La saggistica

Pier Paolo Pasolini
La saggistica

Glauco Pellegrini
Esemplare utilizzo cinematografico di musica preesistente (operistica/classica) in Pier Paolo Pasolini

23-24 febbraio 1980
Teatro La Fenice di Venezia, Sale Apollinee, Seminario di studi

Integralmente uomo, nonostante la propria condizione di diverso, di emarginato, uomo con intatta la propria sacralità, appare e resta Accattone che Pier Paolo Pasolini, nella sua concezione cristiana, evangelica della vita, propone nel 1961 col film del suo esordio quale regista. È uno dei tanti momenti di involuzione del Cinema italiano, di irreversibile crisi del Neorealismo giunto a strette soffocanti e non solo per l’opposizione accanita degli irriducibili avversari di questo movimento che, pure, aveva fatto compiere considerevoli passi di sprovincializzazione anche alle Arti Figurative, alla nostra narrativa (al di là delle secche del Novecento) ma che, oramai, stava davanti o dentro altre secche, e si ripiegava e contraddiceva in opere ripetitive, spesso contrabbandate per neorealistiche, e come incapace di rompere nuovamente, guardare lontano, e andare oltre, senza nulla rinnegare ma, al contrario, forte di quell’esperienza esaltante e di quei risultati che, per la prima volta, dopo generazioni, aveva vista una nostra lezione subito avvertita dalla cultura di altri paesi.

Pasolini poeta/scrittore porta, allora, al Cinema un contributo del tutto personale, innovatore, dopo due romanzi di successo: Ragazzi di vita e Una vita violenta. Ragazzi di vita era stato ritenuto scandaloso, per cui ci fu un processo. Si parla tanto di libertà e tutti se ne riempiono sempre la bocca, anche chi dovrebbe, per pudore, tacere. Eravamo sul finire degli anni cinquanta, in Italia. Pasolini prende partito, si mette dalla parte di quelle zone di emarginazione di Roma, le borgate (per altri, infette), distese attorno alla città che resta separata, altera, tronfia e disumana.

«Il sole d’agosto metteva a fuoco polvere e bandoni, immondezza e erba, incannucciate e calcinacci. Pietralata si stendeva lì davanti, contro le montagnole sull’Aniene e il cielo grigio».
Poi la borgata apparirà infracidita d’acqua e tutta fango, nel linguaggio struggente della sua plebe, esaltato da Pasolini poeta.

Pasolini muove da un affiato religioso sempre presente quale elemento tipico della sua formazione, e credo sia stato merito della cultura laica avvertirlo, e merito d’una certa cultura cattolica (basti qui un nome, Carlo Bo) farvi riferimento e forse cominciare da lì a comprendere, seppure troppo ancora in modo prudente e labile, quanto poteva esserci di potenzialità positiva (e non solo i pericoli) in quegli strati di sottoproletariato urbano, in quell’umanità derelitta, tagliata fuori dalla città, relegata nei nuovi ghetti, nel labirinto della propria misera condizione dettata dalla durezza della lotta di classe (Pier Paolo Pasolini – non dimentichiamolo – è altresì sensibile alla lezione marxiana): c’è accusa per la Roma ufficiale, certo, in Pasolini, accusa ferma, netta, di feroce e colpevole distrazione nell’accettare quest’altro rituale, quest’altro carcere con uomini prigionieri segnati di amarezze e delusioni, uomini costretti a compiere scelte offensive per le nostre regole di privilegiati perché uomini senza rapporto alcuno con ciò che intendiamo per inalienabili valori morali.

