Pier Paolo Pasolini
La saggistica
Lettere
luterane
"Lettera
luterana a Italo Calvino"
di
Pier Paolo Pasolini
30 ottobre 1975
.
Tu dici (“Corriere della
Sera”, 8 ottobre 1975): "I responsabili della carneficina del Circeo sono
in molti e si comportano come se quello che hanno fatto fosse perfettamente
naturale, come se avessero dietro di loro un ambiente e una mentalità
che li comprende e li ammira".
Ma perché questo?
Tu dici: " Nella Roma di
oggi quello che sgomenta è che questi esercizi mostruosi avvengono
nel clima della permissività assoluta, senza più l’ombra
di una sfida alle costruzioni repressive...."
Ma perché questo?
Tu dici: "... il pericolo
vero viene dall’estendersi nella nostra società di strati cancerosi..."
Ma perché questo?
Tu dici: "Non c’è
che un passo dall’atonia morale e dalla irresponsabilità sociale
(di una parte della borghesia italiana, tu dici) alla pratica di seviziare
e massacrare..."
Ma perché questo?
Tu dici: " Viviamo in un
mondo in cui l’escalation nel massacro e nella umiliazione della persona
è uno dei segni più vistosi del divenire storico (onde criminalità
politica e criminalità sessuale sembrano in questo caso definizioni
riduttive e ottimistiche, tu dici)".
Ma perché questo?
Tu dici " I nazisti possono
essere largamente superati in crudeltà in ogni momento"
Ma perché questo?
Tu dici " In altri paesi
la crisi è la stessa, ma incide in uno spessore di società
più solido"
Ma perché questo?
Io sono più di due
anni che cerco di spiegarli e volgarizzarli questi perché. E sono
finalmente indignato per il silenzio che mi ha sempre circondato. Si è
fatto solo il processo a un mio indimostrabile refoulement cattolico. Nessuno
è intervenuto ad aiutarmi ad andare avanti ed approfondire i miei
tentativi di spiegazione. Ora, è il silenzio, che è cattolico.
Per esempio il silenzio di Giuseppe Branca, di Livio Zanetti, di Giorgio
Bocca, di Claudio Petruccioli, di Alberto Moravia, che avevo nominalmente
invitato a intervenire in una mia proposta di processo contro i colpevoli
di questa condizione italiana che tu descrivi con tanta ansia apocalittica:
tu, così sobrio. E anche il tuo silenzio a tante mie lettere pubbliche
è cattolico. E anche il silenzio dei cattolici di sinistra è
cattolico (essi, dovrebbero avere finalmente il coraggio di definirsi riformisti,
o con più coraggio ancora luterani. Dopo tre secoli sarebbe ora).
Lascia che ti dica che non
è cattolico, invece, chi parla e tenta di dare spiegazioni magari
dal vivo, e circondato dal profondo silenzio. Non sono stato capace di
starmene zitto, come non sei capace di startene te zitto tu ora. "Bisogna
aver molto parlato per poter tacere " (è uno storico cinese che,
stupendamente, lo dice.) Dunque parla una buona volta. Perché?
Tu hai steso un cahier de
doléance in cui sono allineati fatti e fenomeni a cui non dai spiegazioni,
come farebbe Lietta Tornabuoni o un giornalista sia pure indignato della
Tv. Perché?
Eppure io ho anche da ridire
sul tuo cahier, al di fuori della mancanza dei perché.
Ho da ridire che tu crei
dei capri espiatori, che sono: "parte della borghesia", "Roma", "i "neofascisti".
Risulta evidente da ciò
che tu ti appoggi a certezze che valevano anche prima. Le certezze che
ti dicevo in un’altra lettera che ci hanno confortato e anche gratificato
in un contesto clerico-fascista. Le certezze laiche, razionali, democratiche,
progressiste. Così come esse sono non valgono più. Il divenire
storico è divenuto, e quelle certezze son rimaste com’erano.
Parlare ancora come colpevole
di "parte della borghesia" è un discorso antico e meccanico perché
la borghesia, oggi, è nel tempo stesso troppo peggiore che dieci
anni fa, e troppo migliore. Tutta. Compresa quella dei Parioli o di San
Babila. È inutile che ti dica perché è peggiore (violenza,
aggressività, dissociazione dall’altro, razzismo, volgarità,
brutale edonismo) ma è inutile che ti dica perché è
migliore (un certo laicismo, una certa accettazione di valori che erano
solo di cerchie ristrette, votazioni al referendum, votazioni al 15 giugno).
