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Saggistica Lucciole, voci e pale
d'altare.
di Serenella Iovino
"La democrazia
non è né una forma di governo, né un'opportunità
sociale,
ma una metafisica della relazione dell'uomo e della sua esperienza con la natura". (J. Dewey, Characters and Events, New York, 1929) . "Chi non la conoscerà, questa superstite terra, come ci potrà capire? Dire chi siamo stati?" (P.P. Pasolini, B, I) .
Sin
dalla gioventù, trascorsa a cavallo tra guerra e resistenza, Pasolini
concepisce l'attività intellettuale come un compito civile: basta
guardare agli articoli politico-culturali del periodo universitario o alle
numerose lettere scritte dal '43 al '48 per cogliere in lui l'idea di una
coincidenza di poesia e prassi, in vista di una "missione educatrice" della
sua generazione. (L, I, 156) Con gli anni questa consapevolezza si acuisce,
e l'opera di Pasolini, intellettuale gramsciano e marxista "eretico", si
fa sempre più attenta ai mutamenti storici, sociali ed economici,
fino a diventare lo strumento di una aperta denuncia. Tale denuncia si
condensa intorno a una proposta etica che potremmo definire "ambientalistica":
per Pasolini l'artista deve, attraverso la sua opera, interpretare, custodire
e proteggere un paesaggio culturale.
In questa prospettiva, il paesaggio non è solo ambiente geografico e naturale, ma anche e soprattutto ambiente storico e umano: un territorio composito e stratificato nel tempo, che è insieme universo linguistico, identità di luoghi, e patrimonio d'immagini artistiche che questo ambiente elaborano e trasmettono. Ciò spiega perché, in un frammento d'autoritratto en poète, Pasolini veda se stesso come una "forza del passato": Questo saggio è un tentativo di leggere l'opera di Pasolini in chiave etica e, più precisamente, di seguire in essa lo svilippo di un'etica del paesaggio culturale: un'etica, cioè, sorretta dall'idea che l'ambiente, quale deposito di storia, di lingua, di cultura, sia di per sé dotato di valore (1) . Dalle prime poesie in friulano all'epilogo di Salò, infatti, Pasolini ricrea questo paesaggio mostrandone la fragilità e, allo stesso tempo, la "forza rivoluzionaria": una forza politica, democratica, che proprio in quanto forza culturale, rappresenta la barriera naturale contro il sonno della ragione dei regimi totalitari. Con le sue prospettive talora unilaterali e provocatorie, allora, il messaggio dell'artista appare un invito a riappropriarsi della dimensione etica della cultura, e a vedere come oggetto e territorio di cultura un paesaggio concreto e ideale, un ambiente storico, naturale e umano.Io sono una forza del Passato. I - Paesaggio, lingua, memoria Fontana di aga dal me paìs. Il
primo intreccio tematico che si presenta all'attenzione del giovane Pasolini,
filologo e poeta, è il legame tra paesaggio, memoria e lingua.
