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Pasolini nei blog

"Pagine corsare"
Pasolini nei blog

Riflessioni su Pasolini
di Aurora Montalto, aprile 2007

Pier Paolo Pasolini come l'universo: un ego che si espande; che dilaga a perdita d'occhio; che popola, sotto mentite spoglie, i tempi e gli spazi della propria poesia. Un'onnipresente coscienza di sé, un intenso protagonismo, sono gli elementi da cui scaturisce la poesia di Pasolini, che tende così spesso ad essere biografia, esibizione, dichiarazione (si veda, per esempio, Poeta delle ceneri, lungo poemetto in cui Pasolini si racconta, scandendo tappe cronologiche ed ideologiche, e in cui afferma "ma io non sto facendo che un poema / bio-bibliografico.") 

Il ragionamento pasoliniano non è affidabile, in quanto sempre reversibile: ogni formulazione è contingente al momento, alla nuance del sentimento che prevale durante la scrittura. Da quest'ubiquità della persona pasoliniana, nasce e germoglia la contraddizione, che è paradigma portante della sua poetica: essa è inevitabile, poiché Pasolini sceglie di essere tutto, sia poeta incantato dalla spensierata incoscienza del volgo, sia ideologo marxista che allo stesso volgo suggerisce la lotta e preannuncia il riscatto. Pasolini non sa decidere, "tra una nostalgica adesione preistorica alla realtà del sottoproletariato, e una segreta aspirazione alla lotta di classe." 

Pasolini è un poeta che non sta mai fermo, che con le mani tiene la penna oppure fruga nei cassetti, sempre intento a rimaneggiare, a riordinare, a rivedere le proprie carte. Difficile che riesca a sottoscrivere definitivamente le proprie posizioni, senza toccarle più, mettendole sotto un'ampolla. Questa la sua malattia cronica: la percezione della crisi tra popolo come coscienza, e popolo come spontaneità (che sarà il tema portante de Le ceneri di Gramsci), l'incapacità di trovare una sintesi efficace tra queste nozioni. 

Pasolini si muove tra le categorie di poeta diverso, con la sua sensibilità estraniante ed estranea al mondo; e poeta-vate, che a quel mondo che lo ignora vuole parlare, vuole insegnare, e oscilla tra il culto dell'istinto primordiale, e la responsabilità sociale, tra l'impegno civile e il rifugio in "altrove" mitici e passati. La poesia di Pasolini è fatta di questo, di giravolte nel senso, di cuore e ragione che si scontrano, in un dissidio pressoché leopardiano. 

Si può tentare di seguirne le fila, attraversando le diverse raccolte, ma tenendo sempre presente due punti fondamentali: prima di tutto, come già accennato, Pasolini è un rimaneggiatore, che rimette sempre in discussione la propria opera, che si configura, dunque, come opera aperta, work e non text (seguendo una tipologia postmoderna di classificazione); e che, se si può trovare una coerenza in Pasolini, è soltanto nell'applicazione sistematica dell'incoerenza; nell'assunzione della contraddizione come assioma da cui partire, e a cui approdare. La trattazione, si concentrerà in particolar modo su Le ceneri di Gramsci, raccolta in cui si possono seguire la passione e l'ideologia pasoliniana mentre si annodano, mentre si intrecciano e si manifestano nella loro incompatibilità.

Primo nucleo di contraddizione, di conciliazione d'intenti non affini, può essere individuato ne La meglio gioventù, raccolta del 1954, libro che riassume materiale dei 15 anni precedenti. Qui, Pasolini mette insieme un Volume primo (1941-1953) ed un Volume secondo (1947-1953), che corrispondono a due momenti diversi: sia perché si passa da un mondo privato, mitico e personale, ad un mondo oggettivamente reale; sia perché sono uniti il dialetto mitico e semi-inventato che serviva a descrivere quel primo universo epico (una koinè friulana che era suono, piuttosto che significato; che era evocativa lingua del mito e delle origini, "una specie di linguaggio assoluto, inesistente in natura"), e il dialetto casarsese, storicamente determinato, la lingua del paese negli anni '50, usata per la programmatica riscrittura di alcune delle Poesie a Casarsa, del '42, dove "il casarsese è riadattato nell'intera sua istituzionalità", come Pasolini avverte nella nota conclusiva a La meglio gioventù

Nel dicembre del '49, Pasolini si trasferisce a Roma: la città diventa la nuova Casarsa, si dispiega un nuovo panorama poetico, una nuova fase, quella dell'incontro con la Storia. Dal mondo in un certo senso idilliaco del Friuli, della campagna, della terra materna, ad un nuovo scenario, quello proletario delle borgate e dei rioni, dei vicoli e dei sobborghi, la "realtà umile e sporca, confusa e immensa", che "brulica nella meridionale periferia", di cui parla ne Il pianto della scavatrice.