Parlare come colpevole della
città di Roma, è ripiombare nei più puri anni cinquanta,
quando torinesi, milanesi (friulani) consideravano Roma il centro di ogni
corruzione: con aperte manifestazioni razzistiche. Roma con i suoi Parioli,
non è affatto peggiore di Milano col suo San Babila, o di Torino.
Quanto ai neofascisti (giovani)
tu stesso ti sei reso conto che la loro nozione va immensamente allargata:
e la possibile crudeltà nazista di cui parli (e di cui da tanto
vado parlando io) non riguarda solo loro.
Ho da ridire anche su un
altro punto del “cahier senza perché”.
Tu hai privilegiato i neofasciti
pariolini del tuo interesse e della tua indignazione, perché sono
borghesi, La loro criminalità ti pare interessante perché
riguarda i nuovi figli della borghesia. Li porti dal buio truculento della
cronaca alla luce dell’interpretazione intellettuale, perché la
loro classe sociale lo pretende. Ti sei comportato - mi sembra - come tutta
la stampa italiana, che negli assassini del Circeo vede un caso che la
riguarda, un caso, ripeto, privilegiato. Se a fare le stesse cose fossero
stati dei "poveri" delle borgate romane, oppue dei “poveri” immigrati a
Milano o a Torino, non se ne sarebbe parlato tanto in quel modo. Per razzismo.
Perché i "poveri" delle borgate o i "poveri" immigrati sono considerato
delinquenti a priori.
Ebbene i "poveri" delle
borgate romane e i "poveri" immigrati, cioè i giovani del popolo,
possono fare e fanno effettivamente (come dicono con spaventosa chiarezza
le cronache) le stesse cose che hanno fatto i giovani dei Parioli: e con
lo stesso identico spirito, quello che è oggetto della tua "descrittività".
I giovani delle borgate
di Roma fanno tutte le sere centinaia di orge (le chiamano “batterie”)
simili a quelle del Circeo; e inoltre, anch’essi drogati.
L’uccisione di Rosaria Lopez
è stata molto probabilmente preterintenzionale (cosa che non considero
affatto un’attenuante): tutte le sere, infatti, quelle centinaia di batterie
implicano un rozzo cerimoniale sadico.
L’impunità di tutti
questi anni per i delinquenti borghesi e in specie neofasciti non ha niente
da invidiare all’impunità dei criminali di borgata. (I fratelli
Carlino, di Torpignattara, godevano della stessa libertà condizionale
dei pariolini.) Impunità miracolosamente conclusasi in parte con
il 15 giugno.
Cosa dedurre da tutto questo?
Che la "cancrena" non si diffonde da alcuni strati della borghesia (romana)
(neofascista) contagiando il paese e quindi il popolo. Ma che c’è
una fonte di corruzione ben più lontana e totale. Ed eccomi alla
ripetizione della litania.
È cambiato il "modo
di produzione" (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica).
Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali,
umanità. Il "nuovo modo di produzione" ha prodotto quindi una nuova
umanità, ossia una "nuova cultura" modificando antropologicamente
l’uomo (nella fattispecie l’italiano). Tale "nuova cultura ha distrutto
cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese,
alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari. Ai modelli
e ai valori distrutti essa sostituisce modelli e valori propri (non ancora
definiti e nominati): che sono quelli di una nuova specie di borghesia.
I figli della borghesia sono dunque privilegiati nel realizzarli, e, realizzandoli
(con incertezza e quindi con aggressività), si pongono come esempi
a coloro che economicamente sono impotenti a farlo, e vengono ridotti appunto
a larvali e feroci imitatori. Di qui la loro natura sicaria, da SS. Il
fenomeno riguarda così l’intero paese. E i perché sono ben
chiari. Chiarezza che certo, lo ammetto, non risulta da questa tabella
che ho qui stilato come un telegramma. Ma tu sai bene come documentarti,
se vuoi rispondermi, discutere, replicare. Cosa che finalmente pretendo
che tu faccia.