Ma gli «immortali principi» hanno forse raggiunto Accattone? E così Accattone suscita scandalo e pare, allora, all’opinione ben pensante, che Pasolini superi i limiti del lecito, vada perfino oltre le denunce di De Sica e Zavattini e adesso quei film esecrati al loro apparire, sembrano «abbastanza veritieri», con un volto attendibile dell’Italia uscita dalla guerra e da tanta ingiustizia: lo si riconosce, finalmente, alla distanza di quindici anni e più. Ma era ancora il caso? Si viveva il boom, si stava tutti bene, l’ingiustizia era oramai stata spazzata via. A Milano, quel Testori con l’Arialda e a Roma Pasolini. Un po’ troppo, si lamentava l’Italia-bene. Certo Pasolini sgomentò, sempre ha sgomentato, fino ai suoi ultimi interventi sul "Corriere" coi famosi «scritti corsari». E sgomentò Accattone per quell’andarsene Pasolini in borgata nientemeno che sottobraccio a Johann Sebastian Bach. 

Per quello che ci riguarda, per ciò di cui stiamo occupandoci, va detto che l’utilizzo della musica di Bach da parte di Pasolini costituisce un altro esemplare esempio di ricerca e scelta di musica classica per un film. Non per dargli un commento sorprendente e tanto insolito, ma perché quella musica, in un certo senso, sembra già appartenere al film, e il film non può farne a meno. Qui non c’è alcuna analogia, il Trovatore sulla scena della Fenice è musica che appartiene al tempo reale della storia di Visconti, e un’astrattezza apparente accomuna la Messa di Mozart alla puntualità delle azioni, ai gesti del condannato a morte di Bresson. 

In Accattone, al contrario si uniscono due realtà diverse e contrastanti e l’impatto è clamoroso. Pasolini, nella costruzione narrativa e drammaturgica di Accattone, approda alla musica che Bach ha concepito per scavare nel solco del Vangelo e creare un grande complesso corale La Passione secondo Matteo, una cantica drammatica religiosa e laica insieme per illuminare il processo a Cristo, l’abbandono dei suoi discepoli e amici, la strada del Calvario, l’agonia, e la morte.

Questa musica, le voci, gli organi, l’orchestra, questo intreccio così lontano ed estraneo allo scenario dove scorre la storia di miserie e di ribalderie di Accattone, questo monumento sonoro che noi sappiamo immaginare innalzarsi all’interno d’una grande cattedrale, Pasolini lo sceglie per raccontare/ritmare il calvario di Accattone. Con Bach Pasolini riscatta la borgata, ne terge il volto, l’esalta, ne fa un sobborgo di Gerusalemme che forse resta, per lui cristiano, la città celeste, abbraccia in quel canto Accattone come Gesù abbraccia il peccatore l’adultera ogni derelitto, e assicura al «suo» ragazzo di vita un posto di salvezza accanto alla croce.

Verrà poi il film Vangelo secondo Matteo dedicato «alla cara familiare ombra di Papa Giovanni». Pasolini poeta rende testimonianza alla borgata, a uomini traditi e dimenticati. Veste e illumina i loro stracci, la loro miseria, i loro delitti con la musica sofferta e innalzata dal maggiore dei musicisti di ogni tempo a gloria di Dio: Pasolini vi glorifica l’UOMO, per lui, credente, figlio di Dio e fatto a sua immagine.

«Perché dunque Bach, Pasolini?» io gli ho chiesto, nel 1965, intervistandolo per il mio programma televisivo di sei puntate "Colonna Sonora - viaggio attraverso la musica del cinema italiano". Ha risposto Pier Paolo Pasolini: «In Accattone ho voluto rappresentare la degradazione e l’umile condizione umana di un personaggio che vive nel fango e nella polvere delle borgate di Roma. Io sentivo, sapevo, che dentro questa degradazione c’era qualcosa di sacro, qualcosa di religioso in senso vago e generale della parola, e allora questo aggettivo, ‘sacro’, l’ho aggiunto con la musica. Ho detto, cioè, che la degradazione di Accattone è, sì, una degradazione, ma una degradazione in qualche modo sacra, e Bach mi è servito a far capire ai vasti pubblici queste mie intenzioni».
 

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Bibliografia
 

La saggistica - Glauco Pellegrini, Utilizzo della musica nei film

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