Sempre in questo poemetto, contenuto ne Le ceneri di Gramsci (1957), Pasolini dice che "Si faceva, il mondo, soggetto/ non più di mistero ma di storia." Questa raccolta, infatti, rappresenta il tentativo di trovare un equilibrio, un compromesso con la storia, l'approdo del poeta in una dimensione presente e reale, popolata anche da altri, vivi e rumorosi nella loro esistenza. In molte composizioni, Pasolini li descrive spesso in massa, come un volgo vitale. Si veda, ad esempio, L'Appennino, dove il poeta, parlando di Napoli, "nazione nel ventre della nazione", spiega come "Quaggiù/ tutto è preumano, e umanamente gioisce, / contro il riso del volgare fu/ ed è inutile ogni parola / di redenzione." In questo componimento, Pasolini nega la redenzione, ma altrove, contraddittoriamente, la profetizza e suggerisce al popolo, propendendo verso il marxismo e l'ideologia socialista: in Pasolini si scontrano la ricerca del sublime, che fa di lui un erede del Romanticismo, e il tentativo di riconvertirsi alla Storia.

Nel poemetto Le ceneri di Gramsci, Pasolini, sempre consapevole della propria arbitrarietà, espone e dichiara il suo essere "anfibio", quando dice, per esempio, "Sussisto/ perché non scelgo. Vivo nel non volere/ del tramontato dopoguerra: amando/ il mondo che odio- nella sua miseria/ sprezzante e perso - per un oscuro scandalo della coscienza"

Ancora, nell'emblematico esordio della quarta sezione, Pasolini, rivolgendosi a Gramsci, ammette "Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere/ con te e contro te; con te nel cuore,/ in luce, contro te nelle buie viscere." Pasolini è anfibio, dunque, nel senso che vive da ambe le parti, si assesta su posizioni antipodiche: in lui amore e odio, passione e ideologia, sono sempre compresenti, ipotesi logiche contemplabili e contemplate, che lo portano ad affermare, sempre ne Le ceneri di Gramsci, "Io, / vivo, eludendo la vita, con nel petto/ il senso di una vita che sia oblio/ accorante, violento"

In un periodo in cui la poesia italiana perde la propria posizione, il proprio prestigio, Pasolini, che per il suo sturm und drang interiore sarebbe dovuto nascere contemporaneo di Wordsworth, opta per l'impegno, per la poesia civile. Che però gli sta stretta, a cui non riesce ad abbandonarsi con coerenza. Da una parte, Pasolini propone il cambiamento, la fine del capitalismo ed il riscatto del proletariato, la liberazione di quella "Specie/ dei poveri rimasta sempre barbara/a tempi originari, esclusa alle vicende/ segrete della luce cristiana, /al succedersi necessario della luce dei secoli." Dall'altra, celebra la vita di chi, senza coscienza, coglie l'attimo, e semplicemente vive, e fa rivivere il mito nelle borgate, nelle periferie, la dove scorge l'istinto vitale, senza coscienza, senza possesso intellettuale, ma solo azione. 

Sempre ne Le ceneri di Gramsci, Pasolini scrive:"Quella vita non è che un brivido; / corporea, collettiva presenza; / senti il mancare di ogni religione/ vera, non vita, ma sopravvivenza/ - forse più lieta della vita - come d'un popolo di animali, nel cui arcano/ orgasmo non ci sia altra passione/ che per l'operare quotidiano." In quanto eletto possessore della civiltà, civiltà che gli ha donato la sua stessa condizione di borghese, Pasolini vede, in chi non la possiede, quell'elemento primitivo, primigenio, che è pura essenza, da cui scatta la scintilla della vita. A conclusione del poemetto, il poeta, riscopertosi antropologo, scrive: "È un brusio la vita, e questi persi/ in essa, la perdono serenamente, / se il cuore ne hanno pieno: a godersi/ eccoli, miseri, la sera: e potente/ in essi, inermi, per essi, il mito/ rinasce" Pasolini muove dal mondo mitico, agli albori della civiltà, che prende vita dalla memoria, verso un mondo presente, che si manifesta sotto i suoi occhi, in una dimensione storica: esordisce nel tempo mitico di Casarsa, extrastorico, di cui dice: "Ogni immagine di questa terra, ogni volto umano, ogni battere di campane, mi viene gettato contro il cuore ferendomi con un dolore quasi fisico." 