NB. I politici sono difficilmente
recuperabili a una tale operazione. La loro è una lotta per la pura
sopravvivenza. Devono trovare ogni giorno un aggancio per restare attaccati
e inseriti là dove lottano (per sé o per gli altri, non importa).
La stampa rispecchia fedelmente la quotidianità, il vortice in cui
sono presi e travolti. E rispecchia anche fedelmente le parole magiche,
o i puri verbalismi, cui sono attaccati riducendovi le prospettive politiche
reali ("morotei", "dorotei", "alternativa", "compromesso", "giungla retributiva").
I giornalisti autori di tale rispecchiamento sembrano essere complici di
tale pura quotidianità, mitizzata (come sempre la "pratica") in
quanto "seria". Manovre, congiure, intrighi, intrallazzi di Palazzo passano
per avvenimenti seri. Mentre per uno sguardo appena un po’ disinteressato
non sono che contorcimenti tragicomici e, naturalmente, furbeschi e indegni.
I sindacalisti non possono
essere di maggiore aiuto. Lama, sotto cui tutti i facitori di opinione
hanno preso l’abitudine di accucciarsi come cagnette in fregola sotto il
cane, non saprebbe dirci nulla. Egli è uguale e contrario, ossia
contrario e uguale a Moro, con cui tratta. La realtà e le prospettive
sono verbali: ciò che conta è un oggi arrangiato. Non importa
se Lama è costretto a questo, mentre i democristiani vivono di questo.
Oggi pare che solo platonici intellettuali (aggiungo: marxisti) - magari
privi di informazione, ma certo privi di interesse e di complicità
- abbiano qualche probabilità di intuire il senso di ciò
che sta veramente succedendo: naturalmente però a patto che tale
loro intuire venga tradotto - letteralmente tradotto - da scienziati anch’essi
platonici, nei termini dell’unica scienza la cui realtà è
oggettivamente certa come quella della Natura, cioè l’Economia politica.
Il Mondo, 30
ottobre 1975
* * *
Il piombo e le
rose, di Adriano Sofri, l'Unità 17 maggio 2004
Benché ormai addestrato
dalla lettura dei libri puntuali di Valeria Gandus e di Pier Mario Fasanotti,
resto inadeguato come pochi a pronunciarmi sui delitti. Anche in questo
lungo tramonto della mia esistenza, mi interessano molto i miei coinquilini,
ma non per i loro delitti. Nonostante i loro delitti. Dopotutto, la casistica
è diventata striminzita. Piccolo spaccio, per lo più, e furti,
scippi, effrazioni e maldestre rapine, tutto ispirato dalla dannata droga,
e poi assassinii di donne: mogli, fidanzate, sconosciute, prostitute. Gli
uomini che ammazzano donne - la modalità più diffusa e rivelatrice
del mondo d’oggi - sono spesso quelli di cui la cronaca riferisce che hanno
poi rivolto l’arma contro se stessi, ma non sono morti: dettaglio seccante.
A volte mi dico che avrei dovuto far miglior conto della mia reclusione
e della confidenza di cui tanti carcerati mi onorano, e avviarmi al romanzo.
Dopotutto i grandi romanzi classici, Dickens e Balzac e Dostoevskij, nascevano
dalla frequentazione dei processi e dalla lettura metodica della Gazzetta
dei Tribunali. Ma io sono un tipo comune. Venero la lettura dei romanzi,
detesto la Gazzetta dei Tribunali. La forzata e prolissa esperienza di
aule di giustizia e relativi verbali non ha fatto che confermarmi nella
ripugnanza.
Tuttavia ci fu una congiuntura
in cui la cronaca di delitti si intrecciò con la mia vita pubblica
e privata - allora era quasi la stessa cosa - e ne influenzò decisivamente
il corso. Furono due delitti, separati da meno di un mese, ottobre-novembre
1975. L’orrore del Circeo, l’assassinio di Pasolini. Hanno fra loro una
assurda e fatidica relazione. Fin dalla scena materiale. Avvengono a Roma:
almeno, a Roma cominciano. Con delle persone che salgono in macchina con
altre persone. Due ragazze della periferia che salgono sull’auto di giovani
uomini dei Parioli. Un ragazzo di periferia che sale sull’auto di Pier
Paolo Pasolini. Si compiranno a una distanza suburbana, l’Idroscalo di
Ostia, una villa del Circeo: luoghi pasoliniani ambedue. Pasolini interpretò
con la sua lingua l’orrore del Circeo, e quando fu trucidato, di lì
a poco, il suo discorso sul Circeo parve un’annunciazione dell’agguato
che il destino riservava a lui. Dirò quali e quanti conti in sospeso
conservo con quella sequenza di sciagure. Non ci sono mai tornato abbastanza.