La lingua, nella sua pluralità di tradizioni e di volti, esprime una realtà molto più ricca e multiforme rispetto a quella del territorio "ufficiale" di un paese. Pasolini lo scopre con il dialetto friulano, la lingua della terra di sua madre, da lui utilizzato per la sua prima raccolta di versi, le Poesie a Casarsa (1942, poi ampliato come La meglio gioventù, 1954). Casarsa, il paese materno, è una "intatta provincia dell'atlante neolatino"(2): un atlante, dunque, non tanto geografico quanto soprattutto storico e linguistico. Questo legame immediato tra linguaggio, storia e paesaggio ricorda alcuni passi delle Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein: "Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: Un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade dritte e regolari, e case uniformi. [...] Immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita"(3). È esattamente la vita di una lingua anteriore all'italiano e "infinitamente più pura" che Pasolini trova nel dialetto friulano. Una lingua che, nella sua natura arcaica, lo conduce in un percorso a ritroso "lungo i gradi dell'essere", in un avvicinarsi al mondo attraverso parole che sembrano essere state create insieme con le cose. E, soprattutto, in una dimensione in cui la storia si conserva immediatamente nel paesaggio: In questo recupero non è tuttavia in gioco un'operazione localistica, "dialettale": Pasolini, in fondo, era "in parte straniero" alla realtà friulana (I parlanti, 229). Si tratta, al contrario, di un progetto estetico e culturale, in cui il friulano è l'esempio di una realtà linguistica che serba ancora intatta una verginità poetica: "Io continuo a sperare di far nascere in Friuli una corrente poetica viva, moderna, non vernacola", leggiamo in una lettera del 1946 (L, I, 235) (4). Si può anzi parlare, specie per le prime prove, di un "esperimento altamente recherché di 'poesia pura'", in sintonia con il gusto ermetico di quegli anni (5).... Ciasarsa Nel suo primo importante saggio critico, l'introduzione all'Antologia della poesia dialettale italiana, analizzando la poesia friulana, Pasolini scrive di sé: "egli si trovava in presenza di una lingua da cui era distinto: una lingua non sua, ma materna, non sua, ma parlata da coloro che egli amava con dolcezza e violenza, torbidamente e candidamente: il suo regresso da una lingua a un'altra - anteriore e infinitamente più pura - era un regresso lungo i gradi dell'essere. [...] Conoscere equivaleva a esprimere. Ed ecco la rottura linguistica, il ritorno a una lingua più vicina al mondo" (PI, 116). Pasolini
e il Friuli sono dunque legati da un rapporto che è sì genetico,
ma soprattutto d'elezione. Ben presto, allora, quasi per un'eterogenesi
dei fini, l'estetismo si trasforma in realismo, e il realismo in volontà
documentaria (6). Imparare a usare il dialetto come
"strumento di ricerca" implicava però un passaggio preliminare:
imparare il dialetto. Ciò è significativo, se si tiene presente
che il friulano non era normalmente parlato dalla madre di Pasolini: la
media borghesia, infatti, si esprimeva in veneto. Il friulano di Casarsa,
invece, è una lingua materna, poiché arcaica, contadina,
una sorta di mistero pre-istorico: di qui l'idea di un percorso a ritroso
"lungo i gradi dell'essere". La situazione linguistica del Friuli si presenta
a Pasolini come profondamente composita: oltre al friulano, con differenti
sfumature locali, le lingue parlate sono infatti un veneto "bastardo",
e un "incerto italiano": "Trilinguismo, dunque; e se poi si aggiunge che
in molte zone di confine vigono dialetti slavi o tedeschi, si dovrà
parlare addirittura di plurilinguismo" (SLA, I, 432).
In questa Italia, la scelta di un dialetto di frontiera come lingua poetica è un primo, quasi involontario atto di disobbedienza civile. La realtà che Pasolini decide di rappresentare ha anch'essa un volto poeticamente provocatorio. È, infatti, una realtà lontana dalle retoriche dell'Italia fascista, piccolo-borghese e tristemente coloniale: l'Italia della miseria contadina, delle lotte dei braccianti contro i padroni, delle povere feste di paese o delle gite in bicicletta sul Tagliamento. È questo l'orizzonte delle prime prove narrative e del "diario linguistico" (in terza persona) I parlanti. E così, tra autobiografia e analisi sociale, Pasolini descrive il mondo che gli dà la sua prima coscienza politica: "ciò che mi ha spinto a essere comunista è stata una lotta di braccianti friulani contro i latifondisti, subito dopo la guerra [...]. Io fui coi braccianti. Poi lessi Marx e Gramsci" (Al lettore nuovo, 10) (7). In questi primi anni della sua formazione ci troviamo quindi di fronte a un Pasolini che è insieme un poeta, un filologo, un attivista politico. Ma non solo: matura adesso, sotto l'impulso di Roberto Longhi, di cui Pasolini è allievo a Bologna (8), la grande passione per la tradizione figurativa italiana, da Giotto e Masaccio alla pittura italiana "minimalistica" del Novecento di Morandi e De Pisis. Ecco allora un altro importante elemento per la definizione del paesaggio culturale. Esattamente come una lingua, la rappresentazione pittorica dei luoghi è un'ulteriore elaborazione di una memoria storica e di un'identità civile. Anche questo si riverbera sul rapporto col Friuli, terra della "campagna dipinta da Palma il Vecchio e da Cima" (SLA, I, 458).
