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"Pagine
corsare"
La vita
Morte di Pasolini
La riapertura delle indagini dopo
trentaquattro anni dal suo barbaro
assassinio
Mattei, Pasolini e
De Mauro:
una scia di sangue
e petrolio
intervista di Antonella Loi
a Giuseppe Lo Bianco, autore
con Sandra Rizza di
Profondo nero - Mattei,
De Mauro, Pasolini. Un'unica pista all'origine delle stragi di Stato
www.tiscali.it
Enrico
Mattei, Pier Paolo Pasolini, Mauro De Mauro. Cosa c’è dietro la morte
del presidente dell’Eni nei cieli di Bascapè? E di chi era la mano che
uccise il poeta all’Idroscalo di Ostia: fu veramente il 17enne Giuseppe
Pelosi o, come da lui stesso dichiarato in una recente intervista, “lo
uccisero in 5, gente intoccabile”? E ancora, cosa aveva scoperto il giornalista
Mauro De Mauro a proposito della morte di Mattei, tanto da diventare un
pericolo per chi ne ordinò il sequestro e la morte? Una trama oscura che
passa attraverso il libro che Pasolini stava ultimando, Petrolio,
e la sceneggiatura per un film di Rosi sul Caso Mattei su cui il
cronista siciliano lavorava. Uno dei tanti misteri d’Italia, un puzzle
intricato che passa attraverso la loggia massonica P2, i servizi segreti
deviati e la lotta per il potere di personaggi senza scrupoli a cui Giuseppe
Lo Bianco e Sandra Rizza, nel loro libro Profondo nero - Mattei, De
Mauro, Pasolini. Un'unica scia all'origine delle stragi di Stato (edito
da Chiarelettere, 2009, 295 pp., 14,60 euro) hanno provato a dare un volto.
Facendo nomi e cognomi.
Lo Bianco, l’uccisione
di Mattei è stata un punto di svolta nella storia italiana?
"Direi proprio di sì. Enrico
Mattei aveva in testa l'idea di un'Italia autonoma, energeticamente e finanziariamente,
libera dalla dipendenza dalle Sette Sorelle, Mattei aveva un po' sconvolto
l'equilibrio mondiale del mercato del petrolio. Era un personaggio assai
scomodo, all'estero perché alterava questi equilibri e in Italia perché
oltre ad avere una grande capacità economica aveva anche una grande capacità
politica. Mattei era diventato una sorta di ministro degli Esteri italiano,
era più importante del ministro degli Esteri, e in qualche modo decideva
larghe fette di politica estera italiana, stringeva rapporti con i paesi
del Medioriente e dell'Africa sulle questioni energetiche. Con la sua morte
in molti hanno tirato un sospiro di sollievo e questo emerge dalle carte
processuali e da documenti dei servizi segreti".
Dalla coltre di fumo che
per anni ha circondato il "caso Mattei" emerge la figura di Eugenio Cefis,
collante di un sistema eversivo sostenuto da una classe dirigente fuori
dagli schemi della democrazia. Chi era Cefis?
"Cefis era un burocrate
di Stato, un boiardo, un grande manager pubblico che come Mattei veniva
dalla Resistenza. Condividevano la stessa esperienza anche se si erano
annusati e non si piacevano molto. Avevano combattuto insieme sulle Alpi
lombarde. Come tutti coloro che vengono dalla Resistenza avevano due caratteri
forti, temprati dalla guerra, molto duri. Ma al contrario di Mattei, Cefis
preferì fin dall'inizio allacciare rapporti con gli americani, rapporti
che segneranno poi tutta la sua carriera. Cefis era un uomo con l'ossessione
della segretezza, Giorgio Bocca l'ha raccontato molto bene. Sue fotografie
in giro non ce ne sono. Quelle agli atti dei processi sono state più volte
acquistate così come, forse per conto di Cefis, sono state acquistate
anche quelle della tragedia di Bascapè dove perse la vita Mattei. Foto
acquistate dall'investigatore privato Tom Ponzi che, successivamente, finì
coinvolto in storie di spionaggio".
Un personaggio misterioso.