Si tratta di me, e di quel movimento, Lotta continua, cui allora per intero
appartenevo. Ma non parlerò della storia di un gruppo estremista,
argomento ormai quasi privato: piuttosto, di un modo di pensare e di un
linguaggio che erano assai più vasti, e che toccarono in quel frangente
il proprio scacco.
Si è fin troppo speculato
- senz’altro troppo - su Pasolini che avrebbe preparato, inseguito e messo
in scena la propria annunciatissima morte. Al contrario: Pasolini fu assassinato,
e perse la vita che era sua, e che avrebbe vissuto. Se il Pasolini reso
regista della propria morte è una facile e ingiusta figura letteraria,
il legame fra il delitto del Circeo e l’uccisione del poeta omosessuale
sulla spianata di Ostia era di quelli che sgomentano. Sembrava uscirne
un ritratto fulmineo dell’Italia in due fotogrammi ravvicinati, e rovesciati.
Rovesciati: perché qui è Pasolini il signore, e Pino Pelosi,
«la rana», ragazzo di diciassette anni, ladruncolo e marchettaro,
il torturatore e l’assassino.
Del delitto del Circeo,
avevamo tenuto a dire che non era stato solo fascista, ma più universalmente
«borghese». Pasolini aveva detto che i criminali non erano
solo fascisti, e che lo erano allo stesso modo e con la stessa coscienza
i proletari o i sottoproletari, quelli che magari avevano votato comunista
il 15 giugno. «Quanto a me, lo dico ormai da qualche anno che l’universo
popolare romano è un universo odioso» scrisse nel suo ultimo
articolo di fondo dopo il delitto del Circeo. «La mia esperienza
privata quotidiana, esistenziale - che oppongo ancora una volta all’offensiva
astrattezza e approssimazione dei giornalisti e dei politici che non vivono
queste cose - mi insegna che non c’è più alcuna differenza
vera verso il reale e nel conseguente comportamento tra borghesi dei Parioli
e i sottoproletari delle borgate». Erano le citazioni con le quali
si apriva il primo articolo del nostro giornale dopo il delitto di Ostia.
Conservano intera la loro forza sconvolgente. Soprattutto in quella orgogliosa
sottolineatura: «che non vivono». Pasolini proclama di vivere
ciò di cui gli altri tutt’al più parlano: getta sul terreno,
coi propri pensieri, il proprio corpo - ed è infine il suo corpo
martoriato che resta sul terreno. Sicché al dolore per la sua morte
si confuse torvamente per noi il senso meschino di un’offesa, di dover
reagire all’emozione «disfattista» che portava con sé.
«Questa convinzione/l’assimilazione fra borghesi dei Parioli e sottoproletari
delle borgate/Pasolini rovescia, con le circostanze della sua morte, su
tutti noi come una prova definitiva, come una sfida».
Piangevamo Pasolini, ma
non come avremmo voluto e dovuto, perché avevamo fretta di arginare
l’invadente lezione della sua morte: «È contro questa visione
della realtà che noi abbiamo molte volte polemizzato con Pasolini,
senza alcun ottimismo pragmatico, senza alcun ottimismo “riformista”, ma
guardando a ciò che avviene ogni giorno nel proletariato: al modo
in cui i giovani e i vecchi delle borgate di Roma hanno accompagnato i
funerali di Rosaria Lopez...». Protestavamo di nuovo, troppo ovviamente,
contro il Pasolini che leggeva la mutazione del suo prossimo nelle fogge,
nelle capigliature, nelle facce e nei pantaloni. «Pasolini aveva
scritto una settimana fa su un quotidiano: “Guardate le facce dei giovani
teppisti arrestati a Milano: vedrete dai loro tratti somatici che sono
privi di pietà”. Noi non crediamo alla corrispondenza fra i tratti
somatici e i sentimenti». Ma Pasolini era un esperto di facce, delle
facce che la gente si merita. Continuavamo a replicare secondo un riflesso
d’ordine e di ragionevolezza: senso di responsabilità, impegno comune
a tenere in piedi la baracca politica che si andava sfasciando.