Tenta, poi, di guadare la Storia ne Le ceneri di Gramsci, e come tappa successiva, se non contemporaneamente, fa ritorno al mito, dandogli nuova forma, identificandolo in nuovi scenari, cogliendone la presenza nei sobborghi romani. Un ritorno a un mito che cambia fisionomia e locazione, ma non perde mai la sua importanza per il poeta, per la sua poetica, e per la sua religiosità. "Per me religione/ la sua allegria, non la millenaria/ sua lotta: la sua natura, non la sua/ coscienza; è la forza originaria/ dell'uomo, che nell'atto s'è perduta, / a darle l'ebbrezza della nostalgia, una luce poetica" 

In Pasolini, la contraddizione non si limita a segnare i contenuti, ma fa sfumare anche i confini metrici della struttura poetica, che si apre alla prosa, all'invettiva, alla narrazione. In un processo inverso ed affine, Pasolini fa diventare poesia il cinema, la saggistica, l'ideologia (non per niente, definisce Le ceneri di Gramsci "poesia dell'ideologia.") Pasolini passa dalla struttura del poemetto, sulla cui metrica impostava il discorso nelle Ceneri di Gramsci, alla forma narrativo-diaristica, che si trova per esempio ne La ricchezza, che fa parte de La religione del mio tempo, come le sezioni Umiliato e offeso e Nuovi epigrammi, dove concretizza la propria invettiva in indigeste pillole epigrammatiche. Il discorso poetico diventa spesso discorso polemico, che si scandisce nella poesia-intervento. Pasolini sceglie volentieri la forma del poemetto, che gli consente ampio respiro lirico, e maggiore libertà oratoria: all'interno di questa struttura, può argomentare le proprie posizioni, e tentare di stemperare le contraddizioni insite nel discorso. 

Nella poesia de Le ceneri di Gramsci, Pasolini tende a sviluppare ragionamenti, a dimostrare tesi. A questi momenti argomentativi, si accompagnano attimi di fusione col mondo, epifanie.In Pasolini, dunque, risiedono due anime, e le due anime di Pasolini risiedono ovunque. Pasolini è il sole del proprio universo, attorno a cui tutto ruota, come si scopre nelle parole de Il pianto della scavatrice: "Ero al centro del mondo, in quel mondo/ di borgate tristi, beduine/ di gialle praterie sfregate/ da un vento sempre senza pace." Anche quando sembra che la Storia entri nella poesia, in realtà è Pasolini, ad entrare nella Storia: si veda, sempre nel poemetto sopra citato, come Pasolini si pone in posizione centripeta, ponendo "Era il centro del mondo, com'era/ al centro della storia il mio amore/ per esso/ […] / Quel borgo nudo al vento,/ non romano, non meridionale,/ non operaio, era la vita/ nella sua luce più attuale:/ vita, e luce della vita, piena/ nel caos non ancora proletario." Pasolini, parla di un mondo che trasuda significato, e nota che "È floridezza e gioia, questo volere/ violentemente essere espresso/ che, in roventi vampe d'evidenza,/ gonfia di spazio ogni umile oggetto." Come in epifanie rivelatrici, il mondo, il passato, si dischiudono di fronte agli occhi del poeta. In Pasolini, il correlativo oggettivo porta sempre al centro; tutto rimanda, inevitabilmente, a Pasolini. 

Tentando di trarre le somme di un discorso che ancora non è giunto al termine, si può affermare che la dialettica pasoliniana si orienta tra il pre-storico e lo storico, il pre-ideologico e l'ideologico, l'incoscienza e la razionalità, la contemplazione di un mondo popolare selvaggio e l'ingresso in un ordine razionale e politico. Sono questi i termini delle antitesi che si scontrano ne Le ceneri di Gramsci, che "segnano l'apice di una tensione interna al discorso poetico pasoliniano, il momento di massimo e irripetibile sforzo in direzione di un equilibrio, di un'osmosi (che sono anche confronto e scontro) tra sfera privata e sfera pubblica dell'esistenza, tra vita e storia, tra passato e presente, tra ripiegamento nostalgico e impegno ideologico. 

