale a questo nuovo potere è quella che vieta di vietare, che richiede l’abolizione di tutte le interdizioni. Il soggetto più adatto a quest’universo è un soggetto costantemente inappagato, una “macchina desiderante”, allergica alla nozione stessa di vincolo e di limite.

È proprio a questo punto che interviene la nozione di sacro. «Io sono sempre più scandalizzato, dice Pasolini, dall’assenza di senso del sacro nei miei contemporanei». Il sacro invece va difeso, «perché è la parte dell’uomo che offre meno resistenza alla profanazione del potere, ed è la più minacciata dalle istituzioni delle Chiese». E a spianare la strada alla desacralizzazione, al nuovo potere è stata proprio la sinistra. Infatti «uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare (...) e desentimentaliz- zare la vita. (…) Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso (..) a volersene liberare. (…) Dunque la polemica contro la sacralità e i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo (..) è inutile. Oppure è utile al potere». «La civiltà borghese», ha perduto «il sentimento del sacro», e lo ha sostituito con «l’ideologia del benessere e del potere».

Lo scandalo di Pasolini sta tutto qui, nell’aver mostrato ciò che la retorica progressista non riesce a vedere, nella capacità di mostrare che le distruzioni che essa ha celebrato le si ritorceranno contro. Di fronte a questa retorica
subalterna il sacro appare a Pasolini come il luogo di una possibile resistenza alla mercificazione del mondo, all’irresistibile forza dell’apparato tecnico produttivo, ad un’idea di progresso che è diventata la cattiva  dissimulazione dell’automatismo del profitto.

Pasolini avverte con straordinario anticipo, ben prima dell’89, gli effetti distruttivi che questo nuovo potere comporta sulla cultura laica. Perdendo ogni tensione rivoluzionaria essa subisce una drammatica contrazione e la sua liberazione dalla spinta escatologica coincide con la resa al nuovo ordine. Essa diventa pura grammatica dei diritti, un’algebra degli egoismi animata da una pericolosa esportazione di sé verso l’esterno. Questo tipo di cultura, che conosce solo il pronome “io”, ha perso ogni respiro e regala immensi territori al ritorno della religione, regala alla Chiesa come istituzione la sovranità teorica sulla nozione di limite, e su quelle di senso e di valore.

Il sacro di Pasolini non è quindi il sacro istituzionalizzato, contro cui ha combattuto tutta la vita, ma, al contrario, il sacro “eretico”, quello che non si ripara sotto la gonna del potere e delle istituzioni, ma crea senso ed osa la carità, proprio come il San Paolo che predicava la stultitia.

È questo il punto su cui Pasolini ci chiama oggi a riflettere. La cultura laica del nostro tempo è da tempo seduta su se stessa, tormentata saltuariamente da borborigmi morali. Potrà tornare all’offensiva solo quando avrà riconquistato autonomia dal “nuovo potere”, quando sarà abitata da un senso eretico del sacro, quando avrà tradotto nel suo lessico profano una nozione alta e severa di carità.

 


L’eresia del sacro contro il potere del benessere, di Franco Cassano
 

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