Avevamo fatto amicizia,
noi e Pasolini, quando gli riconoscevamo un’extra-territorialità
politica e civile, e lui riconosceva, e forse invidiava, la nostra seria
irriverenza rivoluzionaria. Aveva trovato «adorabili» anche
noi - quel suo fido aggettivo che Sciascia dichiarava per sé infrequentabile.
Su quell’aggettivo costruì anche il suo involontario testamento,
l’intervento
per il Congresso radicale che fu letto postumo: «a) Le persone
più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. b)
Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti,
non li pretendono, e addirittura ci rinunciano».
Ora, anche nella sua morte
di randagio, ci aggrappavamo alla ripetizione dei nostri miti collettivi,
alla proclamazione del riscatto del mondo: «La sua offerta volontà
di “guardare in faccia al mondo”, di restare senza riserve dentro la vita
propria e altrui, lo aveva condotto in realtà a essere solo, a fabbricare
miti, a estraniarsi e anche a contrapporsi a quella trasformazione reale
del mondo e della gente attraverso quella “politica” di cui stentava sempre
più a vedere altro se non la deformazione borghese».
Rileggendo le nostre pagine
di allora - lo sto facendo - risento una vergogna per una rigidità
quasi da realismo socialista, e per una polemica che ci sembrava doverosa,
e tuttavia sentivamo già dentro di noi come una viltà e un
rinnegamento. Quanto a me, fu allora, in quel tono improvvisamente irrigidito
a coprire la frana interiore, che maturò la consumazione della speranza
rivoluzionaria. Occorse ancora molta fatica: non tanto per rompere la crosta
delle opinioni che erano state poco fa fresche ed erano ormai diventate
abitudini, e dei pregiudizi, quanto per dimettersi dalla solidarietà
collettiva e dal senso di responsabilità comune. Occorse una rottura
vertiginosa, grazie al femminismo, suscitata anch’essa tuttavia dall’epilogo
della sequenza dei delitti del Circeo e di Ostia - di lì a poco.
Poi trascinammo un’esistenza politica grama e spaventata, ancora per un
anno, quasi, come certi amori che si trascinano in convivenze tristi e
ansiose. Fino al novembre del 1976: allora convocammo un Congresso a Rimini,
non sapevamo neanche noi perché, forse illudendoci di ridar fiato
alla nostra corsa. Ma non illudendoci tanto: e infatti cogliemmo l’occasione
di una discussione nella quale una comunità che si era voluta infrangibile
andava in mille pezzi, e chiudemmo la baracca.
Ho detto che ci sarebbe
stato bisogno di un epilogo collettivo, che raccogliesse l’emozione intima
e il disorientamento di quei mesi di fine ’75, e insieme mostrasse che
i cocci non si sarebbero più messi assieme. Successe il 6 dicembre,
due mesi dopo il Circeo, un mese dopo Ostia. La manifestazione ai Parioli,
a piazza Euclide, c’era stata, l’11 ottobre, forte abbastanza, e aveva
finito con l’essere soprattutto antifascista, nonostante le più
vaste ambizioni. Il 6 dicembre, un sabato, era convocata una manifestazione
nazionale sull’aborto da gruppi e comitati di donne, mentre era in discussione
la legge nel governo e in Parlamento. Il corteo raccoglie venti o trentamila
donne. Un gruppo di militanti romani di Lotta continua, in nome dell’unità
del proletariato, insofferente di separatismi fra uomini e donne, rifiuta
la decisione di escludere le bandiere e gli striscioni di gruppo e l’invito
agli uomini ad accodarsi o restare ai bordi, e irrompe con la forza dentro
il corteo. Un episodio increscioso di maschilismo che scatena l’orgoglio
e l’intelligenza femminista anche in quelle organizzazioni che avevano
finora subordinato la contraddizione di sesso a quella di classe. Fine
del primato della politica, dell’antifascismo, della classe operaia che
deve decidere tutto - e del resto. Fine, per molti di noi, di un’epoca.
