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Saggistica L'avanguardia è
distruttiva.
Roberto Gigliucci con l'editore del suo "Finché siamo giovani" [Ed. AM Marotta] * * * «Ogni distruzione è sostanzialmente un'autodistruzione […]; distruggendo i valori sociali (letterari) della lingua, distruggendo la forza significativa e metaforica della parola, distruggendo infine la propria scrittura - il poeta distrugge se stesso […] e diventa insignificante anche come attore di una semplice e assoluta protesta».Così scriveva Pasolini in un lungo intervento del 1966 intitolato Fine dell'avanguardia, poi raccolto in Empirismo eretico. Gli interlocutori cui egli si opponeva erano i neoavanguardisti del Gruppo '63, in particolare Sanguineti, che accusava di formalismo nichilista, di eterno classicismo (paradossalmente), di distanza dalla realtà. Attraverso il cinema, argomentava autobiograficamente Pasolini, si riesce a comprendere una cosa fondamentale, «che la realtà si esprime da sola; e che la letteratura non è altro che un mezzo per mettere in condizione la realtà di esprimersi da sola».Ovviamente non era una presa di posizione a favore del realismo di tradizione ottocentesca e basta: se «ogni vero scrittore è per definizione realistico», lo saranno allora sia Tolstoj che Pound. Molto più recentemente, sull'ultimo numero del Caffè illustrato (luglio-ottobre 2005), si legge un bel saggio in forma di dialogo di Alfonso Berardinelli, dal titolo Realtà. Vi si scrive che la realtà (non il principio di realtà o soltanto il realismo) è la parola, la sostanza, il caos e cosmo, è tutto, insomma, senza teologie laiche o fideismi; la realtà è «l'inaspettato, il fuori-programma», l'indeterminabile ma determinante. Ne deriva la constatazione che «l'arte non ha fatto altro che questo, ha tentato di acchiappare realtà che nessuno aveva ancora osservato». Anche qui si cita un Tolstoj accanto a Céline, come dire un classico e un avanguardista. Ancora, scrutando l'oggi, una rivista combattiva e sofisticata come Avanguardia ci offre, nella sua ultima uscita di questi giorni [novembre 2005], un ricco dossier su Adriano Spatola (1941-1988), poeta sperimentale più radicale e sfortunato di altri suoi cugini che dagli anni Sessanta a oggi hanno preso le strade più diverse del successo. I materiali, introdotti da Aldo Mastropasqua, si aprono con uno scritto giovanile dello stesso Spatola su Barocco, surrealismo e poesia sperimentale, un dattiloscritto inedito che fu la base della tesi di laurea del poeta, allievo di Luciano Anceschi. Spatola ritiene che si possano apparentare Barocco e Surrealismo in nome, fra l'altro, di un «rifiuto della ragione a tutto vantaggio della vita», di una adesione a una poetica della "meraviglia" che da Marino a Breton rimbalza sicura, in nome ancora di una importanza della nozione di "immaginazione" ecc. Ma… e la realtà? Non è forse il Barocco l'età della scoperta del realismo (e del realismo metafisico) in prosa e in poesia? Non è l'età di Cervantes e Shakespeare, di Donne e di Quevedo, di Théophile de Viau e di Galilei, di Ciro di Pers e di Góngora, l'età del nuovo realismo, l'incunabolo della modernità? Non è da qui che si arriva a Baudelaire, a Eliot, a Montale, attraverso la scoperta che il reale (anche quello più tritamente moderno) è bello e che dalla fisicità si deve partire per catturare la metafisica? Ancora una complicazione. L'avanguardia novecentesca, alla sua scaturigine italiana, è fondamentalmente slancio violento, trasvalutazione che semplifica potentemente Nietzsche, riabilita la violenza a valore e accompagna teoricamente e poeticamente lo squadrismo-arditismo-fascismo come costruzione politica basata sulla demolizione. Insomma, il gene dell'avanguardia è di destra (la complicazione così sembra una semplificazione, e sia). Il suo vitalismo è guerra come esperienza interiore ed estetica. L'avanguardia è anche utopia rivoluzionaria. Un bel libro di Claudia Salaris del 2002 (Alla festa della rivoluzione, ed. il Mulino) proponeva un parallelismo fra l'esperienza fiumana di una "rivoluzione globale", trasgressiva e sperperante, e l'esperienza sessantottesca dell'immaginazione al potere. Occorrerà distinguere però utopia da utopia. L'estetismo dei poeti-soldati è una cosa, l'utopia pragmatica è un'altra. Per utopia pragmatica intendo la volontà, tipicamente di sinistra (Veneziani sarebbe d'accordo), di modificare lo stato delle cose; il mondo si può cambiare, questo è lo slogan dei neo-global genovesi e la convinzione già del maggio francese. Che poi le strategie della tensione e della guerra fredda abbiano generato il terrorismo, che ha servito gli interessi dei normalizzatori e non dei progressisti, questa è un'altra storia, direbbe Lucarelli, la storia degli anni Settanta e Ottanta in Italia. Resta il fatto che la tensione distruttiva e autodistruttiva, la pulsione vitalistica e vitalistico-mortuaria dell'avanguardia sono distanti, anche quando coeve, dall'utopia pragmatica progressista, come è distante l'esplosione dalla fioritura, il silenzio paralizzato dalla comunicazione espansa, la strage di piazza dalla festa di piazza. Aggiungerei ancora qualcosa sulla neoavanguardia italiana degli anni '60. Se la bestia nera, in quei frangenti, era il romanzo realista, ciò non toglie che la fruttificazione più duratura di quell'esperienza avanguardistica è da cogliere in capolavori di realismo (cubista o divisionista che dir si voglia) come Aprire di Antonio Porta, agghiacciante interno con delitto, dove in una stanza che si affaccia su un porto di mare c'è stato un omicidio ("il taglio nel ventre", "il sangue sulla parete"). Qui la deriva dell'immagine totale, "classica", non può che segnare un inseguimento ancor più affannoso e frantumato e atroce del reale da parte della scrittura. E sarebbe inutile ricordare che l'ultra-realista Sanguineti si pone all'ombra dell'auctor supremo del realismo, il Dante di Malebolge. Insomma, se la nostra migliore neoavanguardia ha subito uno scacco, questo è stato l'eccesso di fiducia nella disintegrazione come estremo tallonamento del reale. Analogamente si può dire per ogni forma di radicalismo di poesia concreta, gestuale, performativa, visuale, intermediale, materica e così via. L'avanguardia propone un sistema estremista di violenza per il reale, con l'idea forte di sgranare la realtà con la fede nella deflagrazione. Il suo gene invincibile è bellico, la sua convinzione è che devastando un corpo lo si può attingere profondamente, e ciò è disperatamente e paradossalmente vero. Tuttavia il limite, a mio parere, sta nel fatto che l'arma a disposizione, la scrittura, è già in sé nata per disperarsi appresso al corpo che le sfugge. E la letteratura mette in scena questa disperazione sempre e in ogni regione stilistica, che sia il realismo di Dante o quello di Flaubert o quello di Joyce o quello di Pound o di Pasolini o di Gadda o di Elsa Morante. Insomma, alla fine ogni espressione artistica che funziona sarebbe avanguardia. La poesia è avanguardia del linguaggio, in tutte le sue forme, purché efficaci. Ma questo assioma non può venir recepito da chi vuole essere avanguardia contro il resto.
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