II - Roma. La lingua delle cose Finito l'"idillio friulano", il mondo di Pasolini è Roma. Anche qui, il primo approccio è un approccio linguistico. L'ingresso nella lingua è una lettura creativa del reale, un'operazione determinante per inquadrare e "fotografare" un luogo e il suo paesaggio socio-culturale. E il romanesco affonda nella vita delle borgate, esattamente come il friulano saliva dalla vita del mondo contadino. Ma per Pasolini Roma è, in sé, l'icona del linguaggio delle cose. È la vitalità urlata dei ragazzi di vita; è la grandezza del passato che convive con la miseria delle periferie sottoproletarie; è la città del cinema, della cultura, dello squallore; del potere temporale e di un "Gesù corrotto nei salotti vaticani" (B, I, 515); una città papalina e atea, insieme nel tempo e fuori del tempo. Roma è il paesaggio culturale, la memoria della città, esattamente come il Friuli era il paesaggio culturale, la memoria del mondo contadino: tra i due universi non c'è frattura; essi sono complementari e contigui. ![]() Nella ricerca di nuovi linguaggi, Pasolini si avvicina al cinema, la "lingua scritta della realtà" (EE, 198-226). È il 1960 l'anno in cui firma la sua prima regia. Ma, esattamente come il suo esordio nella poesia era già percorso da precisi motivi teorici, così il suo approccio al cinema è già un'estetica cinematografica, un'estetica e un'etica insieme. Anche attraverso il cinema, infatti, Pasolini cerca di descrivere il paesaggio culturale della sua società.
In un gioco di continue contaminazioni, Pasolini concepisce così l'idea di un "cinema di poesia": un cinema che, se da un lato si pretende linguaggio immediato della realtà (11), dall'altro ci ricorda che questa realtà è la somma delle sue immagini culturali. La tradizione figurativa del Medioevo e del tardo Cinquecento diviene così il punto di partenza di un'ulteriore elaborazione: "Quello che io ho in testa come visione, come campo visivo, sono gli affreschi di Masaccio, di Giotto - che sono i pittori che amo di più, assieme a certi manieristi (per esempio il Pontormo). E non riesco a concepire immagini, paesaggi, composizioni di figure al di fuori di questa mia iniziale passione pittorica, trecentesca". (Le pause, 145).Rendere visibili i fili che legano la pittura al cinema è dunque un rendere visibile il passato attraverso il presente, mostrando che l'arte è un esercizio creativo di memoria.
Ecco allora che nella Ricotta, per esempio, il cinema entra nella realtà dell'Italia degli anni '60 proprio mentre gioca a "rifare" la pittura: tra scene di quotidiana miseria e uno sfondo ideologico su cui si esercita l'ironia del poeta, si recita la messa in scena di due tableaux vivants dalla Deposizione di Rosso Fiorentino e il Trasporto di Cristo al sepolcro di Pontormo. E, come una citazione nella citazione, risuona nella "passione" di Stracci l'eco di Giotto e Masaccio:
Il Santo è Stracci. La faccia di antico camuso
E ancora Masaccio nel mondo sottoproletario e disperato di Mamma Roma ("vengono Mamma Roma e suo figlio, / verso la casa nuova, tra ventagli / di case, là dove il sole posa ali / arcaiche: che sfondi, faccia pure / di questi corpi in moto statue / di legno, figure masaccesche / deteriorate, con guancie bianche / bianche, e occhiaie nere opache": B, I, 614). O, con sovrapposizioni novecentesche, in Accattone e nel Vangelo(12). Ma prima di diventare luogo di scoperta e creazione cinematografica, Roma era stata nelle Ceneri di Gramsci (1957) uno scenario di poesia civile: e qui la ricerca di radici politiche e culturali era sospesa tra il rifiuto e l'amore dell'Italia post-bellica, tra un presente immobile e un passato fatto soprattutto di occasioni perdute. Sicuramente uno dei momenti poetici più alti del Novecento italiano, la raccolta ci rivela tutto il travaglio ideologico di Pasolini: il rapporto critico con il marxismo, fino alla sua "abiura" (13); la ambigua identificazione con la figura di Gramsci, problematico e polemico alter ego; e, ancora, la contrapposizione - adialettica e tragicamente utopistica - tra la storia, "il più esaltante dei possessi borghesi" (B, I, 228), e il popolo, lontano nella sua preistorica purezza, nella sua vita inconsapevole.