Bisognava ricominciare daccapo. Una fortuna insperata.
* * *
Pasolini, l'ultima "lettera luterana"
dedicata a Izzo, il mostro del Circeo, di red, l'Unità 7 maggio
2005
L’ultima “lettera luterana”
di Pier Paolo Pasolini, pubblicata sul Corriere tre giorni prima della
sua morte, fu dedicata al mostro del Circeo. Angelo Izzo aveva seviziato
due donne, ne aveva ammazzata una, le aveva nascoste nel bagliaio di un’auto,
abbandonandola. Era anni di terribili contrapposizioni, tutto era politico,
e questo fu a suo modo un omicidio “politico”.
Le femministe si scatenarono:
presidiarono tutte le sedute del processo, protestarono violentemente,
esultarono il giorno della condanna all’ergastolo del pariolino fascista
che andava in giro con occhiali a specchio e si vantava del delitto come
fosse una bravata. Chi in quegli anni lo frequentava racconta che faceva
parte di un giro di persone dedite all’alcol, le droghe, il sesso e l’amore
per l’ultra-violenza alla Antony Burgess, non che ne avesse necessariamente
cognizione. Nel ’71 era uscito “Arancia meccanica” di Kubrick.
Dalle colonne del Corriere
Italo Calvino intervenne sul caso. Troppo eclatante era stato il fatto
di cronaca e la simbologia che conteneva - giovani ricchi pariolini approfittano
di due donne proletarie, le seviziano, le ammazzano - per non ricavarne
un significato più ampio. Questo delitto efferato è frutto
della tracotanza classista della nostra borghesia, che vive sicura della
propria impunità. Izzo è figlio del senso di onnipotenza
della classe dominante, che pensa di potersi permettere tutto e lo ottiene.
Per lo scrittore ligure la situazione era chiara, la spiegazione limpida
e aderente in modo perfetto al suo ruolo di intellettuale militante.
Pasolini non era più
militante, forse non lo è mai stato. Negli ultimi anni aveva assunto
posizioni anche diametralmente opposte rispetto al suo pubblico di riferimento.
Con i carabinieri figli di povera gente del sud emigrati per fare un lavoro
da schifo. Contro i sessantottini figli di buona famiglia che possono permettersi
di fare l’università, oltre che occuparla e protestare. In anni
non sospetti aveva dichiarato che la sua ripulsa verso la classe borghese
era tale da non permettergli di frequentarne gli esponenti. Lui vedeva
solo intellettuali e “ragazzi di vita” che aveva imparato a conoscere dopo
la fuga da Carsarsa in un appartamento dimesso sulla Tiburtina.
Sul caso Izzo si sentì
di dissentire da Calvino, con il quale si detestava cordialmente. Da poco
aveva esposto la sua teoria pessimista e forse terribilmente premonitrice
della massificazione prodotta dal consumismo. L’innocenza popolare andrà
persa nel tempo, così come non riusciremo più a vedere lucciole
nelle campagne perché le luci della città le faranno scomparire.
Non era condivisibile quindi la visione manichea e obsoleta avanzata da
Calvino, propria della cultura di sinistra. Una divisione tra borghesia
e proletariato superata di corsa dalla degenerazione del benessere economico.
Il genocidio del “sottroproletariato” è avvenuto già da tempo,
da quando nelle capanne sono state trasportate le prime televisioni. L’appiattimento
culturale è una realtà e a metà strada si sono incontrate
le nuove generazioni figlie dell’Italia del boom economico, omologandosi.
Non esiste che un ragazzo è ricco, di destra e di conseguenza tracotante
e violento. Non sapeva, Pasolini, che la sua era una triste premonizione.
Da li a tre giorni sarebbe stato rinvenuto morto, barbaramente sfregiato,
sul lido di Ostia. Era la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975.