"Un'informativa dei servizi
segreti indica Cefis come il capo della loggia massonica P2, che poi avrebbe
lasciato in eredità a Licio Gelli e Umberto Ortolani. Quello che ci ha
colpito scrivendo questo libro è che per oltre quarant'anni, al di là
delle responsabilità di Cefis e del 'sistema Cefis', a noi italiani hanno
fatto credere che questo aereo si fosse schiantato a Bascapè in una sorta
di incidente aereo. Sono riusciti a camuffare un sabotaggio facendolo passare
per un incidente aereo. E ci sono riusciti benissimo per molti anni".
Perché non si è mai
arrivati ad una verità giudiziaria sul caso Mattei?
"Perché i primi testimoni,
penso al colono Mario Ronchi, hanno ritrattato quello che hanno detto di
aver visto nell'immediatezza ai giornalisti della Rai, documenti poi scomparsi
o alterati: dal video di un servizio Rai è sparito addirittura l'audio.
Sono entrati in gioco una serie di meccanismi di copertura e di depistaggio
fortissimi, che non potevano non avere radici nell'apparato dello Stato.
Penso appunto al colono Ronchi al quale, dopo questa sua ritrattazione,
è stata costruita una strada interpoderale a spese dell'Eni, o meglio
della Snam. Ronchi è stato assunto dalla Snam con un contratto annuale
per fare il custode di quello che sarebbe diventato il memorial Mattei,
fu assunta perfino una figlia. Lui era l'unico testimone che aveva detto
di aver visto la palla di fuoco in cielo, cioè era l'unico che aveva visto
qualcosa che dimostrava che era successa qualcosa a bordo dell'aereo sul
quale viaggiava Mattei, aveva visto le fiamme in aria. Sparita quella prova
poi tutto finì".
Anche una commissione
d'inchiesta indagò sulla morte del presidente dell'Eni.
"La commissione parlamentare,
che venne insediata dall'allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti,
però non riuscì ad arrivare a nessuna verità. E anche se il comandante
Giambalvo, che il procuratore Calia (il magistrato che nel 1994 aprì un'inchiesta
che per la prima volta mise in correlazione gli omicidi Mattei, Pasolini
e De Mauro n.d.r.) ha sentito e il cui verbale fu allegato agli
atti dell'inchiesta, ha detto di avere lasciato la commissione con un'intesa
tra i componenti della commissione stessa, e di avere visto poi un esito
del tutto diverso spuntato nell'ufficialità dei documenti finali. Anche
quella è una pagina molto oscura. Soltanto dopo la riesumaizone dei cadaveri,
l'esame dei reperti dell'aereo custoditi negli hangar, il pm Calia fece
un lavoro brillante, faticoso e tenace, riuscendo a ristabilire la verità,
una verità che era stata nascosta agli italiani".
Da Mattei a Pasolini.
Il poeta - ucciso il 2 novembre 1975 - provò a denunciare l’eversione
di stato: Pelosi ha parlato di una banda di picchiatori che, mentre massacravano
il poeta, urlavano “frocio, comunista”. Quella di Pasolini è stata
dunque una morte "politica"?
"Pelosi non la racconta
tutta. Evidentemente non la racconta tutta e non la racconta ancora giusta.
Però è pure vera una cosa: come dice la Maraini, nel suo raccontare questa
verità a rate, ci si avvicina sempre di più a quello che lei e il gruppo
di intellettuali vicini a Pasolini avevano gridato, cioè che si trattava
di un delitto politico. Bernardo Bertolucci, grande amico di Pasolini,
parlò di una fatwa lanciata dal palazzo. Pelosi evidentemente, arrivato
a cinquant'anni, sente forte il peso di questa responsabilità che non
vuole più portare da solo. In fondo ha pagato solo lui".
Pelosi racconta una storia
totalmente diversa da quella resa al processo.