Dopo aver tentato la strada dell'impegno civile, di farsi spazio in un tempo storico, Pasolini torna nuovamente a perdersi nel proprio ego: non a caso, nel 1958, sono pubblicate le poesie de L'usignolo della Chiesa Cattolica, risalenti al periodo casarsese 1943-1949, e poi nel 1961 La religione del mio tempo, dove Pasolini abbandona l'impegno a favore del sentimento, forse perché la razionalità si è rivelata impotente a dare soluzione alla contraddizione vitale. La contraddizione si manifesta anche nella produzione saggistica, che procede in parallelo con quella poetica: emblematico titolo della raccolta del 1960, è Passione e Ideologia, di cui Pasolini stesso dice "Questo e non vuole costituire un'endiadi (passione ideologica o appassionata ideologia), se non come significato appena secondario. Né una concomitanza, ossia 'Passione e nel tempo stesso ideologia'. Vuol essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una gradazione cronologica: 'Prima passione, e poi ideologia', o meglio, 'Prima passione, ma poi ideologia.'" 

La contraddizione, è per Pasolini punto di partenza e punto d'arrivo. Inevitabilmente, il poeta è un intellettuale, che si è formato durante il fascismo, e che si confronta con la nuova realtà del dopoguerra: ne Le ceneri di Gramsci, si incrociano la situazione personale del poeta e quella storico- culturale degli anni '50. Pasolini stesso dice che, in quest'opera, racconta una crisi, quella tra il popolo come coscienza e il popolo come spontaneità; mentre ne La religione del mio tempo esprime la crisi degli anni '60, la sirena neo-capitalistica da una parte, e la desistenza rivoluzionaria dall'altra. E il terribile vuoto che ne consegue. Con La religione del mio tempo, Pasolini torna indietro, in un tempo passato e perduto. Le ceneri di Gramsci sono l'espressione di una polemica ideologica: ne La religione del mio tempo, invece, venendo meno l'ideologia, emerge la moralità. Quello del poeta, a questo punto, "non è che amore, nudo amore, senza/ futuro", come scrive nel poemetto La religione del mio tempo. "Affiora, dunque, una tendenza regressiva, che preannuncia una fase di riflusso ben più radicale e complesso: la delusione conseguita al fallimento della ricerca dei valori storici, sociali e razionali espressa ne Le ceneri di Gramsci, fa ripiegare Pasolini verso i precedenti valori esistenziali e naturali, sopravvissuti durante il periodo dell'impegno storico e razionale, ed ora riemergenti come gli unici che Pasolini può vivere, poiché suoi da sempre. 

L'abietta luce e l'eletta incoscienza, come li definisce nel poemetto La religione del mio tempo, rimangono gli estremi del nodo problematico in Pasolini: abietta luce che è per chi la possiede, sia salvezza che condanna, alla diversità. Pasolini soffre di mistica degradazione, vittima di ingiustizia come chi è senza vestiti e casa. Il possesso è ambivalente, un'arma a doppio taglio. Poeta diverso, come i decadenti dello Spleen, com'è da sempre il poeta, con la sua sensibilità estranea al mondo, ed estraniante. Sono temi che emergono fin dalle Ceneri di Gramsci, in Comizio, per esempio, dove dice "Getto/ intorno sguardi che non mi sembrano miei, / tanto sono diverso"; o in Recit, dove dice: "Ma perché costringermi ad odiare, io/ che quasi grato al mondo per il mio male, il mio/ essere diverso - e per questo odiato -/ pure non so che amare, fedele e accorato?"

Nelle Ceneri di Gramsci, Pasolini si sforza di conciliare la propria declamata diversità poetica e umana con la Storia, con una realtà esterna, ed estranea. Ma questo tentativo viene poi abbandonato: nostalgia e mito riemergono dal consapevole inconscio pasoliniano, "le pulsioni regressive divengono protagoniste di un nevrotico ritorno del rimosso." Mentre Pasolini in un primo tempo denuncia l'assenza di un destinatario della poesia, ("Non scrivo più poesie da due o tre anni.[…] Perché non scrivo più? Perché ho perduto il destinatario. Non vedo più con chi dialogare usando quella sincerità addirittura crudele che è tipica della poesia"). 