* * *
Pasolini, Calvino e i fascisti, di Pierluigi
Battista, Corriere della Sera 3 maggio 2005
Erano «borghesi»,
«fascisti», «pariolini», violenti. L’efferatezza
bestiale del loro crimine si era scatenata su due donne indifese, e questo
stava a simboleggiare la cifra «sessista» di una sopraffazione
senza confini; e perdipiù su donne «proletarie», e questo
particolare ne denunciava la propensione al sopruso «di classe»,
manifestazione estrema e delinquenziale di una condizione di illegittimo
privilegio. I tre assassini del Circeo - Izzo, Ghira e Guido - divennero
subito la personificazione di qualcosa di ancor più torbido e infernale
di un semplice Male politico, incarnazione di una negatività storica
- il «fascismo» - che oltrepassava i confini della dimensione
politica vera e propria per trasformarsi in tara antropologica, abiezione
umana, turba psichica prima ancora che errore ideologico.
Era il 1975 e la raffigurazione
artistica di questo connubio di ferocia e potere sembrava esprimersi nel
truculento Salò di Pier Paolo Pasolini. Ma Pasolini, proprio
due giorni prima di morire, sorprese ancora una volta il mondo culturale
di sinistra e imbastì sul misfatto del Circeo una polemica politico-giornalistica,
il cuore di una provocatoria ed estrema «lettera luterana»
il cui destinatario era Italo Calvino. A poche ore dalla morte, Pasolini
aveva colto nel commento calviniano sul delitto del Circeo (apparso l’8
ottobre sul Corriere della Sera ) il segno di una narcotizzante pigrizia
intellettuale, l’aggrapparsi a certezze solide ma inaridite dall’uso e
dall’abuso: l’antifascismo rituale, l’identificazione convenzionale tra
borghesia italiana e fascismo, la pretesa di fissare una volta per tutte
l’inferiorità antropologica e financo umana del «nemico».
Un Pasolini tutto diverso da quello lugubre di Salò, il 30
ottobre del ’75 scrisse sul Mondo la sua lettera a Calvino («Tu dici»,
è l’incipit inequivocabilmente accusatorio) per contraddirlo: «Ho
da ridire sul fatto che tu crei dei capri espiatori, che sono: "parte della
borghesia", "Roma", i "neofascisti"».
Era una sferzata ai comodi
clichés della cultura di sinistra e solo la morte all’Idroscalo
di Ostia, quarantotto ore dopo, impedì il consueto profluvio di
polemiche che negli ultimi anni aveva travolto ogni scorreria «corsara»
di Pasolini. Ma resta altresì significativo che l’ultimo scritto
pasoliniano sia stato il suo intervento sul Circeo. Non una difesa dei
massacratori, ovviamente. Ma l’insofferenza per chiavi di lettura che a
Pasolini risultavano terribilmente anacronistiche.
Aveva scritto Calvino: «questi
esercizi mostruosi si presentano con la sguaiataggine truculenta delle
bravate da caffè, con la sicurezza di farla franca di strati sociali
per cui tutto è stato sempre facile, una sicurezza che fa passare
in meno che non si dica dai pestaggi all’uscita della scuola alle carneficine
nelle ville del week-end». Una linea di assoluta continuità
sembra stabilirsi nell’argomentazione calviniana tra «i pestaggi»
neofascisti e le «carneficine».
Ma questa continuità
è il preludio di un’ulteriore coincidenza socio-politica in cui
i «picchiatori fascisti» altro non sarebbero che il frutto
marcio di «una parte della borghesia italiana che vive e prospera
e prolifera senza il minimo senso di ciò che appartenere a una società
significa come relazione reciproca tra gli interessi personali o di gruppo
o quelli della collettività».
Con il che i neofascisti
responsabili della carneficina diventano il prodotto di una «borghesia»
su cui a metà degli anni Settanta, nel clima infuocato di una politicizzazione
integrale del discorso pubblico, il ceto intellettuale di sinistra scaglia
la sua scomunica storica definitiva.
Ma nell’intervento di Calvino
sui criminali del Circeo Pasolini scorge l’esatto contrario della propria
rappresentazione del «nuovo» fascismo, quello del «genocidio»
culturale dell’elemento genuinamente popolare e della «neolingua»
imposta dall’acculturazione violenta della televisione, che rende drasticamente
obsoleto il «fascismo» vecchio stile anatemizzato alla Calvino.