"Pelosi parla oggi di un
commando di cinque persone, parla di un appuntamento che Pasolini avrebbe
preso con lui una settimana prima, aprendo uno scenario del tutto nuovo:
non è stato un adescamento casuale alla stazione Termini, ma un appuntamento
concordato che poteva offrire agli assassini l'occasione per ammazzare
Pasolini. E Pelosi fa i nomi. La cosa singolare che abbiamo evidenziato
bene nel libro è che due di questi erano stati identificati due mesi dopo
dal maresciallo Renzo Sansone che, inflitrandosi in una bisca del Tiburtino,
riuscì a raccogliere le confidenze dei fratelli Franco e Giuseppe Borsellino
che dissero di aver ucciso Pasolini insieme a Giuseppe Mastini detto "Johnny
lo Zingaro". Ma ad assassinare Pasolini erano in cinque, quindi ce ne sarebbero
altri due, che Pelosi descrive come "quarantenni con la barba" che non
avrebbero direttamente partecipato al pestaggio ma avrebbero in qualche
modo sovrinteso all'agguato dell'Idroscalo e questi potrebbero essere legati
ai servizi segreti deviati. Ma tutto questo dovrà essere accertato giudiziamente
se, come chiesto dall'avvocato Maccioni, il fascicolo verrà riaperto".
Un altro omicidio legato
alla morte di Mattei e poi di Pasolini, è quello del giornalista Mauro
De Mauro - sparito da Palermo il 16 settembre del 1970 - che indagava sui
giorni siciliani, gli ultimi, di Enrico Mattei.
"Il delitto di Pasolini
è legato più logicamente che giudiziariamente agli altri due. Il delitto
De Mauro invece è legato in maniera fortissima al delitto Mattei. De Mauro
indagava sul delitto Mattei per conto del regista Rosi. Due giorni prima
della sua scomparsa De Mauro aveva incontrato il senatore Graziano Verzotto,
un personaggio chiave di questa vicenda perché attraversa incredibilmente
tutti e tre i delitti. Verzotto, capo delle pubbliche relazioni dell'Eni,
è l'uomo che chiama Mattei in Sicilia per quell'ultimo viaggio trasformato
nel viaggio della morte".
Verzotto è legato a Mattei
ma anche a De Mauro.
"Sì, Verzotto è l'uomo
che incontra De Mauro e al quale fa tutta una serie di confidenze, fino
all'ultimo incontro il 14 settembre due giorni prima della sua scomparsa,
quando gli parla di una serie di cose, indicandogli Cefis come un possibile
mandante del delitto Mattei. Verzotto, nella sua qualità di presidente
dell'Ente minerario, è finanziatore di quell'agenzia che si chiama 'Roma
informazioni' e che è collegata a 'Milano informazioni', che pubblicò
il libro Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente,
scritto da tale Giorgio Steimetz, misteriosamente ritirato dagli scaffali,
da cui Pasolini aveva tratto spunti per il suo Petrolio. Quindi
De Mauro aveva capito probabilmente una fetta di verità relativa a Mattei
e proprio per questo, secondo noi, è stato fatto scomparire".
Dal suo libro emerge un
intreccio di depistaggi ed omissioni che tocca imprenditori, politici,
servizi segreti, passando per la mafia e la massoneria. Una sequela di
non-verità che si protraggono fino ai giorni nostri: l’Italia degli
anni ’70 vive ancora oggi?
"L'Italia degli anni '70
si proietta in maniera inquietante negli anni '90 e nel terzo millennio.
Non siamo riusciti a fare chiarezza su tutti i buchi neri del nostro passato
recente, nonostante una bellissima relazione di maggioranza della Commissione
stragi presieduta da Giovanni Pellegrino abbia messo dei punti fermi sulla
storia sottotraccia di questo Paese, disegnando perfettamente quella che
fu negli anni '70 la strategia della tensione".
Una pagina chiusa?
"Tutt'altro, quella strategia
non è conclusa, quella stagione si proietta ancora fino ai giorni nostri
e lo ha sottolineato lo stesso pubblico ministero Calia quando, nella sua
inchiesta, cita una società che si chiama 'Cefinvest' che sarebbe in qualche
modo collegata alla Edilnord centro residenziali, già Edilnord Sas di
Silvio Berlusconi. Lui cita questo come un dato di cronaca ma fa riflettere
abbastanza, al di là delle informative dei servizi segreti che indicano
Cefis come il vero fondatore della loggia P2. È una parte oscura, che
arriva fino alle stragi del '92 e '93 - quindi alla nascita della Seconda
Repubblica, che avrebbe bisogno di venire illuminata.
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