Troviamo dunque una Roma decadente, giallina e dolciastra di ideali e fiori in decomposizione, estetizzante e animale, nel poema che dà il titolo alla raccolta. Ancora Roma, ma la Roma post-bellica della ricostruzione e della speculazione, un immenso cantiere periferico in cui costruire il nuovo significa distruggere i valori della resistenza, nel Pianto della scavatrice. E l'Italia centrale, coi suoi territori d'arte e di lentezza, nell'Appennino, che si conclude con la visione "precristiana" del "golfo / affricano di Napoli, nazione / nel ventre della nazione" (B, I, 182). Terre desertiche, anch'esse africane e meridionali, nella Terra di lavoro; Roma e le sue piazze, i suoi giardini, i luoghi luminosi e oscuri in cui si raccoglie la vita del popolo, in Comizio, Picasso, e Il canto popolare. In quest'ultima lirica, il presente si confonde nel riverbero linguistico di un passato remoto, gotico e basso-medioevale:
Tra gli orti cupi, al pigro solicello
Tutta la raccolta è pervasa da un senso di nostalgia inquieta, dal rimpianto per un mondo che si vede mutare, allontanarsi dalla sua identità. È il paesaggio culturale che cambia, insieme all'immagine di un paese che irrimediabilmente, e quasi dolcemente, dimentica la sua storia:
Piange ciò che muta, anche
III - Auto-iconoclastia del presente.
Dalla fine degli anni '60 quella di Pasolini risuona sempre più spesso come voce polemica. Questa volta la tribuna sono alcuni dei maggiori quotidiani italiani, a cui collabora più o meno stabilmente con rubriche e articoli. Da artista molto più che da moralista, Pasolini valuta l'evoluzione subita dalla situazione politica italiana dopo gli anni del "miracolo economico". La critica ai mutamenti imposti dal modello consumistico e neocapitalistico non è nuova. Ma il mondo che muta negli anni '50 è, alla fine del decennio successivo, un mondo perduto. Perduto è il paesaggio, cancellato nei suoi caratteri originari: alla devastazione della campagna e alla rovina dell'ecosistema si accompagna infatti anche la brutalizzazione del paesaggio urbano. E perduta è anche la lingua: l'italiano, da sempre "una lingua fondamentalmente espressiva" (SPS, 791), si appiattisce ora nella lingua incolore della televisione: un modello linguistico puramente comunicativo, in esatta antitesi con la vocazione poetica e letteraria che Pasolini aveva creduto di riconoscere nella lingua popolare italiana (15).