Pasolini, rivolgendosi a
Italo Calvino: «i "poveri" delle borgate romane e i "poveri" immigrati,
cioè i giovani del popolo, possono fare e fanno effettivamente (come
dicono con spaventosa chiarezza le cronache) le stesse cose che hanno fatto
i giovani dei Parioli: e con lo stesso identico spirito, quello che è
oggetto della tua descrittività». E ancora, con toni sempre
più aspri nei confronti del suo interlocutore (con il quale, come
è noto, i rapporti non erano mai stati idilliaci): «I giovani
delle borgate di Roma fanno tutte le sere centinaia di orge (le chiamano
"batterie") simili a quelle del Circeo; e inoltre, anch’essi drogati. L’uccisione
di Rosaria Lopez è stata molto probabilmente preterintenzionale
(cosa che non considero affatto un’attenuante): tutte le sere, infatti,
quelle centinaia di batterie implicano un rozzo cerimoniale sadico».
Di più: «L’impunità di tutti questi anni per i delinquenti
borghesi e in specie neofascisti non ha niente da invidiare all’impunità
dei criminali di borgata». Nel cuore degli anni Settanta, in cui
la violenza politica è all’ordine del giorno, la pratica della violenza
fa dire a Calvino che, a proposito dei fatti del Circeo, «criminalità
politica e criminalità sessuale sembrano in questo caso definizioni
riduttive e ottimistiche», ma Pasolini, nel suo ultimo scritto, legge
qualcos’altro nei volti delinquenziali di Angelo Izzo e dei suoi due compari
stupratori. Lo ripete ancora una volta, in un passaggio che lo stesso Pasolini
definisce una «litania»: «la nuova cultura ha distrutto
cinicamente (genocidio) le culture precedenti, da quella tradizionale borghese,
alle varie culture particolaristiche popolari».
Se nella cultura della sinistra
il massacro del Circeo rappresentava l’ennesimo capitolo di una lotta di
classe a parti rovesciate, nell’immaginazione pasoliniana il mostro dell’omologazione
consumistica aveva disintegrato le classi e dunque anche la borghesia nel
cui seno, secondo la linea calviniana, sarebbero cresciuti il fascismo
e i carnefici del Circeo, i picchiatori e gli stupratori, i «pariolini»
e gli sfruttatori.
Ancora Pasolini contro Calvino:
«Tu hai privilegiato i neofascisti pariolini del tuo interesse e
della tua indignazione, perché sono borghesi. La loro criminalità
ti pare interessante perché riguarda i nuovi figli della borghesia.
Li porti dal buio della cronaca alla luce dell’interpretazione intellettuale,
perché la loro classe sociale lo pretende». E con accenti
che coinvolgono la persona stessa del suo antagonista e anche l’ambiente
di cui quest’ultimo è espressione: «Ti sei comportato come
tutta la stampa italiana, che negli assassini del Circeo vede un caso che
la riguarda, un caso, ripeto, privilegiato».
Questo scriveva Pasolini
a poche ore da un altro massacro, non nelle case del week-end del Circeo,
ma nello squallore dell’Idroscalo di Ostia. Un’altra espressione di bestialità
violenta, stavolta non «borghese», ma «popolare».
|
SCRITTI
CORSARI
VEDI
ANCHE
9 dicembre 1973.
Acculturazione
24 giugno 1974.
Il vero fascismo e quindi
il vero antifascismo
22 settembre 1974.
Lo storico discorsetto
di Castelgandolfo
14 novembre 1974.
Il romanzo delle stragi
Un
dibattito del collettivo
redazionale
di
"salvo
imprevisti"
SAGGISTICA
VEDI
ANCHE
Passione e ideologia
Canzoniere italiano,
la poesia popolare italiana
Empirismo eretico
Lettere luterane
Le belle bandiere
Descrizioni di descrizioni
Il caos
L'odore dell'India
Il portico della morte
Scritti corsari
Lettere (1940-54)
Meditazione e spiritualità
nelle opere più recenti di Pier Paolo Pasolini
di Uberto Scardino
Ancora considerazioni
su alcune opere di
Pier Paolo Pasolini
di Uberto Scardino
Pasolini e le ultime
illusioni,
di Franco Fortini
Pasolini contro Calvino,
diAngela Molteni
Che cosa è e come
è
fatta la critica,
di Angela Molteni
Bibliografia
|
|