Pasolini oscilla tra l'impegno e l'assenza, tra l'apparizione e la sparizione nelle pieghe della storia. In Poesia in forma di rosa (1964) e Trasumanar e organizzar (1971), accentua ulteriormente la sua posizione di diversità, di solitudine. Ormai pienamente consapevole che non c'è più richiesta di poesia, la vede come un fallimento. Allo stesso tempo, l'inutilità della poesia diventa liberazione, diventa emancipazione dall'impegno, dai vincoli che legano il poeta al proprio pubblico. Non più poeta vate, dunque, ma poeta libero di tornare al privato, sfiorando spesso la forma diaristica. "Io sono una forza del passato", dice di sé, in Poesia in forma di rosa.

La poesia di Pasolini, dunque, si orienta tra un tempo mitico e un tempo storico, tra i luoghi della memoria, e quelli della vita, del presente. C'è il passato mitico del Friuli, di Casarsa, delle prime raccolte, fatto di case bianche, campane, giovinetti biondi, un paese popolato da alter ego del poeta; un piccolo modo antico che torna, redivivo, ne L'usignolo della Chiesa Cattolica, quasi un' Antologia di Spoon River friulana. Presente, per Pasolini, è flash back o rivelazione, nel senso di epifania, che fa riemergere il passato. Il presente è quello degli altri, che senza coscienza possono goderlo, seguendo una religiosità bucolica, oraziana. Poi c'è il futuro, che inizialmente è concepito in ottica evoluzionistico-marxista: presto, però, Pasolini smette di crederci. Anche la Resistenza, diventa passato, dai contorni mitici. Pasolini si spinge sempre più a sud, nella ricerca dell'origine, dell'originale, dell'originario: il suo mondo mitico inizia a settentrione, nel Friuli, e prosegue passando per Roma, il Meridione, l'Africa, l'India, verso il primitivo, l'archetipo, sempre più in giù, verso un istinto senza civiltà, che è sorgente della vita e della poesia. Che lo distragga dalla perenne coscienza di sé, che gli mostri istintivamente che si può vivere senza riflessione, che si può semplicemente agire, senza perdersi nella meta-riflessione.

 "Non ho un momento di calma, perché vivo sempre gettato nel futuro: se bevo un bicchiere di vino, e rido forte con gli amici, mi vedo bere, e mi sento gridare, con disperazione immensa e accorata, con un rimpianto prematuro di quanto faccio e godo, una coscienza continuamente viva e dolorosa del tempo." Pasolini nel mito e nella passione trova sollievo e soluzione, giustificazione della propria diversità.

Pasolini rimanda e dilaziona il momento finale, quello in cui si mette un punto. Il punto fermo è un ostacolo che Pasolini non riesce a superare: non contraddirsi significherebbe scegliere, e il poeta non riesce mai a farlo definitivamente. L'ideale rimane ambiguo, provvisorio, incompiuto. Pasolini non riesce a decidere l'ultima parola, quella con cui riassumersi, riassumere il suo "magma di carta." Per questo riprende sempre in mano le proprie opere, le modifica, le fa evolvere con lui, ad ogni riedizione. Un esempio è il modo in cui cambia La meglio gioventù del 1954, quando ricompare nella Nuova gioventù del 1974. L'opera di Pasolini è work in progress, per scelta e condizione. 

Pasolini lascia sempre aperta la possibilità di contraddizione. Come nota un autore americano in un saggio su Pasolini, "Pasolini's writing was formed in the paradox, the citation, the contrary, the denial, the contradiction, the mirror, the imitation…
 

Bibliografia

Martellini Luigi, Pier Paolo Pasolini. Introduzione e Guida allo Studio dell'Opera Pasoliniana, Le Monnier, Firenze, 1984.
Pasolini Pier Paolo, Passione e Ideologia, Garzanti, Milano, 1960.
Pasolini Pier Paolo, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano, 1957.
Pasolini Pier Paolo, L'usignolo della Chiesa Cattolica, Longanesi, Milano, 1958.
Pasolini Pier Paolo, La religione del mio tempo, Garzanti, Milano, 1961.
 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Riflessioni su Pasolini, di Aurora Montalto

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