Forte della sua funzione civile di artista e del suo ruolo intellettuale, è pronto a fare i nomi dei responsabili delle varie stragi che si sono susseguite nella storia sociale degli ultimi anni (SC, 88-93). Altrove, chiede un processo per i politici colpevoli di aver arrecato danni irreparabili, quali "distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, [...] degradazione antropologica degli italiani, [...] abbandono "selvaggio" delle campagne, [...] esplosione "selvaggia" della cultura di massa [...]" (LL, 114). Anche qui la lucidità di giudizio si alterna alla nostalgia per la bellezza di un mondo che scompare. Particolarmente significativi sono, perciò, un articolo, pubblicato il 1° febbraio 1975 sul "Corriere della Sera", e un documentario "in forma di appello all'unesco". L'Articolo delle lucciole è la denuncia drammatica di un vuoto di potere (il titolo redazionale fu infatti Il vuoto del potere in Italia). Un vuoto di potere che definisce la mancanza di uno spazio (anche linguistico) per l'agire politico, ormai ridotto a mera funzione del potere economico. La colpevole ignoranza della classe dirigente ha cancellato la specificità del suolo, ha inquinato aria e acque, ha devastato secoli di civiltà, di ricchezza e di valori che nemmeno il regime fascista era riuscito a scalfire (SC, 22-25). Il risultato è che in Italia le lucciole, simbolo di un paesaggio e di una cultura lontani, ormai non ci sono più. Ciò è vero anche nel caso di paesaggi urbani e storici. L'amore "estetico" per la bellezza deve trasformarsi in un amore "etico"; ed ecco che, in diverse interviste Pasolini paragona la perdita di un casale di contadini alla perdita di una chiesa o di un monumento (SPS, 1623-25; 1651-52). Ancora più grave, dunque, quando la perdita riguarda un'intera città: è questo l'appello lanciato all'unesco con Le mura di Sana'a. Qui sono le immagini a parlare, mentre la voce fuori campo (è quella dello stesso Pasolini) ricorda la minaccia incombente sulla capitale dello Yemen, splendida e primitiva, preziosa "come Venezia o Urbino, Amsterdam o Praga", completamente in balìa di una classe dirigente incapace di gestirne la bellezza. Di qui, il grido d'allarme dell'artista: "Ci rivolgiamo all'Unesco - perché aiuti lo Yemen a salvarsi dalla sua distruzione, cominciata con la distruzione delle mura di Sana'a.L'Italia, dunque, è solo un esempio particolarmente doloroso e significativo. Ma a essere in pericolo è l'intero paesaggio culturale della tradizione, sia esso un paesaggio africano, indiano o europeo. È in gioco, cioè, lo scontro tra due immagini del mondo: quella contadina, precapitalistica, multilinguistica, religiosa, "bella e umana" (ibid.), e quella capitalistica delle nuove ideologie. Mettere l'uno di fronte all'altro, come due ipostasi storico-sociali, il mondo della tradizione e il mondo industriale neocapitalistico, non è un'operazione priva di pericoli. Evocare il passato per rifiutare il presente può significare abbandonare l'azione per una chiusura reazionaria in un tempo irreale. O, ancora, idealizzare come unica forma di palingenesi sociale una povertà che "mantiene puri" (18), cadendo in una sorta di eresia marxistica. Tutto ciò ha alimentato, e continua ad alimentare, dibattiti e polemiche intorno alle opere pasoliniane della maturità (19). Nonostante i limiti teorici,
tuttavia, l'ideale nostalgia del poeta dev'essere letta piuttosto come
una categoria dello spirito e una strategia creativa. Attraverso di essa,
Pasolini cerca di mostrare la necessità di preservare nell'ambiente
e come ambiente la memoria del passato; e, insieme, di indicare i luoghi
in cui il passato si consegna alla memoria: la lingua, il paesaggio sociale
nelle sue realtà urbane e rurali, la tradizione artistico-figurativa.
Tutti questi elementi non contribuiscono soltanto a creare l'identità
di un luogo. Al contrario, essi sono la base di un incontro tra culture
diverse e, proprio perché ricchi di passato, condizionano la vitalità
etica del presente.
IV. Parossismo e provocazione. Verso la fine del paesaggio Pasolini aveva cercato di dar voce alla "scandalosa forza rivoluzionaria del passato", girando la Trilogia della vita. I tre film, Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (1974), esprimono l'immagine di un mondo mitico, in cui la vita s'incontra con le sue forme più immediate: il sesso (una lieta e pura fisicità), l'allegro caos del paesaggio culturale (campagna, città, lingua), forme tradizionali e popolareggianti di escatologia, il sogno, l'arte (20).
La critica si è spesso interrogata sul significato effettivo di quest'operazione (21). A uno sguardo ulteriore, infatti, l'apparente gaiezza della Trilogia appare basata sull'immagine di una realtà idealizzata e provocatoria, tant'è che proprio in quel tentativo di mettere in scena la "forza rivoluzionaria del passato", Bernardo Bertolucci aveva visto l'opera di un "poeta reazionario" (22). Comunque interpretati, tuttavia, questi film sono l'ultima tappa di una strategia espressiva da cui Pasolini si allontanerà definitivamente nelle ultime opere. Dal 1974, l'anno prima della morte, una forma di disillusione domina in un'arte stanca di argomentare, che prende i toni violenti del sarcasmo, e si muove nella cornice dell'atroce e dell'assurdo. Ecco allora che il mondo contadino del Friuli, con il suo linguaggio, e la sua freschezza, si imbeve di tinte cupe e atmosfere asfittiche. Nella raccolta La nuova gioventù (1974) Pasolini riscrive infatti tutte le sue giovanili poesie friulane, e ne capovolge totalmente il senso e la destinazione. Non c'è più una "saga dei giovani", come aveva scritto Michel Foucault (23), ma un paese fatto di morti e di estranei, un non-luogo, privo di amore e di cultura. Un vero e proprio anti-paesaggio, dunque. Anti-paesaggio che ritroviamo in Salò o le 120 giornate di Sodoma, l'ultimo film di Pasolini. In quest'opera, l'idea di ambientare nell'Italia della Repubblica Sociale il racconto del marchese de Sade, materializza come in un incubo un'immagine tridimensionale di vitalità negativa. Tutto è negazione: la gioventù, l'autorità, la maternità, l'amore, la religione, la patria, l'arte. In Salò il potere diviene una cupa e feroce caricatura di se stesso, mentre il sesso non rinvia più alla vita e alla sua immediatezza, e decade a scena di degradazione e disumanizzazione. ![]() Si badi bene: Pasolini non rinnega in questo modo il mondo contadino, o la tradizione di una cultura materna. Sta solo, ancora una volta, denunciando, con gli strumenti della poesia e del cinema, la fine assurda di quella tradizione e di quel mondo. Il mondo che rimane è solo un guscio straniante, riempito da incomprensibili rapporti di forza: incomprensibili, in fondo, sia per chi li gestisce che per chi li subisce. Ridotto a un'ombra, il poeta si aggira, solo, in uno spazio nemico (24). La fontana del paese è estranea, vecchia e stagnante, vuota d'amore e di significato:
Fontana di aga di un paìs no me.
(Fontana d'acqua di un paese non mio.
Al posto dei sogni della Trilogia, c'è ora l'incubo di Salò. ------------------------
Al lettore nuovo = P.P. Pasolini, Al lettore nuovo, introduzione a Poesie, Milano: Garzanti, 1970 B, I-II = P.P. Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, 2 voll., a cura di G. Chiarcossi e W. Siti, prefazione di G. Giudici, Milano: Garzanti, 1993 EE = P.P. Pasolini, Empirismo eretico, Milano: Garzanti 1981 I parlanti = P.P. Pasolini, I parlanti (1947), appendice a Ragazzi di vita, Torino: Einaudi, 1979 L, I-II = P.P. Pasolini, Lettere, vol. I (1940-1954), a cura di N. Naldini, Torino: Einaudi, 1986; vol. II (1955-1975), a cura di N. Naldini, Torino: Einaudi, 1988 Le mura di Sana'a = P.P. Pasolini, Le mura di Sana'a, 1974 (ma girato il 18 ottobre 1970), cortometraggio. Testo parzialmente disponibile in L. Betti, L. Gulinucci (curr.), Le regole dell'illusione, Roma: Associazione "Fondo Pier Paolo Pasolini" Le pause = P.P. Pasolini, Le pause di "Mamma Roma", in Mamma Roma, Milano: Rizzoli, 1962 LL = P.P. Pasolini, Lettere luterane, Torino, Einaudi, 1976 PI = P.P. Pasolini, Passione e ideologia [I. ed. Milano: Garzanti, 1960], Torino: Einaudi, 1985 SC = P.P. Pasolini, Scritti corsari, Milano, Garzanti 1990 SLA, I-II = P.P. Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull'arte, a cura di W. Siti e S. De Laude, 2 voll., Milano: Mondadori, 1998. SPS = P.P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Milano: Mondadori, 1999. ------------------------
* Eiar era il nome dell'ente radiofonico nazionale in epoca fascista [ndc]. ------------------------
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di Serenella Iovino |